Dimmi Perché Piangi

 

Da ieri sera verso in uno stato di paranoia catatonica. Ho pure pianto, a un certo punto, prima di andare a dormire, mentre pisciavo, seduta sul cesso. Non c’era una ragione precisa, non ero neppure in premestruo. Ho pianto e non so perché.

Non sarebbe stato un problema, se non avessi avuto accanto un esemplare di pene sapiens sapiens che mi chiedeva perché piangessi (adoro gli uomini, che pensano sempre che ci voglia una ragione per piangere e non sanno che invece piangere a volte è un modo per far respirare l’anima, per allentare l’apnea, per mollare la tensione e arrendersi, e poi trovare la forza per calmarsi e riprendersi). Sarebbe stato tutto regolare, se avessi avuto la libertà di rinchiudermi nella mia bolla di auto-disagio e auto-commiserazione, di colare a picco nelle mie paturnie, di abbandonarmi alla deriva indomabile del disprezzo più feroce che nutro per me stessa.

Insomma, robe che io conosco bene e lui non conosce affatto, e che sono solo alcuni dei miei demoni, quelle forze oscure della mia psiche che mi fanno sempre pensare che dovrei andare in analisi, mapperò non c’ho i soldi (né per quella, né per il dentista, né per il dermatologo, né per il nutrizionista, né per il personal trainer, né per un cazzo di ciò che dovrei fare per prendermi cura di me).

Di positivo c’è che ormai li conosco, quei demoni, e questo, si capisce, è un grande vantaggio rispetto a quanto succedeva, chessò, dieci anni fa. Se c’è un aspetto valido della crescita, o dell’invecchiamento, è che impari i tuoi malesseri a memoria, li riconosci dall’odore, prima ancora che si presentino alla tua porta, senza preavviso, cogliendoti nella tua personale condizione di degrado.

Alcuni li ripari, certo, ma altri sono talmente radicati da essere intoccabili. Non sono fantasmi da sconfiggere, ma malfunzionamenti interiori da governare e con i quali scendere a compromessi, imparare a convivere, trovare armistizi psicologici, esercitare comprensione, pazienza e carità. Resta il fatto, però, che non sempre ci si riesce. E che io non brillo per comprensione, pazienza e carità. Sono anzi un curioso incrocio tra una debosciata nichilista e viziosa, e una nazista intransigente e totalitaria. Non pratico le vie di mezzo, odio i gradi e i tempi che la vita richiede per accadere e ho un talento impareggiabile per spalarmi tonnellate di merda addosso e poi dirmi: “Vedi? Fai schifo!” E tutto questo riesco a farlo in qualsivoglia contesto, in qualsivoglia momento. Riesco a farlo anche a ridosso di un periodo di lavoro intenso e gratificante, due giorni prima di partire per il ponte del 1 maggio e andare a trovare i miei, che se mi dice bene mi faccio pure una bella giornata di mare (e ora che l’ho detto è naturale che pioverà ininterrottamente). Riesco a mortificarmi anche nelle condizioni di agio più estreme, e riesco a farlo anche quando ho una persona accanto che mi adora e alla quale – forse – dovrei mostrare le parti belle di me, non la fogna.

Però, la fogna c’è.

E questa è una condizione con la quale chiunque si avvicini molto a un altro essere umano deve essere disposto a confrontarsi. Il tanfo degli irrisolti, delle ansie, delle paure, dei fallimenti, delle debolezze e delle incapacità altrui, prima o poi, gli arriverà. L’olezzo indigesto del disamore per sé è un affare scomodo, in aperto conflitto con la realtà che esistono persone che ci stimano, ci desiderano, ci considerano, a qualche immeritato livello, un modello di qualcosa.

Ecco, io sono un modello di disordine, di indisciplina, di ribellione a me stessa. Sono il più sordido contrappasso che si possa immaginare, la talpa infame, la boicottatrice indefessa.

Devo perdere peso per salute? Ok, allora ricomincio a fumare.

Trovo l’amore? Ok, allora devo re-ingrassare.

Lavoro tanto e mi piace ciò che faccio? Ok, ma ricordati che comunque sei una pezzente. 

E così, mentre il pover’uomo ieri sera mi guardava, crucciato all’idea che dietro quelle lacrime e quei  silenzi ci fosse chissà quale pericolosa discussione della nostra relazione, io provavo ancora più imbarazzo per la puerilità del mio malessere. Perché non avevo voglia di dirgli che mi consideravo solo una cicciona piena di vizi e senza soldi. Non avevo voglia di dirgli che il mio estratto conto segna 337 euro, sebbene io avanzi oltre 10mila euro di pagamenti per lavori già svolti, ma si sa come funziona in Italia, no? Lavori a ottobre 2017, e a maggio 2018 ancora non ti hanno pagata, e va bene così, ma ogni volta che mi ritrovo in questa situazione metto in discussione tutta me stessa, la vita che ho scelto di fare (perché l’ho scelto eh, mica mi ci sono ritrovata per caso a questo punto), le possibilità di crescita che ho e la madonna sa cos’altro. Non avevo voglia di dirgli che fumo un pacchetto di sigarette al giorno e che ogni cazzo di volta che impugno l’accendino so che mi faccio male e non riesco a trovare la motivazione per smettere. Né avevo voglia di condividere l’eterno problema del bioritmo a mignotte, che condiziona l’esistenza, l’alimentazione, la produttività. Neppure avevo voglia di dirgli che ho ricominciato a vergognarmi del mio corpo, a volerlo coprire, a non volere che mi si tocchi la pancia perché è gonfia, oppure flaccida, oppure appesa e che di tutto questo mi ero liberata e invece ci sto tornando, perché in palestra non vado, perché mangio male, perché bevo vino, o birra, o cocktail ogni santo giorno. Così come non avevo voglia di dirgli che – sebbene io in costume da bagno non mi sia sentita mai a mio agio, e sebbene sappia che nella mia vita sono chiamata a superare prove ben più rilevanti della prova bikini (auto-cit) – mi inquieta l’idea di mostrarmi a lui in costume, che è diverso dal mostrarsi in camera da letto o sotto la doccia, che in casa ci sono solo io, mentre in spiaggia ci sono le persone toniche, quelle brave, quelle socialmente accettabili, quelle giovani, quelle che s’ammazzano di squat tutto l’anno e giustamente sfoggiano culi da combattimento che inghiottono mutande tra le natiche per tutta l’estate. E certo, lo so che mica sta con me per le mie chiappe (che comunque dichiara di amare) ma per la mia testa, va bene, ma comunque sia non è bello pensare che tra corpi scolpiti nel marmo debba vedere il mio, segnato dal tempo, dalle cattive abitudini, dalla trasandatezza ingiusta che gli sto imponendo e naturalmente dal rifiuto culturale per una serie di misogine pratiche estetiche, che risolvono con la chirurgia l’inefficienza di Madre Natura.

Non avevo voglia di dirgli neppure che mi sento paralizzata,  come se il mio auto-miglioramento fosse un eterno fallimento, un risultato perennemente mediocre, un insuccesso costante, interrotto solo da progressi temporanei. Non avevo voglia di dirgli che tutto ciò che sto trascurando di me stessa, mina profondamente la fatica che ho fatto per imparare a volermi bene.

“Domani mi passa”, ho detto al pene sapiens sapiens. E ho mentito. Perché so che questa inquietudine, quando arriva, non se ne va in un giorno, è un ospite sgradito che sporca le giornate e occupa i miei spazi interiori. E quando mi viene la crisi esistenziale, generalmente ogni anno, a primavera, quando tutti sono felici e dovrei esserlo pure io perché le giornate s’allungano, nei locali ci si può sedere all’aperto, il sole illumina l’asfalto, i collant si ripongono nel cassetto, l’atmosfera estiva arriva, in uno sciame di insetti e polline, a suggerirci che le vacanze sono all’orizzonte, ecco proprio quando dovrei essere felice come tutti, divento repellente e depressa. E anche amara, perché so che a un certo punto non ha senso sfogare a parole la frustrazione per la propria debolezza. È necessario agire. E io me lo ripeto ogni giorno, ogni sera, poco prima di dormire: da domani riprendo le redini; da domani ricomincio a occuparmi di me; da domani non fumo più; da domani torno in palestra; da domani mangerò bene; da domani sarò quella che – con inconcepibile fatica – ho dimostrato di poter essere. Oggi faccio schifo, ma da domani sarò migliore.

Mi chiedo quando arrivi domani, perché va così già da un po’, e mi rispondo che il punto è che domani non arriva mai, se non decidiamo di andargli incontro e prenderlo per le palle, o per le corna, o per qualsivoglia parte anatomica.  L’importante è afferrarlo, il domani, e incominciare da un punto, uno qualsiasi, che sconfigga l’immobilismo, la stasi, il bisogno di punirsi inconsciamente di non si sa bene cosa, il rifiuto presente di amarsi, la paura di cambiare e di concedersi una meritata serenità.

Da domani ricomincio a concentrarmi sulle cose belle, per smetterla di sprofondare in quelle di merda, promesso. Oggi, facciamo che mi odio ancora un po’. Poi smetto.

Perlomeno fino alla prossima crisi mistica.

15 Cose di quando Dimagrisci

L’altra sera mi sono sentita dire una frase che, vi giuro, nessuno mi aveva mai detto nella vita: “Tu sei magra, puoi mangiare quanto vuoi”.

Ommioddio. Ma come ti viene in mente di dirmi che sono magra, sei impazzito?

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti: ho perso peso negli ultimi 2 anni. L’ho perso perché un endocrinologo-nutrizionista mi ha detto che per capire se la mia tiroide poteva tirare a campare nonostante la sua Sindrome di Hashimoto (da me ribattezzata “Sindrome di Hiroshima”) dovevo provare a seguire un regime alimentare diverso da quello di un lottatore di Sumo.

Così, motivata dalla preoccupazione che il mio sistema endocrino se ne stesse andando definitivamente in vacca, ho preso sul serio la dieta, l’ho abbinata a una moderata e ragionevole attività aerobica e ho perso circa 20kg (raggiungendo quello che, con una certa scaramanzia, può essere definito il mio “peso forma”).

E ad oggi devo condividere alcune cose che oggettivamente cambiano, nella vita e nel rapporto con gli altri, quando dimagrisci:

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  1. Le persone che per anni hanno parlato di quanto fossi grassa e/o ingrassata, iniziano a parlare di quanto tu sia dimagrita. Presto inizieranno a parlare del fatto che sei dimagrita troppo.

2. Tua madre al telefono inizia a chiederti con un filo di apprensione se hai cenato, cosa hai mangiato, se hai qualcosa da mangiare. Non te lo chiedeva, prima. Lo vedeva dal tuo sovrappeso che magnavi. Magari di merda, ma magnavi.

3. Tuo padre dice che ti sei fatta “piccolina-piccolina” quando ti abbraccia, anche a te che piccolina-piccolina non lo sarai mai. Oppure dice che non ce n’è rimasto, di te, come se ti avessero appena salvata da un campo di deportazione per obesi.

4. Tua zia arriva persino all’invettiva con “ti sei fatta brutta“, “hai fatto la faccia da vecchia“, “stavi meglio prima“, che mò dove sono finite quelle belle guance rotonde che ti sei portata per 27 anni? Nelle parole di mio cugino la delusione umana, invece, si manifesta in “Non sei più Sua Suinità“.

5. I colleghi ti chiedono come hai fatto, quale portentoso trucco ti abbia permesso di deperirti. Mah, niente, ho smesso di mangiare il Mc Donald, le Più Gusto, piatti da 250 grammi di pasta, pizza 3 volte alla settimana. Niente di trascendentale. Cose che avrei potuto arrivarci anche da sola, ecco. Poi aggiungici che sono permanentemente stressata, che non dormo, che fumo e capisci perché paro the walking dead.

6. A un certo punto tutti ti dicono insistentemente “Adesso basta dimagrire” come se tu stessi perdendo peso tipo Pannella quando lotta per la legalizzazione delle sostanze cannabinoidi, ma non è quel che accade, puoi giurarlo che ti pesi, che lo sai, che sei stabile e che comunque non vai nemmeno in palestra da 3 mesi (in realtà).

7. Gli uomini ti dicono che ti trovano in forma. Pure quelli che non sentivi da una vita, ti scrivono, apposta per dirti che sei in forma, che il sottotitolo in genere è “ora che non sei più cicciona, mi ti baccaglierei”.

8. Gli amici gay ti dicono che sei bona, oppure faiga, oppure “stai benissimo” quando fino all’anno prima eri “bella obesa così come sei“.

9. Le amiche ti dicono “vorrei le tue gambe“, che tu le guardi, loro parono Fiona May dei tempi d’oro, toniche come il marmo, e stanno a guardare le caviglie tue che sono così sottili. Vabbeh. La prossima volta propongo il baratto: le mie caviglie per il tuo culo, voglio vedere che mi rispondono.

10. Le persone non ti riconoscono più facilmente. È un fenomeno inspiegabile, perché di fatto hai intrapreso una dieta, non subito una plastica facciale. Tipo che a me un giorno non mi ha riconosciuta la signora del tabacchi dietro l’angolo che mi vede da anni, tutti i giorni. Evidentemente la grassezza era l’elemento caratterizzante della mia immagine.

11. Le commesse nei negozi ti rispondono con incredulità quando chiedi la taglia, perché continui a chiedere una L e quelle ti fanno “LA EEELLLEEEEEEE?”. No, è vero. Una M. Ma per me già chiedere la L è un downgrade, considerato che per alcuni anni della mia vita quando mi chiedevano la taglia rispondevo “La più grande che avete”, al fine di non incorrere nella perplessità sui loro volti, circa le mie chance di entrare nel capo che volevo provare.

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12. Se manifesterai di essere a tuo agio con il tuo corpo e con il tuo peso, nonostante le tue imperfezioni, la gente ti dirà che fai la figa, che sei vanitosa, che sei narcisista, che sei cambiata. Che sì, graziarcazzo che sono cambiata, ho perso 1/4 del mio peso corporeo, c’ho la pelle molle e appesa, se vogliamo dirla tutta, ma non è che me la tiro. Semplicemente, mi vergogno meno di prima se sono in costume, non chiamo la Gestapo se qualcuno mi scatta una foto al mare e mi sento meglio nelle mie forme. Fine. E’ una cosa bella, alla quale è giusto tendere anche se non si è Bianca Balti e che si può fare, lo testimonio, si può trovare un punto di equilibrio nel rapporto con la propria immagine. Persino con la cellulite, con la ciccia che resta dove resta (tipo nell’internocoscia che proprio ciao), con le imperfezioni cutanee e con tutti quei cazziemmazzi che finiscono per renderci donne normali.

13. Qualcuno ti farà notare con infinito tatto che non hai più tette e non hai più culo.

14. Se ti definirai “grassa” la gente che ti ha definita “grassa” per una vita ti dirà “Ma grassa coooooooosa?”. In buona sostanza ciò che è successo è che hai perso il titolo e, anche se non sei magra, non puoi più definirti grassa (pur avendo militato per tutta la vita nella legione dell’adipe), senza incorrere nel biasimo degli interlocutori. I quali forse pensano che l’esser grassi sia un fatto puramente estetico, solo fisico, e ignorano che invece è un modus vivendi e pensandi che ha investito la tua vita per 25 anni, un habitus che ti rimane a lungo addosso e che cambiare la percezione e la consapevolezza di sé richiede tempo.

15. Ma soprattutto, quando sarai a letto con un aitante maschio e quello farà per sollevarsi tenendoti in braccio, attorcigliata a lui come un koala al suo eucalipto, tu avrai incontrollabili picchi d’ansia pensando che come minimo gli esce un’ernia che lo renderà permanentemente invalido, praticamente paralizzato e non importa che non sia così, tu ti irrigidirai tutta, terrorizzata, e la Kim Basinger che è in te lascerà inesorabilmente il posto all’Anna Maria Barbera latente (Sconsolata, per chi non la ricordasse).

Insomma, è un processo lento quello di accettazione del cambiamento. Auguriamoci solo che, una volta abituata, una non si ritrovi a riprendere tutti i kg persi. Perché, come molte di noi sanno, i kg in eccesso sono come gli uomini stronzi: il vero problema non è disfarsene, ma imparare a non ricarderci mai più.

 

 

Vagina versus Dukan

Esiste una sola invenzione più misogina dei tacchi alti senza plateau e della ceretta brasiliana: la prova costume. Ora, ne ho parlato diverse volte e la mia posizione è sempre stata: ok, non supererò la prova costume, pazienza, io di prove ne ho superate altre. E così è.

Tuttavia, però, in questo periodo è pressoché impossibile essere incolumi alle innumerevoli proposte di trattamenti paraestetici che voi umani non ne avete l’idea; tonicissimi consigli di fitness per avere un corpo da urlo in soli 40 giorni, robe che manco i marines in Full Metal Jacket, che io vorrei dire ok, senza dubbio, non discuto che avrei un corpo da urlo ma schiopperei a terra al secondo giorno di training e giacerei, abbandonata da tutti, a putrefarmi sul finto parquet di casa mia. Questo per non parlare delle variopintissime proposte di diete, che tra maggio e giugno fiorisce la creatività: regimi alimentari deliberati, suggeriti come fossero la combinazione di 6 numeri per vincere al superenalotto, tutti a base di gelato, limone, melone, mango, tisane, bacche, pappette liofilizzate e bresaola a colazione.

Così, siccome sono reduce da una dieta iniziata 1 anno e mezzo fa, ho deciso di condividere gli espedienti  che mi hanno reso possibile intraprendere e percorrere questo processo di smaltimento dell’adipe (iniziato per ragioni di salute, non per questioni estetiche, n.d.r., anche se rientrare nei jeans è stato molto bello, ora li uso sempre, praticamente quasi ci dormo, e credo che li userò fino alla nausea almeno per i prossimi 10 mesi).

Partiamo dal presupposto che ho perso circa 15 kg e tutto sommato non sono diventata un’alienata civile. No, non sono nemmeno diventata Gisele, stiamo sereni. Ho la mia panza, i miei cosiddetti “taralli” e le mia irrinunciabili maniglie dell’amore (che semplicemente non sono più, come disse mio cugino ai tempi, “maniglioni antipatico”).  Al momento mi considero “in fase di mantenimento” che è la fase emotivamente peggiore. In teoria puoi essere meno talebana, ma il timore recondito di svegliarti un mese dopo e trovarti di nuovo, come per incanto, con 2 taglie in più, t’accompagna sempre. Perché la certezza assoluta che non ricadrai mai più – nemmeno nei momenti di sconforto – nel tunnel dei Crispy McBacon, dei 250 grammi di pasta con la panna, dei sofficini,  delle crocchette, delle pizze, pizzette, focacce, focaccette (cosa avrei dato per mangiare quelle maledette FOCACCEEELLE), insomma questa certezza non puoi averla mai davvero, del tutto, fino in fondo.

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Al di là di questo, venendo al dunque: il principio base della dieta che ho fatto era mangiare il primo a pranzo e il secondo a cena. Ma anche il contrario. Basta non mangiare due primi al giorno, per capirci. 80  grammi di pasta condita leggera a pranzo. Meglio la pasta del riso ma io comunque magnavo anche il riso. E a cena carne, pesce, uova, prosciutto. Verdura in quantità. 1 cucchiaio di olio per pasto.

E siccome come dice GuruVagina: “Non importa che dieta tu faccia, l’importante è farne una”, ho deciso di non pubblicare l’elenco dei miei pasti quanto piuttosto gli stratagemmi psico-pragmatici che permettono di sopravvivere a un regime alimentare controllato. Di seguito i 15 punti cardine.

1. Non pensare al cibo come gratificazione. In questo modo non vivrai gli spinaci lessi come una mortificazione. Pensa che è ciò che ti serve per alimentarti, il carburante che ti permette di stare in piedi e condurre la tua vita. Se necessario, gratificati diversamente: fai shopping e tromba di più.

2. Quando fai uno sgarro, perché farli è normale, chiediti se ne valga davvero la pena. Rifletti sul livello di piacere che ciò che stai per mangiare ti da. Se il livello è oggettivamente alto, se ne hai voglia per effettivo godimento, fallo. Se lo fai per noia, nervosismo, debolezza, no. Per esempio: io non mangio più formaggi ma rinunciare a una mozzarella in busta Santa Lucia è davvero così grave? E’ forse mozzarella, quella? No. Quindi rinunciamoci. Quando torno in Puglia, piuttosto, mi mangio una burrata fresca intera. E’ un peccato, sì. Ma ne vale la pena. E’ come tradire il proprio compagno. Puoi tradirlo con Massimo Giletti o con Ryan Gosling. Fai te.

3. Quando fai la spesa compra qualcosa che ti permetta di peccare ma che sia comunque più sano del junk food che assumevi prima. Per esempio, al posto dei Fonzies, comprati le mandorle, che sono caloriche ok, ma almeno fanno bene ai capelli. Oppure le noci, che sono grasse, quindi non puoi mangiarne 1 kg, ma fanno bene al cervello. Quando rientri a casa alle 19.30 e praticheresti anche un atto di cannibalismo per quanta fame hai, butta giù 5 mandorle (massimo 10, vabbé l’importante è che a 15 ti fermi) e 2 noci, e vai liscia fino a ora di cena.

4. Creati i finti dolci. Cose che puoi tracannare quando ti assale il bisogno di zuccheri ma che tutto sommato non siano troppo nocive: barrette Special K, magretti, cereali, yogurt. E soprattutto impara a vivere la frutta come un dessert, un dolce naturale ed ecosostenibile (io per esempio ho molto amato in alcuni periodi il cacomela e sono diventata una fan degli OGM).

5. Bevi il succo di mirtillo quando hai voglia di qualcosa di buono e non c’è Ambrogio nei paraggi che ti offra una piramide di Ferrero Rocher. Che poi il mirtillo è antiossidante. Per carità, costa un fuoco, ma sticazzi. Oppure le sane vecchie spremute d’arancia. Bandisci completamente le bibite gassate e se vai avanti di tisane, che siano senza zucchero.

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6. Quando esci cerca di non bere alcol, ma siccome una vita astemia è una vita demmerda e ti fa sentire una Amish alimentare, bevi del vino. No ai superalcolici, perché sono ipercalorici (pare) e perché non hai più 18 anni. No alla birra, perché non ti fai mica il culo a far gli addominali per poi ridurti ad essere Homer Simpson, santalamadonna. Anche se, come dice la mia amica Pea: nessuno parla delle straordinarie proprietà diuretiche della birra.

7. Quando vai a cena fuori cerca di optare per un secondo e contorno. Se poi hai un desiderio irrefrenabile di mangiare anche delle patatine fritte (o invece un primo), fallo e fallo con felicità e senza sensi di colpa. Goditele e il giorno dopo usa un piano detox (che è la versione alimentare del Purgatorio dantesco): verdura, frutta e proteine (tipo involtini di tacchino con rucola e qualche goccia di aceto balsamico, una tristezza unica che però ha un suo nonsocché).

8. Al weekend svegliati tardi, fai colazione alle 13 e fai un unico pasto intorno alle 19-20. Due giorni di alimentazione light ammortizzeranno eventuali sgarri pregressi o futuri.

9. Se ogni tanto, tipo una volta ogni 10-15 giorni salti la cena (non intenzionalmente ma perché succede) e mangi al massimo un pacchetto di crackers riso su riso, non è un dramma. Non morirai per denutrizione.

10. Una volta alla settimana fai colazione con una brioche presa al bar. Una volta alla settimana mangia anche la pizza perché il tuo corpo deve comunque gestire la pizza, non deve dimenticare cosa sia, altrimenti quando ricomincerai a mangiarla prenderai 1 kg a trancio.

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11. Controlla le dosi. Non esagerare con nulla, neanche con la verdura, perché poi ti gonfi come il dirigibile dei Led Zeppelin e lo stomaco ti si dilata. Mangia il giusto e ascolta il tuo corpo. All’inizio avrai paura di avere fame e porterai sempre con te in borsa mezzo kg di finocchi da ingurgitare in qualunque momento della giornata. Poi capirai che non è così terribile e che non è necessario sentirsi sempre in procinto di esplodere di sazietà.

12. Scopri i sapori vegetali: la zuppa di legumi al posto della piadina, i pomodori datterini come snack al posto dei Crostini Dorati San Carlo, le more al posto dei gianduiotti…

13. Insaporisci la cucina senza condire il tutto con ettolitri di olio. Usa le spezie, per esempio, e altri ingredienti come scalogno e porro che danno un senso a ciò che un senso non ha, a patto che tu non preveda di limonare nelle successive 10 ore.

14. Quando sei circondata da persone magre che si abbuffano, pensa che loro non hanno un obiettivo superiore, come invece ce l’hai tu. Non invidiarle, perché il bene che tu stai facendo al tuo corpo e alla tua salute è molto più gratificante di qualsiasi porcata loro stiano mangiando.

15. Fotografa il tuo corpo nel corso dei mesi e osservane la progressiva e lenta metamorfosi. Lenta perché ci vuole pazienza. Il tuo è un processo educativo, devi darti del tempo e non avere fretta. Devi imparare a trovare l’equilibrio tra il tuo culo e i carboidrati perché non devi poi riprendere i kg che hai perso. Ci vogliono mesi per dimagrire in maniera sana, con dolcezza. Anche perché non vorrai sfigurarti di smagliature.

Infine, ma anche questo è importante: fai sport. Non è necessario pretendere di diventare Jill Cooper, naturalmente. Io a volte non riesco ad andare in palestra più di 1 volta alla settimana (che è decisamente insufficiente), ma comunque lo sport è importante. Serve a dimagrire, ma anche solo ad agevolare il mantenimento del peso. Serve a sentirsi bene e a sentire il proprio corpo vivo. E se non ti piace la palestra, mettiti un paio di scarpe da corsa e vai al parco. Se non riesci a correre, cammina come se Gigi D’Alessio ti rincorresse cantando tutta la sua discografia, procedi a passo svelto per 1 ora e ti accorgerai di avere nelle chiappe dei muscoli che non avevi nemmeno mai pensato di avere. Tornerai acasa e sarai stanca ma felice.anigif_enhanced-buzz-7664-1371499284-0

Questa è la mia ricetta. Non so se possa funzionare per tutti. Ma per me un po’ ha funzionato e, soprattutto, si può fare. E si può fare non tanto per omologarsi ai canoni estetici dominanti, che figurati, noi li aborriamo, quanto per amarci di più. Per amare il nostro corpo. Che se proviamo a volergli bene, forse poi ce ne vorrà di più anche lui.

E ora ditemi, non sono forse migliore di Pierre Dukan?

 

ps: certo, io nel frattempo ho ricominciato a fumare, ma rismetterò, prima o poi, anche con quello.

Dimagrire con l’elettroshock

Sono a dieta da circa 4 mesi.

Sotto le minacce di un pool di medici, sono stata sottoposta a un nuovo regime alimentare a base di fibre, vitamine e proteine. Carboidrati moderati. Pasti regolari. Grassi ridotti. Addio Coca Cola. Addio Mc Bacon Menù grande con una vaschetta di maionese. Addio formaggi. Addio panna. Addio besciamella. Addio patatine Più Gusto al pomodoro, mi mancate, mi mancate tanto.

Essere a dieta non è semplice, sia chiaro, è uno sbattimento logistico-organizzativo non indifferente: plan alimentare da fare, verdure da comprare e da cucinare, pranzo da portare in ufficio e via discorrendo; il tutto senza nemmeno contare la sconfinata mestizia dei cibi consumati. E risparmiamoci la storia della “dieta non mortificante” che per me è leggendaria più o meno quanto quella del “carcere rieducativo”.

In più, se vivere in un regime ipocalorico è un sacrificio per tutti, per noi meridionali lo è ancora di più. Non lo capisci mai con tanta chiarezza come quando abbandoni Milano e parti per la Puglia o, chessò, l’Abruzzo (dove sono stata di recente, per la precisione a Vasto  – qui dove alloggiare – e posso confermarvi che anche l’Abruzzo ne sa che ne sa). Sono proprio questi, dicevo, i contesti più propizi per arrendersi alla disarmante evidenza: sono un’obesa imprigionata nel corpo di una vagina a dieta.

Mi sono infatti resa conto di 5 indiscussi fattori che complicano inesorabilmente l’intento di dimagrimento e che conto di condividere seriamente con il mio nutrizionista al prossimo controllo: 

1. Dimagrire al sud è impossibile. Puoi resistere finché  mangi a casa con i tuoi, quello sì, e comunque tra grosse difficoltà. Ma la prima volta che esci nel mondo, che vai a pranzo dai parenti, o a cena al ristorante e ordini gli antipasti misti terra e mare, o la prima volta che i tuoi amici magnano un panzerotto fritto come snack alle 3 di notte, ecco capisci che pretendere di dimagrire è talmente velleitario che avresti più probabilità di arrivare a Sharm El Sheik a nuoto.

2. Al sud abbiamo un rapporto religioso e morboso con il cibo. E’ qualcosa di ancestrale e inspiegabile, una spinta irrazionale che induce le donne meridionali a cucinare per 7 persone come se cucinassero per il raduno nazionale dei Suini Anonimi, tutti operati di bypass gastrico. Nel senso che non è ragionevole un menù con: pasta al forno (condita con sugo, mozzarella, melanzane, carne macinata, mortadella e un paio di autobotti di olio) + arrosto di carne (capocollo & bombette in doppia variante: piccanti e ripiene di provolone e salame piccante) + vino casereccio in quantità + torta salata con carciofi + frittata + peperoni arrostiti + melanzane arrostite + fiori di zucchina fritti + insalata + nodini di mozzarella + burratine + scamorza affumicata + pane + dolce + caffé + ammazzacaffé. Praticamente un suicidio assistito. Se a Jonestown fossero stati pugliesi, si sarebbero ammazzati di parmigiana di melanzane e calamari fritti.

3. Il fatto è che per noi terrons il cibo è gratificazione allo stato puro e questa cosa è fortemente connaturata al nostro modus pensandi. Per questo motivo la zucchina lessa ci ferisce emotivamente, in profondità. Essa è contraria a tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto. A Milano, per esempio, è diverso. Qui la gente si gratifica comprandosi le Luis Vouitton e considera il cibo puro carburante. Esso viene assunto non per il piacere che procura ma per le proprietà nutritive che ha, tipo le medicine. Il paradosso si raggiunge quando ti dicono che il riso in bianco con il parmigiano è “buonissimo”. Da me, il riso in bianco con il parmigiano è ciò che mangi quando stai male, ma proprio male brutto, dalla gastroenterite acuta in sù. E, quando lo mangi, i commensali ti guardano con compassione e provano più pena per te che per il cane di Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi. E non esiste nessun altro motivo al mondo (a parte una giornata/nottata passata sul cesso) per cui possa venirti in mente di mangiare riso in bianco con parmigiano. C’è anche da dire che qui a Milano ci si cura mediamente di più, la gente si fa le analisi del sangue nel tempo libero (un po’ tipo “Che hobbyes hai?” – “L’ipocondria”), e così scopri i valori del tuo sangue e te ne vai più facilmente in fissa con l’idea di essere sano. Mentre da me si va dal medico quando hai la gamba rotta, un dolore che non ti fa dormire la notte, una vertebra che se ne è andata in giro per i cazzi suoi. Le analisi del sangue si fanno ogni 15 anni, quindi giù a scofanarsi l’universo commestibile come se non ci fosse un domani. Poi magari sei a dieta e dimagrisci pure, ma fai oggettivamente il triplo della fatica perché sei in un contesto culturale in cui il cibo è sdoganato come pura forma di edonismo.

4. Il cibo per noi è convivialità. Per carità lo è anche al nord. Ma è un po’ come il sesso. Ci può essere il rapporto normale, composto, mediamente appagante e socialmente accettabile (l’aracera arrosto con spinacini di contorno e un calice di vino bianco) che fai a Milano. E poi c’è il rapporto lussurioso e peccaminoso, nocivo e ridondante, così animalesco che torni a casa con i lividi e i muscoli indolenziti, che più ne hai e più ne vuoi (la tipica abbuffata meridionale alla quale non puoi sopravvivere senza un digestivo Brioschi). Il problema è che quando sei cresciuta con il secondo genere di esperienza sessuale e alimentare, ti viene difficile poi trovare ugualmente appagante la normo-trombata senza infamia e senza lode. Cioè, l’accetti, va bene, devi pur sempre alimentarti, ma ti resterà dentro il germe dell’ingordigia, pronto a risvegliarsi da un momento all’altro.

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5. E poi c’è tutto il fattore umano, che non è trascurabile: io so che la ferisco per davvero, mia zia, se non mangio le prelibatezze che ha comprato e cucinato apposta apposta per me. Ma anche un po’ la madre di Frecciagrossa se non onoro le sue sacre carteddate natalizie. Diventi una specie di cuspide sociale, non sei né del Nord (perché non sarai mai una che a pranzo mangia 2 litri di tisana drenante) e non sei del Sud (perché hai deciso che dopo un primo e un secondo non mangerai 15 tipologie di salamino buonissimo, assaggialo che è favoloso, mena che mò ti trovi, quando ti ricapita?) Ecco, possiamo dire che il “quando ti ricapita?” riassume perfettamente il ricatto emotivo a cui amici e parenti ti espongono: automaticamente pensi che non ti capiterà per mesi e quindi t’abbotti come una giovane scrofa in fame chimica.

Considerate, quindi, tutte le difficoltà culturali e sociali, e anche il fatto che la goduria alimentare è parte integrante del nostro habitus terrons, forse la soluzione migliore per consentire a noi vagine meridionali di dimagrire definitivamente dovrebbe essere (oltre a non tornare a casa per almeno un anno) praticarci l’elettroshock. La lobotomia. L’ipnosi. Qualunque cosa che ci permetta di dimenticare una volta per tutte il sapore della puccia, della cassata, del gateau di patate, dei tubetti con le cozze, delle mozzarelle in carrozza, del pane fresco inzuppato nell’olio dei peperoni alla scacchiata, tutto in quantità inumane . Qualunque cosa possa convincerci che il cavolfiore cotto al vapore è buono. Davvero molto buono. Tipo gli hambuger di soia.

E che tutto sommato non c’è questa grande differenza tra uno yogurt vitasnella e la nutella.

O che la focaccia con le cipolle e le olive nere non è poi così tanto più gustosa di un cracker di riso…

Sì.

Ne sono sempre più convinta: elettroshock is the way!

 

Fat Rating e Fat Talking

Nella vita di ogni natural-born-fat, esiste un momento critico, che è quello in cui si accorge che sta ingrassando (di nuovo o di più, dipende dai casi).

Quella storia dell’effetto fisarmonica, di fatti, è vera: noi spendiamo la nostra vita a espanderci e ritrarci, a entrare e schiattare dentro lo stesso range di taglie, legandoci in maniera morbosa all’ultimo jeans non conformato nel quale riusciamo ancora a infilarci, così da perpetrare l’illusione, il negazionismo della taglia, quella roba che a me fa ancora sostenere che sono una taglia 46 anche se ho smesso di essere una taglia 46 almeno tre o quattro anni fa.

Ecco, una natural-born-fat presta sempre attenzione al suo sovrappeso e il suo sovrappeso diventa la cifra caratterizzante della sua esistenza. Anche quando si impegna a dimostrare che oltre alle maniglie dell’amore c’è di più, anche quando riesce a trovarsi piacente, anche quando si ama così com’è tutta imperfetta dududu-in-cerca-di-guai, anche quando prova a essere self-confident mentre i collant a vita bassa le si arrotolano sui fianchi sotto il vestito, nel bel mezzo di una riunione e tutto ciò che vorrebbe fare è dire ai presenti: “Scusate un attimo”, alzarsi la gonna e tirarsi su le calze come un incrocio genetico tra Sofia Loren e Platinette. Oppure quando i collant a vita alta le tranciano l’addome, che vorrebbe prendere il maggiore azionista di SìSì e farlo andare in giro con scarpe 2 numeri più piccole per un mese, ma vendendogliele come fossero della sua taglia. Oppure quando le altre vagine si lamentano delle autoreggenti che scendono e alla natural-born-fat no, gnente, le autoreggenti non calano manco pe sbajo, al massimo stringono l’internocoscia come manco Arnold Schwarzenegger all’apice del suo fulgore avrebbe fatto.

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Il punto è che una natural-born-fat, il Tilak non ce l’ha in mezzo alla fronte ma dentro l’ombelico. Non vive la vita, ma il girovita. Prova di ciò è che molti banali piaceri subiscono mutilazione emotiva. Il piacere dello shopping diventa lo stress di non entrare nei capi che si vorrebbero acquistare. Il piacere della spiaggia (o di qualunque contesto preveda una condizione di parziale nudità) diventa attenzione compulsiva a porsi in pose plastiche che permettano di minimizzare l’eccesso di adipe, aggirando goffamente e per lo più invano il tripudio di rotoli (d’altra parte la prospettiva di Brunelleschi non ha mica gli stessi poteri divinatori della Madonna di Lourdes). Il piacere di scattarsi le fotografie con gli amici svanisce all’ombra della tragica Evidenza Doppiomento, che – per quanto mi riguarda – ha chiuso definitivamente il capitolo della fanciullezza per aprire quello dell’invecchiamento. Che poi, ogni volta che in fotografia vedi il doppiomento imputi a lui tutta la tua infelicità, che grazie che morirai sola, con quel cazzo di doppiomento! Questo per non parlare delle braccia Rovagnati.

Certo, per carità, io poi vivo nel regno della Dukan, qui presto brevetteranno bio-automobili ecologiche che andranno a bresaola e Maroni ha già stanziato i fondi per un piano di Riqualificazione Benzinai: via le pompe, largo alle affettatrici, con buona pace dei vegetariani. Quindi, come dire, forse sono ancora più sensibile al tema, ma resta il fatto che, a Milano più che mai, la taglia è una questione sociale. Se ti trovi in mezzo all’alta borghesia, nessuno ti rivolgerà la parola, non tanto perché sei vestita H&M mentre loro sono vestiti Chanel, o perché la tua borsa costa quanto il loro Arbre Magique Platinum. Il primo insormontabile stigma è che tu, a differenza loro, sei grassa, quindi quasi sicuramente plebea, ignorante, sciatta, volgare e non-milanese.

Ora, non importa quanta intelligenza possiamo applicare alla materia, quante analisi socio-demografiche della situazione possiamo elaborare, né quante conferme possiamo avere dalla vita. L’unità sovrana che misura il nostro benessere psicofisico e la nostra realizzazione sociale è il Fat Rating. Al punto che anche vagine di successo (chessò, prendi la Geppi) sposano confessioni religiose non riconosciute come la Tisanoreica: praticamente è più o meno come se un essere umano in età adulta, al culmine del suo successo e nel pieno possesso delle proprie capacità cognitive, decidesse di iniziare a nutrirsi di costosissimi omogeneizzati.

Il Fat Rating si fonda su un semplice postulato: se sei ingrassata, stai male. Se sei dimagrita, stai bene.

Si chiama Equazione di Lagerfeld, per chi non lo sapesse.

A ciò si aggiunge un altro peculiare fenomeno, che in genere investe tutti coloro che non sono normopeso e che non combaciano con la silhouette che il mondo lì fuori si aspetta per loro: il Fat Talking. Dicesi Fat Talking quella deliberata e inconsulta tendenza sociale a esprimersi sull’altrui peso come se si stesse parlando delle previsioni metereologiche. Il popolo, infatti, si sente mediamente piuttosto libero di parlare dei kg in eccesso, molto più che di altri difetti (state sicure che sono molto più numerosi quelli che vi danno della “culona” che non della “stronza acida e supponente”, per esempio). Il Fat Talking può essere Behind, cioè fatto alle vostre spalle (e va ancora bene), e Front, cioè spacciato per “sincerità” e quello no, non va bene per niente.

A sentirsi legittimati a praticare Front Fat Talking, in genere, sono amici storici e parenti. Per esempio, io l’anno scorso mi sono sentita dire: “Ma per caso i 12 kg che ho perso io, li hai presi tutti tu?” (l’emittente, per inciso, era un’entità quasi cubica di un metro e quaranta per un metro e trenta). Di recente, invece, mi ha vista una parente che non mi vedeva da mesi, e mi ha detto “Ti trovo bene” che – come tutte le natural-born-fat sanno – significa solo una cosa: hai perso almeno 5 etti. Poi ha aggiunto “Sei più sgonfia, quest’estate ti ho trovata peggio”. Ma pensa!

La cosa m’è risultata ironica perché, in effetti, io in questo periodo sto proprio un cesso.

Non sono in forma, sono stressata, che è diverso.

Quello che ti fa apparire il mio viso più asciutto, è la mia somiglianza a un limone spremuto fino all’ultima goccia di lardo. Quello è lo stress e lo stress non è salute. Prenderei adesso 3 kg di più, se ciò mi ridesse i capelli che sto perdendo e ridesse regolarità al mio ciclo mestruale.

Quindi, voi, che siete all’esterno, che ci giudicate con il Fat Rating e che praticate impunito Fat Talking mentre guardate il nostro costante oscillamento di peso, non deducete necessariamente da esso quanto stiamo bene o quanto stiamo male.

Forse stiamo sempre uguale e il disordine nella nostra dispensa è specchio delle nostre anime irrisolte.

Di quello sturm und drang che ci rende pezzi unici. Non lo so.

Nel dubbio, resta inteso che l’Equazione di Lagerfeld è una minchiata.

DEV – Depressione Estiva Vaginale

E’ ormai estate.

L’estate è un gran bel momento: i peli devono essere sempre fatti, la pedicure dev’essere a posto, il tasso di umidità fuori dalle nostre mutande è più alto di quello all’interno delle stesse e ciò ci crea una patina sudaticcia e permanente su tutto il corpo che ci rende più repellenti di un programma condotto da Amadeus. Come se non bastasse, il magma ormonale si risveglia e inizia a farci notare i numerosi replicanti di Gerard Butler che ci tagliano la strada mentre, per esempio, si dirigono ai casting per la prossima settimana della moda.

A rendere ancora più complessa la stagione c’è poi la fisiologica necessità di scoprirsi che implica una naturale conseguenza: la celeberrima DEV, anche nota come Depressione Estiva Vaginale. Trattasi di una sindrome autoindotta che colpisce 8 vagine su 10 nel momento in cui per la prima volta si denudano e, tutte bianche color Zarina Francia di Martufello, iniziano a osservarsi. Scatta lì lo strategismo estetico, che si realizza in una serie di azioni belliche più o meno spietate, messe in atto ai danni di se stesse. Robe del tipo:

Operazione Kate Moss

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Si entra in un regime alimentare composto solo da Jocca, bresaola e gallette di riso e si continua finché ce la si fa. Di solito, comunque, non si supera la settimana. L’anno scorso l’operazione Kate Moss era stata declinata secondo i dettami del Dio Dukan, roba che io guardavo le mie amiche cercando di ravvisare in esse una briciola di quell’umanità che avevo conosciuto fino al giorno prima e gnente, manco per il cazzo, si erano trasformate in consumatrici diaboliche di proteine. Quando hanno vomitato sentendo l’odore di una fettina di carne arrostita, hanno capito che era l’ora di smetterla.

Operazione Sergente Hartman

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Si pretende di imbastire una copiosa attività fisica secondo una disciplina da Marines in Vietnam. Parte la Cavalcata delle Valchirie mentre, in preda al più completo delirio, una domenica mattina calziamo le nostre running shoes per ritrovarci a correre intorno a un’aiuola nel centro di Milano, ansimando come rinoceronti asmatici. Oppure decidiamo che nulla ci dividerà dalla palestra. SurfVagina mi ha confessato di essere andata in palestra alle 21.15, in taxi, a guardare il Commissario Montalbano sul tapis roulant, perché il giorno prima era entrata in DEV.

Fronte mio, la DEV mi ha indotta a informarmi per gli ingressi in una palestra veri cul (cul nel senso che per pagarla devi darlo via), spinta dalla perversione di frequentarla alle 7 del mattino, tutti i giorni fino alla prova costume, prima del lavoro. Sì. Certo. Come no.

Operazione Wanna Marchi

wanna

E’ la psicosi estetica più pura, quella roba che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi a stipulare un contratto con finanziamento tasso zero per farti 10 sedute di pressoterapia, oppure a comprare unguenti e lozioni di alga con albume d’uovo di pterodattilo, da spalmarti sulle cosce durante la notte. Oppure ancora decidi di investire parte del tuo denaro in un massaggiatore elettrico che praticamente la sera devi metterti a fare su e giù per le tue carni con questa specie di sbattitore da cucina che tratta la tua ritenzione idrica come fosse panna da montare.

Perché sìssignore, il vero nemico è lei. Suprema, incubo indiscusso e trasversale, motore inesauribile delle più conclamate paranoie vaginali, ad altissimo tasso di emissione pugnette: la cellulite. Oh yes. Ne abbiamo già parlato più volte. La cellulite è quel nemico pubblico numero 1 contro il quale tutte combattiamo, indistintamente, grasse e magre, senza riserve, con tutto il pathos di cui le nostre ovaie sono capaci, sprofondando in torbidi abissi di inquietudine quando ci rendiamo conto che questa forsennata lotta siamo destinate in buona parte a perderla.

La cellulite è quell’entità reale o immaginaria che ci colonizza le carni, e se non ce l’abbiamo ce la inventiamo, e la odiamo, e ne soffriamo, e ci struggiamo, e la cerchiamo negli altri corpi per accettarla nel nostro, per sentirci meno sole in questo insormontabile dilemma estetico. Completamente dimentiche del fatto che, in fin dei conti, se la smettessimo di ossessionarci reciprocamente per essa, forse tutte ci accorgeremmo che ci sono cose peggiori, peggiori della cellulite intendo, tipo essere in qualche modo imparentati con Davide Mengacci.

La cellulite è il carburante che alimenta il sadomasochismo collettivo del genere vaginale e ci allontana dalla più semplice e rassicurante delle consapevolezze: siamo nude in pubblico 10 giorni all’anno. Dico: 10. Quindici, tiè. Su trecentosessantacinque. No, dai, davvero. Magari, faccio per dire, potremmo anche smetterla di masturbarci così prepotentemente l’identità in virtù delle nostre cosce non sufficientemente levigate. Onnò?

Per i restanti 350 giorni, gli uomini – purché non EgoFroci – non la noteranno nemmeno, la cellulite. Non se ne turberanno. Magari je piacerà persino, perché fa femmina. Penseranno a prendersi tutto quel che possono e a darci tutto quel che possono. Penseranno a farci godere e a godere di noi. Chiaro sia: percepiranno una certa qual differenza tra noi e Belen Rodriguez – ma solo perché sono intuitivi assai – ciononostante non metteranno a fuoco che il punto di discrepanza tra noi e l’ultratopa nietzschiana, è proprio quel fastidioso inestetismo cutaneo meglio noto come buccia d’arancia.

E poi, per quanto feroce possa essere la DEV dobbiamo sempre pensare che sì, forse qualcuno ci guarderà in costume e penserà che siamo sfasciate; sì, forse qualcuno osserverà le nostre cosce pensando che la Eminflex dovrebbe investirci su e lanciare una linea di cuscinetti ad acqua; ma di positivo c’è che nessuno guarderà il nostro pacco, dentro uno slippino logato D&G, domandandosi se abbiamo in effetti un pisello o un punticcio.

Che a me comunque me pare un bel vantaggio.

Detto ciò: buona DEV a tutte!