[SessuOhhhlogismi 5] – Questione di Precocità

Mentre siete lì che vi fate ancora rosolare dagli ultimi scampoli di questa estate; mentre ve ne state incolonnati in autostrada nel traffico post-vacanziero, coi piedi sul cruscotto e la rustichella in bocca; mentre rientrate nelle vostre abitazioni e sistemate nel freezer il polpettone della mamma, pensando che proprio non volete tornare in ufficio, qui lo show must go on e noi siamo arrivati alla quinta puntata di SessuOhhhlogismi, l’empia rubrica nella quale trattiamo temi scottanti in compagnia di Ohhh.

E così, dopo aver amorevolmente discorso di limoni, preliminari, fellatio e cunnilingus, avevo in programma di parlarvi di altro ma, dopo aver incontrato una mia cara amica (recentemente mollatasi con lo storico zito), che a seguito di due gin tonic ha aperto i rubinetti delle confidenze del talamo nuziale, rievocando in me sopite memorie di frustrazioni passate, ho deciso di rivedere il calendario dei nostri argomenti e affrontare questo scomodissimo tema: l’eiaculazione precoce.

Dicesi eiaculazione precoce (EP, d’ora in avanti) una disfunzione sessuale maschile che colpisce mediamente 1 uomo su 3. Straordinariamente, tuttavia, solo 1 uomo su 100 pare essere consapevole del suddetto disturbo e solo 1 su 300 fa qualcosa per porvi rimedio.

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Gli altri prediligono la strategia dell’ignavia, assumendo che per noi donne non sia poi questo gran problema se i loro coiti durano meno dei loro starnuti e che, in fondo, non sia questo grande tema perché MAGARI per le donne il piacere sessuale non è così importante come per loro. Del resto l’esistenza delle zone erogene femminili è ancora assimilata al mito, l’orgasmo è incerto, apparentemente molteplice ma in qualche modo irraggiungibile, il punto G è una specie di Nessy sommerso nelle profondità della nostra femminea concavità…cosa sarà mai – nell’economia emotiva di una relazione – se l’uomo non riesce a condividere in maniera ragionevole (cioè, non stiamo parlando dei maratoneti del materasso capaci di fare “30 ore per la Fica”, bensì di una normale durata media di un rapporto) il piacere sessuale con la propria partner?

Un CASINO. Ecco cosa sarà mai. Conseguenze nefaste, saranno. Nell’emotività della donna, infatti, quando ha un partner-leprotto, si creano pericolosi meccanismi mentali, consequenziali, praticamente un percorso tortuoso di frustrazione, la cui destinazione ultima è la ricerca di emozioni altre, il risentimento, il rancore, l’insostenibile frigidità dell’essere.

Al momento dell’approccio, la donna si ritrova infatti a pensare cose come:

Uff, di nuovo, madonna non c’ho voglia. Eddai smettila di appoggiarti. Però boh, quasi, quasi…No ma tanto lo so già come finisce. Sì, ok, va bene, te la do. Spero tu ti sia fatto una sega nelle ultime 12 ore…vabbé che peggio dell’altra volta non può andare. Almeno però pensa agli attentati terroristici, all’imminente inizio del Grande Fratello Vip, al surriscaldamento globale, alle malattie incurabili. Ok, ok, dai, non male, ok. Dai, non malissimo, quasi bene, dai, bene. Mh. Bene. Bene, continua. Dai, crediamoci. Magari stavolt…No, no dai. Ti scongiuro non venire. Sì. Così. Bravo. Continua. No dai, cazzo fai?! Se gemo rallenti, interrompi, salti fuori come una biscia dalla tana. Dio mio, preferisci che sbadigli? Oh no. No. Conosco quella smorfia…Sì sì, lo so, sta per succedere. Eccallà. Non ci posso credere. È SUCCESSO DI NUOVO. This is the end, my only friend, the end. Ansima, ansima, che la mamma ha fatto gli gnocchi. STRONZO! 

E, per un lasso di tempo di variabile durata, immediatamente successivo, vi detestiamo. Semplicemente. Vi detestiamo a maggior ragione se commentate la performance. Se dite che è colpa dell’orario, dello stress, della posizione, dell’emozione, dell’andamento delle piazze finanziarie. Vi detestiamo se dite che siamo noi che vi eccitiamo troppo (manco avessimo 16 anni e potessimo ancora credere a simili minchiate), che siete passionali, che la prima volta è così (come se al secondo giro dovessimo assistere a un lungometraggio, e invece sempre un trailer ci tocca). Vi detestiamo anche se non dite nulla, se tacete, perché è come se deste per scontato che ormai così è e va bene che così sia. Ma, più di tutto, vi detestiamo se iniziate a dire che vi dispiace, mentre andate in bagno a lavarvi o vi girate dall’altra parte, perché the party is over, venuti voi, venuti tutti, e nel mentre dobbiamo presumibilmente anche consolarvi (e il nostro umore non è che sia molto migliore del vostro) o raccontarvi che va bene così, che non importa, che non è un problema.

Sfatiamo un mito: CERTO CHE è UN PROBLEMA. Ovviamente è un problema. Ma non è un problema se non hai una performance da pornodivo, perché neppure io sono Selene, per l’amor del cielo. Il problema è che hai un problema, che non possiamo chiamare “problema” perché se no diventa un “problema” ancora più grosso, e fingi di non averlo. Il problema è che per me donna è assai complesso dirtelo, che è un problema. Perché non voglio offenderti, non voglio ferirti, non voglio sembrare un’amazzone che rade al suolo la tua virilità. Ma tu sappi che EVIDENTEMENTE è un problema (ed è peggiore del mio grasso, o della mia cellulite, o del mio culo floscio). EVIDENTEMENTE è un problema se tu hai finito prima ancora che io abbia iniziato. E sì, sì, parlo a te. A te che sei convinto di durare 20 minuti e ne duri 1. A te che sei convinto ti capiti una volta ogni tanto e invece l’eccezione è quando riesci a durare più di uno spot su Youtube non skippato. A te che non hai mai pensato di fare una ricerca in internet per capire come mai non riesci proprio a dominare i tuoi spermi indifferenti e strafottenti. A te che non hai mai pensato di comprarti un preservativo ritardante o una di quelle pomatine apposite perché tu, vera icona del machismo contemporaneo, non ne abbisogni di certo. A te che non ti curi del fatto che la tua partner non venga, né prima, né durante, né dopo la tua performance da Benny Hill. A te che non ne parleresti mai con un andrologo o con un altro medico. A te che innalzi un muro attorno a questo tema, con la tua compagna, invece che affrontare con lei la situazione e tenere quanto più in salute la vostra sessualità, che dev’essere condivisa e non ridursi a un pretestuoso svuotamento delle tue gonadi.

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E allora, caro 33% della popolazione maschile, mettiamola così. Mettiamola che tu stai più attento alla qualità e alla durata delle tue prestazioni, senza chiamare in causa ansie e sbattimenti, perché lo fai per il benessere tuo e delle tue partner sessuali. Se il fenomeno inizia a diventare troppo frequente, continuativo, praticamente una costante della tua vita erotica, magari prendi qualche provvedimento sensato. Nel frattempo, se hai l’inclinazione a godere il flashforward, eccoti alcuni consigli che non può farti male seguire:

  1. I preliminari. Falli. Falli e falli bene. Il sesso è – vivadio – un’esperienza ampia e assortita. La penetrazione è un ingrediente (assai importante) ma non è l’unico. Distribuisci i pesi e i tempi, offri spazio a tutto ciò che viene prima e gioca d’astuzia. Insomma, falla venire prima, usando tutti i tuoi tool. E no, stai tranqui, se hai la tendenza a essere particolarmente sollecito, non è che senza preliminari duri quanto l’esalogia di Star Wars. Non cambierà molto, stai tranqui, quindi nel dubbio falli.

2. Quando dico “tool” non mi riferisco solo alle tue mani, e al tuo apparato orale (che EVIDENTEMENTE farai bene a chiamare in causa per sopperire a eventuali, successive celerità), quanto anche alla possibilità di introdurre nel menàge dei sex toys (un benamato dildo con cui tu possa giocare, insieme a lei, e scaldarla debitamente da prima, per esempio)

3. Fai caso alle posizioni e alle pratiche che ti accelerano di più. Da sopra, da sotto, davanti, da dietro, a testa in giù come un prosciutto. Vedi tu, ma facci caso. Così saprai cosa fare per allentare e cosa fare per andare dritto al punto.

4. Quando sei lì, al quid della sporca faccenda, fai ciò che devi e fallo senza esitazioni. Nel senso che prolungare la sessione in maniera incerta, titubante, esile, come se questo potesse migliorare radicalmente gli esiti, è persino peggio. E allora se devi durare 20 secondi, durali, ma almeno durali con convinzione. Anche perché non saranno quei 10 secondi in più di mestizia che svolteranno la situazione.

5. Falla venire. Se hai finito e lei non è riuscita a seguirti, rinsavisci, pulisciti, fai ciò che devi, e poi riprendila. Afferrala, senza esitazioni, e falla venire. Gioca ancora, fallo senza timore, senza chiedere il permesso e senza farle come fosse un favore (cit). E lo so, che dopo i fuochi d’artificio tu vorresti soltanto collassare in panciolle, sudato, e dormire, o ruttare, o giocare alla play, o quello che te pare. Ma hai una donna accanto, e sarà il caso che tu faccia l’uomo, giacché come forse saprai il sesso regola moltissimo gli equilibri nella coppia e le donne DOVETE FARLE VENIRE. O almeno ci dovete provare sinceramente, con zelo e buona volontà. Senza ossessione ma con sentimento. Non so se ci siamo capiti.

Detto tutto ciò, il sesso è un affare umano, fatto di incontro, condivisione, scoperta e – naturalmente – imperfezione, lo sappiamo bene, non fraintendeteci. Ma, se nel sesso viene meno l’idea irriducibile dell’altro, del suo piacere e del suo benessere; se poniamo fine al dialogo tra i corpi, al dibattito dei sensi, allo scambio, all’interazione fatta di carne e sudori, e umori e odori, se rinunciamo a quella complicità che dalle lenzuola si estende nella vita, ebbene priviamo di poesia ed efficacia quello che dovrebbe essere il principale collante di una coppia.
O di chiunque, a vario titolo, si impegni per un po’ ad amarsi.
Per quello che è. Per quelli che siamo.
Pensateci. 
Il sermone è finito. Qui è tutto, ci riaggiorniamo a settembre con la sesta puntata di SessuOhhhlogismi!

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

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È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Amami quando

Amami quando sono stanca. Amami quando sono delusa.

Amami quando sono affranta o quando sembro sconfitta.

Amami quando sono velenosa. Amami quando sono amara e feroce.

Amami quando lacero la carne con le parole.

Amami quando sono ispida, quando sono rancorosa e quando sono aggressiva.

Amami quando sono in premestruo. E amami quando in premestruo non ci sono e sono persino più insopportabile.

Amami quando sono spocchiosa, quando sono petulante, quando sono provocatoria.

Amami quando sono insicura.

Amami quando la mia arroganza mi limita e non mi permette di vedere.

Amami quando perdo, quando fallisco, quando sono mediocre.

Amami quando la mia solitudine mi rende egoista. O il mio egoismo mi rende sola.

Amami quando ho voglia di litigare e non ho nessuno con cui farlo.

Amami quando non vado in palestra, quando non accendo i fornelli per mesi, quando non dormo, quando fumo troppo, quando il cesto della biancheria deve rovesciarsi perché io faccia una lavatrice.

Amami quando voglio che le cose si facciano sempre come dico io. E amami anche quando giro la frittata per avere ragione. Amami quando pianifico e quando metto fretta, perché la vita è una e il tempo è il bene più prezioso.

Amami quando mi lamento.

Amami quando mi rode il culo e mi inalbero.

Amami quando mi sento frustrata.

Amami quando sono dura perché la fragilità è un lusso che non posso concedermi.

Amami quando ho paura del futuro.

Amami quando mi concentro su ciò che mi manca e non su ciò che ho.

Amami quando sono intollerante e quando faccio fatica ad adattarmi.

Amami quando, alla fine, non mi adatto.

Amami quando sono spietata. Amami quando ho i sensi sensi di colpa.

Amami quando piango e non so bene perché.

Amami quando non ho più il fisico di una 18enne, io che il fisico di una 18enne non l’ho avuto manco a 18 anni.

Amami quando non sorrido più e quando fisso il vuoto pensando troppo.

Amami quando amabile non sono. Quando nessun altro al mondo potrebbe farlo. In quei momenti in cui nemmeno io lo faccio. Come un pazzo visionario e tenace, amami.

Amami quando amarmi è difficile, perché è lì che l’amore si dimostra.

Perché è troppo facile amarmi quando sono bella, brillante, sicura, soddisfatta, disinibita, equilibrata, sana e in forma. E sì, mi impegno a volte per essere tutte queste cose, ma non riesco a esserle sempre. Alcune, non ci riesco mai.

Amami quando non so fidarmi. Amami quando non credo.

Amami come persona prima che come donna.

Amami senza sentirti obbligato a comprendermi sempre.

Amami senza smettere di rispettarmi mai.

E scusami se ti chiedo di amarmi per primo, so che non dovrei. So che in amore si da, oltre a ricevere. So che prima di preoccuparmi di essere amata, dovrei preoccuparmi di saper amare. Ma ti chiedo lo stesso di amarmi per primo, per essermi da esempio, per insegnarmi a farlo, o per imparare insieme come si fa. Anche se sono adulta. Anche se dovrei già saperlo. Anche se le mie amiche si sposano mentre io ancora non ho imparato a portare un pacchetto di fazzolettini sempre in borsa.

Amami in questo modo qui e io ti seguirò a ruota. Ti seguirò senza esitazioni. Mi avventurerò tra i tuoi difetti, i tuoi limiti e le tue miserie. Supererò le mie ritrosie. Ti sarò grata sempre. Anche quando ti desidererò di meno. Anche quando saremo normali. Anche quando sarai banale. Anche quando sarò una di quelle che non voglio diventare. Anche quando inizieremo ad annoiarci e per la prima volta non ne avrò paura. Per la prima volta mi sembrerà naturale. Per la prima volta avrò voglia di viverla, quella noia.

Amami quando le spine sembrano più dei petali. Ma in realtà è soltanto che la primavera deve ancora venire. E con le stagioni non ci si capisce più un cazzo. E non si mai quando arriverà, la primavera.

Anche se siamo in estate.

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Single per Scelta?

Una delle domande che, in qualità di single, mi mette più in difficoltà ricevere è: “Sei single per scelta?“. All’apparenza non potrebbe che trattarsi di domanda retorica che a volte allude al fatto che tu sia single per volere di terzi in quanto affetta da qualche particolare forma di repellenza antropologica o biologica (tipo che soffri di reflusso e c’hai il fiato che manco lo zolfo sulfureo, oppure che sei una centrifuga-palle cronica, oppure che sei un cesso). Altre volte, invece, l’interlocutore s’aspetta che tu debba vomitare con disinvoltura, insieme alle tue interiora emotive, iddio sa quale illuminante verità sociale.

Ogni volta che la suddetta questione mi si pone, io vado in screen saver per qualche secondo, sulla mia faccia compaiono i pesciolini di Windows 98 e provo a pensare una risposta intelligente a una domanda demenziale.

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Perché, in verità, cosa significa essere single per scelta? Significa che ho gruppi organizzati di spasimanti respinti che ciclicamente avanzano proposte nei riguardi della mia persona? Significa che, al contrario, vorrei tantissimo un cavaliere templare al mio fianco ma purtroppo il mio Sacro Graal non è abbastanza sacro? Significa che ho condotto un’accurata swot analysis della condizione di single, preferendola alla condizione di accoppiata? Che sono troppo cazzuta? Che sono sfigata? E poi perché me lo chiedi in quel modo, come se fossi una dissidente, la no global del sentimento, la no tav del materasso?

No. Non mi sono mai svegliata una mattina dicendo:”Bene, io da oggi voglio essere single forevvah”.

No. Non sono circondata da scapoli favolosi che pendono dalle mie piccole labbra e che io respingo in qualità di amazzone metropolitana.

Sì. Ho naturalmente fatto un’accurata swot analysis della condizione di single, perlustrandone i pro e i contro.

No. Non sono single per scelta di qualcun altro. Non sono stata mollata di recente, non esiste uomo con cui io brami costruire due-cuori-e-una-capanna che insensibilmente mi rifiuti in favore di una cubista slava.

No. Non sono sfortunata. Penso che le nostre vite sentimentali siano frutto delle scelte che facciamo o che non abbiamo il coraggio di fare, più che della fortuna. Penso che siamo noi che decidiamo cosa procurarci, anche senza accorgercene. Penso che in amore esistano sia i rimorsi che i rimpianti e, più si cresce, più quelli si mischiano, e dipanare le matasse diventa un casino.

Tuttavia, no, non ho scelto di essere single.

Non ho scelto di NON avere mai un accompagnatore in qualsiasi situazione pubblica, dal matrimonio dell’ennesima amica alla serata di capodanno.

Non ho scelto di NON avere una famiglia e dei figli.

Non ho scelto di NON amare nessuno e di non essere amata in quel modo così socialmente auspicabile e rassicurante, come in una monogama coppia eterosessuale, anagraficamente allineata.

Non ho scelto di NON dare ai miei genitori la tranquillità di sapere che ho un gesuccristo accanto con cui spartire problemi e gioie.

Non ho scelto nulla di tutto questo.

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Ho scelto altro.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che non mi rispetti.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che io non rispetto.

Ho scelto di scoprire il valore della mia libertà.

Ho scelto di non essere sessualmente insoddisfatta.

Ho scelto di non dire bugie. E di non ascoltarle.

Ho scelto di sporcarmi i piedi con la polvere, invece che nasconderla sotto al tappeto.

Ho scelto di guardare in faccia la solitudine per capire che è senz’altro migliore di un uomo sbagliato.

Ho scelto di non essere verbalmente violenta.

Ho scelto di non annoiarmi.

Ho scelto di non simulare. Né l’amore, né l’orgasmo.

Ho scelto di non essere parte di una coppia infelice.

Ho scelto di non essere vittima.

Ho scelto di non essere carnefice.

Ho scelto di affrontare i miei demoni e di scoprire i miei limiti.

Ho scelto di essere quella che sono.

E, nel più profondo della mia vagina, resta il fatto che un giorno mi piacerebbe essere co-autrice di una storia. Sana. Adulta. Consapevole. Normale.

A tratti felice.

Coppie Indipendenti

Pare che la realtà che vediamo non esista in sé o che, per meglio dire, non sia mai completa. Si tratta sempre di una percezione parziale influenzata da filtri cognitivi che inconsciamente applichiamo al mondo fenomenico ed emotivo nel quale ci muoviamo. Bene. Quando sei single uno dei filtri cognitivi che applichi più spesso a qualunque cosa, dalla cottura dell’arrosto alla situazione politica italiana è: “Sono tutti accoppiati, cristodiddio”.

Non ci avevi mai fatto caso, in effetti, finché avevi avuto un baldo giovine al tuo fianco. Poi, d’emblée, la rivelazione. Il 90% dei tuoi amici ha una relazione stabile. Infelice, forse, ma ce l’ha. Del restante 10%, il 9 ha comunque un qualche tipo di legame sentimental-sessuale. Poi c’è quell’1% che, in parole povere, sei tu, che non solo non hai una relazione sana e matura, non hai nemmeno un rapporto infantile e autolesionista fondato su qualche cronica insicurezza, nemmeno uno stronzo per cui patire, nemmeno un indomito amante con cui illuderti di avere qualcosa di più. Niente. Nulla. Zero periodico.

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Questa curiosa circostanza assume tonalità grottesche quando ti succede, ad esempio, di rivedere un tizio di cui avevi dimenticato l’esistenza, uno sfigato con attestato di fallimento, un cesso che in confronto il peggior bagno della Scozia di Marc Renton è più invitante, uno che non gliela daresti nemmeno se sulla Terra fossero rimasti soltanto lui e Jonathan del Grande Fratello, supponente e volgare, ecco uno così, FIDANZATO. Roba che prenderesti la sua ragazza, la legheresti a una sedia e le faresti ascoltare in loop Marco Masini che strilla “Perché lo fai, disperata ragazza mia”

Due minuti e realizzi che tutti gli uomini più repellenti, tutti i più improbabili, tutti i più insulsi, tutti quelli che fino ai 29 anni la donna più nuda che avevano visto era stata Tania di Retecapri alle 3 di notte, ecco tutti hanno una vagina accanto. E’ come se esistesse una specie di parabola esistenziale, se fosse un film di Scorsese si chiamerebbe “Quei bravi Inchiavabili“, per cui a un certo punto tutti i peni, residuali e non, riescono ad accoppiarsi.

Se sul fronte maschile ciò accade in risposta a un istinto primario e primordiale (scopare), per cui avere una “custodia per il pene” (cit.) accanto è comunque più comodo che non averla, sul fronte femminile la questione è – tanto per cambiare – più complessa ed è sostanzialmente imputabile all’azione combinata di due elementi:

1. L’orologio biologico (che io farei fare la roulette russa a tutti quelli che usano l’espressione “orologio biologico”, però tant’è, di quello si tratta)

2. Il peso sociale della singletudine in quella fase della vita compresa tra i 25 e i 35 anni.

Perché sia chiaro, essere single sarebbe anche una figata yeah-yeah-yeah, se il mondo fosse composto da single. Sarebbe una specie di enorme buffet sessuale, con dessert emotivi a scelta e flut di dionisiaco nettare ad accompagnare il simposio. La realtà, va da sé, è un’altra. E, se sei single (e sì, se non sei una topa atomica ma non è che tutte possiamo essere tope atomiche), ecco, la storia è diversa. La storia è che i peni sono opzionati, come gli ombrelloni al mare il 15 agosto: tutti presi, pure quelli in sesta fila. Quindi devi rosicchiarti l’appoggino, l’ombrellone sbilenco con disagi mentali, oppure quello che dalle 20 alle 9 del giorno dopo sparisce perché è a casa da moglie e figli. Come se non bastasse, più ti approssimi ai 30 e più essere single significa vivere da outsider in un tessuto sociale improntato alla dimensione di coppia, piuttosto che a quella indivuale. Il celeberrimo carosello di fidanzamenti ufficiali, matrimoni, uscite a coppie, vacanze a coppie, umorismo a coppie, sticazzi a coppie e via discorrendo.

Poco conta, poi, che secondo l’ISTAT, nel 2013 una famiglia italiana su 3 sia composta da una sola persona (che cazzo di famiglia è, poi, la famiglia monoporzione, me lo devono spiegare). Quando hai circa 30 anni, sei single e le tue compagne delle scuole elementari aggiornano la profile pic di Facebook pubblicando un’effige che le ritrae all’apice del loro fulgore in abito da sposa con consorte accanto (diobbuono), non riesci a non notare la differenza tra te e loro.

Però. C’è un però, amiche vagine.

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Quando ci pesa essere single in un mondo che risponde all’imperativo categorico all’accoppiamento feroce, non dobbiamo metterci con uno la cui presenza causa secchezza immediata delle cavità femminee, pur di non sentirci sole. No. Dobbiamo essere creative. Usare il pensiero laterale. Addivenire a soluzioni alternative. Per esempio: gli amici froci, che sono stati creati da Dio proprio per soccorrere le vagine single nelle situazioni sociali.

Prendi me e Frecciagrossa.

Quando la scorsa estate lui ha iniziato a presentarmi a tutti come “sua moglie”, mi sono opposta. Poi, un altro semestre di cene in compagnia seduta a capotavola, da buona single, mi ha convinta. Va bene. Siamo moglie e marito. Va bene. Sua madre è mia suocera. Suo fratello, mio cognato. Siamo una coppia bellissima. Una volta gli ho persino detto: “Se ti do un figlio, mi mantieni?”. In una casa bella grande, naturalmente, in cui lui possa incontrare i suoi 5 amanti alla settimana e io i miei 3 all’anno.

Che a ben vedere, io e Frecciagrossa ci conosciamo che è una vita e abbiamo una relazione che è una case history di successo da insegnare ai Master Executive in Friendship. Dopo 15 anni non siamo ancora diventati un caso di cronaca nera, del tipo “Vagina grassa trovata morta, attesi risultati autopsia per confermare ipotesi avvelenamento” oppure “Cadavere di frocio bianco ritrovato su marciapiede dopo volo sospetto di 8 piani”. Eppure abbiamo litigato un pacco di volte e ce ne siamo dette di ogni: che è un esagitato, che mi stressa, che sono una stronza, che è un rompicojoni, che non ho pazienza, che è permaloso, che sono nazista. Il tutto condito da vari “Scusa, per piacere, posso finire?” – “Io non ti ho interrotta quindi ora mi lasci parlare!” – “Sì ma io non sto alzando la voce quindi non vedo perché debba alzarla tu!“. Perchè, a onor del vero, bisogna dire che da giovani urlavamo come Condor delle Ande durante questi scambi, cose che nemmeno il pubblico di Uomini e Donne. Poi, crescendo, abbiamo perso in chiassosità e abbiamo guadagnato in acidità.

Eppure, in ciascuna delle nostre discussioni, ci siamo ascoltati, ci siamo capiti, ci siamo chiariti, abbiamo aggiunto un pezzo in più e, alla fine: ci conosciamo alla perfezione, ci stimiamo assai, ci fidiamo l’uno dell’altra, sappiamo ridere da stare male, parlare di cose serie, essere un reciproco riferimento nei momenti di difficoltà, conosciamo dell’altro vizi e virtù e ne intuiamo lo stato d’animo da una sillaba. Lui piace ai miei, io piaccio ai suoi. Insomma, chevvoi di più? Ok, non scopiamo. Ma quante coppie hanno una sessualità inesistente o patetica? Noi, invece, abbiamo un rapporto aperto in cui lui può andare a maschi senza nemmeno nascondersi e, per contro,  mi incita a intrattenere relazioni porno-romantiche con aitanti uomini di colore. Praticamente il marito perfetto con cui condividere un rapporto autenticamente votato al reciproco e incondizionato appagamento.

Che ci manca a noi? Gnente!

Siamo una coppia indipendente e uguale a tutte le altre.

L’unica differenza che c’è, è che, nel nostro caso, tra moglie e marito, invece del dito, non bisogna mettere il dildo. Che finiremmo col litigarcelo.

Sono Single. E allora?

Sono stata ad Amsterdam.

Ci sono stata per la quinta volta, che detta così paro una tossica ma garantisco di non esserlo. E’ che io Amsterdam la amo proprio. Amo la serenità dei suoi quartieri residenziali, la civiltà dei ragazzi seduti lungo i canali a bere birra, i campanelli delle biciclette, il verde, l’aria fresca, i suoi 23 gradi a luglio. Amo il caos della Damrak, i souvenir e i fish&chips. Amo il mercato dei fiori, le case storte, la terrazza del Grasshopper e tutte le vie strette del Red Light District che iniziano proprio di lì. Amo scendere nei bassifondi dell’umanità, a raschiare la bestialità dei puttanieri e delle mignotte. Amo i sexy shop, amo guardare e curiosare, amo soffermarmi sui volti della gente – soprattutto quella brutta – e sì, naturalmente, amo anche l’erba di Amsterdam.

La prima volta ci sono stata a 20 anni, nel 2006, con Frecciagrossa e una mia amica dell’università. Fu un’esperienza epica, una di quelle robe che ti fanno pensare “Cazzo, sono al posto giusto nel momento giusto“. Poi ho deciso che Amsterdam era il posto giusto anche per i 22 anni. E per i 23. E per i 27. E credo che resterà il posto giusto per molte altre età.

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E c’è un’altra cosa a questo proposito.

C’è che questa era la mia prima effettiva vacanza da quando sono tornata single.E non sono partita, come poteva essere apparentemente più logico, con 2 o 3 amiche parimenti single e auspicabilmente infoiate. No. Sono partita con 2 coppie. Io e due coppie. E d è stata una vacanza importante. E’ stato un weekend politico. E’ stata la prima autentica e ufficiale dimostrazione, per me stessa e per la collettività, del mio essere individuale, del mio affrontare la vita da sola, se necessario, nel bello e nel brutto. E’ stata la dimostrazione che ho smesso di cristallizzare la mia esistenza nell’attesa di un pene che mi porti la valigia: sticazzi, me la porto da sola e va bene così. La mia vita è ora. La mia gioventù è ora (e si consuma rapidamente quanto un rapporto sessuale con un eiaculatore precoce), e non ho più voglia di perderla aspettando so io che cazzo.

Sono single, e allora? Cosa mi può succedere di tremendo? Di non stringere una mano mentre passeggio per la strada in vacanza? Di non avere qualcuno seduto affianco mentre facciamo il giro dei canali alle 3 di pomeriggio sotto effetto di spacecake? Nulla in confronto a quando trovo uno scarafaggio in casa e devo ucciderlo da sola.

Essere single non è una colpa. Non è uno stigma, né una menomazione. Per questo era giusto partire, anche da sola.

E per questo sono partita. Sono partita con le mie più care amiche (e i loro uomini), che sono cresciute, che sono più pacificate, che hanno risolto i nodi delle loro personalità e io probabilmente ho risolto i miei, o li sto risolvendo, non lo so, ma di sicuro non abbiamo più bisogno di metterci in posa, tra noi, perché ci conosciamo di brutto, come solo chi si conosce da quando ancora si usavano le camicie grunge a quadri e si avevano i monocigli al posto delle sopracciglia, può conoscersi. Ecco, noi ci conosciamo in quel modo lì. E stiamo crescendo, in maniera diversa, ma stiamo crescendo. E io le ho osservate tanto. Ho visto tutto quello che loro hanno e che io non ho. Ho visto lo spirito materno, l’indole da angelo del focolare – seppur contemporaneo e fiero – che comunque coltivano. Ho visto la pazienza e la comprensione, la vocazione a incastrarsi con i compagni. L’attenzione a quell’ingranaggio magnifico e impegnativo, che è il rapporto di coppia. Ho visto la loro femminilità manifestarsi in tante piccole attenzioni che io non ho mai avuto e, come spesso avviene, mi sono detta che se sono single c’è un perché.

Ma il punto è che, a parte tutto questo, sono stata bene. Il punto è che eravamo lì ed eravamo amici, prima di essere accoppiati e single. Eravamo amici che fumavano le erbe biologiche dell’Homegrown Fantasy e si raccontavano, e ridevano, con una calma che non c’è più quando ci si incrocia per una settimana in ferie d’estate.

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Ed ero lì, a raccontar loro che forse la mia dimensione è questa qui. Che forse non arriverà mai l’uomo per me e che la mia vita dovrà essere bella e dignitosa lo stesso e che per questo gioco ai dadi con me stessa, sfruttando tutta la libertà che la solitudine mi concede.

E che no, non voglio una relazione pur di averla, non sono capace di accontentarmi di qualcuno che non mi piaccia, ci ho provato e non ci riesco. Ma insomma, andrà come minchia deve andare. E che a star da soli, sì, certe volte si muore di paura. E che sì, certo, mi manca, un compagno, a volte. Che sì, mi sento diversa, anche se questa diversità provo ad accettarla. Che vorrei lamentarmi anche io di uno che non cambia il rotolo della carta igienica quando è finita e che non mette i calzini sporchi nella cesta della biancheria.

Ma poi, quando mi riprendo dall’ipnosi iperglicemica e paranoide, ci rifletto. E capisco che forse no. Forse non lo voglio davvero uno che non capisca la sottilissima logica sottesa all’invenzione e alla diffusione nel mondo di quell’oggetto non identificato, dai più appellato “tavoletta del cesso”. Forse se proprio lo volessi, lo avrei. Forse posso ormai accettare di averlo scelto io, in definitiva, di essere single. E di averlo scelto tutte le volte che non sono stata ciò che avrei dovuto essere, tutte le volte che mi sono innamorata di persone palesemente sbagliate con le quali non avrei potuto costruire nulla di serio. E non c’è bene. E non c’è male. E’ solo, molto banalmente, così.

Anche se, devo confessare, dopo un prolungato contatto con 2 coppie di quelle belle, intuendone tutti i limiti e tutta la complicità, sono tornata dalla città della perdizione con un insensato desiderio di innamorarmi.

Di nuovo. Semplicemente.

Come fosse possibile.

Persino per una single incallita. Come me.