Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Tinder Chronicles 2 – Il conto da pagare

Sono uscita con il secondo tipo conosciuto su Tinder. Ci sono uscita in friendzone, o meglio, per usare un neologismo più preciso, coniato da un mio amico a cui devo riconoscerne la paternità, in no-fuck-zone, in quanto, di fatto, non si può definire “friend” uno che conosci da 5 minuti.

Il concetto di base resta comunque lo stesso: non si ciula.

Glielo avevo detto anticipatamente, a Tinder2, sostenendo “sei fuori dalla mia portata”, perché questo era uno dei match più fighi mai capitati e – come vi ho già spiegato – sono in un periodo profondo e sensibile della mia vita, per cui esco solo con i belli (per lo meno se sono rimediati sulla più popolare dating app del momento).

Ci esco senza tirarmi a lucido ma rendendomi giusto presentabile e lo incontro tardo pomeriggio-ora aperitivo in modo da divincolarmi eventualmente con “Devo raggiungere gente a cena” qualora si riveli una sòla umana.

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Così non è stato, ce la siamo chiacchierata, raccontata, ho collezionato nuovo materiale umano, bevuto vino bianco fermo, abbiamo parlato di lavoro, di amicizie, di relazioni, di Tinder, di socialità milanese, di locali, di standard estetici, di chirurgia plastica, di altri date. E per me è stato come sempre un utile esercizio dialettico perché, naturalmente, io e Tinder2 non avevamo assolutamente un cazzo in comune, ma proprio nulla, dalla provenienza geografica, al vissuto, ai gusti musicali, alle abitudini e alla tipologia di lavoro svolto.

La serata si è rivelata non memorabile, ma piacevole, e tutto è andato liscio fino al momento in cui ho fatto una macabra scoperta, rovistando nella mia borsa: avevo dimenticato il portafogli a casa (nello zaino della palestra), cazzo.

Mi astraggo per qualche secondo, pensando che – merda – ho pure ordinato il secondo bicchiere e non ho cash, ma nemmeno carte, ma nemmeno il libretto degli assegni e così, mentre lui mi spiega che gli piacciono le tipe come Melissa Satta e io confermo che non gliela darò mai per principio, mi chiedo come gestire la situazione. Così lo interrompo su “A me piacciono filiformi, anzi no, sportive” e gli dico qualcosa tipo “Senti, è successa una cosa che mi imbarazza molto, ma mi sono appena accorta di non avere con me il portafogli, però quando usciamo se vuoi passo da casa mia che è qui vic...”.

Tinder2 mi interrompe, mi dice che naturalmente non c’è problema, che avrebbe pagato lui, ci mancherebbe. Che paga sempre lui in queste situazioni, anche quando le tipe sono (f)rigide e non simpatiche come me (che comunque sono anche carina eh, non devo dire quelle cose che gli uomini sono fuori dalla mia portata, che ho delle belle gambe lunghe e si vede anche se ho il jeans, che ho la maglia larga ma che dovrei mettere più in mostra, che tirata “come dice lui” non sono mica male, così gli rispondo che sì sì, non è che sono un mostro – infatti, non hai dei brutti lineamenti – no no, lo so, ma ho delle occhiaie pazzesche, mi fanno schifo i miei denti e ho un brutto culo – perché? – perché è piatto – eh, brutta storia – lo so, vorrei tanto avercelo il culo a mandolino, ma non ce l’ho – t’ammazzi di squat almeno? – no mi fanno male le ginocchia, faccio quelli per handicappati, con il pallone, appoggiata al muro – ah però – si vabbé, ma è una battaglia persa).

Poi torno sul topic e insisto, dico che mi spiace, che se ci rivedremo offrirò io. Lui mi tranquillizza, in maniera in verità molto carina, e da lì iniziamo a disquisire di questo spinoso argomento, pour parler, ovvero la gestione del conto da pagare tra uomini e donne, confrontando il suo punto di vista virile con il mio vaginale.

Lui mi dice che la maggior parte delle donne da per scontato che a pagare sia l’uomo e che moltissime non fanno nemmeno la parte (che sarebbe quella gag per cui tiri fuori il portafogli quando arriva il conto e dici cose come “Senti per piacere, non devi, possiamo dividere, insisto, guarda che le lotte femministe del 68, guarda che siamo emancipate, guarda che lavoriamo, abbiamo la patente e anche il diritto di voto e blablabla” alla quale lui deve tuttavia, improrogabilmente, rispondere che no, che paga lui, punto e basta e così dev’essere perché se per caso quello ha la sciagurata idea di fare 50 e 50 – a meno che non sia davvero SOLO un amico forever – a noi scende la catena in un modo che non ne avete l’idea).

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Inoltre qualsiasi estremizzazione di questa dinamica risulta ulteriormente grottesca, per esempio quelle situazioni in cui alla cassa tiri fuori il contante ed entrambi avete una banconota in mano e la porgete al ristoratore, il quale rimane interdetto, e tu gli dici “ei, ei, sono una donna evoluta, prendimi in considerazione” ma quello inevitabilmente tenderà ad accettare il pagamento dal maschio, non da te. E mentre uscite dal locale vi augurerà buona serata, sperando che per lo meno tu gli offra una fellatio di cortesia.

Insomma, forse Tinder2 ha ragione. Tendenzialmente è socialmente previsto (da noi, ma anche dal ristoratore che ci ignora mentre gli porgiamo il contante o la carta) che a pagare sia l’uomo. E questa cosa vale a prescindere dal tipo di rapporto che intercorre tra le parti, che siano una coppia, che siano amanti, che siano sconosciuti, che te la darò, che non te la darò, che non ci rivedremo mai più.

Scartabello nella memoria le mie esperienze e quelle delle mie amiche, i commenti che ho ricevuto, e per quanto mi renda conto che questa dinamica non sia particolarmente giusta, piuttosto sessista, formalmente obsoleta, antipatica persino, non ci sono cazzi, funziona così.

Chiaro è che ci deve essere equilibrio, dico, non è che una debba approfittarsene e diventare una tassa fissa a carico del povero uomo. Io sono per una divisione iniqua dei costi, del tipo 60 e 40, 70 e 30, a seconda dei casi specifici.

Però tocca ammettere che, tendenzialmente, se sei uomo è statisticamente probabile che il tuo reddito sia superiore al mio, e poi è una questione di etichetta, di cavalleria, e per lo stesso motivo per cui io non esco con te con i baffi in faccia e il pube di un orango, perché la cultura mi impone purtroppo di non essere Frida Khalo, ebbene per la stessa ragione culturale tu puoi anche offrirmi la cena (che non deve essere per forza da Cracco, ma pure dallo Zozzone della Periferia, va bene); del resto io quei soldi li ho devoluti all’estetista, o al parrucchiere, o all’ultima crema antirughe, o al mascara – hai un’idea di quanto costi un mascara? – per risultare gradevole ai tuoi sensi.

Quindi, uomini, non siate spilorci, perché la generosità è una dote che noi donne apprezziamo e il braccino è un difetto che non perdoniamo (peggiore persino del Minipeny).

Offrite e fatelo di buon grado.

Assolutamente NON accettate il fifty fifty, che è veramente cheap (immaginate Nanni Moretti che mi schiaffeggia adesso)

Al massimo, mentre la donna di turno insiste, rispondete “La prossima volta” o “Il prossimo giro”

E se quella non fa nemmeno la parte, beh valutate se vi risulta sufficientemente figa da essere a vostro carico come manco un figlio.

Per contro, voi, donne, non andate in bagno a incipriarvi il naso nel momento esatto in cui il conto arriva a tavola.

E non insistete nemmeno oltremisura se quello dice che offre lui, che diventate moleste. Accettate che offra e basta, non è attraverso il conto da pagare che passa il vostro femminismo. O se lui offre la cena, voi offrite gli amari che andate a bere dopo.

E ogni tanto, tipo 1 volta su 3, offrite voi e mettetelo in chiaro da principio “stasera offro io”.

E non accettate obiezioni.

Educateli a pensare che siamo abbastanza equilibrate da accettare che offrano loro, e da decidere quando offriamo noi.

Che dite, vi fila così?

Tinder Chronicles 1 – Il tipo da Modelle

Quando sei single da un po’, amici e conoscenti iniziano a raccontarti leggende metropolitane di amiche di amiche che sul Tinder hanno addirittura trovato l’amore. E che quindi sì, insomma, dovresti usarlo anche tu. E non importa che tu dica “no ma figurati se uno si mette con uno di Tinder, no dai ti prego, non mi va, io ste cose le ho già fatte quando erano meno mainstream, io voglio conoscere qualcuno nella vita reale e blablabla“. Quelli ti dicono che no, che devi usarlo, perché male non fa, perché puoi sempre conoscere gente nuova. Tu ci pensi un po’, rifletti sullo scorso autunno di astinenza sessuale (che hai deciso di non replicare nel 2016) e ti dici: va bene, okay, proviamo.

Così mi sono rimessa sulla piazza delle dating app e ho constatato che esse richiedono un gran dispendio di tempo che potrebbe essere destinato a più edificanti attività sociali e personali, ma che in effetti c’è un sacco di materia prima e questo è un fatto.

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Ho conosciuto un tipo, che chiameremo Tinder 1. Tinder1 ha 27 anni. Oh yes, è un under30 e capite bene che anche solo questo non poteva che indurmi a uscirci per condurre un’accurata indagine etnometodologica sulle possibilità di interazione con i millennials (dicesi millennials quelli che erano ancora minorenni quando è nato youtube, per capirci). Inoltre abbiamo un amico in comune, una persona vera, per cui la cosa assume delle sembianze molto rassicuranti, quasi familiari, nel grande apeiron delle staffette sessuali digitali.

Il Tinder1 se la cava grandemente. Prima uscita pomeridiana, un paio d’ore piacevoli, normali, tranquille. Si fa sentire nei giorni a seguire e il weekend successivo ci vediamo per aperitivo che in realtà diventa una cena. Poi lui sarebbe andato a una festa giovanilistica e io avrei raggiunto i miei amici 30enni per bere un amaro del capo in qualche locale sovraffollato sui Navigli.

A metà della cena e al secondo bicchiere di bianco so già che gliela darei senza riserve, perché lui mi fa ridere, perché è insolente ma mi fa anche una specie di tenerezza, perché sto mangiando pesce, il locale è bello, lui è bello, cioè non è Michael Fassbender ma ha delle robe che a me soggettivamente piacciono molto, da sempre, tipo essere alto, altissimo, più alto di me coi tacchi, e moro, e barbuto, attento a darmi la precedenza quando c’è da varcare una soglia e molto attento a rabboccarmi il vino (ho fatto diverse cene con alcolizzati latenti che si scolavano la bottiglia da soli, tracannando a un ritmo assai più sostenuto del mio). Il cameriere gay è innamorato di lui, evidentemente, e al tavolo accanto c’è un crogiolo di commilitone over30 che parlano di maternità e gravidanze. E io sono felice di essere lì con un bel figliolo under30 che voi non potete capire quanto. Ho anche la piega fatta e un look total black (così, per essere originali) che mi fa sentire bene. Insomma mi sento una figa a cena con un figo (non sposato/fidanzato/convivente con altra ignara donna, primo vantaggio dell’under30: esiste la possibilità concreta che sia casualmente – e non cronicamente – single). E questa cosa non mi capitava da un pezzo e me la godo anche se lui poi andrà a quella festa e io penso che anzi meglio così, almeno non gliela do e non faccio la parte della vagina facile. Tutto molto bene.

Al terzo bicchiere mi dice che darà pacco alla festa (che apprendo essere una festa con modelle, di cui una già destinata a lui, nel senso che lo aspetta proprio, perché hanno già limonato in passato, ottimo).

“Perché pacchi?”, gli chiedo con fasullissima apprensione mentre in realtà i miei ormoni stanno facendo il trenino sulle note di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

“Perché sto benissimo con te”.

Uau. Dammi il cinque.

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Nel frattempo gli arrivano whatsapp multipli da altri amici under30 che, a seguito del suo pacco alla festa con le ultrafighe, gli danno del frocio. Mi è utile notarlo per accertarmi che lui non sia un mitomane che ha inventato tutto.

Le cose procedono a quel punto in maniera eccellente e, dopo aver pasteggiato e bevuto a sufficienza, andiamo da me.

Il prosieguo è lasciato alla fantasia del lettore.

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Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le one-shot. Invece mi ha riscritto (la sera stessa, ndr) e il giorno dopo, domenica, è tornato da me, per un appassionante e appagante secondo round. Tutto molto bene.

Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le two-shots. Invece mi ha riscritto dopo poche ore che sarebbe tornato da me, di nuovo, e che insomma ne avevamo ancora voglia entrambi. Ed eravamo stati entrambi bene, senza disagi, senza sbattimenti. Tutto molto naturale, liscio, quasi normale.

Se non fosse che poi, raccontandocela su, torna sul tema modelle e mi manda il link alle foto della extreme-gnocca-deluxe che aveva mandato in bianco la sera prima. A seguire mi gira il link di un’altra gnocca, persino meglio della prima, che lui proprio vorrebbe farsi.

Io tentenno, titubo e mi chiedo: ma perché? A me cosa interessa del tuo campionario di modelline perfette con lunghi capelli setosi e sorrisi bianchissimi che manco una join venture tra Mentadent e Omino Bianco (sì, è l’invidia della fumatrice che mi fa parlare)? D’un tratto è stato come se la realtà fosse arrivata all’improvviso, tutta insieme, siamo a Milano baby, qua un milanese piacente esce con le modelle, quelle che di solito si vedono sulle riviste, sulle passerelle e affisse seminude sui palazzi. Pura pappa reale per l’ego delle donne normali, quelle che da tutta la vita s’impegnano a combattere o ad accettare i propri difetti e le proprie imperfezioni. Cose che ti mettono a tuo agio come un uomo sarebbe a suo agio a sentirsi dire “Il mio ex era il gemello genitale di Rocco Siffredi“.

In sintesi: dovrei sentirmi lusingata di aver vinto il trofeo virile per 1 notte, o forse 2, o forse 3? Le foto delle tope servono a mettere una distanza e a dirmi con una sofisticata forma di comunicazione non verbale “ei sappi che io mi trombo gnocche più gnocche di te, ma siccome sei intelligente mi sono fatto pure te“? Avrei forse dovuto dire: “Uau, facciamolo in tre!“?

Perché a me va bene che sono adulta, indipendente, mentalmente aperta e sessualmente libera, ma sono pur sempre una vagina. Inoltre, in passato, sono stata tradita (da un eunuco che amavo) con una pseudo-modella, quindi ho proprio un’idiosincrasia scoperta sul tema. Aggiungici che sono, come tutte, culturalmente programmata fin dalla più tenera età a essere insicura. E quella menata della bellezza, ommioddio, quante inutili paturnie sulla bellezza, sulla sensazione di non esserlo mai abbastanza: che siamo grasse, che siamo basse, che non abbiamo le tette, che abbiamo la cellulite, la buccia d’arancia e le smagliature, che stiamo invecchiando e DIOPECCATOMORTALEINVECCHIARE. Ettucheffai? Mi mandi le modelle.

Ho concluso dicendogli che doveva uscire con la super-figa, invece che con me, che era più giusto e più coerente così. Credo anzi di aver proprio detto “Sei un tipo da modelle“, come se fosse una categoria antropologica con la quale io non posso naturalmente avere nulla a che spartire. Non saprei dire se lo pensassi davvero, ma mi era scattata l’artiglieria autodifensiva pesante e quando lui mi ha detto “Ma sto uscendo con te”, ho proprio insistito: esci con la prossima copertina di ELLE, dai.

Comunque sono state 36 ore molto belle. Questo è un fatto.

Come è un fatto che da tutta questa storia possiamo trarre una sola grande morale: puoi anche essere una strafiga di straordinaria bellezza e, ciononostante, essere paccata di sabato sera. Succede a tutte. Anche alle modelle.

Quindi noi stiamocene tutte molto tranqui.

 

Blind Dating Rules

Siamo onesti: quando hai circa 30 anni e sei single, pur vivendo in una città con oltre 1 milione di abitanti (380.000 dei quali membri di un nucleo familiare singolo), non è semplicissimo conoscere uomini appetibili e scapoli. E badate che quando diciamo “appetibili” non stiamo pensando soltanto a Christian Bale. Stante questa oggettiva e conclamata difficoltà sociale, ho riscontrato che se dichiari di usare (o aver usato) dating app, ciò ti espone a un malcelato giudizio morale, all’occorrenza anche retroattivo, del tipo: “Se tu te li cerchi sulle app, cosa pretendi?”.

Innanzitutto, non pretendo niente. In secondo luogo: come se iscriversi a un corso di balli latino-americani o di fotografia con l’intento di imbroccare qualcuno/a sia assai meno triste che usare un’app appositamente pensata per lo scopo. O come se il mondo pullulasse di single purosangue e noi, orbe, non ce ne accorgessimo. O come se non andassimo agli eventi, alle serate, alle cene, ai concerti, come se non vivessimo nel mondo e come se non incrociassimo ogni giorno decine di persone. Per intenderci: ho sentito uomini condannare le donne che usano le app, per poi apprendere che loro avevano “conosciuto” la concubina facendo una ricerca con filtri su Facebook e aggiungendola a caso.

Io ho fatto e faccio tutt’ora un uso assai sporadico di queste app (attualmente credo di aprire Tinder 2 volte all’anno). Le uso così poco solo perché non mi hanno mai regalato incredibili gioie e mi hanno stancata assai in fretta. Ma se non fosse stato così, le avrei usate certamente di più, sconfinando probabilmente nella dipendenza (come è successo a certi miei amici omoscessciuali che invece su Grindr hanno trovato incredibili felicità).

A livello macrologico credo che le dating app abbiano un po’ peggiorato l’approccio e il rapporto uomo-donna (un po’ per quell’idea che il troppo stroppia, che l’eccesso d’offerta, che la semplicità di reperimento, che la comodità d’avercele sempre in tasca, che la fluidità di questi legami che legami non sono, perché mai si creano nodi che uniscano, ecco è come se tutto ciò ci avesse impigriti nella vita reale, ci avesse disabituati a parlare con un estraneo sul tram, per abituarci in compenso a fare sexting con uno sconosciuto su una dating app).

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In ogni caso, ne comprendo e talvolta incentivo l’utilizzo, anche solo per fasi temporanee. Perché in ogni caso le cose è giusto conoscerle, anche solo per cultura generale e per avere una percezione propria e scevra da misticismi/moralismi di questi nuovi strumenti delle relazioni interpersonali.

Così ho deciso di stilare – per chi vi si volesse avventurare – le 10 Blind Dating Rules.

  1. Rendere i blind date quanto più “unblinded” possibile. Fatevi mandare le foto. Occhio. Diffidate di chi vi manda:

– fotografie in cui indossa sempre gli occhiali da sole

– fotografie in cui non ride mai

– fotografie in bianco e nero

– fotografie con troppi filtri e un uso insensatamente smodato del contrasto e della saturazione

– fotografie troppo in posa (ti ricordo che non sei Jim Morrison)

– fotografie troppo reali (va bene la sincerità, ma la fototessera della carta di identità scattata alle macchinette in metropolitana anche no)

– fotografie in cui indossa una camicia Burberry, o i mocassini, o le Hogan, o il costume slippino bianco, ma anche qualunque logo, specialmente D&G e Armani Jeans.

2. Che non ecceda, però, nell’unblinding. Non è necessario che vi invii fotografie del suo membro virile entro i primi 10 minuti di conversazione. Per carità, comodo è comodo, così almeno capite subito se il gioco vale lo smorzacandela. Ma la verità è che la cosa sarà semplicemente spoetizzante, priva di narrazione e quasi sicuramente l’aspirante dater non sarà né affetto da ipogenitalismo clinico, né sarà la versione umana di Furia il cavallo del west. Quasi sempre egli avrà un normo-pene, talvolta bruttarello, e quindi non vi resterà altro che l’insoluta domanda: perché ha così tanta ansia di mostrarlo manco fosse una rarità?

3. Se possibile e se ne avete voglia, fatevi una chiacchiera al telefono. Lo so, è una cosa noiosa, ma è il primo vero approccio sensato. E già dalla telefonata capirete molte cose. La voce, l’accento, la risata, la prontezza ma soprattutto i contenuti espressi. L’eventuale presenza o assenza di verve costituiranno movente cruciale nella decisione di dar seguito alla cosa.

4. L’appuntamento deve necessariamente essere dopo poco tempo (non è che potete raccontarvela su per 6 mesi senza vedervi), però rigorosamente in un luogo pubblico. Che sia chiaro: evitiamo di salire sul calesse di Jack Lo Squartatore dopo 2 minuti, così come rifiutiamo di chiuderci in casa con American Psycho dopo un quarto d’ora. Poi, va da sé, se di fronte c’avete Ted Bundy, quello sarà carino, sembrerà normale, voi vi fiderete e poi v’ammazzerà lo stesso. Però cautelarsi un minimo non guasta mai, giacché non viviamo mica nel regno di Pollyanna.

5. Propedeutica rispetto al punto precedente è la ricerca preventiva delle informazioni. Potrebbe sembrare paranoico, ma non lo è. Appurate il nome, il cognome, cercatelo su Facebook e scoprite se avete amici in comune e guardate chi sono questi amici. Sono persone reali oppure sono, cazzonesò, James Franco? Googlate. Scoprite dove lavora o dove ha studiato. E fatevi due domande se questa persona secondo il colosso di Mountain View non esiste. Io prima di appartarmi faccio sempre in modo di conoscere le generalità e condividerle con qualche amico fidato, in modo che se da quella sera il mio corpo sparisce, qualcuno per lo meno sa chi denunciare.

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6. Siate sempre sul chivalà con l’aspirante dater che vi propone di vedervi troppo tardi, tipo alle 23 di mercoledì sera. Capisco che c’era il derby, capisco che hai tanti impegni,  capisco che al weekend hai di meglio da fare, capisco anche che essendoci conosciuti su una dating app tu presupponga che io abbia un disperato bisogno d’uccello. Ma non funziona esattamente così.

7. Parlare di sesso va bene, ma che si faccia con un briciolo di bon ton. Tenete presente che non l’avete ancora visto e che non vi serve farlo arrivare ultra-barzotto all’appuntamento. Che poi magari non vi piace. Un conto sono le foto, un conto è dal vivo. Magari lo vedete ed è una donna mancata. Magari lo vedete e ha la più pestilenziale fiatella del mondo. Per contro, non c’è motivo di vantarsi di essere meglio di Sasha Grey, creando in lui inusitate aspettative. Lasciate, nel caso, che lo scopra da sé, se siete le dee del sesso.

8. Per lo stesso motivo di cui sopra, poiché non l’avete mai visto, optate per un abbigliamento tranquillo. Se avrete voglia di essere sensuali lo sarete, senza arrivare bardate come una bagascia portuale. Non sto dicendo che dovete andare con i mutandoni di Zia Yetta o con un allevamento di peli secolari sulle gambe. Sto altresì dicendo che, prima di decidere di sedurlo, verificate che lui possa sedurre voi, che lui possa piacervi, al di là del nostro tipico bisogno di piacere e di sentirci rassicurate nella nostra programmatica inadeguatezza.

9. Tornando all’orario: il timing è estremamente importante nei blind date. Da uno studio accurato è emerso che la soluzione migliore è rappresentata da un aperitivo infrasettimanale post-lavoro. Se volete essere Professional Dater, anticipategli che poi forse dovrete raggiungere degli amici a cena, lasciandovi così aperta la possibilità di evadere dopo un’oretta dall’incontro, qualora esso risultasse pernicioso. Viceversa, qualora dovesse piacervi la situazione, fate sempre in tempo a dire che l’appuntamento con gli altri è saltato e che – se va a entrambi – potete mangiare una cosa insieme.

10. Infine: non date troppe informazioni troppo dettagliate su di voi. Niente dati davvero sensibili, tipo dove vivete o in quale palestra esattamente andate. Non intendo suggerire nomi falsi, come Jessica Rabbit o Mia Wallace, ma abbiate a mente che non potete mai sapere se il dater ha nel suo intimo una vocazione da stalker. Quindi, meglio mantenere un po’ le distanze, finché non vi sembrerà quanto meno una persona essenzialmente equilibrata.

L’ultimo punto vale prevalentemente per chi NON vive a Milano, città in cui una diffusa condizione di figafobia rende più moderato il rischio di incorrere in pur minime molestie di matrice virile.

Ma non si può mai dire. Quindi, amiche, siate ugualmente accorte.

E buon blind dating!

 

Vi lascio con una chicca, girata dai miei amici qualche mese fa, sulle dating app!

Pussy Giving o Pussy Keeping?

Mi è successo di recente di iniziare una specie di flirt con uno che mi piace. La cosa mi ha causato alterazioni emotive che oscillavano tra la frenesia (come se fossi una 13enne che si prepara per andare a limonare con il più fico della classe) e la paranoia più pura.

Sì, perché quando sei single da un pezzo, sei perfettamente abituata a gestire insulsi incontri con soggetti che sai già che non conteranno una beata minchia nemeno per 3 ore, nella tua vita. Ciò a cui non sei più abituata, è pensare che la persona con cui ti vedi possa piacerti. Naturalmente, non ti fai illusioni (anche se, nel frattempo, potrebbe essere che tu abbia accidentalmente pensato che il tuo nome e il suo nome insieme suonano bene) e ti ripeti frasi come: “Innanzitutto non è un appuntamento, è una cosa very easy, molto sportiva, magari diventiamo amici, sai è simpatico, una conoscenza in più” (anche se, nel frattempo, ti sei già chiesta se abbia moglie e figli segreti, in una casa nell’hinterland, a 50 km da Milano).

Quindi per carità, sicuramente non succederà nulla eh, però a ridosso del primo incontro arriva la più brutale delle questioni: dargliela o non dargliela? Perché di piacerti ti piace, lo sai già, e niente di più facile che ti venga voglia. Cosa fare a quel punto?

Chiaro è che il problema non si pone fin quando esci con semplici surrogati umani del tuo vibratore, ma sorge nel momento in cui vuoi concederti la possibilità di capire se la persona che hai di fronte possa essere qualcosa in più di una one-shot. Non il padre dei tuoi figli eh, semplicemente un rapporto multi-eiaculatorio che includa possibilmente una minima percentuale di umanità. Se poi sia meglio una one-shot oggi o una frequentazione domani, chi può dirlo.

Insomma: darla o non darla? Secondo me porta anche sfiga chiederselo, come depilarsi a priori alla perfezione, oppure avere 10 preservativi in tasca. Però, ormai, siamo adulte, c’è da chiedersele ste cose, non possiamo mica farci trovare impreparate. Dobbiamo sapere se andremo alla cattedra oppure no, quando il prof ci interrogherà.

Così mi sono consultata con il mio eterissimo amico Drugo, che mi ha dato la sua lettura della questione: “Se questo tipo ti piace: limone sì, toccata di menne sì, leccata di menne no, se no finisce che scopate. Se proprio diventa petting duro, fatti fare tu e non fare niente a lui. Comunque meglio che resti fuori dalle mutande. E prima di salutarlo gli strizzi il pacco, da sopra il jeans“.

moana

Ora, io non sono una da strategismo sentimentale e penso fermamente che se due single si piacciono e hanno voglia di andare a letto insieme, anche dopo 10 minuti, è giusto che lo facciano. Che desiderare una persona e avere l’onestà per viverla senza tabù, è un dono, non una vergogna; che se un uomo non vede più in là è un problema suo, non nostro, indipendentemente che la scelta sia il pussy giving o il pussy keeping; che se un uomo non vede più in là è semplicemente perché non gli interessa vedere più in là, e non gli sarebbe interessato comunque, nemmeno se fossimo uscite con una cintura di castità in amianto o se gliel’avessimo sbattuta in faccia a ritmo di samba.

E poi io storicamente sono una promotrice del Pussy Giving Tempestivo, appena ve la sentite, tanto vale capirlo subito se una persona ci piace a letto oppure no, senza lasciar passare tempo, senza creare inutili complicazioni sentimentali che renderanno troppo doloroso dirgli “Mi viene da piangere per quanto è minuscolo il tuo pene, peccato, andavi bene per il resto, addio”.

Pussy Giving 1 – Pussy Keeping 0, palla al centro

D’altra parte,  però, è pur vero che tutti gli uomini che hanno contato qualcosa nella mia vita non hanno mai fruito della mia virtù la prima sera. E’ pur vero che il fast sex stanca. E’ pur vero che a volte è molto più bello scoprire una persona poco per volta, come non usa più fare, invece che consumarla subito.

Pussy Keeping pareggia.

Lo ammetto, ero confusa. Così ho deciso di usare un approccio razionale e fare una lista dei pro e dei contro insiti nelle due alternative, tutti basati sui principali luoghi comuni che accompagnano i due comportamenti sociali in questione: darla o non darla, per l’appunto.

suora

PUSSY GIVING

Pro:

– ti vede per quello

che sei: una donna libera e consapevole che fa quello che vuole

– la tua consapevolezza lo seduce

– vai a letto con uno che ti piace, fenomeno che si verifica una volta ogni 2 anni bisestili

– hai qualcosa da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Contro:

– ti considera una sgualdrina

– non ti considera una sgualdrina ma ti vede come un luna park (se gli fai una buona fellatio, ti vede come Gardaland)

– consumato il coupon, sparirà

– sarai identica alle altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

– non ti sposerà mai, a meno che non sia un pene particolarmente illuminato

PUSSY KEEPING

Pro:

– non pensa che sei una sgualdrina

– si vede che sei una brava ragazza del sud

– se sparisce perché non gliela dai la prima sera, è un deficiente e lo capisci in fretta

Contro:

– pensa di non piacerti

– pensa che sei una provinciale

– pensa che sei una catto-comunista

– pensa che sei un cesso e te la tiri pure

– sparisce perché ne ha già altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

– sparisce  senza che tu ti ci sia nemmeno fatta un giro e devi aspettare i prossimi 2 anni bisestili per trovare un bel maschio che ti aggradi altrettanto

– non hai niente da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Alla fine, nel caos cognitivo, ho deciso che, semplicemente, lui avrebbe capito esattamente dove arrivare e dove fermarsi. Dove spingere e dove allentare. Che io avrei sentito cosa sarebbe stato giusto fare. Che non avrei avuto rimpianti se fosse stato Pussy Keeping. Che non avrei avuto rimorsi se fosse stato Pussy Giving.