Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.