Il Paradosso dell’Uguaglianza

Avevo 11 anni ed ero in vacanza a Roma con i miei. Sull’autobus, qualcuno mi palpò. Era la prima volta che mi mettevano le mani addosso. Ero veramente un cesso all’epoca, quindi la cosa mi parve totalmente incomprensibile.

A 14 anni un compagno di classe mi mise una mano sul culo. Così. Per goliardia. Il giorno dopo gli diedi un pizzino nel quale gli spiegavo che non era ammissibile una tale mancanza di rispetto e che non avrebbe dovuto permettersi di farlo mai più. Non col mio culo, perlomeno.

A 15 anni avevo imparato a convivere con i clacson degli automobilisti (al sud era normale, se vedevi una ‘bella femmina’ per strada mentre eri alla guida, dovevi suonare il clacson in segno d’apprezzamento); con gli abbordaggi nei locali, con i complimenti non richiesti. Talvolta, anzi, quei complimenti mi lusingavano.

Da allora, nell’altra metà di vita (sentimentalmente e sessualmente attiva) che ho vissuto, sono stata fortunata: non mi pare di essere mai inciampata in qualcosa che definirei molestia. Certo, qualcuno ha insistito, qualcuno ha approfittato del mio tasso alcolico, qualcuno mi ha sedotta perché — in relazione a determinate circostanze — era più potente di me; qualcuno ha comprato il mio plauso facendomi regali; qualcuno mi ha offerto frettolosamente sue parti anatomiche con le quali non desideravo impellentemente entrare in contatto. È successo. Eppure non mi sono mai sentita indifesa.

Direi che, in tutti i casi, in quella zona grigia nella quale non avevo espresso un chiaro consenso, ci ero andata con le mie gambe, con quella che in un legal thriller si definirebbe “capacità di intendere e volere”. In quelle automobili, in quelle case, in quelle camere di hotel, in quelle ville al mare, negli angoli bui e appartati delle feste universitarie, ci ero andata consapevole di andarci. E non erano pazzi, quelli che si erano sbottonati la patta del pantalone, quelli che si erano lanciati in un improbabile limone. Forse non erano perfettamente svegli. Forse non erano dei galantuomini. Ma neppure dei molestatori consumati. Io, d’altra parte, non ho mai reagito schiaffeggiandoli e andandomene via, come nei film.

Per contro, nella mia onorata carriera, mi è capitato di esigere baci, di fare avances esplicite, di invitare a casa uomini eterosessuali e aspettarmi per definizione che mi sollazzassero; di ipotizzare omosessualità latenti in soggetti che non si decidevano a fare la prima mossa, o la seconda, o la terza. E non ero certo la sola. Ho consolato nutrite schiere di donne disperate per l’estinzione dei “maschi alfa di una volta”. Insomma, forse ho molestato anche io e non lo so neppure. E me lo chiedo, naturalmente, perché è difficile non chiederselo, in questo periodo. Negli ultimi mesi, pur seguendo con interesse il dibattito pubblico, non ho twittato nessun hashtag #MeToo, non ho denunciato #quellavoltache, perché mi pare graziaddio di non averla mai avuta, quella volta. Perché, graziaddio, non mi sono mai sentita vittima.

Ciononostante, non posso non pensare che il cambiamento che stiamo vivendo, questa “psicosi”, questa “moda”, questa “caccia alle streghe” come molti amano definirla, sia indiscutibilmente un fatto positivo. Punta a una parità sostanziale tra i generi, in prospettiva. Inoltre, risveglia una coscienza femminista tragicamente sopita da decenni di imperituro maschilismo consenziente. Sulla grande bilancia della storia, il piatto buono pesa più di quello cattivo, per me. Fine. Però. C’è un però: c’è che questo cambiamento è rivoluzionario e, come ogni rivoluzione, non piace a tutti. Infastidisce due categorie di persone: quelli che ne sono colpiti (quelli, cioè, che approfittano abitualmente della propria posizione di potere per estorcere consenso) e quelli che non la capiscono, che dicono che è sempre stato così, che si sapeva già, a che serve fare tutto questo baccano, adesso; quelli che, in altri termini, non hanno voglia di affannarsi per capire il mondo che cambia.

In mezzo, c’è un interregno di opinioni grigie, di uomini e donne che attendono guardinghi, perché sanno che spesso le rivoluzioni sono sommarie, fanno saltare teste (o carriere), sovvertono la pace apparente e a volte ricadono in gogne e crimini più efferati di quelli che si proponevano di debellare. Ecco, c’è molto lavoro da fare su questa diffidenza, su questa paura dell’ignoto, sulle opinioni grigie, su chi esprime pareri diversi, probabilmente derivati dalla cultura del secolo scorso, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi perché di culture non ne ha mai incontrate altre.

C’è da lavorare e da ascoltare chi non è d’accordo, senza necessariamente attribuirgli varie forme di demenza. C’è da trasformare la sommossa in cambiamento. C’è da imparare il consenso: gestirlo, esprimerlo, coglierlo, rispettarlo. Quello femminile e anche quello maschile. Educare generazioni migliori, per un futuro in cui i generi sappiano comunicare e capirsi meglio, invece di pronosticare apocalissi sessuali. Trattare, in altri termini, questo momento storico con tutta l’analisi che merita e non come un argomento da tifoseria social. Questo c’è da fare. Chiederci e capire perché esponenti femminili, eventualmente rispettabili, non sposino in toto questa causa, questa lotta simbolica (ma reale), questa nuova grammatica dei rapporti che preme per venir fuori e ridisegnare le logiche di potere tra uomo e donna.

Ecco tutto questo sarebbe utile. Molto utile. Ci aiuterebbe a capire la radice del problema. A stemperare i toni. A spiegare le buone ragioni di questo mo(vi)mento a quelle donne e a quegli uomini qualunque, che sono la maggioranza, che pensano e dichiarano: “Ormai non ci puoi manco più provare, metti che una ti denuncia, ti imputtani la vita”, che è l’evoluzione di “Non vi facciamo complimenti e siamo stronzi, vi facciamo complimenti e siamo morti di figa”, “Prendiamo l’iniziativa e siamo porci, non la prendiamo e siamo ricchioni”.

A peggiorare la situazione, a inasprirne le contraddizioni, bisogna dirlo, c’è il Paradosso dell’Uguaglianza, una faccenda che anche noi donne dobbiamo ancora comprendere ed elaborare appieno. Il Paradosso dell’Uguaglianza è quello per cui siamo indipendenti ed evolute, ma preferiamo che la cena la paghi lui; facciamo sesso occasionale, ma se poi non ci scrive è una merda; siamo libere e disinibite, ma poi ci sposiamo in chiesa. Più in generale: denunciamo atteggiamenti che riproduciamo. Commentiamo l’estetica degli uomini con la perizia e la classe delle puttane portuali. Ci vantiamo delle nostre prestazioni. Raccontiamo dettagli degli amanti con cui giaciamo. Ridiamo di chi è ciccione, basso, secco, calvo, ce-l’ha-piccolo. Giudichiamo chi non ha un lavoro serio. Facciamo tutto questo e non ce ne accorgiamo neppure. Abbiamo imparato bene, abbiamo mutuato alcuni dei peggiori malcostumi degli uomini, in tutti questi anni di patriarcato oscuro. Ora, forse per la prima volta da quando esistiamo, c’è una possibilità di cambiare. Tutti. E certo, sarà faticoso, ma se vogliamo supportare per questa causa (ed è giusto farlo), c’è un sacco di lavoro noioso, sfiancante, quotidiano da intraprendere (ed è giusto saperlo).

C’è da parlare con tutte le Catherine Deneuve e le Natalia Aspesi che incontriamo. C’è da spiegare loro perché questa improvvisa urgenza di cambiare anche ciò che “è sempre stato così”. E se vi pare strano spiegare il mondo a persone più grandi di voi, non preoccupatevi, non state peccando di presunzione: ricordate che siamo la prima generazione che deve insegnare roba ai propri genitori (computer, smartphone, tablet, Facebook, instagram, whatsapp, Netflix, milioni di app). C’è da spiegare loro che le persone non smetteranno di conoscersi, corteggiarsi, scoparsi, amarsi e lasciarsi. Semplicemente, forse, lo faranno con più rispetto.

C’è da spiegare anche che risvegliare il femminismo patinato di Hollywood, serve a risvegliarne e alimentarne altri, di femminismi; serve a raggiungere anche le donne che vivono segregate nell’entroterra culturale del mondo, che lottano spesso per problemi oggettivamente più gravi del pene nudo di un regista.

In altri termini: non diamo del deficiente a chi la pensa diversamente. Parliamoci. Sporchiamoci e stanchiamoci a difendere una causa, se ci crediamo davvero. Per migliorare il mondo c’è bisogno soprattutto di questo. Non (solo) dei tweet.

50 Sfumature di Molestia

L’altra sera sono uscita con un’amica e mentre bevevano uno spritz inutilmente costoso, lei mi ha chiesto cosa ne pensassi di tutta questa, aperte virgolette, faccenda delle molestie, chiuse virgolette. Nei giorni precedenti me l’avevano chiesto anche altre persone, dal vivo, via mail, nei direct messages di Facebook. Così, sebbene avessi deciso di non parlarne, ho cambiato idea. Et voilà, eccoci qua, accolliamoci questo argomento bello leggero.

Di tutta questa storia, mi colpiscono soprattutto due cose. La prima è come il dibattito, in Italia, sia permeato di misoginia. La seconda è l’incredibile resistenza al cambiamento culturale che le donne stesse (spesso colte, indipendenti, in gamba) oppongono. Per chiarire meglio la mia posizione, prenderò in esame alcune delle argomentazioni e dei commenti nei quali sono inciampata più frequentemente nelle ultime settimane. Tenetevi forte.

1. Te ne ricordi dopo vent’anni? → questa è la più gettonata in assoluto e si riferisce, naturalmente, ad Asia Argento. Il sottotesto è sempre lo stesso: prima hai approfittato della situazione, hai fatto carriera, hai goduto dei benefici e adesso fai la vittima? Posto che il punto non è decidere se Asia Argento ci piaccia oppure no, quale sia stata la sua condotta, con quanta rettitudine abbia vissuto la sua vita (se l’avesse denunciata Geppi Cucciari, una violenza subita 20 anni fa, ci avrebbe lasciati altrettanto perplessi?), sarebbe opportuno ricordare che non è così raro che la memoria delle molestie e degli abusi (e le relative confessioni) affiorino con anni, a volte decenni, di ritardo. Lasciatemi anche dire che le molestie non scadono, che denunciare non è semplice, che si teme sempre di non esser credute e di diventare mangime per il pollaio social-mediatico globale (che è esattamente ciò che è successo alla Argento). Ma queste cose le hanno già dette molti altri, meglio di me.

2. Si sa che in certi ambienti funziona così, hanno scoperto l’acqua calda. Il prossimo scandalo quale sarà, che nel backstage dei concerti circola droga? → su questa io reagisco come i giudici di X Factor nelle eliminazioni complicate: chiamo il tilt. Ma cosa significa, esattamente? Il diritto al consenso è universale, farlo dipendere dal contesto è una stortura abominevole. Per capirci meglio, chiamiamo in causa la solita prostituta e diciamo che anche lei ha diritto di dire “NO”, esattamente come ce l’ha una maestra di scuola elementare, ok? Per capirci ancora di più, diciamo che essere molestate in discoteca non è più accettabile che essere molestate in parrocchia, ok? Il valore del consenso, inteso nel senso più lato possibile, poiché in esso contiene innumerevoli sfumature, è uguale per tutte le donne, è un fondamento di civiltà, non ci si dovrebbe neppure discutere su. Punto. E lo so che vi sembra una rigidità vetero-femminista, ma santiddio, fidatevi. Viceversa, pare che crediate all’esistenza di una classificazione morale delle donne, in base al loro aspetto e alla loro professione. Se questa è la vostra idea, forse dovreste mettere al rogo le minigonne, i jeans attillati, i tacchi alti, le maglie scollate, la metà delle professioni che siamo libere di esercitare, e più in generale tutto ciò che, un domani, potrebbe indurre qualcuno a dire che, d’altra parte, ce la siamo cercata.

3. Sono le donne le prime a offrirla su un piatto d’argento → Ammettiamo che esistano aspiranti-qualcosa che, per facilitare il proprio percorso, ricorrano alla seduzione del potente di turno (e non dimentichiamocele, le olgettine che dichiaravano che giammai avrebbero fatto un lavoro normale per guadagnare 1000 euro al mese, come noialtre, povere stronze). Ammettiamo però anche che,  dall’altra parte, c’è un lui, un maschio, che però è anche un uomo, un professionista, un produttore, un politico. Invece che concentrarci solo sul valore morale della parte femminile, potremmo concentrarci sul valore morale della complicità maschile, dell’avallo di chi è in una posizione privilegiata, di maggior potere e controllo. Dove sta scritto che l’uomo che accetta, che magari c’ha pure moglie e figli, è tutto sommato nell’ordine delle cose (perché è la natura, no? Il maschio è cacciatore, si sa), mentre una donna che si offre è passibile di condanna immediata? (sta scritto nel Grande Libro del Patriarcato Incrollabile, è ovvio, ma soprassediamo)

4. Quelle che fanno così penalizzano le altre donne per bene, che certi compromessi li rifiutano → semmai è il sistema che penalizza le donne che non accettano questi compromessi. Di nuovo: l’uomo non è una parte passiva dell’ingranaggio. Se alcune donne adottano questa condotta è anche perché esiste un sistema, talmente consolidato che pare incrollabile, che ha penetrato le nostre coscienze al punto da apparirci naturale (come nel caso dello showbiz), che insegna che fare così è premiante. Il punto non è decidere se Tizia o Caia siano sante o puttane, se ci piacciano o no, se ci marcino sopra o meno. Il punto è che per la prima volta sembra possibile scardinare questo meccanismo e non vedo perché una donna, o un uomo intelligente, dovrebbero essere infastiditi — se non addirittura contrari —  a questa evoluzione.

5. Noi donne lo sappiamo SEMPRE → con questa ci si riferisce, invece, alla rapidità con cui possiamo capire che quell’uomo ha delle mire su di noi, che probabilmente stiamo prestando il fianco a una situazione scomoda, nella quale ci verrà chiesto qualcosa che non abbiamo intenzione di concedere. Anche questo, è vero. Non per tutte, ma per molte sì. Sappiamo che quando un tipo ci invita a vedere la collezione di farfalle, vuole altro, vero? Sappiamo che ritrovarci in una camera di hotel, o in uno studio con una jacuzzi al centro, può essere preludio di atti sessuali, vero? Quello di cui a volte non si tiene conto, tuttavia, è che spesso queste cose accadono a donne molto giovani. E sì, sì, sì, certo, ormai le pischelle sono sempre più sgamate, i nostri 19 anni equivalgono ai 13 anni di oggi, va bene, però fatemi un favore lo stesso: guardate nel vostro passato e ditemi se non avete scheletri nell’armadio, situazioni spiacevoli, tresche di cui vi siete pentite, imbarazzi che col senno di poi vi risparmiereste volentieri. Io sì, più d’uno. Il primo è Peppe Felisia, come lo memorizzai sul mio cellulare. Non mi piaceva, era basso e zarro, si attaccò a me in discoteca (Felisia era il nome della discoteca, per l’appunto) come una cozza, per tutto il tempo, quella sera. Finii persino a baciarlo quando, non so perché, mi ritrovai isolata dagli altri. Scrissi un sms al mio amico “Per piacere, sono dietro i tendoni bianchi, vieni a salvarmi”. Fine. Mentre ci pensate, però, immaginate che al posto di Peppe Felisia ci fosse un uomo potente, capace di avvicinarvi alla professione dei vostri sogni, in un contesto culturale in cui non era poi così peregrina l’idea di essere perlomeno “carine”. Certo, a voi non sarebbe successo, ma potete capire meglio che l’esperienza e l’età un ruolo ce l’hanno?

6. Poveri uomini, siamo arrivati alla caccia agli stregoni. Poi vi lamentate che non prendono più l’iniziativa. Grazie al cazzo. Rischiano di essere denunciati se solo vi invitano al cinema. → Adesso non esageriamo, per cortesia. Dire che questa ondata di consapevolezza non farà che rendere ancora più fragile e inconsistente l’identità virile, mi pare ardito e ancora figlio di una logica antagonista del rapporto tra i sessi. Una relazione trasparente, non offuscata dall’abuso di potere, non asservita alle dinamiche impari tra i generi, si fonda su una grammatica comune, che magari va raffinata ma che esiste già e che regola tutte le nostre interazioni sociali. Abbiamo detto che “noi donne lo sappiamo”, e allora diciamo che anche gli uomini lo sanno. Diciamo che non è poi così difficile leggere il consenso, in un rapporto. Esistono le parole, la comunicazione non verbale, i comportamenti. Possono essere soggetti a interpretazione? In parte, certamente. Se uno non è proprio una lince a cogliere l’apprezzamento femminile, a distinguere l’educazione dall’attrazione, e la cortesia dalla proposta indecente, per stare al sicuro, potrebbe adottare una semplice linea guida, che garantirebbe anche maggiore meritocrazia nel contesto professionale: non scopi con le persone con cui lavori. Punto. Non inviti e non accetti inviti. Punto. Tieni il pisello fuori dall’ufficio. Punto. Lì fuori, del resto, ci sono tutte le cassiere di Vittorio Feltri, che non aspettano altro che te.

7. Noi donne non siamo tutte agnelli indifesi!!! → È vero, l’immagine che ne esce delle donne è sconfortante, monocorde, sviluppata attorno a un unico asse narrativo, come se l’alternativa fosse esclusivamente “troia vs debole”. Fa parte del racconto che i media costruiscono attorno a questi fatti, non corrisponde alla verità. Esistono certamente le donne forti, capaci di sfanculare un porco, e di denunciarlo immediatamente, e di difendere la propria dignità e di rinunciare alla carriera che sognavano, oppure di perseguire comunque le proprie ambizioni con la consapevolezza di ottenere meno, ma non vale per tutte. Queste donne ci sono, vivaddio. Dimenticarle, sarebbe ingiusto. Ma, se ammettiamo che esistono le spregiudicate disposte a tutto, dobbiamo ammettere anche che esistono donne altre, più fragili (intellettualmente, culturalmente, psicologicamente), non per questo meritevoli di molestie. Mi sembra demenziale dirlo, ma a quanto pare è necessario farlo.

8. Allora domani mattina chiunque si sveglia e denuncia qualcuno di molestia/abuso/stupro, con decenni di ritardo e senza nessuna prova, e va bene così! Le carriere di queste persone sono rovinate! E così le loro vite private, pensa alla moglie di Brizzi! → Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa sia una molestia, cosa un abuso, cosa uno stupro, cosa un’avance, e invece ci muoviamo in questo calderone nel quale vale un po’ tutto e il contrario di tutto. In secondo luogo, esiste un terzo protagonista in questa vicenda: l’opinione pubblica. Famelica, ansiosa di schierarsi, smaniosa di emettere condanne capitali attraverso processi sommari e sempre pronta a dare visibilità ai millantatori, o alle vittime, o alle finte vittime, o ai finti millantatori. D’altra parte, siamo cresciuti osservando arringhe televisive e siamo diventati adulti tuonando sentenze in 140 caratteri. La pubblica gogna è esistita sempre, è sempre più ingovernabile e ci siamo dentro fino al collo, tutti. È il sistema mediatico che strappa like alla nostra riprovazione, che vuole scandalizzarci e indignarci quotidianamente, indurci al dileggio nell’ignoranza dei fatti, alimentando la macchina finché ce la fa, finché non ci viene la nausea. Siamo sempre liberi di ricordare che i processi non si fanno su Facebook, né su Twitter, né su Vanity Fair.

9. Mi sembra che adesso sia proprio una moda, quella di urlare alle molestie → generalmente detto come se tutte queste donne fossero mitomani, come se per tutte la denuncia fosse solo un pretesto per attirare l’attenzione, per farsi notare, per speculare, per recuperare un’ospitata da Barbara D’Urso; è comprensibile, del resto, che la faccenda prenda questa piega macabra. Un argomento di simile urgenza e delicatezza viene affidato a Le Iene (LE IENE), e poi rimbalza per giorni da un media all’altro, mentre il minestrone di opinioni viene rifocillato dalle dichiarazioni di Nancy Brilli, Alba Parietti, Sandra Milo (!) e il confine tra consapevolezza e gossip s’assottiglia fino a svanire, delegittimando un tema cruciale, rendendolo fenomeno di costume, argomento del momento, infografica, campagna video, hashtag, fanta-femminismo, quiz: “Dimmi come molesti e ti dirò che personaggio famoso sei”. La responsabilità di tutto questo, di nuovo, non è di chi denuncia ma di chi, attorno a quelle denunce, fomenta il prurito e la morbosità del pubblico.

10. Le vere violenze sono altre. Perché nessuno si occupa delle donne che subiscono soprusi veri? → E questa è l’argomentazione più pericolosa, perché ti fa pensare davvero alle donne che vengono violentate con la forza, a quelle che vengono picchiate dai mariti, a quelle che lasciano il loro compagno e quello poi si perita di fare un falò con il loro corpo. Ti fa pensare che una donna normale, sconosciuta, qualunque, che denuncia uno stalker viene letteralmente ignorata dalle autorità, finché quello non le lancia un barile d’acido addosso, finché non le fracassa il cranio, finché non la strozza o non l’accoltela 56 volte. E queste sono tutte cose serissime e gravissime, tanto più al cospetto di una qualsivoglia attricetta di serie B, che denuncia un regista che s’è fatto un raspone davanti a lei. E in effetti ci sta, sono livelli diversi, per questo non andrebbero mischiati, anche se afferiscono alla stessa sfera. Inoltre, per questa logica, dovremmo smetterla di lamentarci di qualunque cosa: “Fa freddo” — “Eh, vabbé, pensa agli esquimesi”; “Ho fame” — “Eh, vabbé, pensa ai bambini in Africa”; “Sono infelice” — “Eh, dài, pensa a chi ha una malattia incurabile”; “Mi hanno rubato l’iPhone” — “Eh, dài, pensa a chi ha ancora il Nokia”; “Vorrei una casa più grande” — “Eh, vabbé, pensa ai clochard”. È ovvio che esistano malesseri minori e malesseri maggiori. Ma sempre malesseri restano. Ognuno ha i suoi. Tra qualche settimana non si parlerà più di molestie e potremo tornare a concentrarci sui femminicidi. Non prima di aver degnamente celebrato la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulla Donne, condividendo bellissimi video, e fotografie, e poesie, e aforismi, sulle stesse bacheche dove la settimana prima abbiamo dato della bottana a questa o a quella.

In conclusione, la risposta che alcuni commentatori non colgono, è sempre nella cultura e la cultura cambia anche grazie a questi movimenti, che ci piacciano oppure no. Sono certa che nell’agenda degli argomenti femminili, per esempio, ne esistano di più impellenti. Sono certa anche che, a voler parlare dei diritti delle donne, si possano interpellare esponenti più autorevoli di Mara Venier. Tuttavia, mi piace pensare che se domani avessi una figlia, e quella tra vent’anni volesse tentare la carriera di attrice (perché ha studiato, è brava, magari pure bella), potrebbe farlo senza succhiare gioielli di famiglia a destra e a manca. Senza rischiare che un produttore 40 anni più vecchio di lei le chieda di spogliarsi al primo provino (salvo che il produttore non sia Rocco Siffredi, ovviamente, nel qual caso sarebbe un altro discorso).

Mi piace pensare che anche ciò che “Tanto si sa che funziona così” può essere cambiato. D’altra parte, al mondo, alla società, succede questo.

“Perché proprio adesso?” mi ha chiesto Frecciagrossa, il mio migliore amico gay, un po’ scettico sul tema.

“Perché oggi i gay possono sposarsi e 50 anni fa non potevano farlo?” gli ho risposto.

È la storia che fa il suo corso. È la cultura che matura. Il risultato di questo battage, forse, sarà che d’ora in avanti gli uomini in posizioni di potere ci penseranno qualche volta in più, prima di molestare o abusare di qualcuno, uomo o donna che sia. E questo, a me, di per sé, pare un progresso. Possiamo discuterne i modi, ma non possiamo ignorare la potenza di questa svolta.

D’altra parte, se l’umanità si fosse storicamente limitata a “Tanto si sa che funziona così”, probabilmente vivremmo ancora con la schiavitù, la dittatura, la segregazione, i manicomi, le lampade a olio, i pozzi al posto dell’acqua corrente e le carrozze trainate dai muli.