Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Fatkini into a Fatworld

Le blogger ciccione americane sono più sgamate di noi italiane. Non c’è un cazzo da fare.

Una qualche mese fa s’è fotografata in lingerie, con tanto di panza fieramente ostentata e un corredo di dignitosissimi taralli che nemmeno il panificio dietro casa mia a Taranto, e ha fatto il giro del mondo, tutti l’hanno osannata per il suo ammirevole coraggio e per la sua bellezza oversize, così, senza troppe fisime. Praticamente è diventata più virale della mucca pazza e come minimo le hanno offerto un contratto in esclusiva in qualche radio o televisione nazionale, oppure è diventata testimonial di Helen Mirrow, che dev’essere la competitor US di Elena Mirò. A tal proposito vorrei fare outing su quanto segue: quando ero giovane e presuntuosa (e invero più graziosa) avevo deciso di mandare le mie foto a Elena Mirò, poi ho scoperto che mi mancavano quei 5-6 cm d’altezza per essere presa in considerazione e tutti i miei sogni di gloria nel fashion sono miseramente terminati. Siam tutte brave a fare le chiatte con 1.80 d’altezza. Brava, Elena, brava. Le vere donne siamo noi, noi che ci aumentiamo i cm sulla carta d’identità, noi che la 46 è un baluardo di chiavabilità che a volte smarriamo, noi che non siamo mai state modelle per colpa tua, che pretendevi 1.75 di altezza. Suca Elena. Suca.

Dicevamo. Ah sì. Quelle sono molto più sgamate di noi. Per esempio, mentre io ero qua a intasare il cyberspazio di pugnette mentali e fantarimedi da psico-adipe, un’altra ammerigana, fescion bloggher , cioè una cosa che io non sarò mai, s’è inventata il costume per le culone e pensate un po’ come l’ha chiamato? FATKINI.

Dico: FATKINI. Il bikini per le grasse.

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Ma allora perché non creiamo i Fat Jeans, e le Fat Shirt, e le Fat Shoes nei Fat Store, sparsi per il Fat World.

Sia chiaro, questo è un periodo dell’anno difficile, per noi ciccione, basti pensare che ci tocca sentire Ilary Blasi alla fine dello spot Golden Point sulla collezione Summer 2013 che dice una roba tipo “Ingioi ior stail“. Ecco ci manca soltanto che ci auto-flagelliamo con i Fatkini. Voglio dire, a me va bene tutto, ma innanzitutto piuttosto che mettermi un coso così addosso, uso un costume intero e faccio prima. Secondariamente, non vorrei rompere l’incantesimo, ma non è che se la trippa la copri , scompare. Non si vede più. Essa c’è. Tanto vale farla abbronzare. In terzo luogo, io vorrei che qualcuno mi spiegasse come potrei, io, presentarmi al mare a Taranto, a Marina di Lizzano, più precisamente, scendendo  gli scogli del Jamaica per piantarmi sulla mia spiaggina a riva, conciata tipo così. No, davvero.

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Piuttosto ho notato una cosa sulla quale sento il dovere di esprimere il mio plauso: la campagna di H&M in cui una fotonica Beyoncé con tanto di culo e fianchi, oppostasi al foto-ritocco, ci ricorda quanto splendida e rotonda possa essere la femminilità. Va da sé, Beyoncé è una roba oltre, ma ha molte più curve di quante se ne vedano mediamente in questo genere di campagne.

Detto ciò, io resto del mio avviso: FatKini un cazzo.

Riprendiamoci i nostri spazi. E andiamo al mare (se mai l’estate giungerà) come minchia ci pare: in topless o col burkini, basta che stamo bene e che ci godiamo le meritatissime – e già desideratissime – ferie.

Personalmente, vorrei questo.

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Lo sto guardando da ore, ipnotizzata dal motivo zebrato. Continuo a cercare di figurarmelo su una silhouette che vanti 35 kg di più.

Curvy & Proud

Questo è uno statuto illuminato per le vagine curvy, che devono convivere con le proprie curve ma in modo sano. Il decalogo seguente può essere considerato il fondamento del Curvy&Proud, il movimento che io e Zia Vagina abbiamo teorizzato tipo un mese fa a cena fuori, ingozzandoci di involtini primavera e gnocchi con gamberi e verdure. Anche gelato fritto, se devo essere onesta. E’ facile parlare di diete, con la pancia piena. E’ come gli eroinomani che dicono di smettere preparandosi l’ultima pera.

Io e Zia Vagina eravamo al nostro ristorante in quanto, come tutte le coppie che si rispettino, abbiamo il nostro ristorante, che io già lo so che quando la nostra relazione sarà finita ci passerò davanti e sarò assalita dai ricordi, e guarderò attraverso i vetri trasparenti chiedendomi se lei sia dentro, con un’altra, che tanto l’avevo sempre saputo che un giorno mi avrebbe mollata per una fichetta milanese che si veste ton sur ton.

Io e Zia Vagina abbiamo il nostro ristorante che è un fusion e zia Vagina sostiene che il proprietario sia fico e io mi trovo sempre costretta a ricordarle, con un accenno di velatissimo razzismo, che un cinese non può essere fico perché in quanto cinese ce l’ha sicuramente piccolo.

E così, dopo esserci abbottate di cibo cinese, deglutendo con incommensurabile classe un té verde che ci aiuti a digerire anche Mao Tse Tung, iniziamo a parlare del nostro bisogno di rimetterci in forma. Posto che Zia Vagina è già in forma ma ha una sottile ossessione in merito al suo fondoschiena.

Per me la situazione è più complessa. Io sono arrivata a Milano con un discreto sovrappeso di 10 kg che ho saputo raddoppiare in 4 anni e siccome lo scofanamento è progressivo e io sono troppo giovane per rassegnarmi all’idea che su un sito porno, come ho messo a fuoco qualche tempo fa, finirei nella categoria BBW, insomma, ho deciso di fare qualcosa per myself.

Graphic by Elena Arzani

Ecco di seguito il manifesto:

1. Aderire al Curvy&Proud non significa snaturarsi né conformarsi al discutibile modello di fichezza dominante

2. Essere femminili, affascinanti, arrapanti, non presuppone una taglia 40

3. Noi non vogliamo essere Melissa Satta con le bocce di Pamela Anderson. O di Melissa Satta. Noi vogliamo essere la versione migliore di noi stesse.

4. Se sei una taglia 42/44, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

5. Se sei una taglia 46 ma sei alta 1 metro e 85, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

6. Se quando ti siedi ti si formano i rotoli di varia entità sull’addome, se hai pieghette di grasso sulla schiena, se il tuo culo riempie tutto il sedile del tram/autobus/aereo low cost, se d’estate con una gonna i tuoi internocoscia si strofinano e ti si irrita la pelle e tiri giù tutte le madonne del calendario, se quando ti fanno una foto ti guardi le braccia e ti risultano oggettivamente due prosciutti, parola di Francesco Amadori, in tutti questi casi: benvenuta sorella, tu sei curvy

7. Se sei curvy, presumibilmente sei una a cui piacciono i piaceri, tra cui il mangiare. Il Curvy&Proud non esclude il cibo, magnare è bello e noi vogliamo continuare a farlo. Semplicemente vogliamo farlo in modo più razionale.

8. Le soddisfazioni ce le toglieremo, ma solo quando avrà senso, quando ne varrà la pena. Quando vorremo un pezzo di pizza, mangeremo il più buono che conosciamo e questo ci darà la gratificazione necessaria a procedere con la minchia di bresaola per gli altri giorni

9. Non mangeremo più 200 grammi di pasta a cena

10. Elimineremo il junk food per noia, per trasandatezza, per pigrizia. Niente più patatine sul divano guardando L’Isola dei Famosi e twittando con i polpastrelli unti di Più Gusto – Gusto Pomodoro.

11. Ci obbligheremo a fare 5 pasti al giorno, anche se saranno pasti indegni di tal nome, come le barrette vitasnella

12. Agli aperitivi resisteremo alle schifezze fritte

13. Il cibo da dieta fa cagare, per cui probabilmente dovremo compensare la carenza del piacere gastronomico con altri piaceri: avremo più voglia di fornicare e saremo tenute a farlo

14. Nelle situazioni sociali non dovremo ridurci come dei casi umani che ordinano solo del songino condito con del succo di limone. Noi ceneremo ma invece che scegliere le crepes con i funghi che galleggiano nella besciamella, sceglieremo una paillard con un contorno. E ci berremo sopra un bicchiere di buon vino.

15. A proposito di alcol: moderare l’alcol è faticoso tanto quanto moderare i carboidrati, e lo dice una che se non assume carboidrati ha la sensazione di non aver affatto mangiato. Però l’alcol bisogna moderarlo, non ha senso ingurgitare finocchi e cetrioli per poi scolarsi la birra da sole. Anche il vino, che fa tanto vagina evoluta single milanese indipendente, che sorseggia vino nel suo loft ascoltando Patti Smith dopo una giornata di lavoro: no. Berremo 1 volta alla settimana. E se fate aperitivi tutte le sere, abituatevi all’idea di ordinare una spremuta, tipo.

16. Se avremo desiderio autentico di qualcosa, la mangeremo. Ma dovrà essere davvero un desiderio forte, non un semplice tranello del nostro cervello obeso.

17. Dovremo andare in palestra. Questo ci farà bene di per sé e ci permetterà di combinare il nostro regime alimentare non nazista con dello sport, così da bruciare quel pezzo di pizza che ci concediamo, quel vino che beviamo con le nostre amiche, quel gelato che 1 volta a trimestre mangiamo. Insomma, lo sport ci farà bruciare i nostri ultimi scampoli di umanità

Veniamo, ora, agli obiettivi, che sono il punto cruciale.

A differenza di tutte quelle altre psicosi collettive, tipo la Dukan, il Curvy&Proud crede in obiettivi realistici e raggiungibili per vie sane. Ciò che si propone non è di rendervi delle replicanti androgine di voi stesse, schizzate e pronte a sgozzare un suino prese dai morsi della fame alle 10 del mattino. Né vogliamo che vi venga la nausea al solo pensiero di una bistecca. Né, noi vagine del Curvy&Proud vogliamo trattarci come carne in macelleria e, per questo motivo, il nostro obiettivo non sarà un peso.

Il Curvy&Proud non è una scelta quantitativa ma qualitativa.

L’obiettivo che condividiamo, almeno in questa prima fase, non è un numero di kg da perdere. Noi vogliamo essere le migliori noi stesse il ché significa che dovete fare 2 cose, prima di iniziare:

1. Trovare una vostra fotografia di 10 anni fa. Lo so, non sarà semplice. Penserete che siete cresciute, invecchiate, vi verrà il magone, se siete in premestruo siete fottute, sì, probabilissimo che vi ritroviate a piangere come delle dementi, ma è normale, inizierete a pensare a chi c’era e non c’è più, a chi amavate e non amate più, a chi vi amava e non vi ama più, e tutta una serie di cazzate vaginali. Trovata la foto (e siate brave, sceglietene una in cui state bene, in cui vi piacete), dovrete chiedervi quanti kg in meno avevate. Io, per esempio, ne avevo sicuri 10 di meno. E no, non ero magra. Ero comunque 10 kg sopra il mio peso forma. Però cazzo, erano 10 di meno!

2. Scavate negli anfratti più reconditi del vostro armadio e trovate un jeans di almeno 5 anni fa.

Ecco fatto.

Questi sono i vostri obiettivi. Rientrare in quei jeans e riassomigliare a voi stesse, in quella foto. Non dovete assomigliare a Kate Moss. Una come me non potrebbe assomigliare mai a Kate Moss, nemmeno a 1 anno dalla morte in decomposizione avanzata. Dovete assomigliare alle migliori voi. E vi sembrerete così più belle, più giovani e più magre, in quella foto. E penserete con nostalgia a quel tempo in cui vi consideravate grasse e invece erano pugnette, perché eravate fiche e non lo vedevate.

Ora siete cresciute. Ora siamo cresciute.

Ora lo vediamo. E il Curvy&Proud ci aiuterà a tendere al nostro best of.

E per la Prima Fase, è tutto.

Special thanks to Elena Arzani (www.elenaarzani.com): grafica, lettrice, vagina, amica sconosciuta che ha realizzato il logo del Curvy&Proud 

Vagine Grasse si Nasce

Nel mio ufficio, a Vaginaland, è arrivata qualche mese fa una vagina cicciona come me. E io sono stata contenta, quando l’ho vista, perché, finalmente, non sarei più stata in minoranza etnica. Roba che, se potessi, io negli annunci per le stagiste ci metterei “10 kg di sovrappeso costituiscono requisito preferenziale”. Ma poi credo che l’ArciFiga mi si rivolterebbe contro tacciandomi di discriminazione nei confronti della topa e organizzerebbe un FigaSecca Pride sotto la finestra del mio ufficio. E nun me pare il caso.

Ad ogni modo, dicevo, ero felice di questo rinforzo che la divina provvidenza aveva deciso di concedermi, per aiutarmi nel ruolo di rappresentante delle vagine cosiddette curvy. Se non fosse che, un mesetto fa, guardo la schiscia (che sarebbe il pranzo triste portato da casa e mestamente consumato sulla scrivania di fronte al computer, leggendo vanityfair.it e commentando le corna di Robert Pattinson con le colleghe vagine) di questa nuova tipa e vedo che mangiava 2 fette di tacchino e 4 pomodori pachini. E mi è presa male. E mi sono accorta, una volta ancora, neanche fosse necessario, di quanto sia dura la vita da grassa.

Anche, semplicemente, a livello semantico. Quelle come me vivono un’esistenza costellata di attributi, vezzeggiativi e diminutivi che tentano, ipocritamente, di rendere più accettabile il giudizio estetico della società.

Quando dico “quelle come me” penso a tutte quelle vagine che sono cresciute portando sulla propria pelle l’onta di aggettivi come:

Paffutella – Rotonda – Rotondetta – Cicciottella – Formosa – Formosetta – Morbida – Burrosa – Pienotta – Robusta – Grassottella

…e via così.

Ora, siccome in questa sfilza di attributi c’è qualcosa di profondamente odioso e rivoltante per le vagine, qualcosa che ci trascende e che va ben oltre tutta la razionalità e la consapevolezza dei pregi e dei difetti che possiamo avere, arriva un momento nella nostra vita in cui decidiamo di iniziare a definirci “grasse” preventivamente. Prima ancora di dover sorbire quel lungo elenco di definizioni che ci misurano col centimetro e quantificano la nostra appetibilità sulla grande bilancia della macelleria vaginale.

A quel punto, davanti a un “sono grassa” (declinato nei modi più disparati, uno dei miei evergreen è “non sento freddo, ho l’adipe che mi protegge“) – badate, detto come constatazione non come lamentela – si va socialmente incontro a uno specifico range di risposte:

“Ma che dici!!! Grossezza è mezza bellezza” –> che di solito te lo dice la zia terrona che ti ama da quando eri una polpetta di 3kg e che nutre nei tuoi confronti una latente gratitudine perché nessuno sa sublimare le sue doti culinarie come fai tu, che ogni volta che vai a pranzo a casa sua mangi come una cinghialessa.

“Non sei grassa, hai l’ossatura grossa”, anche nella variante “Non sei grassa, sei così di costituzione” –> che di solito te lo dice la Vagina Maestra, specialmente quando sei adolescente e c’ha la fissa che qualunque adolescente sia a rischio anoressia. Che, nel mio caso, sarebbe stato più facile diventare campionessa di Decathlon, che anoressica, per intenderci.

“Ma che scema” –> che di solito te lo dice una conoscente, colta alla sprovvista, che non sa bene cosa rispondere e non vuole, per un misto di solidarietà vaginale e autoconservazione, pestare merdoni su un argomento così delicato

“Tu sei bella così come sei” –> che di solito te lo dice un’amica che ti vuole tanto bene. Del resto, se Gisele Bundchen pesasse 80 kg, sarebbe bellissima lo stesso. Solo che non sarebbe Gisele Bundchen.

“Tu stai bene così, come Adele” –> che di solito te lo dice il tuo capo, il tuo cliente, il genitore di un amico, insomma qualcuno a cui non puoi rispondere come vorresti, e tendenzialmente vorresti rispondere come si risponde dalle mie parti: “ngulacitemmuert” (alla lettera: nel colon di chi è recentemente venuto a mancare nella tua famiglia) che noi tendiamo a prendercela pure con i morti, non abbiamo pietà nemmeno per quelli. Non per niente. Ma avrò almeno QUATTRO kg meno di Adele.

Tutto ciò per quanto riguarda le risposte femminili.

Esistono poi le risposte maschili, che di solito sono:

1. “Non capisci un cazzo” –> Che è quella che apprezzo di più, che oltre a rassicurarmi mi fa sentire anche un po’ redarguita, mi fa sentire molto piacente nelle mie forme da Giunone sotto cortisone e mi lascia percepire che il mio interlocutore, così spregiudicato, abbia due palle così. Che poi magari non ha, ma lì per lì, per tipo 4 minuti, posso illudermi che le abbia. Tendenzialmente, questo soggetto ha buona possibilità di segnare in porta.

2. “Ma no, Vagi, non è che sei grassa. E poi se vuoi dimagrire puoi iscriverti in palestra o fare attenzione all’alimentazione” –> Sbagliato. Questo lo dice il cazzetto che ti conosce ma non troppo, a cui non l’hai mai data e che non la disdegnerebbe, e che un po’ ci spera che tu prima o poi, nell’obnubilamento etilico possa rilassare gli adduttori e abbandonarti al suo fascino latino.

3. “Ma va, non sei grassa” –> Che di solito te lo dice quel fidanzato che sta con te perché sei chiavabile, divertente e devota, chiedendosi quante settimane ancora resisterà prima di scoparsi una pertica col culo a mandolino.

4. “Ma no, sei dimagrita” con sorriso sarcastico –> lo dice il cazzetto a cui non l’hai mai data e che sa che mai gliela darai. Presumibilmente, ello non la vuole nemmeno, perché è giusto porre il caso che uno possa non volerla, se no ci dicono che siamo sessiste e presuntuose, a non contemplare l’ipotesi che esistano cazzetti che non ci si chiaverebbero manco sotto tortura e che tra la nostra vagina e un gulag, sceglierebbero il gulag.

5. “Le tue tette stanno sempre meglio” –> che di solito me lo dice il mio storico amico Braciola, quello che si ostina a pettinarsi facendosi il crestino, fissandomi le sise.

6. “Tu sei bella obesa così come sei” –> che di solito lo dice Frecciagrossa85 che, del resto, è il mio amico finocchio.

Ma la più poetica della mia vita è stata mia nonna. 

Che quando sei una piccola grassa senti questa frase in bocca a chiunque, tutti ti dicono: “Eh, ma ora che dai lo sviluppo…”, come se tu dovessi diventare improvvisamente Kate Moss al primo ciclo mestruale. Cosa che mi ricorda altre figure retoriche tipiche della giovinezza come “gli spacciatori che ti danno la droga gratis per fartela provare” che sarà che a Taranto manco i pusher hanno lo spirito imprenditoriale, ma io non ho mai ricevuto cadeau di hashish fuori scuola, per dire.

Comunque, dicevo, la più poetica fu mia nonna che, dopo il mio “sviluppo”, a seguito del quale mi seccai un po’ ma si trattò di un effetto ottico temporaneo, mi guardò, poi guardò mia madre e le fece, nel suo dialetto:

“Chissì nò s vò azzcchnì”, o una cosa del genere. Alla lettera: questa non vuole dimagrire. Nel senso che io non ero destinata a dimagrire. Nemmeno dopo l’atteso e trepidato “sviluppo”. Questo per dire che il mio era un destino segnato, e così quello di tante altre  vagine. E per quanto cercare di cambiare sia lecito [non v’immaginate quanti buoni propositi fallimentari c’ho per settembre], la verità è che a volte grasse si nasce.

E farci pace, con questo, senza sconfinare nell’auto-indulgenza patologica, è giusto.

Specie perché fighe si può esserlo anche da grasse. Lo stesso. Se non di più.

Perché non dipende dai chili in senso stretto.

E finché non lo capiremo noi, non possiamo pretendere lo capiscano i cazzetti, la società, le aziende e quei froci impuniti degli stilisti.

La cerniera è buttana. Zara, pure.

Ho ceduto alle lusinghe dello shopping da pezzente, che è quello che si può concedere una vagina che guadagna troppo poco per vivere in una città troppo costosa.

Io lo shopping non lo faccio mai, perché vivo nell’abnegazione, perché per spendere voglio più soldi, perché è la mia personale protesta contro l’occidente, perché potrei sempre dovermi pagare una risonanza magnetica. E perché, in fondo, sono convinta che una buona dialettica possa sopperire qualche carenza nel vestiario. Mando il mio vaginismo consumistico in apnea, lo ignoro, fino al punto in cui quello torna a galla e io sono travolta da un bisogno fisiologico di spendere soldi.

Allora sono andata, spedita, da H&M. Ho passeggiato tra scaffali di indumenti usa&getta, caricandomene sul braccio una quantità sconsiderata, evitando accuratamente tutti quei capi che includevano nella propria geometria sartoriale una cerniera. Perché la cerniera è buttana, e rischia sempre di esporti al conflitto mondiale tra le tue carni e i suoi dentelli, mentre fai un hammam nel camerino, nel disperato tentativo di tirarla su.

No, io volevo che fosse uno shopping moderato e sereno. Quindi ho optato per cose comode e morbide che sposassero le mie importanti curve  senza farmi assomigliare a un manichino sessantenne di Elena Mirò. Perché c’è da dire questo, c’è da dire che se sei magra, la tua è una vita in discesa. Essere figa e trendy spendendo un cazzo, è facile. Ma se sei cicciona, e giovane, e non vuoi vestirti come la madre di 4 figli, ecco, le cose si complicano pericolosamente. Fortunatamente H&M, soprattutto in estate, è molto compiacente da questo punto di vista e incontra le esigenze delle meno fortunate, che c’hanno il culo, le zinne, qualche rotolo qua e qualche rotolo là, da occultare al meglio per preservare e perpetrare il proprio soggettivo livello di chiavabilità.

Ho raccattato una serie sconfinata di capi, tra cui alla fine ne ho scelti 5, spendendo 60 euri, ripromettendomi di svaligiare il resto tra un mese, coi saldi. Ero una vagina felice che aveva scelto 2 minigonne (elasticizzate, of course) nere. Una minigonna blu elettrico (perché ogni vagina cicciona è diversa dalle altre, perché c’è chi è cicciona a pera, c’è chi è cicciona a mela, e io che c’ho la panza e una schiena di merda, mi illudo di avere delle belle gambe e di poterle mostrare). 1 maglietta beigiolina. 1 vestito lungo da desperate housewife che però anche sticazzi, perché io quei vestiti lunghi fino ai piedi che con 2 tacchi alti ti fanno sembrare una stanga, che puoi metterli pure se non c’hai i peli fatti alla perfezione, che non ti opprimono con bottoni e cuciture e che, per di più, ti mettono in bella mostra le sise, ecco io li amo. Poi, sentendomi in colpa per la banalità dei miei colori, ho comprato un fiore per i capelli giallo fluo (per il mio rapporto con i fiori tra i capelli o sul petto, indirizzate le vostre lamentele a Carrie Bradshaw), un bracciale giallo fluo e un bracciale fucsia.

Ero una vagina in pace con se stessa e sono andata da Tezenis, a fare incetta di canotte e magliette bianche e nere, da abbinare agli indumenti usa &getta appena comprati. Ero una vagina felice

…finché non ho avuto la malaugurata idea di varcare la soglia di Zara.

Zara, per me, è come un trombamico di grandi potenzialità e pochi fatti, uno che promette ampi orizzonti di piacere e si rivela estremamente deludente. Zara è quello che ti intriga e a cui dai una possibilità all’anno, e non la sa sfruttare. Ecco cos’è Zara, per me.

Ogni volta che entro percepisco decisamente un altro livello rispetto a H&M, un usa e getta assai meglio cammuffato ed evidentemente più costoso, scaffali di roba che ben abbinata può regalare molte gioie, e mensole di scarpe esagerate e scomodissime, spesso talmente brutte e zarre da apparire irresistibili.

Ho selezionato 4 capi. Mi sono diretta al camerino e ho avuto conferma di quanto già sospettato da H&M: la crisi ha mietuto molte vittime, tra di esse le donnine che ai camerini dicevano che si poteva portar dentro massimo 5 pezzi. Evidentemente la aziende hanno scoperto che sul bilancio incide meno qualche capo trafugato che una risorsa umana. Ora che ci penso, anche sulla soglia di Benetton non ci sono più i negroni (nel senso vezzeggiativo, non razzista) che mi sorridevano quando passavo. La crisi ci sta togliendo anche le fantasie erotiche, in pratica.

Dicevo, sono entrata nel camerino, mi sono spogliata, ho provato il primo capo, che era una maglietta bianca con uno scollo a V avanti e dietro. Tecnicamente mi è entrata, ma era talmente deformata che lo scollo a V si era trasformato in un quasi-dolcevita. Sugli altri 3 capi, è stata una tragedia: non ci sono entrata dentro. Cioè, non è che io ci sia entrata e non si siano chiusi, che ancora ancora avrei potuto accettarlo. No, no. Non hanno proprio sorpassato la mia circonferenza fianchi. Il ché è stato fortemente umiliante. E man mano che la tragedia si consumava, tutto è apparso diverso, io son passata dal vedermi cheap&glam dei camerini di H&M, a vedermi  come una specie di Galletto Vallespluga cotto al vapore dai faretti alogeni e tutti i miei sogni fescion low cost si sono infranti contro la dura realtà: ZARA non è per me.

La beffa peggiore, è stato l’ultimo pantalone. Che era largo-largo e fresco-fresco, con una fantasia che pareva recuperata dai grand  foulard che si mettevano sui divani a fine anni ottanta. Quel pantalone lì, c’aveva pure la molla sui fianchi. Non avrei potuto immaginare MAI che non mi sarebbe entrato. E invece si è fermato, lo stronzo.

Allora, a me va bene tutto, va bene. Però ci sono un po’ di cose che vorrei dire a Zara. Vorrei dirle che so che tutte le mie amiche – non necessariamente filiformi – riescono a vestirsi da lei e io le ammiro, perché evidentemente hanno un talento di cui io sono sprovvista. Resta il fatto che se io sono una taglia 46 nel resto del mondo, in quella tua cazzo di L ci devo entrare. E se sono una 48, ci devo entrare lo stesso, stretta ma ci devo entrare. E se non ci entro, sei tu un’infame, che segni come L capi che sono M.

Vorrei dire a Zara che io la boccio. Boccio i suoi capi apparentemente fescion, i suoi elastici farlocchi, i suoi vestiti Made in Thailand troppo costosi per quel che valgono, boccio le sue scarpe che sono tra le più scomode che ci siano sul mercato, boccio le sue 4 macrotaglie, boccio la sua discriminazione adiposa, boccio il suo andare incontro a chi ha la conformazione fisica di Gollum ma non a chi ha il “corpo a clessidra”.

Che mi va bene tutto, ma non chiamarle L. Chiamale, chessò, XM.

E comunque, morale della favola: Zara, SUKA.