PopSex – 1. La Riappropriazione della Patata

Era un po’ che da queste parti, complici le grandi rivoluzioni copernicane che hanno interessato la mia umile esistenza (tipo l’uscita del romanzo e l’inizio di una relazione), non si parlava di quei temi scottanti che mi sono valsi in più occasioni l’epiteto di “sex blogger” (che poi magari in certi periodi scopassi pochissimissimo, era un di cui). Dunque è bene recuperare il tempo perduto e ricominciare a discettare sui massimi sistemi genitali, sulla sessualità sana e su quella zoppicante, sui tabù e sui preconcetti che ancora costituiscono la nervatura di una sfera tanto fondamentale e tanto complessa quale l’accoppiamento biblico. Colgo l’occasione, dunque, per inaugurare una nuova rubrica di post osceni (la cui lettura è vivamente sconsigliata a ciellini, neocatecumenali e legionari di Cristo) e realizzata in collaborazione con Pleasure4You, un nuovo sexy shop online straordinariamente sguarnito di tette culi nel lay-out, ma ricco di idee per insaporire la sessualità (individuale, di coppia, di gruppo, trasversale, orizzontale, di capo sotto). Diamo dunque il via alla prima puntata di Pop-Sex in cui affronteremo un argomento alquanto intimo: la riappropriazione della patata. Ma andiamo con ordine.

La settimana scorsa chiacchieravo con un amico che mi raccontava i problemi sessuali con la sua fidanzata (non chiedetemi perché, nella mia vita è sempre stato così: sono sempre stata gratuitamente considerata una fonte attendibile di consigli, senza aver nessun titolo ufficiale per dispensarne). Mi ha raccontato che lei non si masturba e che non se la guarda neppure, la patata, il tubero, la cozza, la passera, la baggiana, insomma come preferite appellarla.  Cioè che non se l’è guardata MAI. “Impossibile”, ho risposto. Non perché io stia lì a contemplarmela manco fosse la extended edition director’s cut di Titanic, ma perché semplicemente nella vita mi è capitato di guardarmela, di esserne naturalmente curiosa.

La cosa, però, mi ha colpita, così mi sono documentata un po’ e ho scoperto che è estremamente comune che le donne non abbiano cognizione neppure dell’aspetto della propria vulva. Che spesso ne siano imbarazzate, se non disgustate. Che preferiscono non saperla, ignorarla, fare come se non fosse loro, dimenticarla persino. Si capisce pure che a quel punto, la nostra povera consorella, a sentirsi trattata in questo modo, è facile che NON si trasformi in quello straordinario e ingegnoso strumento di piacere che può essere; d’altra parte chi di noi, non sentendosi accettato, riuscirebbe a dare il meglio di sé? Partiamo dall’assunto che una donna che non ama la propria patata, una donna che – peggio ancora – si vergogna della propria patata (del suo aspetto, dei suoi odori, dei suoi umori), è raro che sia libera, capace di godere il sesso in modo pieno, sano, consapevole. Ciò, che ai maschietti piaccia oppure no, sconviene anche a loro. Perché una donna che si ama, è una donna che ama meglio. E l’amore per se stessa, per il proprio corpo, passa anche dall’accettazione del proprio aspetto…pure di quello vaginale.

Mi sono chiesta: perché per gli uomini il cazzo è un trofeo e per noi donne la vagina è ragione di imbarazzo? Possiamo provare a rispondere con l’anatomia. Da un lato bisogna ammettere che per i maschi, almeno questo, è più semplice. Hanno tutto lì, a portata di mano, evidente, esplicito, sotto i loro occhi ogni volta che fanno semplicemente pipì. Non devono mica andare in esplorazione, armarsi di specchietto, scostare, divaricare, scorgere, scappucciare cose piccolissime. Poi arriva l’età dell’eccitazione sessuale e, pure in quel caso, per i maschi è tutto alquanto evidente. Non oso immaginare cosa provino, la prima volta che il fringuellino gli si desta, che non risponde alla loro volontà, fa un gesto plateale e inaspettato. Però, voglio dire, una volta svelato l’arcano, per loro è molto chiaro cosa succede quando provano del desiderio (pure cosa fare per inseguirlo, a suon di rasponi segreti chiusi al cesso). Per noi donne, il primo atto inconsulto della nostra patata, sono le mestruazioni. Cioè la prima azione autonoma che la nostra inquilina del piano di sotto intraprende è SANGUINARE a nostra insaputa e insozzarci senza preavviso. Praticamente un tradimento. E di certo non ci è chiaro cosa succede, invece, quando quella s’infatua. La sentiamo un po’ agitata, lo intuiamo, ma boh, è tutto un mistero. Poi qualcuno inizia a spiegarci qualcosa, proviamo a documentarci ma ciò che apprendiamo teoricamente della nostra patata è davvero confuso, ne leggiamo e ci sembra di leggere il funzionamento di un reattore nucleare. Clitoride? Imene? Uretra? Vagina? Punto G? Orgasmo clitorideo? Orgasmo vaginale che però ce l’hanno solo alcune, non è di serie in tutte le donne. Gesù che difficoltà.

D’altro canto, al di là dell’anatomia, esistono pure diversi fattori culturali. In prima istanza, come sempre, il sesso è peccato e – per quanto appaia più sdoganato, mentre disquisiamo di vibratori di design come fossero borse di Chanel – la verità è che scarseggia ancora molto la consapevolezza del sesso, l’educazione al contatto e alle emozioni (che ne sono ingredienti fondamentali) e che esiste ancora – tangibilissimo – lo stigma della sessualità femminile libera (lasciatevelo dire da una che di sesso scrive da anni). In secondo luogo, noi donne siamo educate a non piacerci, fin dalla più tenera età, e se già siamo abituate a non farci piacere parti più esplicite del nostro corpo, figurarsi quella parte lì. Perché i genitali, si sa, a primo acchito non sono mica belli (pensate alla prima volta che avete visto o toccato un pisello e ditemi se non vi ha suscitato la stessa sensazione di avere a che fare con un’anguilla putrefatta), solo che poi nel tempo ci si abitua, come con il sushi, che la prima volta ti fa schifo e poi dopo diventi addicted. E poi, diciamolo, la verità non è come l’immaginazione. Magari la patata è tutta chiusa, magari è slabbrata, magari non è più quella di una 16enne, magari è tutta pelosa che manco ci vedi niente, magari è depilata e irritata, magari è violacea, magari è irregolare, magari è semplicemente una parte di te che non sei abituata a vedere. E devi prenderci confidenza.

Insomma, per una donna, prendere e guardarsi in faccia – in quella faccia! – è un atto quasi rivoluzionario e, come tutte le rivoluzioni, richiede coraggio. Ma va fatto, perché averci confidenza con la propria consorella è importante. Con il suo aspetto e con la sua interiorità. Con la sua forma e con la sua sostanza. Perché quella ha e deve avere un ruolo centrale nella nostra dimensione intima, non possiamo disconoscerla, se non a patto di abdicare a una fetta (grossa e succulenta) della nostra femminilità. E io questo, amiche care, come sapete, non ve lo consiglio affatto. Vi consiglio, al contrario, di guardare il video con cui vi lascio in chiusura – che fa riflettere – e pure di fare un giro da queste parti così iniziate a farvi solleticare perlomeno la fantasia (e poi, possibilmente, il resto).

Sempre vostra,

Vagi

Donna Con le Palle

L’altro giorno un tipo mi ha definita una “donna con le palle“. Io, come sempre avviene in questi casi, ho sorriso e non ho risposto nulla, perché non so mai cosa rispondere quando la gente mi attribuisce gonadi che non mi appartengono. Provo anche una sensazione strana, a dire il vero, una specie di miscuglio tra la lusinga (perché, nelle sue intenzioni, mi sta facendo un complimento riconoscendo dei tratti androgini nella mia personalità, che mi elevano dal rango di massaia-ai-fornelli, promuovendomi al ruolo di essere umano quasi integro e capace di interagire pariteticamente con un interlocutore di sesso maschile o con il mondo esterno, in generale) e il fastidio.

Tornata a casa ho continuato a pensarci. Ci ho pensato per tutta la durata del viaggio in metropolitana, a dire il vero. “È cazzuta“. “È cazzutissima“. “C’ha le palle“. “C’ha le contro-palle“. C’ha i coglioni“. “C’ha due coglioni che la metà bastano”. E, mentre imbastivo una di quelle cene deprimenti e ipocaloriche, mi sono chiesta perché per descrivere una donna forte si debba sempre far ricorso ai genitali maschili. Perché, in altri termini, la vagina, le ovaie, l’utero, le tube e tutto l’armamentario che ci consente – biologicamente parlando – di fare la cosa più potente di tutte, cioè perpetrare il genere umano, ebbene perché tutto questo non sia sufficiente a renderci “forti“. Perché dobbiamo mutuare un riferimento anatomico all’universo virile. Perché il cazzo è uguale a forza e perché la figa è altro. Intrattenimento, complemento, fragilità, passività.

Un po’ è la natura, direbbero certi. Direbbero che il cazzo è di per sé prepotente, arrogante, scenografico, pirotecnico. Si vede, è esplicito nelle sue manifestazioni, sia quelle positive che quelle negative. È fisico, materiale, come un’arma che s’impugna, una clava per difendersi, una spada laser, una sciabola, un oggetto visibile e definito. Mentre l’altra, lì, la fica, è una fessura, una caverna, una grotta buia, un pertugio umido, affascinante ma misterioso. Può offrire molte cose: rifugio, conforto, divertimento, dolcezza, tepore, voracità persino. Ma non la forza. Per la forza, mi spiace, citofonare “cazzo“. Per la “potenza”, bisogna interpellare l’uccello, noi al massimo possiamo lubrificare, coadiuvare, offrirci, concederci, proporci, ma se si tratta di forza, sorry, la figa non è contemplata.

A riprova di ciò, una donna “figa” è una donna “bella, piacente, sessualmente appetibile”. Non una donna intelligente, volitiva, indipendente, forte. Cioè per me “figa” significa tutte queste cose qui, ma io faccio un uso non convenzionale di “figa“. Provate a definire “figa” una donna capace ma non bella, tutti vi risponderanno che non è “figa“. La figa dev’essere bella. Il cazzo dev’essere forte. Fine della storia.

Ora, senza tema di caduta nel girone delle “solite paturnie semantiche di impronta veterofemminista“, mi sentirei di dire che il linguaggio è espressione (ma anche ingrediente) importante della propria cultura. Dice ciò che dice, ma dice pure di più. E di conseguenza, forse, continuare ad associare indefessamente i genitali maschili all’idea di forza e quelli femminili a una generica idea di subalterna vulnerabilità, anche quando la società cambia, anche quando il contesto antropologico si capovolge, è un errore. E sia chiaro: non è un errore solo nei miei confronti perché invece di “Donna con le palle”, voglio essere definita “donna con le ovaie” – che, biologicamente parlando, sono equivalenti ai coglioni. È un errore anche, e forse soprattutto, nei confronti degli uomini.

Di chi le palle formalmente ce le ha. Di chi del cazzo è tecnicamente munito, e magari non è neppure “cazzuto“. Di chi deve affrontare la vita nel mito di una potenza virile che non ammette defezioni, né dentro, né fuori dal materasso. Di chi deve essere forte fisicamente (se qualche volta nella vita ha fatto a botte, tanto meglio), di chi deve proteggere, di chi non deve piangere e se possibile neppure chiedere; di chi deve guadagnare bene, saper guidare, saper decidere, saper migliorare, senza manifestare fragilità. Se le manifesta, è una “femminuccia“. Che parli di macchine, e di calcio, e poco importa se delle macchine e del calcio non gliene frega un cazzo, se preferisce cucinare le quiche a casa e fare il bucato alla sera. Che parli di macchine, di calcio e di fregna. Che sia, insomma, degno titolare delle palle che la natura gli ha concesso in dotazione.

E invece, ipotizzo, potrebbe essere interessante pensare che ciascuno di noi disponga di una propria forza e di una propria debolezza. Che questi elementi coesistano e si mischino, e si articolino attraverso le nostre esperienze, e sorreggano la nostra identità. Che i confini tra uomo e donna sono sempre più sfumati e che, in ragione di ciò, potremmo smetterla di ricalcare stereotipi di genere ogni volta che vogliamo esprimere approvazione o disappunto nei confronti di una persona.

Per questa ragione, non voglio essere una donna con le palle: perché non lo sono.

Sono donna e sono femmina.

Sono forte, sono vulnerabile, sono tostissima, sono inadeguata.

Sono divertente a volte e insopportabile altre.

Sono sofisticata e sono potente (anche se la mia potenza non si misura fenomenicamente come quella virile).

Sono una persona, a volte in gamba, a volte sono mediocre.

Sono stata bambina, ragazzina, ragazza e oggi sono finalmente donna, punto e basta.

Se volete farmi un complimento, limitatevi a questo.

E le palle non datemele, che non ne ho bisogno, per sapermi forte.

 

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
  .
Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
   .
Buon 8 marzo.
A tutte.  

Cazzotene di me?

Cazzotene di me?, mi ha chiesto.

Hai la tua vita, ha detto. Il tuo lavoro, i tuoi progetti, i tuoi impegni, i tuoi inviti. Ho anche i miei amici, la mia casa e la mia macchina qui, se è per questo. Ho anche l’abbonamento in palestra, il biglietto per il prossimo concerto a Teatro, l’agenda piena di incontri, le giornate di co-working in Paolo Sarpi, la mia famiglia a poche ore di treno. Se è per questo.

Cazzomene di te? Potrei fare un lungo elenco di dettagli che grazie al mio raffinatissimo spirito d’osservazione ho colto e potrei scrivere una di quelle robe stracciamutande che il tuo ego ne uscirebbe come manco Arnold Schwarzenegger negli anni ottanta. Potrei comporre un puzzle di parole, di quelle che vanno a fondo, perché so farlo, e potrei spiegarti perché mi piace ogni pezzo di quel puzzle, pure quelli che in effetti non sono oggettivamente un granché. Ma queste robe io le ho già fatte. È proprio un format capisci. Funziona eh. Ha funzionato sempre, si sentono speciali le persone se dimostri di ricordare i particolari della loro individualità. Insomma è un metodo di seduzione alquanto ovvio, che io ho applicato diverse volte nella vita e a volte l’ho applicato così sfacciatamente che certi ex me l’hanno pure ritorto contro. Hanno usato la mia arma contro di me. Me le hanno scritte loro, le lettere stracciamutande con tutto ciò che avrebbero per sempre ricordato di me. Ma ti rendi conto. Che razza di modi. Il fatto però, io allora non lo sapevo e l’ho capito dopo, è che non è questo il punto. È che non è questa roba, l’amore. Questa roba qui è ipermnesia, è retorica, è feticismo. E io di te non voglio un feticcio. Vorrei te, che è diverso.

Quindi lascia che risponda in maniera semplice al “cazzotene di me”.

Cazzomene di te? Che sei intelligente, innanzitutto. Che hai un certo senso dell’umorismo e che capisci il mio, di senso dell’umorismo, e quando faccio una battuta ridi, oppure fai una smorfia e mi rispondi a tono, e allora rido io, e avanti così di rimandi e citazioni, e modi di dire, e neologismi e un’assortita microlingua che abbiamo provveduto a creare e arricchire, lentamente ma costantemente. Che sei educato e che ti lavi tutti i giorni,  che ci trattiamo da pari e che non ci prevarichiamo, che quando parliamo lo facciamo per spiegarci e comprenderci, non per ferirci, non per offenderci. Che ci facciamo bene, letteralmente, perché bene ci vogliamo, sinceramente. Che abbiamo quel genere di diversità che ci permette di crescere, e quel genere di similitudine che ci permette di intuirci. Che non hai paura di migliorare e che mi induci a essere la versione migliore di me stessa. Che non ti senti minacciato da ciò che dico, da ciò che scrivo, da ciò che sono. Che sei speciale nel senso che sei normale. Che non avrei nessun dubbio, su di te. E io dubito sempre di qualsiasi cosa. Anche del gusto della pizza da ordinare a cena, come sai. Che non hai mai dovuto “tenermi testa”, perché questa storia che mi ci vuole uno che “mi tenga testa” non sai quanto m’abbia seccata, che è tutta la vita che me la sento ripetere, manco fossi il risultato di un incrocio genetico tra Vittorio Sgarbi e Condoleezza Rice. Che mi rispetti e, soprattutto, che ti rispetto. E che non abbiamo mica dovuto fare un summit delle più grandi potenze mondiali per decidere che rispettarsi – nei modi, nei toni, nei contenuti – fosse una cosa giusta. L’abbiamo fatto e basta. E non ti ho mai ringhiato contro. E non hai mai alzato la voce. E non ho mai dato libero sfogo al mio animo da drama queen, che a te sembrerà poca roba ma non sai che grande conquista sia, questa, per la Filumena Marturano che c’è dentro di me.

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Cazzomene di te? Che in mezzo a tutti i tuoi (comunque numerosi) difetti ci sono delle qualità e che quelle qualità per me sono importanti. Di più, sono sostanziali. E che di te mi fido, e non mi fido quasi di nessuno, io,  perché sono una terrona cicciona, arrogante e diffidente. E, bada, non è che mi fidi in quel senso che poi m’aspetto che tu sia Christian Bale in Batman, ma anche un po’ Kevin Costner in The Bodyguard, no davvero. Mi fido conoscendo i tuoi limiti. Mi fido come ci si fida delle persone reali: sapendo che possono deluderci, perché sono fallibili come tutti, ma pensando che finché non lo fanno quella fiducia la meritano.

E io non lo so cosa significhi tutto questo. E non posso dirti che ho ragione io, a cazzofregarmene così tanto di te. E non posso neppure dirti che sono una donna docile, che non manipolo, che non mi lamento, che non cambio le carte in tavola e l’umore nell’anima, che non giro le frittate, che non mi entusiasmo finché le cose non le ottengo e quando poi le ho ottenute ci perdo l’interesse, che non ho mai anteposto i miei obiettivi a quelli del partner, e che ad amare non faccio fatica, perché mentirei. Per me amare è difficilissimo, se pure inevitabile. E non posso dirti neanche che sono di sicuro quella migliore per te, che se mi perdi te ne pentirai, che mi rimpiangerai, che non mi dimenticherai mai. Perché sai io questa cosa l’ho sempre creduta, sempre, di tutti gli uomini con cui sono stata, che detta così sembra che io sia stata con tutta la popolazione del Benelux, ma no, sono numeri assai più piccoli. Fatto sta che ho sempre pensato d’essere LA MIGLIORE AL MONDO per loro. Inutile dirti che sono tutti coniugati con altre, e alcuni di essi — ne sono certa — sono molto (ma molto) più felici con loro di quanto lo siano mai stati con me, e mi pare pure giusto e sacrosanto così. Insomma, quello che voglio dirti, è che non ci credo più a questa cosa, sai, che esiste una persona nel mondo che è la migliore per noi. E se ci fosse, non sarei certa di essere io, quella per te. Perché ho i capelli ricci e corti, invece che lunghi e lisci. Perché ho i denti storti e gialli, che lo sai fumo troppo, invece che bianchi e dritti. Perché ho le rughe, troppi anni, pochi soldi e discutibili ambizioni. E a me piace come sono, sia chiaro, io mi amerei, se fossi in te, e ciecamente pure, e troverei rivoluzionaria e irresistibile la mia diversità rispetto alla pletora di fichette figlie di papà taglia 40 in cui mediamente ti imbatti, ma capisci che io sono di parte. E quindi, insomma, non faccio granché testo, nella fattispecie.

E forse neppure tu saresti il migliore al mondo per me. Perché ascoltiamo musica diversa e perché non guardiamo le stesse serie tv. Perché io sto sveglia la notte e tu stai sveglio di giorno. Perché tu sei un ipocondriaco e io invece dai medici non ci vado mai e penso sempre che morirò improvvisamente di un’unghia incarnita che – se solo l’avessi curata – mi sarei potuta salvare. Che peccato. Era così giovane. Perché io vivo di emozioni sfiancanti e tu di sfiancante razionalità, e forse è solo un miracolo che per un po’ siamo riusciti a parlare nella stessa lingua, ma nel tempo no, finiremmo per scannarci, forse sì. O, più probabile, moriremmo di noia.

Insomma, non posso dire che ho certamente ragione io, al di là d’ogni dubbio, a cazzofregarmene così tanto di te. Però delle ragioni le ho. Tu dirai che non sono sufficienti. Io risponderò che sono necessarie. Poi ti dirò che resteremo  sempre buoni amici, come cantava il caro Gianluca Grignani ne “La Mia Storia tra le Dita” (perle, perle, lo so) ma tu sappi che potrei mentire, perché tra le cose che proprio non so fare, come i calcoli a mente e gli esercizi di yoga, c’è anche essere amica di persone di cui me ne sono cazzofregata troppo.

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

Amori a Confronto

Esistono alcune cose che tutte sappiamo che non andrebbero fatte mai. Ciononostante, talvolta, le facciamo.

Per esempio, tutte sappiamo che non bisognerebbe mai mangiare in uno stesso pasto sia la pasta che il pane. Oppure che non bisognerebbe andare a letto senza essersi struccate (ok, se ti sei scolata una boccia di Gewurztraminer da sola, sei giustificata). Oppure che non bisognerebbe mettere a confronto gli amori che abbiamo vissuto.

Una mia amica la settimana scorsa era a Milano per lavoro ed è venuta a dormire da me.

È arrivata dopo l’ufficio e dopo il treno, siamo andate a fare un aperitivo, che poi è diventato una cena, che poi è diventata un amaro del capo a casa mia, e ci siamo aggiornate un po’ sulle rispettive vite. Da un lato io, con il mio intramontabile talento per infilarmi in situazioni para-sentimentali categoricamente ingestibili. Dall’altro lei che, dopo qualche anno di singletudine, sta vivendo i primi mesi di una relazione apparentemente sana con un nuovo ragazzo, o dovremmo dire uomo, conosciuto per lavoro (questo lo sottolineo, non l’ha trovato su una dating app, non era un Tinder match, era proprio un old but gold “piacere Pino” – “piacere Pina”).

Ora, la mia amica c’ha un passato sentimentale simile al mio, che è tipo la Striscia di Gaza dell’amore. È una che le sue belle badilate di merda le ha viste scorrere sotto i ponti, una che ha amato e che è stata amata, che ha odiato e che è stata odiata. Che si è lanciata senza paura nella selva oscura delle relazioni sbagliate. Che si è consumata l’anima in nome dell’uomo che voleva accanto. Che ne ha saggiato i pregi e le mediocrità. Che ha perlustrato i propri limiti. Che ha investito più soldi in analisi che in scarpe. Che ha confuso a volte l’amore con il dolore, con il possesso, con la legittimazione, con la misura del suo valore come donna. Una che ha amato nel modo in cui, secondo una certa tradizione e una certa retorica dell’amore, bisognerebbe amare: senza riserve. Una che si è fatta male e che s’è impegnata a guarire, per intenderci. Anche se le cicatrici, diciamoci la verità, noi sappiamo benissimo d’averle.

Sapete no, che le amiche, quelle vere, si dividono in due macro-categorie: quelle uguali e quelle diverse. Quelle uguali sono quelle a noi inclini per indole, vissuto, esperienze, quotidianità. Quelle diverse sono quelle dotate di tutte quelle meravigliose virtù di cui noi siamo sprovviste, tipo la calma, la lucidità sistematica, l’equilibrio, una relazione sana e pluriennale. Poi, ovviamente, non è che le seconde siano Mohatma Gandhi nel mondo dello zucchero filato, né che le prime siano Charles Manson in premestruo. Siamo tutte un po’ tutto, ovviamente, però abbiamo dei tratti predominanti nelle nostre personalità, definiti dal nostro carattere ma anche dalle diverse esperienze che viviamo (e che scegliamo). Ecco. E, tutte noi, a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno, consultiamo a volte le une (quando vogliamo sentirci legittimate a fare una minchiata, o rassicurate dopo che l’abbiamo fatta, o comprese e non giudicate; e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la nostra stessa condizione, che sia di single o di neo-mamma, ma insomma qualcuna che parli esattamente la nostra lingua e che capisca senza troppi sottotitoli la condizione in cui viviamo); e in altri casi consultiamo le altre (quando abbiamo bisogno di qualcuna che riporti un po’ di razionalità nei nostri deliri e nei nostri squilibri emotivi, e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la situazione esistenzialmente opposta: per intenderci l’amica sposata che ti consiglia di essere paziente, o l’amica single che – mentre implodi sotto il peso della vita familiare – ti ricorda che hai ancora una tua individualità da presidiare, che puoi farlo e che il diritto a te stessa o lo rivendichi tu o non lo rivendica nessuno per te).

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Entrambe queste tipologie di amiche sono, naturalmente, fondamentali. Perché le amiche, cioè persone intelligenti che possano da un lato offrirsi empatia, dall’altro spronarsi a migliorarsi, dall’altro comprendersi, ma anche criticarsi in maniera costruttiva, ci servono. Io e Pina siamo del genere “amiche uguali” (e “Pina”, qualora fosse necessario specificarlo, è un nome di fantasia).

E così, tra un pollo fritto con verdure saltate (lei) e un pollo in salsa gong bao con riso bianco (io, sto ancora digerendo), siamo finite a parlare di cosa NON va bene di Pino (è una peculiarità squisitamente femminile, quella di maledire il fato perché non trovi un uomo normale e poi, quando l’hai trovato, iniziare a lamentarti della sua normalità). Ma roba che possiamo proprio sfiorare il paradosso. Lamentarci che è troppo presente dopo Ere Emotive in cui abbiamo sofferto la latitanza dei cazzetti che frequentavamo. Lamentarci che vuole ciulare la sera troppo tardi quando siamo stanche, o la mattina presto quando vogliamo dormire, dopo Ere Sessuali di astinenza prolungata e di partner che non ci hanno fatte sentire in pace con il nostro corpo. Lamentarci delle sue insicurezze, del suo essere troppo poco maledetto, dopo esserci giurate che i maledetti anche basta. Insomma, lo spettro delle lamentele possibili che possiamo esprimere, quale che sia la nostra condizione sentimentale, è essenzialmente infinito.

A ciò s’aggiunge che, come dicevamo all’inizio, una i confronti finisce col farli. Anche inconsciamente. Una finisce col pensare che l’amore sia quella roba lì, quello che ha già vissuto con un altro, come se di amore ce ne fosse uno soltanto. E che finché non trova qualcosa che riesca a risvegliare quel tipo di coinvolgimento, quei morsi nel ventre, quell’apparente completezza, quella presunta compatibilità totale (tanto più perché mitizzata dalla memoria), non sia vero amore. Non sia un sentimento di Serie A, per intenderci. Io questo lo so molto bene perché l’ho già vissuto in una delle mie precedenti vite sentimentali, prima ancora che nascesse questo blog. Così faccio notare a Pina alcune cose, facendole un ragionamento che spesso ho fatto a me stessa, quando sono caduta nella trappola subdola del confronto sentimentale.

Le faccio notare che quell’amore che ha già vissuto, quel sentimento lì, con quel tipo di intensità, non lo vivrà più. Per il fatto semplice che le persone sono diverse e che lei stessa è cambiata, è cresciuta. Grazie al cielo aggiungerei, perché oggi è più bella, più interessante e più donna di ieri. Le faccio notare che ogni volta che le manca il bollore di budella, lo struggimento da drama queen, dovrebbe fare retromarcia, immediatamente, e tornare alla realtà. Le faccio notare che sì, in quella storia lì, l’Innominabile, ci sono stati momenti bellissimi, è vero. Ma anche una quantità imponderabile di momenti di merda. E, a volerli pesare, forse la merda è superiore alle rose. Che quelle certe storie che restano così, sospese nel passato, nella mitologia del “ci amavamo tanto ma non è andata bene, perché nella vita a volte succede così“, sono certamente storie che hanno una loro dignità, o che in qualche modo l’hanno avuta, anche quando ci sono sembrate degradate e degradanti. E che questa cosa la sai solo quando le hai vissute, quando ci sei stata dentro, quando sei andata oltre i facili giudizi e le etichette, quando hai toccato con la pelle, con gli occhi, con la saliva, l’amore che davi e che ricevevi. Quando nel tempo rielabori, comprendi gli errori che tutti hanno fatto, inclusa tu. Quando impari a far pace con quel pezzo del tuo passato. Tutto vero. Quella roba lì era amore. Lo sa lei, lo so pure io, e la capisco.

Eppure, le dico, è ironico. Perché quando è capitato a me di essere reduce dal mio personale Vietnam sentimentale, a un certo punto mi sono chiesta cosa sapessi, io, dell’amore.

Da un lato tutto, mi sono risposta.

Perché sapevo perfettamente che certi apici non li avrei provati mai più. Ne avrei provati altri, diversi, ma non quelli. E lo sapevo. Ne ero certa. A volte il pensiero mi sconfortava. A volte pensavo che, per lo meno, potevo dire di averli esperiti, almeno una volta nella vita. Conoscevo e ricordavo dettagliatamente, anche mio malgrado, la profondità e l’intensità di quelle emozioni, che stavano lì, radicate nelle viscere, tra gli organi interni. Non riuscivo a cancellare tutto il bene e tutto il male, che quella potenza vitale mi aveva dato. Non riuscivo a dimenticare l’energia della felicità, né l’impeto della disperazione, né il rumore sordo e torbido della sconfitta. Perché smarrire il confine tra sé e l’altro, fondersi e diventare un corpo solo e un pensiero solo, sprofondare insieme in un’allucinazione passionale, è sublime. Ma infettarsi le miserie reciproche, è pericoloso. E di questo gioco, se vogliamo chiamarlo amore, io so tutto. Quindi, forse, dell’amore tutto so.

D’altra parte, le ho detto, io dell’amore non so nulla.

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Un uomo che si svegli accanto a te tutte le mattine, con cui dividere spazi e tempi, con cui crescere e costruire, io non lo conosco. Quella forza che ti fa mettere in discussione il tuo mondo, per aprirlo a quello di un altro essere umano, e includerlo, inciampando nella routine quotidiana, negoziando l’evoluzione del rapporto day by day, lavorando insieme per farlo funzionare, oltrepassando gli ostacoli, incastrando le psicosi rispettive, essendoci per lui e sapendo che lui c’è per te; ecco io questa roba qui la ignoro per lo più. E questa specie di normalità, delle mutande mie che si mischiano con le mutande sue in lavatrice, della serie tv da guardare insieme sul divano la sera dopo il lavoro, del maledetto asse del cesso alzato o abbassato, questa roba che ho sempre snobbato, questo piccolo ed eroico standard amoroso “da popolino”, per me è un mistero. Una prova che non ho affrontato mai e che non è scontato superare. E, forse, le ho detto, l’amore è anche questa cosa qua. Non migliore, non peggiore, non più vero, non più noioso. Semplicemente un amore altro. Non il patetico uomo interrotto che sta rielaborando nella sua fantasia vaginale, ma questo normalissimo ragazzo della sua età che, con tutti i suoi limiti e le sue insicurezze, con tutte le sue qualità e il suo bagaglio di vita, ha il coraggio di starle accanto.

Di affrontare i suoi malumori. Di decidere insieme cosa fare nel weekend. Di desiderarla quando è in tiro, e pure quando è struccata al mattino. Di mangiare il cibo dalla sua dispensa e di comprarle i biscotti per la colazione. Di lasciare un paio di magliette a casa sua, senza scompensarsi che lei voglia una relazione seria. Di risponderle sempre quando lei gli invia un messaggio. Di farla ridere. Di condividere i suoi interessi. Di farle capire senza esitazioni quanto lei gli piaccia. Di parlarle delle sue paure. Di farle domande e ascoltarne le risposte. Di accettare i suoi giudizi (anche se diciamo sempre che non giudichiamo perché giudicare è male, ma comunque giudichiamo sempre), e di confutarli, quando necessario, con intelligenza.

Forse l’amore è, prima di ogni altra cosa, farsi bene. L’uno all’altra. L’altra all’uno. Che, se ci pensa, se ci pensiamo, cos’è che possiamo volere in primis da un compagno, se non  che accetti le nostre ferite, se non che apprezzi le nostre doti. Se non che ci faccia del bene. Se non che sia in grado di accogliere il bene che possiamo, riusciamo e vogliamo fare noi a lui.

Forse l’amore è chi ha il coraggio di esserci.

Non chi si rammarica di non esserci stato.

Io non so se alla fine della fiera il pippone le sia servito. Ma mi è parsa più serena. E, al momento, continuano a “frequentarsi”.