Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.  

Donne Che Verranno

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi.

Succede spesso questo inspiegabile fenomeno, che i bambini iniziano a guardarmi ipnotizzati, e io non capisco perché, dal momento che non cerco mai di attirare la loro attenzione né di entrarci in sintonia.

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi,  con il suo incarnato mediterraneo e i capelli scuri arruffati, e due occhi neri come la pece, come il cioccolato fondente 99%, come il mio guardaroba. Neri e immensi. Le faccio una linguaccia. E quella sorride stupita, sfoggiando una gran quantità di denti da latte incastonati un po’ a caso nelle gengive. E mi indica, puntando il suo minuscolo indice, che dev’essere lungo quanto il mio mignolo ma nemmeno, contro di me. Distolgo lo sguardo, guardo fuori dai vetri sporchi del tram, vedo un baracchino che vende ramoscelli di mimose. E ricordo che è la festa della donna. Giusto. Vero.

Riguardo la bambina, che ancora non sa cosa le è capitato, a nascere donna, e penso che – se potessi – le direi un sacco di cose su questa magica avventura che l’attende, ovvero vivere la vita da portatrice sana di vagina.

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Le direi che i suoi sogni deve sceglierseli lei, da sé e per sé. E che non deve temere che siano sogni sbagliati, perché i sogni sbagliati non esistono. E che l’unica cosa più sbagliata di sbagliare, è non provare.

Le direi che il primo amore non si scorda mai, e che quindi la prima di cui farebbe bene a innamorarsi è se stessa. Ma non di un innamoramento fatuo e frivolo, fatto di selfie e vanità; bensì di un amore profondo e consapevole, fatto di umanità e accettazione, di comprensione e cura, che dovrà costruire giorno per giorno, adempiendo al titanico compito di volersi bene per quella che è.

Le direi che ciò che lei vuole è più importante di ciò che vogliano gli altri da lei o per lei. E che le capiterà di cambiare idea,  che non è facile capire quello che si vuole, che una volta sarà convinta di volere una cosa, e poi s’accorgerà di volerne un’altra, e che per giungere a una conclusione dovrà vivere, sperimentare, scoprire. Con un po’ di incoscienza prima e con tanto coraggio poi.

Le direi di ascoltarsi, ma non troppo e non sempre, perché spesso noi donne ci diciamo un sacco di minchiate.

Le direi di criticarsi, perché la critica è un atto d’amore. Ma solo per migliorarsi, non per ferirsi, perché a ferirla – probabilmente – ci penserà il resto del mondo.

Le direi di assecondare la propria indole, quale che sia, e di accettarla. Di valorizzarla invece che negarla.

Le direi di coltivare le proprie passioni anche quando sarà l’unica a credere nella loro bontà. E di essere caparbia senza diventare ostinata.

Le direi di non esagerare con le merendine, e di fare sport fin da piccola, perché – deve fidarsi – fare sport da piccoli la differenza la fa e un giorno ricorderà le mie parole e me ne sarà grata.

Le direi di conservare sempre la bellezza che negli occhi ha, per continuare a vedere bellezza in ciò che domani guarderà.

Le direi di non perdere mai la capacità di ascoltare il prossimo e di vestire panni diversi dai suoi.

Le direi di imparare a conoscere il suo corpo, di non fingere l’orgasmo mai e di vivere il sesso con gioia e libertà, che non significa viverlo come puttanizio ma significa viverlo come un’espressione della propria femminilità. Che il sesso a volte si fa per amore e a volte si fa per diletto, e non è sbagliato mai se è fatto con coscienza e protezione.

Le direi di gestire quel tipico bisogno femminile di conferme da parte di terzi, specialmente degli uomini, e di procurarsi da sé le conferme di cui ha bisogno: lavorando, leggendo, conoscendo e sviluppando le sue abilità (che esse siano fare pasticcini, oppure trovare la cura a una malattia incurabile).

Le direi di non credere a quella bugia delle favole, che “vissero per sempre felici e contenti” è una cosa che non esiste, ma ne esistono altre, che a volte sono anche migliori perché sono vere. E che non esistono uomini che ti salvano, e che deve imparare a salvarsi da sola, distribuendo le forze e le energie su fronti diversi. Che a volte ci riuscirà e a volte farà più fatica.

Le direi di non scrivere mai per prima dopo un appuntamento e anche di lasciarsi corteggiare un po’, da questi uomini che non corteggiano più.

Le direi di non avere paura di ciò che la gente dice di lei, e di sbattersene quando le diranno che è troppo bassa, o troppo grassa, o troppo giovane, o troppo vecchia, o troppo diversa, o troppo disinibita, o troppo egoista, o troppo fessa, o troppo stronza. Di andare per la sua strada, senza perdere di vista i suoi obiettivi.

Le direi di non subordinare la sua felicità a quella di un uomo demmerda, mai. E di imparare in fretta a distinguere ciò che le fa bene, da ciò che le nuoce. E di credermi, come fosse un atto di fede, quando le dico che l’amore è quella cosa che ti fa stare bene, che ti rende migliore, non quella che ti peggiora, che ti svuota, che ti fa perdere l’equilibrio e cadere e fratturarti il femore dell’anima. Che poi ti serve una riabilitazione che non finisce più.

Le direi di non spaventarsi se una volta al mese piangerà senza ritegno e senza motivo apparente, o se urlerà contro il tizio che le ruberà il parcheggio, o se bestemmierà in turco per quel problema al lavoro, che in fondo non è di così vitale importanza. Che è tutto regolare. È solo il premestruo.

Le direi di fare shopping ogni tanto, che fa bene, ma di non spendere lì tutti i suoi soldi. Bensì di viaggiare, andare al cinema ma non per vedere i film in 3D, andare alle mostre, andare ai concerti. E per piacere, intorno ai 12 anni di iniziare ad ascoltare il grunge. E poi il rock. L’hard rock. Il post-rock. Il proto-rock. La new wave. I cantautori italiani. E il pop ok, ma selezionato. I Dear Jack per l’amordiddio no.

Le direi che il rapporto con le altre donne non sarà sempre semplice, ma che non è colpa sua e nemmeno loro. Che quanto prima imparerà a non vivere la relazione femminile come una competizione ma come un’opportunità, non come un paragone spietato e rivale, ma come una reciproca occasione di arricchimento; quanto prima capirà che ogni donna ha in sé qualcosa di positivo e che le fragilità che nutriamo sono comuni e simili, tanto prima scoprirà quanto empatica e profonda può essere la complicità tra donne.

Le direi che a volte sentirà un’ansia forte, che dipenderà delle aspettative che ha per se stessa. O che la società ha per lei. E che deve imparare a ridurre e a semplificare. A spogliarsi delle pressioni e a respirare profondamente.

Le direi di credere fermamente in se stessa, di avere fiducia nelle proprie capacità affinché quella stessa fiducia ce l’abbiano gli altri. Perché è una donna, e quando le donne vogliono davvero qualcosa, la ottengono. Perché le donne sono forti, anche quando sono deboli; perché sono combattenti anche quando sono stanche; perché essere donna è un casino ed è una sfida quotidiana a trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto. Una sfida a essere sicura, a essere decisa, a essere tenace, a essere dolce, a fare tre miliardi di cose insieme, a lavorare, a costruire una vita privata, a combattere forze invincibili, come il tempo o la gravità. A emanciparsi, senza snaturarsi. Ad avere i coglioni, ma anche le ovaie.

Le direi, comunque, che la cosa più importante è essere sempre capace di amore. Cioè avere proprio dentro di sé la capacità, intesa come spazio, per contenere questo sentimento ingombrante e complesso, fatto di mille declinazioni ed espressioni.

Le direi che l’amore è una roba che si dimostra, verso un compagno, ma anche verso la famiglia, gli amici, i figli, i figli degli amici, i disgraziati e i diversi.

Le direi di continuare a sorridere il più possibile, anche quando non avrà più i denti da latte, anche quando gli eventi proveranno a indurla a smettere.

Anche se piove.

Anche se c’è il sole.

Anche se la vita andrà come deve andare.

Lo dicevano anche gli 883.

Citazione di altissimo livello.

Cazzo.

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