Amore e NormoAmore

Recentemente mi è capitato di riflettere, complice il chiacchiericcio su Emmanuel Macron e la moglie Brigitte, sulle norme sociali dell’amore. Mi spiego: prendete una coppia qualunque, eterosessuale, anagraficamente allineata, senza grilli per la testa, in cui lui abbia un buon lavoro e porti a casa possibilmente un po’ più soldi di lei, in cui lei si occupi delle faccende domestiche un po’ più di lui; una coppia con ambizioni genitoriali, che vada in vacanza nei villaggi turistici attrezzati per le famiglie con il mini-club e la pensione completa; che ogni mese paghi la rata della macchina o del mutuo; che passi il Natale coi genitori dell’uno e Santo Stefano con i genitori dell’altro, e che a Pasquetta vada a fare la scampagnata con altre coppie di amici, altrettanto munite di prole. Nessuno, in linea di massima, storcerebbe il naso, davanti a una coppia così. Ciò che c’è poi nell’intimità di quella coppia (si amano davvero? Si rispettano? Si supportano? Comunicano? Litigano? Sono violenti verbalmente/psicologicamente/fisicamente l’uno con l’altra? Scopano? Si tradiscono? Sono felici? Si sono sposati per interesse? Lei lo sfrutta? Lui la manipola?) non è affar nostro. Non sentiamo, cioè, il bisogno di indagare, di ficcanasare, di porre in discussione la bontà della loro unione. Questo perché, molto semplicemente, sono talmente “normali” da non urtare i nostri schemi, da non richiederci un pur minimo sforzo cognitivo, da non farci ergere in maniera per lo più immediata a paladini della Resistenza Sociale ai Cambiamenti Culturali (pensate quanto reagiamo male quando Facebook cambia qualche impostazione del lay-out, per avere una misura di quanto tendiamo a prediligere lo status quo, anche a discapito di eventuali migliorie). Questo genere di amore possiamo chiamarlo NormoAmore e possiamo sintetizzare che con il NormoAmore il pubblico non ha nulla in contrario.

Senza andare troppo lontano, per chiarire quanto poco basti per sollevare obiezioni e quanto radicati siano i nostri pregiudizi, è sufficiente che uno solo degli ingredienti succitati sia assente, o abbia dosi diverse. Pensate a una coppia in cui lei sia 15 cm più alta di lui (voglio dire, l’abbiamo fatta pesare a Tom Cruise, figurati a qualunque povero gesuccristo). Pensate a una coppia in cui lei guadagni più di lui e lui si occupi delle faccende domestiche (ce le immaginiamo, le suocere, disperate al pensiero che spetti al figlio programmare la lavatrice e cucinare la cena; e sì sì, lo so che esistono coppie paritetiche, non discuto questo). Pensate alle coppie aperte. A volte, semplicemente, basta pensare alle coppie che non si trasformano in un agglomerato umano unico, che conservano cioè la propria libertà individuale, coltivando interessi personali che esulano dal microcosmo coniugale (uhm, sicuramente qui gatta ci cova! Fossi in lui/lei mi preoccuperei di questo “corso di T-E-A-T-R-O”).

Insomma, come vedete, i commenti pruriginosi fioccano assai in fretta, persino quando si rimane nel perimetro del NormoAmore. Figurarsi, poi, se ci si avventura al di fuori. Figurarsi se si persegue l’Amore in quanto tale, qualunque cosa sia, qualunque forma abbia, qualunque condizione imponga, sradicando quel rassicurante prefisso “Normo”. Quando l’Amore diventa quella spinta, quell’urgenza, quella scossa che s’alimenta nella diversità, nello scambio umano, nel flusso di esperienze condivise e raccontate, nella ricerca di qualcosa in più, nell’imperfezione, nel coraggio di oltrepassare i ranghi e viversi per il gusto di farlo. Lì, addio. Lì sì, che la vulgata può scatenarsi. E se abbiamo imparato a capire (non tutti, ma comunque si capisce più d’un tempo) che una donna può amare un’altra donna, e che un uomo può amare un altro uomo, e che possono addirittura amarsi per un lungo tratto della vita, e che possono persino costituire una famiglia (e, badate, tocca ancora dibattere in merito), ci sono molti altri amori che vengono sommariamente passati per le armi del giudizio collettivo, sottoposti alla gogna del moralismo. Se non condannati apertamente, quanto meno esposti allo scherno, alle insinuazioni, al ludibrio, alla strumentalizzazione, alla psicanalisi da bar, alla morbosità e all’ipocrisia. Penso a tutti gli amori diversi, come quelli tra persone diverse per provenienza, cultura, formazione, classe sociale, religione, colore. Penso agli amori tra persone sane e persone disabili. Penso agli amori tra persone che hanno un passato turbolento, dei vizi, delle difficoltà.

E, naturalmente, sovrani indiscussi degli amori diversi sono gli amori tra persone anagraficamente distanti. E sono proprio questi, tra tutti, a infastidirci e a esaltarci di più, dividendoci in detrattori e ultras, insofferenti e curiosi, tutti comunque interessati e intenti a esprimere la propria. Come se apparisse incomprensibile l’idea di amare qualcuno più adulto (o più giovane) di noi. Come se non fosse un tipo di amore raccontato, scritto, cantato, filmato, in tutte le epoche. Come se nessuno si fosse mai preso una cotta per la prof di italiano, o per il prof di filosofia. Come se un amore di questo tipo fosse contro-natura (che poi persone ben più illustri di noi tutti abbiano dibattuto per decenni, secoli forse, sulla confusione tra “natura” e “cultura”, rimane un fatto secondario).

E sì, certamente esistono donne che stanno con uomini più vecchi per interesse (in quei casi risponderei che, comunque, si potrebbe trattare di mutuo interesse, che il 60enne che sta con la topa di 22 anni magari non lo fa solo per la sua anima ma pure per le sue chiappe d’acciaio e per i suoi ormoni a mille); e certamente esistono uomini che stanno con donne più mature per un complesso edipico irrisolto, o per una latente omosessualità, o qualunque altra sofisticata ipotesi sia stata avanzata nei giorni scorsi su Macron. Tuttavia, esistono donne che amano uomini più maturi perché ne sono affascinate, perché l’amore è anche un fatto di complementarietà, perché trovano stimoli maggiori, più attenzione, più intuizione, meno paturnie tipiche dei millennial e, diciamolo, una passione più sfacciata per la nostra benamata virtù. Così come esistono uomini che amano donne più adulte, magari perché si sentono più rassicurati, più compresi, meno giudicati, più liberi di essere se stessi senza essere soppesati come carne da macello dalle coetanee e asfissiati dalle loro pretese.

Quali che siano le ragioni, questo tipo di Amore esiste, e non è di Serie B rispetto al NormoAmore. Spesso richiede più audacia, più forza, più responsabilità. E quelli che ne sono infastiditi, che chiamano in causa la biologia, gli ovuli e Freud, forse dovrebbero iniziare ad abituarcisi. Emmanuel e Brigitte non sono i primi e non saranno neppure gli ultimi (guardatevi intorno, io ho almeno 3 amici che vivono relazioni con donne 10 anni più grandi di loro). Non è la fantasia erotica di felliniana memoria; non è la figura archetipica della nave scuola; neppure una favola, non un simbolo politico, né un cliché romantico, né una rivendicazione sessista. È la scelta di una compagna più adulta, semplicemente. È una delle infinite alternative possibili di Amore, in un’epoca in cui ci è abbastanza chiaro che quello è eterno finché dura.

E, tutto sommato, a me (che anagraficamente parlando, con Macron, ci starei meglio di Brigitte), non dispiace lo sdoganamento di questo tipo di unione, questo passaggio da L’Era delle Pollastrelle a quella delle Galline che fanno buon brodo. E non tanto perché, come suggerito da Augias, così “c’è speranza per tutte”, quanto piuttosto perché approvo l’idea che lamore sappia riconoscersi anche senza un fine esclusivamente riproduttivo; e che la seduzione non si eserciti solo attraverso un paio di tettine sode (che comunque, sia chiaro, conservano il loro indiscusso fascino).

Tanto il NormoAmore continuerà a esistere sempre. Allora perché non smetterla di stigmatizzare tutte le altre espressioni dello stesso sentimento? Ai posteri l’ardua sentenza.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

The Walking Single

Ho letto un pezzo uscito la settimana scorsa su La27esimaOra del Corriere. Me l’ha segnalato Maria, una mia lettrice, chiedendomi cosa ne pensassi in proposito. L’articolo, scritto molto bene da Antonella Baccaro, parla di come i single vivano alla costante ricerca di una felicità (impossibile), nel falso mito adolescenziale di un “amore vero”, dividendosi in 2 categorie: i bulimici e gli anoressici. Ovverosia: quelli che accumulano relazioni in rapida successione o concomitanza e quelli che preferiscono starsene da soli, che probabilmente sono reduci da traumi infantili relazionali, o hanno ricevuto un’educazione troppo repressiva, e oggi sono nevrotici, compulsivi e hanno guardato tutte le serie di Netflix.

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Scorrendo il pezzo (il suo) ho trovato degli spunti interessanti e delle verità, talvolta amare, che caratterizzano la vita di chi non è parte di una coppia stabile, o ufficiale. Tuttavia, mentre mi addentravo nella lettura, iniziavo a sviluppare una certa perplessità, pur condividendo parte dei contenuti. Ed erano alcune parole, alcuni passaggi, quell’aria un po’ da superquark che provava a spiegare il funzionamento di questi difettati prodotti della società. Fino alla conclusione, nella quale si imputa la disgregazione delle società evolute ai meccanismi psicologici dei single interrotti, che però a volte contagiano anche gli sposati; ma anche all’emancipazione delle donne e al fatto che abbiamo deciso che il matrimonio non è più necessario e non è più il fondamento su cui edificare il nostro mondo (a parte che mi piacerebbe spiegare quanto la società ancora si aspetti che le donne si sposino e procreino, tutte, al punto da indurci un’ansia che voi non potete capire; pertanto forse questo superamento culturale dello sposalizio come status symbol, come viatico per l’accettazione sociale, è più accademico che sostanziale).

Ad ogni modo, ciò che emerge dall’articolo, è che i single sono “invisibili”, “avanzi”, “fantasmi”, “insoddisfatti”, “frustrati”, “insofferenti”, “fragili”, “ossessivi”. Non che ciò sia falso in assoluto, per carità, ma non è che siamo fatti di una materia antropologica differente rispetto agli sposati, non è che quelli non ce le hanno le loro frustrazioni, i loro irrisolti, i loro fallimenti. La differenza è che invece che tenerle per sé e condividerle con un costoso psicanalista, queste robe spesso le scaricano, le proiettano e le introiettano nel nucleo familiare.

Inoltre, se vogliamo provare a ipotizzare cosa ci sia alla base di questa disgregazione sociale, alla crisi dell’istituzione nuziale, più che parlare degli spettri che “vagano nelle coppie”, cioè noi, The Walking Single, proviamo a chiederci se gli adulti di oggi non siano forse cresciuti con un culto dell’ego dopato, all’insegna di un individualismo molto marcato, che rende più difficile praticare quella salubre e indispensabile arte del compromesso, della mediazione, tra due persone che nel 2016 condividono l’audace idea di trascorrere TUTTA LA VITA INSIEME. Possiamo forse parlare di riluttanza all’abnegazione, di instabilità emotiva, di immaturità sentimentale (che in alcuni casi è vera e propria “maleducazione”). Ma questa “deriva”, se vogliamo dare una connotazione di merito negativa a quella che è la metamorfosi dei rapporti sentimentali (enorme e palesemente in atto), interessa tutti, non solo i single.

Ed è così che ho capito cosa mi disturba dell’articolo: il fatto che si parli di “single sposati”, individui “intimamente single” ma formalmente coniugati. E si faccia una specie di minestrone, un cappello semantico sotto il quale far cadere qualunque forma di inettitudine emotiva, qualunque genere di fallimento, qualunque caricatura, semplicismo, banalità, ninfomania, infedeltà, serialità, alienazione o astinenza.

No. Mi spiace.

Se un soggetto (uomo o donna che sia) è sposato, è sposato. Non è single, nemmeno nel suo intimo. Se uno è sposato e non è all’altezza del suo ruolo, e tradisce la moglie o il marito dopo 5 minuti di matrimonio, non è un single. È un partner fedifrago. O stronzo. O indegno. O quello che ve pare. È uno che ha fatto una scelta che non è stato in grado di rispettare. È uno ignorante della propria personalità e della propria emotività. È uno che firma davanti alla legge un contratto di cui non comprende il senso. NON è un single, in alcun modo.

Il numero crescente delle separazioni è una cosa che pertiene il matrimonio, i single lasciateli in pace. Perché con tutte le loro diatribe interiori, e con tutta la loro residuale umanità periferica, i single spesso sono più coraggiosi, più forti e più coerenti di quelli che si sposano intorno ai 30 anni, in batteria, con chi capita, con chi c’è, perché così si fa, con la cerimonia in chiesa che così facciamo felice la mammà, e con la stessa consapevolezza con la quale a 10 anni avevano fatto la Prima Comunione, perché quella era l’età delle prime comunioni (non vale per tutti, naturalmente, ma per molti sì).

E, mi permetto di dire, che tra le fila di quei single “frustrati”, in quel “risvolto poco presentabile della ricerca della felicità”, ci sono persone ricche di argomenti, gagliarde, sveglie, che hanno imparato a stare da sole anche a costo di non avere una stampella sociale, il passe partout per la “normalità”. Poi sì, certo, hanno dei momenti di insoddisfazione o insofferenza. Perché, gli sposati, anche i migliori e i più integerrimi, non ce li hanno? Vogliamo forse imputare al singletudine-come-stato-d’animo (?) la crisi del matrimonio in quanto tale?

A young woman is relaxing on a sofa with a cat

O vogliamo, piuttosto, magari, iniziare a pensare che il format di etero-catto-famiglia è anacronistico e incompatibile con i tempi che viviamo? O vogliamo iniziare pensare che l’estrema sessualizzazione in cui siamo cresciuti, in cui il sesso è un valore fondamentale (e paradossalmente lo pratichiamo sempre meno, single e sposati), rende più insopportabile lo stemperamento della passione e che ciò metta inesorabilmente in discussione la monogamia sessuale, che ancora assumiamo come fondamento teorico imprescindibile della sacra famiglia, come irrinunciabile indice di amore, come espressione del reciproco rispetto? O vogliamo iniziare a renderci conto che i mariti e le mogli tradiscono, che hanno in tasca gli stessi device dei single, che sono iscritti alle stesse app e che anzi hanno dei social network appositi per chi cerca la scappatella, e che inviano foto di peni e seni tanto quanto fanno i single, se non di più? O vogliamo forse supporre che tutti quelli iscritti ad Ashley Madison fossero single in borghese? Dai su. Chiamiamo le cose col loro nome.

Per il resto è vero, i single non sono abbastanza riconosciuti dalla società sebbene, di quella società, siano forse il più contemporaneo e autentico prodotto. E non sono più o meno bravi, più o meno fighi, più o meno disgraziati dei loro coetanei accasati. Sono semplicemente un volto altro della cultura in cui viviamo che, ops, accidenti, non è più quella degli cinquanta. Ma neppure quella degli novanta. Quindi se vogliamo parlare di “società della disgregazione”, dell’instabilità (o fluidità) dei legami, parliamone, ma centriamo il punto.

E i single, questo misterioso nuovo Gender Sentimentale, lasciamoli stare. Perché il mio amico Stefano, che ha 40 anni e vive con due gatte, ed è uno scrittore, e ha un ricco palmarés di amiche with benefits ma nessuna fidanzata, nessuna donna presa in giro, nessuna promessa fatta davanti all’Iddio onnipotente e alla legge italiana, nessuna illusione dolosamente alimentata ai danni di ignara (o presunta tale) partner e/o amante; il mio amico Stefano che è un po’ misantropo, e un po’ cinico, e un po’ disilluso con la speranza latente che sì, quell’amore vero un giorno arrivi anche se forse non arriverà mai, perché poi uno si abitua a essere single, ecco lui è un single. E, del resto, nutrire quella speranza d’amore non è un crimine, né un attestato di demenza e non danneggia nessuno se ogni tanto la nutriamo. Ebbene lui, che è coerente con se stesso, quello è un single. E mi spiace, non è il peggiore uomo che esista in questa società. E mi spiace, non è lui, lo scarto. E non lo sono io. E non lo sono tutte le mie amiche single, che “non sono state scelte da nessuno” probabilmente perché non avevano come obiettivo primario nella vita quello di farsi scegliere. E non hanno nemmeno avuto una tresca con il collega di lavoro un mese prima di sposarsi. E no, nemmeno loro sono il bordo della pizza della società.

Neppure quelle che vivono una relazione dietro l’altra perché sono ossessionate dall’idea di dover per forza trovare qualcuno con cui incastrarsi, perché a star soli un po’ ci si abitua, ma un po’ ci si stanca. Perché a volte ti stanchi di rispondere che non hai nessuna novità, al mondo che non aspetta altro che tu dica che sei fidanzata. Perché a volte hai voglia di essere abbracciata da un uomo, pure dopo il coito. E neppure quelle che decidono di non uscire più dalla loro zona di comfort , perché si son fatte male, neppure quelle che decidono che nella propria vita non c’è più spazio per il compagno di un’altra. Neppure quelle sono gli “avanzi”.

Un single è una persona che risponde a sé, di sé. E la felicità, se vuole, può cercarla quanto a lungo je pare. Forse l’ottimo pezzo della Baccaro avrebbe dovuto parlare di quelle persone che continuano a cercare la felicità, anche quando sulla carta dovrebbero averla già trovata. Nel proprio partner.

Forse sono quelle che conducono alla disgregazione.

Forse i disabili emotivi vanno cercati altrove.

Forse vanno chiamati con il loro nome. Che no, non è quello di “single”.

 

Le Mamme delle Single

Esiste una domanda che assedia l’animo, nel profondo, di tutte le madri delle donne single: perché mia figlia è single? Ci sono diversi livelli di apprensione in merito, naturalmente, che tendono a variare in base alla provenienza geografica e al rango sociale, ma il pruriginoso fenomeno, in termini macro, non risparmia nessuno.

Ho riscontrato la presenza di questo lancinante dubbio anche nell’animo di mia madre, che credo conversi all’occorrenza con mia zia di questa situazione, la quale zia ha lo stesso problema in famiglia: una figlia single che, di tanto in tanto, ha qualche frequentazione non ufficiale e tendenzialmente sbagliata con qualcuno di troppo vecchio, o troppo giovane, o troppo sposato, o troppo spiantato.

Nell’evoluzione del percorso di singletudine, l’approccio genitoriale nei confronti dello status sentimentale della progenie tende a subire delle modifiche, che possiamo riassumere in:

  1. Meglio oggi che tra 5 anni, adesso passa, sei giovane, goditi la vita, pensa a te (anche nella versione nazionalpopolare “il mare è pieno di pesci” e “si chiude una porta, si apre un portone”)
  2. Tranquilla, vedrai, arriverà quando meno te l’aspetti. Non ci pensare, sei giovane.
  3. Ma certo che arriverà. Non è facile perché tu hai bisogno di una persona molto intelligente. Ma sei giovane amore.
  4. Forse dovresti uscire di più
  5. O iscriverti a un corso
  6. Eh però anche tu devi predisporti
  7. Hai mai sentito parlare della legge dell’attrazione?
  8. Forse dovresti ridurre un po’ le tue pretese
  9. Io prego che trovi una brava persona!…che poi chi pregano? Dio? Cupido? Marta Flavi?
  10.  Eeee quel ragazzo? Quello che avevi incontrato a quell’evento 3 mesi fa? L’hai più sentito?
  11. Le tue amiche si sono sistemate: convivono, si sposano e tu no…
  12. Se non lo trovi forse è perché tu non vuoi trovarlo
  13. Noi alla tua età avevamo te…
  14. Io non riesco a capire perché: non ti manca niente, sei brava, sei bella…
  15. L’amore può arrivare a tutte le età, prendi Tizio, ha incontrato Sempronia a oltre 40 anni (insomma, assodato che non ti sposerai e non figlierai, speriamo almeno che trovi qualcuno con cui giocare a Bridge a 60 ani, come dice Mika, non “anni”).

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E qualunque cosa tu dica, qualunque statistica, percentuale, probabilità, testimonianza, raffinata analisi sociologica tu possa portare per spiegare e comprovare il fatto che essere single non fa di te una disabile esistenziale, né una donna mutilata nello spirito, né un’incompiuta fallita, essa risulta in definitiva inefficace.

Aivoglia a dire che vedete che uomini single non ce ne sono, e quelli che ci sono, sono sempre single per un motivo (compreso tra l’inchiavabile e il serial fucker).

Aivoglia a dire che moltissimi uomini sono gay.

Aivoglia a dire che è difficilissimo trovare qualcuno con cui incastrarsi e che nelle grandi città è più difficile che mai.

Aivoglia a dire che tutti questi che si sposano adesso, la metà sarà divorziata tra qualche anno, non perché tu sei stronza e gliela meni, ma perché questo dicono le statistiche. Ci auguriamo che non succeda mai ai nostri amici, ma quelli che divorziano sono pur amici di qualcuno.

Aivoglia a dire che in fondo l’amore non si cerca, che l’amore capita, si presenta, si coglie, si conquista, si custodisce, si alimenta, ma non è che decidi con l’interruttore di innamorarti. E che se c’è chi lo fa, tu non ci riesci.

Aivoglia a dire che stai facendo un sacco di cose stimolanti nella tua vita. E che forse una vita può essere ricca anche senza uno che ti butta la monnezza. E che speri di trovarlo, certo, ma che non ti piace sentirti socialmente deficitaria. Perché la tua vita, così com’è, anche da sola, è gagliarda abbastanza da essere vissuta. Quindi niente apprensione, niente compassione, niente giudizio. Al massimo un sincero augurio che capiti, se è ciò che vogliamo.

Perché, in fondo, siamo tutti diversi. E non vogliamo tutti le stesse cose.

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E di queste figlie single che la vita l’affrontano da sole c’è da essere più orgogliose che altro. Di queste giovani donne che difendono le proprie opinioni e le proprie idee, che vivono delle loro passioni, che sognano ancora, che sono piene di stimoli e curiosità. che hanno personalità e non lo nascondono, che viaggiano da sole per l’Italia e l’Europa e il mondo, che conoscono persone, che sanno parlare con tutti, che hanno visto quel film, o quella serie tv, o quel libro, o quel concerto, o quell’evento. Che parlano 3 lingue. Che fanno Pole Dance. Che hanno comprato quel vestito. Che hanno sempre qualcosa da fare. Che hanno paura e che la paura la superano, da sole. E che si rialzano ogni volta, quando cadono, perché sì, cadono spesso, e i lividi se li fanno da sole. Per carità, non è che vadano portate in trionfo come Giovanna D’Arco, non fanno altro che stare al mondo e vivere la vita che hanno, che in parte hanno scelto e in parte è capitata. Esattamente come tutti.

Essere single non è un handicap. E non è nemmeno un super-potere.

E’ semplicemente una condizione – tendenzialmente mutabile – della vita.

Proprio com’è mutabile essere in coppia.

Ma tutto questo pippone sappiate che è inutile e che l’unico modo che avrete per pacificare gli animi delle vostre famiglie è portare a casa un salvifico pene disceso dall’alto dei cieli a portare la pace nel vostro cuore.

ps: e comunque epic win per mio padre, uomo di pochissime e assennate parole, che mi ha detto, ma con dolcezza, giuro: “Prima eri anche un po’ cicciona, adesso magari incontrerai più facilmente qualcuno“.

Un po’ cicciona.

Niente, lo amo.

Matrimoni da Single

Lo scorso weekend sono stata a un matrimonio in Sicilia e ho capito che la Sicilia è come un amante eccellente: appena se n’è andato hai voglia di rivederlo e di rifarci all’amore. Nello stesso modo, io ho voglia di tornare in Sicilia, di girarla e di perdermici; di avventurarmi da sola tra i suoi odori, i suoi volti e i suoi sapori; di gustarne la continua esplosione di colori, e arte, e natura.

Durante il mio breve soggiorno ho commesso tre peccati capitali (pane e panelle, arancina al burro e brioche col gelato); ho camminato per le strade della Vucciria e del centro storico di notte; ho trattenuto le lacrime per 40 minuti in chiesa mentre GuruVagina sposava il suo uomo speciale; ho fatto fitness pedalando su un pedalò, che non prendevo un pedalò dal 1999; ho riflettuto sulle potenzialità straordinarie e inespresse di quel territorio; ho pensato alla mafia; ho amato Pif.

wedding

Ma non è di questo che intendo parlarvi. Quello che voglio fare, dopo essere stata a 2 matrimoni in 3 settimane, è dirvi tutta la verità sui Matrimoni da Single. Dirvi che questa storia che ai matrimoni degli altri si ciula come manco a 20 anni, ubriache, a Ibiza, ad agosto, è falsa. Una menzogna messa in giro dalla lobby dei wedding planner capitanati da Enzo Miccio, appositamente organizzata per farci dilapidare risparmi in vestiti, accessori, cure estetiche e coiffeur come manco Lady Diana nel 1981. Tutto inutile, andateci col pantalone di Dimensione Danza ai matrimoni. Il single piacente che ti corteggia a un matrimonio è solo una leggenda metro-sentimentale, simile a quella dello spacciatore che ti regala la droga fuori da scuola. No, amiche vagine, non è vero: gli spacciatori la droga non la regalano e ai matrimoni degli altri è facilissimo NON ciulare. Gli uomini che presenziano ai matrimoni sono, 9 su 10, accoppiati/accompagnati/omosessuali, oppure single intenti a ubriacarsi con gli amici in piena sindrome “squadra di calcetto”.

Certo, se poi siete Keira Knightley, o se andate a matrimoni hippy dove si pratica il poliamore, o se la sposa ha deciso che dovete accoppiarvi con il cugino rampante e vi mette al tavolo con lui, beh, è un’altra questione (questo lo dico preventivamente per le compagne del Fronte Nazionale delle Fornicatrici Matrimoniali).

In linea generale, comunque, in tutti gli altri casi, la situazione è differente. Innanzitutto è un fatto numerico. Le donne single ai matrimoni sono molte più degli uomini single (se eliminiamo dal panel gli under18 e gli over60), e voi capirete subito se la cerimonia contempla la celebre “Possibilità Belino” dal tavolo cui siete sedute (vi basti sapere che al mio tavolo c’erano solo donne single, coppie e omosessuali). Un secondo dato rilevante è la densità di vagine uber-fiche nell’ambiente. Un terzo dato è la quantità di vagine non accompagnate presenti. Grazie a un sofisticato algoritmo sarà immediatamente chiaro se avrete qualcosa di interessante da raccontare il giorno dopo in ufficio, a parte le portate della cena e le nuance dell’abito da sposa.

Quasi sempre, non voglio deludervi, gli exit poll non sono incoraggianti. Del resto, se ci riflettete, aspettarsi di essere imbroccate a un matrimonio è come pensare di comprare l’erba dal tabacchino. Se tu vai e la chiedi, quello mica te la da, non nel negozio, non si può, è illegale. Ciò non significa, naturalmente, che non esista un mercato dell’erba né che il tabacchino stesso non la spacci in separata sede. Quel che è certo è che non te la venderà comunque mai alla luce del sole.

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Dev’essere per questo che sabato scorso, di fatto, c’erano molte vagine non accompagnate e tirate a lucido, molte delle quali avrebbero senz’altro gradito portarsi in camera un tipico souvenir locale, ma nessuna l’ha fatto. Una mia amica a un certo punto mi ha detto: “Io stasera voglio proprio fare l’amore, è mai possibile voler fare l’amore e non farlo?“. Le ho risposto di andare da un gruppetto di uomini poco più in là e di ripetere quella frase con la medesima spontaneità, ma non l’ha fatto.

Eppure la capivo e la capivo perché provavo una sensazione simile. Non che lo spirito di Milly D’Abbraccio si fosse impossessato improvvisamente di me, non che me lo aspettassi o ne avessi urgenza. E’ solo che era una notte di inizio estate in Sicilia, con la luna che si rifletteva nel golfo di Mondello, con il vento che scompigliava appena i capelli e che accarezzava continuamente le cosce con la gonna. Era solo che ero sedotta dalla regione e che la situazione faceva il resto, e poi da giovane ho visto L’Ultimo Bacio quindi ci sarà sempre un pezzetto di me che s’aspetterà di incontrare Marco Cocci al matrimonio degli amici.

Era solo che avevo vino in corpo e gamberi nello stomaco, e due persone che si amano e che avevano appena detto “sì” per tutta la vita a due passi da me, e d’un tratto mi sono scoperta vera, vestita ma nuda, in silenzio rarefatta, spoglia di qualsiasi barriera e arresa all’evidenza che l’amore c’è e che io lo voglio.

Il tutto finché la mia amica, seduta sulla terrazza di fronte al Monte Pellegrino, ha sospirato, mi ha guardata e mi ha detto: “CHE TRISTEZZA”.

E’ stato in quel momento che ho dovuto riprendere il controllo di me stessa. “Non dire cazzate”, le ho detto. “E’ che non ci sono abbastanza single”, le ho detto.

“Ne sarebbero bastati 5, in questa serata, per dare tutta un’altra piega. E tutte noi ora ci divertiremmo molto più delle accoppiate”

“Hai ragione”, mi ha risposto.

Poi ho guardato di nuovo la luna che si specchiava nel golfo di Mondello.

Davanti al Monte Pellegrino.

Seduta sulla terrazza.

E ho sospirato pensando a quanto sarebbe stato comunque assai più semplice essere Keira Knightley.

 

 

ps: forse la soluzione potrebbe essere creare una banale agenzia di wedding recruitment, insomma noleggiamoli questi single, usiamoli al posto delle bomboniere, che qualche ora di accennata poesia ce la ricorderemo molto più di 6 cucchiaini d’argento.

The Dark Side of the Single

Settimana scorsa sono andata a bere una cosa con un tipo. Era una situazione molto tranquilla, senza alcun genere di aspettativa. Lui era uno normale, più o meno simpatico, 33enne, graphic designer, sportivo e spaventosamente simile al mio ex. Abbiamo bevuto, abbiamo chiacchierato, abbiamo riso e abbiamo fumato. E, come nella migliore tradizione milanese, non ci siamo più  sentiti.

Ma il punto non è questo. Il punto è che mentre eravamo lì a bere, chiacchiarare, ridere e fumare, lui è andato al cesso ogni 30 minuti. Inevitabilmente ho pensato che  le cose erano due: o aveva precoci problemi di prostata, oppure andava a pippare cocaina come fosse Lapo Elkann al raduno mondiale dei transgender.

Che poi, sia chiaro, magari il ragazzo doveva solo evacuare e aveva una vescica grande quanto una bustina di thé, va bene. Però io ho notato questa cosa con un certo sospetto e ho pensato che, quando ti approcci a un nuovo single, specie se navigato, c’è una parte di te che si chiede sempre, in fondo, cosa ci sia di sbagliato nell’altro, cosa di bizzarro, cosa di irrisolto. E’ come se ci fosse un Dark Side of the Single che ti aspetti di scoprire da un momento all’altro, che ti fa stare all’erta, sempre sul chi-va-là, pronta a notare tutto ciò che di peculiare c’è. Perché, in fondo, hai dentro la domanda definitiva: “Perché lui è single?”

Poi mi sono chiesta cosa succederebbe se lui guardasse me con lo stesso schema mentale, con questo sguardo istituzionalmente fondato sulla diffidenza. Cosa vedrebbe?  Cosa penserebbe delle mie stranezze?

Mi sono chiesta, in altri termini, quale sarebbe il mio Dark Side, quasi convinta di non averne uno.

Alla fine ho trovato utile l’esercizio, proprio in termini cognitivi. In un certo senso, scoprire di avere un lato oscuro permette di alzare la soglia di tolleranza nei confronti degli altrui Dark SideS. Permette di pensare che forse siamo tutti strani, a nostro modo, e che i rapporti, di qualunque natura essi siano, possano ammettere delle piccole psicosi reciproche.

Per invogliarvi a fare lo stesso esperiemento, mettere a fuoco tutte le vostre bizzarrie, ho deciso di condividere quanto segue:

1. Se qualcuno mastica a bocca aperta, io impazzisco. Per me è come il gesso sulla lavagna, l’unghia sulla carta o sul vetro, per capirci. Trovo che la società sia ingiustamente tollerante nei confronti di questo diffuso malcostume e quando vivremo in Vaginocrazia, la masticazione sarà una materia di studio in tutte le scuole elementari del paese, che bisogna educarli fin da piccoli.

2. La sera mi addormento guardando documentari sui serial killer. Non lo faccio sempre, ma può capitare. Anni addietro ho vissuto un periodo di dipendenza da Carlo Lucarelli e così è iniziato tutto. Una volta ero talmente in astinenza, dopo aver spulciato i più reconditi angoli di YouTube, dopo aver visto già tutti i documentari possibili, che sono arrivata alla biografia in inglese di Pedro Alonso Lopez, serial killer colombiano. Lì ho capito che dovevo darmi una regolata.

3. Ogni volta che sono a tavola, anche al ristorante, faccio palline con la mollica del pane. Questa è una deriva autistica, suppongo. E’ un istinto irrazionale, non me ne rendo nemmeno conto: prendo la mollica e inizio a comporre palline; quando la mollica finisce, sgretolo la crosta; poi, dopo aver smerdato tutta la mia parte di tovaglia, raccolgo le mie palline e la mia crosta grattuggiata e ne faccio una montagnetta. Il tutto sotto lo sguardo di misto biasimo-incredulità dei commensali.

4. Alla sera  se non ho una bottiglietta d’acqua accanto al letto, non ho alcuna chance di addormentarmi.  A meno che io non sia ubriaca come un Mocio Vileda immerso nella tequila, naturalmente.

lucarelli

5. Se suona il citofono, a meno che io non sappia già chi è, non apro. Praticamente come una pensionata nella zona più malfamata del Bronx.

6. Se squilla il telefono di casa, a meno che io non riconosca il numero, non rispondo, perché sono sicuramente rotture di cazzo.

7. Al mattino ho 15 sveglie che suonano, alcune anche in contemporanea per garantire la stereofonia. Partono alle 7 per farmi alzare alle 8.30. Un’ora e mezza di inferno. Ogni mattina.

8. Il mio pc non si tocca. E’ totalmente escluso. Se qualcuno in casa gli si avvicina, inizio ad avere turbamenti immediati. Non per niente ma a tutto c’è un limite. Puoi scoparmi, se vuoi, ma scordati di vedere la mia cronologia!

9. Ho la tendenza ad accumulare oggetti e ritrosia a buttarli via. Non sto dicendo che farò la fine di “Sepolti in casa” di Real Time, ma è sicuramente un’area da presidiare. Per esempio, in cucina ho un Vagina d’autore, un pezzo d’arte post-pop, composto da un vaso trasparente stracolmo di inutili accendini scarichi. Ma tutti di colori diversi!

10. Sono così cronicamente single che se qualcuno dorme con me, io dormo sistematicamente dimmerda.

Ecco, il mio Dark Side per me è perfettamente normale, è consuetudine.

Tuttavia mi rendo conto che se uscissi con il mio equivalente maschile, verrei qui a scrivere un post di quando sono uscita con quello spostato di mente da TSO immediato che guardava i serial killer prima di dormire, che al mattino faceva suonare 15 sveglie per un’ora e mezza, che se ti avvicinavi a 1 metro dal suo pc dava in escandescenza perché figurati cosa non c’era sul pc di quel depravato, che poi a cena aveva passato tutto il tempo a fare palline di pane con la mollica, un disadattato proprio, per non parlare di quella storia della masticazione, ma dove ti hanno allevato? Tra i Mujaheddin del Bon Ton?!

A volte è terapeutico, guardarsi da fuori. E ora lo so, ho anche io il mio Dark Side of the Single.

Ora lo so.

Che siamo tutti strani.

La Verità è che ha un’altra

Esistono alcune leggi fondamentali che regolano la relazione tra i due sessi. Generalmente si tratta di fenomeni che non vengono codificati e spiegati in nessun Master Executive in Men/Women Management e quindi ci tocca impararli sul campo, sbatterci la testa contro e – almeno in minima parte – sedimentarli nella nostra coscienza emotiva.

Premettiamo che la seguente dissertazione è calzante sulla maggioranza dei casi, naturalmente non su tutti, quindi tutte le eccezioni che si indigneranno leggendo le seguenti generalizzazioni, si dessero pure pace. Evidentemente non parliamo di loro. Ma solo del restante 98% della popolazione virile.

viacolvento

Il primo postulato che regola la vita sentimental-sessuale dei peni è il Pilu Fissu. Teniamolo a mente, questo postulato, perché ci torneremo anche in altre occasioni. Il Pilu Fissu dice che, superata una certa età, gli uomini medi saranno accoppiati per definizione. Non importa che siano effettivamente innamorati o soddisfatti della partner prescelta. L’importante è che ne abbiano una. Un sacro contenitore all’interno del quale evacuare i propri fluidi biologici con regolarità (più o meno rada) e con il minimo sforzo cognitivo (la salvifica trombata settimanale, per intenderci). Gli uomini sono pragmatici e, per esempio, quando iniziano a lavorare non hanno poi così tanto tempo da dedicare al procacciamento di nuove prede. Conviene prenderne una e tenersela, al massimo cercare qualche liason fuori porta per mettere un po’ di pepe alla noia della relazione solida, senza comunque rinunciare a una vagina che ti cucini la cena e possibilmente ti stiri le camicie. La stessa che poi, negli anni, piaccia abbastanza alla tua mammà da meritare di incubare il tuo seme, così che tu possa adempiere all’aspettativa che la società ha su di te: la procreazione.

Collegata al postulato, la Grande Legge Universale del Pene: “Gli uomini non lasciano mai, a meno che non abbiano un’alternativa già pronta”. Anche traducibile in “Se ti lascia, ha un’altra”.

Tecnicamente è semplice, non fa una piega e la legge si fonda su un’accurata osservazione fenomenologica del comportamento sentimentale dei peni. In prima istanza, è sufficiente avere amici uomini. Quando li hai, e hai il raro privilegio di essere una loro confidente, ti accorgi di come siano capaci di trascinare le relazioni più improbabili per mesi e anni, per inerzia, per sfinimento, piuttosto massacrando la compagna per indurla a farsi lasciare ma senza in alcun modo prendere i coglioni in mano e dire “Senti belladecasa, è finita”. Non lo fanno, ça va sans dire, finché non hanno già un nuovo porto in cui approdare, un nuovo territorio da colonizzare, una nuova vagina potenzialmente sicura in cui insediarsi. Sempre per garantire l’adempimento del più basilare e naturale dei loro istinti: chiavare. A quel punto, ci va poco, passi in rassegna il tuo curriculum sentimentale e t’accorgi che la legge bene o male fila. Io, per esempio, ho sempre mollato ma tutti quelli che mi hanno lasciata andare senza troppe storie, guarda caso, a poche settimane dal mio melodrammatico “Finiamola qui” avevano già accanto una nuova concubina (che poi in genere si rivelava la donna of their lives). Che sia un caso? Dubito.

Ora, la questione, finché ne sei fuori, finché sei single, non si pone. Il problema sorge quando hai di fronte una vagina (a cui magari vuoi pure un bel po’ di bene) che, per quanto intelligente, per quanto consapevole, per quanto presente a se stessa, proprio non riesce a vedere le cose nella loro bruciante e lapalissiana evidenza: la verità è che ha un’altra. E tu devi trovare un modo delicato per dirle che mentre lei, mollata, si crocifigge disperata all’idea di non saper più stare a questo mondo senza di lui, lui si sta probabilmente bombando una circa 10 anni più giovane di lei, con un culo che ha fatto l’MBA e che parla 4 lingue, incluso il cinese.

Di fatto, uno degli errori che noi vagine facciamo più spesso in quelle situazioni, quando la terra ci manca sotto i piedi, è illuderci che loro siano come noi. E’ convincerci che gli uomini ragionino come ragioniamo noi e finiamo a fare le sartine che cuciono sui propri ex quel genere di pugnetta mentale di matrice vaginale, che un uomo non si farà mai.

No, amica mia. Non è l’insicurezza, l’incertezza, l’oppressione. Non è la paura di crescere, che l’ha fatto volare via. Non è l’ansia da prestazione. Non è la distanza. Non è il timore di non essere all’altezza della meravigliosa vita da Mulino Bianco che volevate (volevi) costruire insieme. No. E’ finita perché lui non ti amava abbastanza e perché ne ha trovata un’altra che gli tira di più. Fine della storia.

theendoflove

T’avesse amata di più, sarebbe ancora con te. T’avesse trovata ancora la migliore possibile, sarebbe con te. T’avesse voluta davvero, saresti legata a doppio spago ai suoi coglioni. Invece t’ha mollata e vai a vedere che forse c’hai solo da dire grazie alla nuova stronza di turno, che t’ha salvata da uno che in fondo continuava a stare con te più per pigrizia che per altro.

Solo perché eri il suo Pilu Fissu.

E’ brutto? Sì, lo è. Specialmente quando ci sei dentro. Specialmente quando non riesci a capacitarti del fatto che lui ti amasse assai meno di quanto lo amassi tu. Specialmente quando uno ti ha promesso mari e monti e dopo 1 mese che convivete ti molla e tu lo trovi a letto con un’altra. E no, non devi aspettare che torni da te. Non devi pensare di perdonarlo. Impacchetta la tua roba e vattene, perché forse meriti di più, che è una frase del cazzo ma purtroppo è così. Vattene, perché la vita da Mulino Bianco magari è bella ma dovete volerla in due, Antonio Banderas dev’essere molto ma molto convinto. Altrimenti è solo questione di tempo, prima o poi arriva comunque un nuovo Pilu e tu resti da sola, con un paio di marmocchi e Rosita a farti da psicanalista.

Impacchetta la tua roba e vattene.

Piangi quanto ti pare. Dormi. Stordisciti.  Chiuditi nel tuo silenzio, ascolta gli Smiths per un anno e lascia che le ferite sanguinino prima di pretendere di leccarle. E i segni che resteranno (perché resteranno) giura che non li nasconderai mai. Giura che li lascerai come monito, per ricordare chi sei e quello che vuoi. Anche se questo probabilmente vorrà dire che resterai sola, almeno per un lungo pezzo.

Infine, quando ti sentirai pronta, riapriti al mondo. Fallo con la testa e fallo con le cosce.

E nel frattempo accetta il fatto che le relazioni sono la cosa più imperfetta che ci sia.

Che non sono eterne.

Che sono solo pezzi di vita che condividiamo con alcune persone. Che per un po’ sono tutto. E poi diventano niente.

Nei casi migliori, ricordi.

Vattene, per piacere.

E buona fortuna.