Inventario Generazionale Maschile

Quando hai una navigata gavetta sentimentale alle spalle, hai sforato i 30 e sei formalmente single, non puoi non constatare che trovare un partner diventa sempre più complesso. Proprio in termini di “parametri di ricerca” intendo, che naturalmente, sì certo, ovvio, lo sappiamo benissimo che l’amore non si cerca, che quello arriva all’improvviso mentre stai facendo la cacca, però insomma ci siamo capite.

Affrontiamo la questione scientificamente, procedendo per macro-gruppi generazionali.

  1. Millennials: gli under30 per intenderci (i millennial veri voglio dire, non quelli che hanno giocato con il Grillo Parlante da bambini e che hanno programmato in MS-DOS nel Piano Nazionale Informatica dei licei scientifici italiani); sono giovani, più giovani di te. Sono maschi di 26, 27, 28 anni. Per carità, va bene. È fico da raccontare al tuo migliore amico finocchio. C’hanno un sacco di voglia di vivere (e di ciulare), hanno dei bei corpi, delle pregevoli erezioni spontanee che li rendono sempre pronti; non hanno particolari defaillance, non devi fare una tarantella per risvegliare l’anaconda sopita, e manifestano una discreta capacità d’apprendimento (data dall’autorevolezza sessuale che evidentemente ti riconoscono per via del gap generazionale). Resta il fatto che sono pischelli. Certo, non tutti. Prendi il più maturo dei millennial, il più interessante, il più sensibile, il più evoluto che trovi e sappi che difficilmente starà pensando alle stesse cose che pensi tu. Sappi che, probabilmente, starà ancora definendosi come persona, nel bel mezzo di quel processo che conosci assai bene perché c’eri dentro fino a un pugno di anni orsono (non che ora tu abbia finito). Sappi che mentre tu senti l’urgenza di rispondere alle aspettative che la società ha su di te, quello si chiede cosa mangiare per cena o se andare o no a vedere la partita della sua squadra del cuore. Che non ci sta pensando, che sei la donna della vita. Che c’ha proprio altri cazzi per la testa. Che non ha fatto una lista di tutti i tuoi straordinari benefits, per i quali sicuramente non vorrà perderti. E mentre tu ti sperticherai con fare materno, dedicandogli attenzioni e cura, abbi a mente che tra un paio d’anni si metterà con una 7 anni più giovane di te. Non venitemi a dire che “però Selvaggia Lucarelli” perché non è che siamo tutte bone come Selvaggia Lucarelli, ok? Voglio dire, è successo a Demi con Ashton. Figurati se non succede a noi.

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2. I trentenni: ahisahduifinfnfdknfgjnfbds. Volevo digitare con i gomiti, mentre mi mettevo le mani nei capelli e ce le lasciavo. Che meraviglia, i nostri coetanei. Quelli che NON sono fidanzati o conviventi (se ne registrano circa 20 in tutto il paese, affrettatevi), sono tendenzialmente dei millennials noncresciuti che non hanno neppure fatto il passo di imbarcarsi in una relazione seria. Proliferano i Golden-Single, che sono proprio vergini, che hanno un’educazione sentimentale pari a quella di un cactus dell’Arizona, l’expertise di uno stagista dell’amore e rimorchiano ancora le 18enni su Wechat. E poi ci sono quelli che sono usciti da una storia di 12 anni con la fidanzatina del liceo e quindi adesso prima dei 40 non vogliono sentirne parlare. Tanto hanno un decennio di vantaggio biologico rispetto a noi donne. A 40 troveranno una nostra erede culturale, ugualmente in sbattimento, che se li accollerà. Quasi tutti, comunque, sono infognati in un interminabile processo di definizione di se stessi (fonte di ansia indomabile, implicito egocentrismo, variabile vanità e costante misurazione dell’indice di successo della loro vita – con conseguente margine di tolleranza del successo di una partner eventuale). Pluriaccessoriati di insicurezze, si trincerano in un cameratismo virile fatto di concerti, partite di calcetto (o di basket, o di tennis, o di golf), dating app, viaggi con la mega-cumpa di amici, playstation, serie-tv, libri e fumetti. Non mi sento neppure di dar loro torto, in effetti. Si appassionano platonicamente a donne inarrivabili, decisamente fuori dalla propria portata, e trattano con sufficienza quelle a cui – per brevi lassi di tempo – hanno accesso. La risposta, in questi casi, è che se hanno superato i 30 e sono single, evidentemente, è perché single vogliono essere. E chi siamo noi per indurli a fare una cosa che, intimamente, non vogliono fare, cioè farsi rompere i coglioni da una femmina che poi pretende pure, chessò, di parlare al telefono? O di uscire? O di fare delle cose insieme? O di avere un regalo a Natale? O che tipo poi le devo pure pagare la pizza quando quei soldi mi servirebbero per andare al concerto de I Cani? (questo a grandi linee è il livello di analisi della situazione)

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3. I Quarantenni: molto bene. Il 40enne single è come il 30enne ma con un bagaglio di 10 anni in più di autoreferenzialità pura. Voglio dire: non sei la prima. Sai quante commilitone ci sono già passate? Sai quante hanno già provato a redimerlo invano? Cosa ti fa pensare di essere migliore delle altre? Di poter riuscire dove altre hanno fallito? Una possibilità in effetti c’è, ed è il puro tempismo. Cioè che il 40enne, se e quando ha capito di averlo lungo abbastanza, può finalmente occuparsi di fare contenta la mammà e scegliere un’incubatrice. E se tu hai la fortuna di trovarti proprio lì, al momento giusto, con l’outfit giusto, se riesci a venderti abbastanza bene da sembrare abbastanza figa (o abbastanza accondiscendente e remissiva, dipende dal tipo di maschio) per lui, allora forse je la fai. Devi essere curata, esteticamente appetibile e ancora competitiva con quelle che c’hanno 24 anni, possibilmente benestante perché l’uomo contemporaneo non è che non ci faccia caso, e comunque in età fertile (“Dai 35 anni in su, non so, ma le escludo per una relazione seria” cito testualmente). Altra possibilità è che a 40 anni il maschio abbia magari superato la sbornia della sua precedente rottura, e dopo 7 anni di scopate occasionali (o di agghiacciante astinenza, dipende dal tipo di maschio), si senta pronto a imbarcarsi di nuovo in un presunto regime monogamo. Tuttavia, c’è un però. Però diventare così adulti da soli, vuol dire avere un’architettura di abitudini e nevrosi, con le quali dovrai essere capace e disposta a incastrarti. Certamente ce la farai, amica, se lo vorrai, io credo in te. Sappi però che non è così facile. Cioè dopo averlo trovato, tocca pure farlo funzionare. In tutti gli altri casi, il 40enne è sposato e abbiamo detto (no, non in questa sede ma in altre sì), che con gli uomini delle altre anche basta. Talvolta è padre. Talvolta è divorziato. Questa è una casistica che mi manca e in effetti potrei sperimentarla, prima di considerare conclusa la mia indagine etnometodologica dell’amore. Sai no, provare con il ruolo dell’ex moglie a cui passare gli alimenti. L’affidamento congiunto dei figli. Ne ho già fatti e non ne voglio altri. E altre robe di questo tipo.

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4. I Cinquantenni: essi presentano numerosi vantaggi. In primis, il ventennio che vi divide farà comunque di te una dea ai loro occhi. Lo sguardo del cinquantenne sul tuo corpo, sulle tue imperfezioni, sulla cellulite, il cuscinetto, la pelle che non tiene più come teneva 10 anni fa, sulle prime rughe, sarà sicuramente meno giudicante (o così lo percepirai tu), rispetto allo sguardo di un coetaneo. Quindi tu ti sentirai più libera, più sicura, più femmina. In secondo luogo, il cinquantenne è rassicurante, empatico, intuitivo. Chiacchierarci sarà un piacere e la posizione in cui lo farai, quel paternalismo non detto ma inevitabile che si instaura, quel dialogo di sicurezza e giovinezza, lo scambio vicendevole e benefico, l’afflato di due anime anagraficamente distanti ma eccezionalmente capaci di cogliersi, è una delle dinamiche più confortevoli che esistano. Sessualmente, poi, il cinquantenne ha esperienza. Non è uno di questi damerini di nuova generazione. Quello la fica la conosce, pure bene. E, tendenzialmente, la ama, in quanto tale. Col pelo, senza il pelo, di sopra, di sotto, di traverso. La riconosce ancora come l’oggetto del desiderio, il movente di una sessualità sincera, fisica, gioiosa e vitale. Si è formato quando il sexting non esisteva e non era neppure immaginabile. E il fatto che tu sia la sua ultima primavera sessuale, in verità, gli farà sparare le ultime scorte di cartucce con una passione che manco i 16enni. Inoltre, è raro che un 50enne ti chieda di fare a metà del conto al ristorante. Non che questo faccia di lui un eroe,  ma sappi che è così. L’aspetto negativo è che comunque l’età c’è ed è un fatto. Il corpo non è giovane, ed è un fatto. La sua vita, una lunga parte di essa, l’ha già vissuta e quegli anni che non avete condiviso, in cui tu eri ancora uno spermatozoo e lui andava a Londra per la prima volta senza le low cost; in cui tu guardavi Dawson’s Creek e lui cresceva dei figli che adesso hanno pochi anni meno di te, sono andati. Non li riavrai. E, qualora volessi riprodurti (perché come il nostro governo insegna, è una domanda che dobbiamo comunque porci), sarà abbastanza difficile che tu lo faccia con un uomo così maturo; e qualora lo facessi, i compagni di scuola di vostro figlio penseranno che lui sia il nonno che va a prenderlo all’uscita da scuola. A me verrebbe da dire anche sticazzi. Però ti segnalo questi punti, amica, perché è giusto tu sappia. Sappi, infine, che le sue chiappe potrebbero essere molli, i suoi capelli radi, le sue gonadi canute. Donna avvisata…

(tutti i vantaggi testé elencati, come dimostra l’immagine allegata, non valgono per qualunque 50enne)

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5. I 60enni e gli over60: vabbè…purtroppo di Sean Connery ce n’è uno solo nel mondo.

Ora, come sempre io parlo dal mio parziale e vaginale punto di vista, ma sono sicura che si possa stilare un elenco invertito sul genere femminile. Anzi, prima che qualche brillantissimo lo faccia, mi porto avanti e vi anticipo cosa dirà (così non me la menate col solito sessismo):

1. Le ventenni: fighe, toniche, leggere, bisognose di conferme, manipolabili, spregiudicate, vogliose. Al massimo un po’ superficialotte.

2. Le trentenni: che Dio ce ne liberi, in sbattimento totale, alla ricerca disperata di un seme che le fecondi. Schizzate, indecise, convinte di avercela solo loro ma pronte a lanciarla dietro al primo stronzo che passa, salvo poi chiedersi dove siano finiti i bravi ragazzi, che puntualmente snobbano. Pretese altissime. Fisicamente si stanno già sfasciando. Complessatissime per il fatto che tutte le loro amiche si sposano e loro sono ancora su Tinder.

3. Le quarantenni: se sei fortunato le trovi ancora ben conservate, hanno quasi tutte abbandonato l’idea di procreare o hanno già procreato con terzi. A volte, però sono ancora un po’ troppo incazzate e cazzofobiche. A letto, una bomba.

4. Le cinquantenni: sono il nuovo Eldorado, quelle tenute bene. Materne, rassicuranti e a bassissimo mantenimento; sono quelle tornate single, i figli già ce li hanno e non ne vorranno altri e pure se li volessero puoi stare sereno che la menopausa risolve i problemi! Non sono alla costante ricerca di conferme e rassicurazioni, sanno cucinare, sono indipendenti (anche economicamente), non hanno bisogno di essere né aiutate né salvate, e poi la femminilità non ha età. Sono grate della tua presenza nella loro vita perché le fai sentire ancora giovani, desiderabili e ogni volta è una sorpresa per loro essere ancora chiavate da uno che potrebbe, sulla carta, essere il fidanzato delle loro figlie. O quasi.

5. Le sessantenni: hanno comunque un loro pubblico…

Insomma, è un mondo difficile lì fuori.

Un gioco faticoso, l’amore.

Un terno al lotto.

Le possibilità di vincere sono poche.

Per averle tocca comunque partecipare.

E perdere.

E non smettere.

Progetto Wellness Reloaded

Settembre è sempre stato un mese di grandi propositi.

Fin dai tempi della scuola, che eravamo tutte lì a ripeterci che, per il nuovo anno, saremmo state diligenti, ordinate, puntuali, che avremmo studiato Geografia Astronomica giorno per giorno senza ridurci a fare 3 capitoli appena prima dell’interrogazione per strappare un 7 e 1/2 e poi cancellare tutto dal nostro scibile. E il pomeriggio, beh, il pomeriggio avremmo iniziato subito a studiare, senza guardare Uomini e Donne, e poi Amici, e poi attaccarci al telefono per due ore con l’amica del cuore, e ridursi a tradurre latino dopo cena nelle pause pubblicitarie di Dawson’s Creek, per dire.

Perché settembre è così. Si rientra dopo le ferie, il clima si distende, per me s’avvicina pure il compleanno – per chi non lo ricordasse sono una vagina scorpione – e quindi, ogni anno, puntualmente ripartono i grandi, velleitari, progetti di cambiamento che, storicamente, per quanto mi riguarda, falliscono miseramente. Ma, a questo giro, ha da essere diverso.

Ci sono due cose che io devo fare, necessariamente, a partire da subito: smettere di fumare e fare attività fisica (non solo sessuale, che peraltro è poca). Devo farlo per salute, devo farlo perché sento che se non lo faccio muoio prima dei 40 anni (quando arrivano ipocondria e paranoia il processo di milanesizzazione si può considerare ormai giunto alla sua terza fase, gli step successivi sono accasarsi con un milanese e dire che la polenta è più buona di una frisella ma, su questo, non mi avrete mai).

Dicevo, c’ho da fare ste due cose perché di anni ne ho 26 e me ne sento 38. C’ho da farle perché devo dimostrarmi che mi amo perché sì, insomma, se non posso chiedermi da sola di andare a convivere, se non posso dichiarare a me stessa che come me non c’è nessuna e che voglio passare il resto dei miei giorni con me nella convinzione profonda che io sia la vagina della mia vita, unica e insostituibile, ecco se non posso fare tutto questo, posso almeno impegnarmi in qualcosa di sano, per me.

E se un anno fa, a questa ora qui, mi accingevo ad affrontare la fine dell’ennesima relazione e dovevo investire le mie energie a trattenere le lacrime in ufficio, a non mangiarmi 500 g. di Gocciole Pavesi in mezz’ora, a drogarmi di rilassanti e tisane nel tentativo disperato di dormire almeno un par d’ore a notte, ecco io adesso sono squisitamente singol e le mie energie posso dedicarle a me e a me soltanto.

Dopo varie sedute con il CdA Vaginale, che include tra i suoi membri la Vagina Maestra, Frecciagrossa e Zia Vagina, ho messo a punto i dettagli del Progetto Wellness Reloaded:

1) Smettere di fumare: ho persino comprato il libro, sì, il momento è giunto. Certo, l’idea di rinunciare, ove capiti, alle canne mi disgrega nell’intimo, però sticazzi, in qualche modo sarà da farsi.

2) Lo stramaledetto sport: ho fatto uno screening delle palestre nella mia zona e potrei, dico POTREI, averne individuata una che faccia al caso mio. E’ vicina, fanno tanti corsi e ha un costo tutto sommato sostenibile. Non è una delle major del fitness, il ché a me piace sempre perché io non ho voglia di finanziare i colossi dello sport, le varie Coca Cola dell’acido lattico, per intenderci, che poi hanno i nomi tutti uguali: Fitness First, Get Fit, Fit Star. Ebbasta. Voglio dire, se ci fosse la Panzerotto Fitness, io mi ci iscriverei domani, per principio. Invece no, voi palestre capitaliste sbagliate tutto, a partire dal naming. Noi, noi vagine ciccione, intendo, noi siamo il mercato che dovete conquistare, siamo la fetta di consumer da sedurre e coccolare, non dovete farci venire l’ansia con pubblicità piene di ficone in costumini attillati e addomi d’acciaio. Voi dovreste mandarci un messaggio del tipo: sei gagliarda così come sei, un po’ di sport serve a star bene, ne abbiamo bisogno per salute e poi noi non ti giudicheremo, ti aiuteremo e, soprattutto, non pretendiamo di trasformarti in una replicante invasata di Jill Cooper.

Ora non mi resta che fare una visita medica che certifichi che ho una costituzione sana e grassa, che non morirò per 2 minuti di allenamento sul Cross Trainer e che non mi succederanno cose terribili come andare in insufficienza respiratoria per 10 minuti di Zumba Fitness. Dopodiché il Progetto Wellness Reloaded potrà partire con una precisione chirurgica e militare.

Sì. Ce la farò.

No, io non odierò la sola idea di andare in palestra, no io non avrò le convulsioni per l’assenza di nicotina.

Si. Io lo farò.

Sì, io non sarò a disagio nei miei pantaloni attillati, pezzando come una carogna di vacca, respirando come un rinoceronte asmatico.

Sì. Io sono motivata.

Questa volta sarà diverso. Lo so. Come quando inizia un nuovo amore. Ecco, sì, inizio una relazione con la palestra e con la disintossicazione. Sì, bisogna darsi. Sì. Io smetterò di fumare e andrò contemporaneamente in palestra.

Sì! Sì! Io posso. Io ce la farò.

Ho un solo dubbio.

Quando sarò al gabbio, tra Sabrina Misseri e Annamaria Franzoni, perché io per questo Progetto Wellness Reloaded finirò con l’ammazzare di omicidio colposo qualcuno, ecco, mi chiedo, lì, un computer per aggiornare il blog, lo avrò?

Dello scopare, piangere e litigare

Mi sono accorta che ci sono 3 cose nella mia vita che non faccio più: non scopo più, non piango più, non litigo più.

Approfondiamo:

1. Non scopo più

Il primo campanello d’allarme è stato qualche giorno fa, quando – complice il premestruo – ho dato una rispostina al vetriolo a una collega, che poi si da il caso sia il mio capo, e ho pensato che mi sarei detta da sola “E fattela ‘na scopata!!!“. La conferma l’ho avuta lo scorso weekend quando me so comprata na torta Cameo allo yogurt solo per me e me ne sono svangata mezza in una giornata. E io non sono quel genere di vagina che ama i dolci. Era un segnale chiarissimo.

Evitando i sofismi vaginali, ho deciso di andare a ritroso con la mente alla ricerca dell’ultimo coito che mi ha vista partecipe. Questa è un’operazione sempre rischiosa, da farsi, quando non si ha una vita sessuale tecnicamente scintillante e/o ricca, perché vuol dire esporre se stessi alla quantificazione, vuol dire identificare un numero, un numero preciso che segna un tempo, quasi sempre lungo. E così, scavando tra viaggi di lavoro, cene con amiche e papabili collaboratori per eventuali progetti, sono risalita al mio ultimo contatto con un pene, inteso come organo genitale. Due mesi. Beh, 2 mesi non è tantissimo, dai. E non è nemmeno poco.

Tuttavia, ho cercato di contenere l’allarmismo e di non urlare alla frigidità. Ho cercato di prenderla con filosofia. Va bene, non mi capitava dal 2006 di stare immacolata per due mesi, è vero, se continuo così mi ricresce l’imene e dovrò ricominciare a leggere Cioè per capire che per farlo la prima volta devo essere pronta, aspettare quello giusto, non sentirmi condizionata, che insomma bisogna proprio farlo perché si è innamorati o per sincera e consapevole voglia di uccello. Occhei. Ricomincerò a guardare Dawson’s Creek, a odiare Joey Potter, a chiedermi perché il padre di Dawson sia il nipote di Sylvester Stallone e perché sua madre sia conciata come una rubata a una sit-com anni ’80 pur essendo una serie del 2000.

Per intenderci, l’altro giorno ero in motorino con Zia Vagina e le ho chiesto: “Secondo te, la fellatio è come andare in bicicletta o sciare? Cioè, una volta che hai imparato mica la dimentichi, no?”. Zia Vagina ha riso e ha confermato che non si dimentica, al massimo ci si arruginisce un po’. Alché l’ho resa partecipe della mia recente castità e lei mi ha chiesto, così, semplicemente: “Ma perché?”

Good question. Perché?

Ora, posto che una vagina, anche una vagina-bidone, che di solito è quella vagina sessualmente inappetibile, emotivamente profonda, colta, piena di interessi, make-up-repellente, armata di birckenstock ai piedi, ecco anche la vagina-bidone, volendo, può chiavare, in quanto portatrice di vagina. E’ come una legge universale. La vagina, se vuole, chiava. Di conseguenza, se io proprio volessi chiavare, chiaverei.

Ma ho il preoccupante sospetto che il mio vaginismo abbia raggiunto vette raramente sfiorate in precedenza, come se – mio dio, come dirlo – ecco come se io avessi voglia di fare l’amore, non di scopare. Come se quella stronza Cenerentola che mi abita il deretano si fosse messa in testa che posso farmi crescere le ragnatele mentre aspetto un pene azzurro che a cavallo di un vibratore bianco venga a salvarmi dall’inattività emotiva e sessuale, corrompendomi senza mezzi termini nello spirito e nella carne.

Il ché, naturalmente, ha poco senso da innumerevoli punti di vista. Quindi, esattamente come succede quando prenoti la visita da un dottore o dall’estetista, io ho opzionato un weekend prima delle ferie per ricordarmi cosa voglia dire averci una topa. La vagina è così, ci vuole un po’ di disciplina. Bisogna dedicarcisi e non è sufficiente assecondarla perché, certe volte, prende derive incondivisibili.

2. Non piango più

Altra attività che non compio da mesi e che dovrei ripraticare. Solo la salute delle persone che amo riesce a toccare quella parte di me. Per il resto, provo delle cose, provo stanchezza, nostalgia, inquietudine, ma mai così forti da piangerne. Alcune cose mi intristiscono, le trovo patetiche. Ma non piango.

Eppure dovrei. No, non perché noi vagine siamo matte e se piangiamo ci lamentiamo di piangere, e se non piangiamo ci lamentiamo di non piangere. E’ che, semplicemente, la nostra anima è come i vostri coglioni. Voi avete bisogno di svuotarli ogni tot? Noi pure. Se non lo facciamo per troppo tempo, diventiamo pentole a pressione che potrebbero, non so, scoppiare a piangere durante le ferie perché si siedono sul dondolo in giardino e si ricordano che un anno prima su quel dondolo ci stavano con lui, abbracciati, a fumare e chiacchierare a notte fonda, per esempio. Il vaginismo non va accumulato, è come la stasi fecale. Ha batteri nocivi che contaminano il resto. Entro le prossime 2 settimane devo anche piangere. A costo di spararmi tutta, dico tutta, la discografia di Battisti.

3. Non litigo più

Tecnicamente sono mesi che convivo con un coefficiente minimo standard di acidità, ma non litigo da tantissimo. Non che mi manchi litigare in senso stretto, ho litigato talmente tanto e talmente ferocemente negli ultimi anni, che mi sono consumata e ho consumato, ho urlato e fatto urlare, pianto e fatto piangere (se sono single ci sarà un perché) e non ho alcun desiderio di rivivere quelle situazioni.

Eppure, è da qualche tempo che penso che il vero indice di solitudine di una persona sia da quanto tempo non litiga davvero con qualcuno. Quelle litigate a nudo. Quelle litigate pelle tua contro pelle mia, sferrate solo nell’intimità più pronfoda, a graffiarsi nei punti deboli che solo noi conosciamo, l’antagonismo dialettico, il collante dell’affetto sopra cui districare matasse di incomprensioni. Quelle  stronzate lì, insomma.

 

E’ per questo motivo che, di solito, una si dovrebbe riservare la possibilità di scoparsi gli ex.

Perché ti toccano l’anima, perché poi ci litighi, perché piangi che ti senti patetica, sbagliata e decadente e, in pratica, prendi 3 piccioni con un cazzetto.

E’ fatta. E tutto trova una magistrale quadratura vaginale.

Solo che io ho smesso, con gli ex. 

lesbo-chic. ma indie.

A volte penso che io Syd Barrett avrei proprio potuto amarlo.

Non perché fosse uno dei Pink Floyd e, secondo una comune diceria, il più figo dei già fighi.

Non perché fosse un tossico. Non perché sia diventato un’icona stampata sulle t-shirt alla miserabonda stregua di Marilyn Monroe e Audrey Hepburn.

No, no. Io lo pensavo già in tempi immemori, quando il cd con il suo best of si perdeva tra le pieghe del mio letto sfatto bolognese, ecco io già allora pensavo che fosse incredibilmente bello e che io sarei dovuta nascere in un altro tempo e che avrei dovuto incontrarlo e amare il suo viso, la sua fattanza, la sua genialità sprecata. Ecco, io già allora pensavo che avrei dovuto perdermi con lui, intrecciati e nudi, con un vinile finito, sul piatto, nell’angolo e noi, sconvolti e un po’ lerci, su un materasso sul pavimento. E pensavo anche che lui, in realtà, sarebbe dovuto morire giovane. Come Kurt. Perché non era giusto scoprire che s’era fatto vecchio, e grasso, e calvo. Perché quelli come lui dovrebbero essere per sempre giovani. Per sempre come ai tempi di The Piper at the Gates of Dawn. Per sempre come in Apple & Oranges.

A differenza di Syd Barrett, invece, noialtri potemo invecchià, ma nei giusti tempi. E siccome che io c’ho soltanto 26 anni, la scorsa settimana me so fatta uscite alterne, na sera sì e l’altra no.

Martedì sera, anteprima di Mission Impossible Protocollo Fantasma. Lo consiglio fortemente. Ma solo agli stronzi. Senza contare che Tom sta invecchiando – pure lui – quindi forse dovrebbe smetterla di correre in verticale sui grattaceli e dedicarsi, piuttosto, a sua moglie: Joey Potter, da Dawson’s Creek con furore.

Giovedì sera, io e Zia Vagina ci siamo concesse quella che è stata ufficialmente battezzata “serata lesbo-chic“, che solitamente ha luogo ogni 8-9 giorni e prevede l’aperitivo al Frizziellazzi e la cena da Hong Kong. La serata lesbo-chic ha una funzione catartica per entrambe, una specie di detergente emotivo capace di riequilibrare il pH nell’anima, durante la quale raccontarci tutto quello che non riusciamo a dirci nelle pause pranzo e a scriverci su whatsapp! E tra paturnie, insicurezze e pettegolezzi, ridiamo un macello. Quindi a me fa sempre un sacco bene, la serata lesbo-chic. Ci voglio molto bene a Zia Vagina, io. Soprattutto perché quando devo salire sul suo motorino, s’accosta al marciapiede, per facilitarmi nell’impresa, senza che io le chieda nulla. So questi i dettagli che fanno la differenza, nei rapporti interpersonali.

Sabato sera: con GuruVagina e gli altri ci siamo ritrovati in quello che, sulla carta, dovrebbe esse un Circolo Arci, il Bitte. Dopo la cena a casa di Giordi-è-quasi-magia siamo finite in questo capannone zona navigli, ma naviglio grande, che dopo 3 anni continuo a non prendermi la briga di capire la differenza, perché per me navigli = taxi, a prescindere. Ecco siamo finiti in questo posto che a me, più che un Circolo Arci, me pareva il Sound di Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ma dev’essere che sono provinciale. Siamo entrati e la musica era pesissima. Io e GuruVagina ci siamo guardate e abbiamo detto: “Giovani sì, ma fino a un certo punto!”

Me so guardata intorno per un po’, mentre cercavo di tracannare la consumazione inclusa, che era un whisky-merda allungato con non so cosa. Nel bicchiere ce stava pure un cubetto di ghiaccio lampeggiante, che non potevo smettere di chiedendomi “ma sarà sano/igienico sto coso lampeggiante nel mio bicchiere?”. Ecco, me so guardata intorno e ho pensato che grazie ar cazzo te devi pijià le paste, se c’hai 17 anni e vai a ballare in un posto così. Ecco, infatti, tutti (o almeno, molti) stavano impastati.

Però lì  io ho smesso de capì, mentre giovani ed efebici finocchi limonavano duro accanto a me. Io ho avuto un momento di confusione, perché i Circoli Arci che avevo conosciuto io, erano essenzialmente di “sinistra”. Nun ce vedevi tipi con la testa rasata, manco se te facevi un purino da solo. E, per l’appunto, si sentiva odore d’erba e pakistano. E semmai, ce se annava a vedè un concerto degli Offlaga Disco Pax al Circolo Arci. Ecco.

Invece no. Qui no. Sarà che dipende dalla serata. Sarà che il posto era TROPPO giovane e pervaso di quel fattume post-industriale e siderurgico pure affascinante – da un punto di visto sociologico – ma col quale davvero non potrò mai entrare in sintonia. Io non lo so. Però con GuruVagina se semo dette che alla prossima puntata preferiremmo tornare ad essere vagine-indie.

Che, a ben pensarci, è anche un bel concetto.