Come Gestire una Non-Relazione

Un paio di giorni fa sono inciampata in un articolo dell’Huffington Post sulle non-relazioni. Poche ore dopo mi ha chiamata una mia amica, per aggiornarmi sugli sviluppi della sua più recente non-relazione che dura ormai da un trimestre (il ché, per gli standard milanesi, ha quasi dell’eccezionale). Così ho pensato che fosse giunto il tempo di parlare di questo fenomeno relazionale: le non-relazioni [precisiamo subito che quando si parla di non-relazione non ci si riferisce alla cosiddetta “trombamicizia“, che rappresenta piuttosto uno status temporaneo, un momento di magico e transitorio equilibrio, in cui ambo gli astanti sono disposti a godersela senza particolari complicazioni di sorta. Il tutto prima che uno dei due perda la brocca per l’altro].
A voler essere pignoli, infatti, bisogna puntualizzare che il mondo non si divide soltanto in single e accoppiati. Esiste, a ben vedere, un folto sottobosco di non-single e non-accoppiati, nel quale si rifugiano non solo gli amanti di contrabbando che vivono relazioni clandestine, ma anche tutte quelle persone che sono all’inizio di una relazione potenziale o presunta, che però non viene definita ufficialmente tale.  Rapporti che non ricevono etichetta alcuna, perché noi siamo la generazione di “ehi le etichette si mettono ai barattoli, non alle persone (o ai sentimenti)“.
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Succede così che la questione della nomenclatura del rapporto, ridotta a poco più che una roba da burocrati del sentimento, non venga minimamente affrontata. Eppure, l’emotività spesso sfugge a queste posture squisitamente intellettuali e può crearci qualche difficoltà nella gestione della non-relazione che, teoricamente, ci aspettiamo di vivere con la più totale disinvoltura perché sai-noi-siamo-gente-di-mondo, ma talvolta ci causa qualche forma di disagio.
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Proviamo quindi a stilare alcuni consigli utili per gestire queste non-relazioni e per dar loro la chance di evolversi in qualcosa di più oppure di perire miserevolmente.
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1. Parola d’ordine: pazienza. Calma. Slow down. Lo so. C’abbiamo fretta. Tic tac, tic tac. Lo so, vorresti un casino andare a quel prossimo matrimonio e avere il tuo +1. Lo so, vorresti dire a tua madre che hai la ragazza, ok. Ma dovete avere pazienza. Siamo adulti e abbiamo i nostri complessi bagagli da portare al seguito. Dopo un paio di mesi non sai ancora cosa ci sia nel bagaglio del tuo non-partner. Puoi intuirlo o capirne un pezzo ma è un pezzo piccolo. Quindi al tuo non-partner devi darci tempo. Le cose buone ne richiedono. E la gatta frettolosa fa i figli ciechi (per il mio abuso di proverbi, fate le vostre rimostranze a mia madre)
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2. È vero, siamo adulti e non abbiamo più bisogno di millemila anni per capire se quella persona ci piace (ciò apparentemente giustificherebbe quei fenomeni paranormali di ultratrentenni che si incontrano, dopo 3 mesi convivono, dopo 10 mesi si sposano). Però, essendo adulti, sostanzialmente più completi rispetto a quanto lo fossimo 10 anni fa, prima di impegnarci consapevolmente in una relazione propriamente detta, ci pensiamo di più. Non vuol dire che quella persona non ci piaccia. Vuol dire che dobbiamo capire se siamo in grado di farle spazio nella nostra già edificata vita. Dobbiamo capire se essere due invece di uno è compatibile con noi stessi. Con il modo in cui siamo. Con tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito per stare al mondo da soli. Con tutti gli impegni che abbiamo preso. Con quella vita che abbiamo impostato e vissuto per anni, single come eravamo, perché scusa-sai-ma-non-potevo-mettermi-in-stand-by-finché-non-arrivavi-tu.
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3. Se non facciamo spazio nella nostra vita, vuol dire che quella persona non ci piace abbastanza? Probabile. Ma non è detto. Prima di decretarlo, prendiamo e concediamo il tempo necessario, di cui al punto uno.
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4. Il tempo non lo decidiamo soltanto noi. Lo decide pure l’altro. E no, non deve essere un tempo indeterminato, naturalmente, perché sì, hai ragione, il tempo passa.  Ma deve essere un TEMPO, in un’epoca in cui siamo abituati al non-tempo. L’abbiamo parcellizzato, ottimizzato, atomizzato, creando micro-rapporti, contatti simultanei, costanti e superficiali. Se uno non ci scrive per 5 ore sbrocchiamo. Se non si fa sentire per 1 giorno è uno stronzo. Ma 5 ore e 1 giorno sono una nullità, in termini di tempo, e da questa nullità noi facciamo dipendere la vita e la morte di questi rapporti (del tipo “ha visualizzato 3 ore fa e non mi ha risposto: TAGLIATEGLI LA TESTAAAA). Questa è un’aberrazione di cui siamo vittime, il non-tempo non può che generare non-relazioni. Perché se il non-partner che ha osato non scriverci per un paio di giorni, fa una cosa amarcord come farci una telefonata dopo 3 giorni (che sarebbe una cosa di per sé carina, che sarebbe stata la normalità 10 anni fa) quello ci trova come minimo letalmente offese perché non ha passato le precedenti 48 ore a mandarci messaggini. Eddai. Essù. Di cosa stiamo parlando?
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5. Nel frattempo, mentre stiamo a vedere la vita come va, se questa non-relazione s’accede e c’incendia o se fa la fine di un cerino del campo santo, se proprio fate fatica ad avere pazienza: distraetevi. Non vi fissate. Non siate pesanti. Non chiedete risposte. Non pushate. Non pretendete conferme. Semplicemente vivete, cazzo. Conoscetevi. Conoscete tutto, anche le sue micro abitudini, i suoi toni, il suo modo di fare, i suoi ritmi. Scopritelo e comprendetelo, poi valutate se vi garba oppure no. Ma di base se non siete disposti a comprendere un altro essere umano all’infuori di voi stessi, è inutile anche che pensiate di avere una relazione.
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6. Dedicatevi a voi. Proseguite con la vostra vita. Con i vostri progetti, i vostri sport, i vostri impegni, i vostri viaggi, i vostri rapporti. Uscite con gli amici, siate attivi e positivi e non appendete il vostro umore all’atteggiamento di una persona che solo lo scorso inverno non sapevate nemmeno esistesse sul globo terraqueo.
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7. Proseguite anche con i vostri flirt, che non vuol dire datela via come se faceste volantinaggio, o diffondete il vostro seme nell’ambiente come fosse uno spray. Più semplicemente, vuol dire: non dimenticate che nel mondo esistono altri esseri umani, che il non-partner non è il solo e neppure l’ultimo. Di fatto, finché non decidete insieme di investire coscientemente il vostro capitale emotivo reale in questo rapporto, finché non siete concordi sul fatto che sia un investimento sensato, allora è corretto distribuirete i rischi (lo so, sembra cinico, ma sì, in effetti lo è)
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8. Naturalmente però, anche se differenziate, se il non-partner vi piace, spererete comunque che la cosa vada in porto. Affinché al porto abbia la possibilità anche solo di attraccare, e non naufraghi al largo, dovete sapercela condurre, la nave. In altri termini, dovete essere piacevoli. Dovete essere appetibili. Dovete essere desiderabili. Il ché ci conduce al nono punto, che è il più critico.
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9. Per essere desiderabili, dovete trovarvi desiderabili. Dovete crederci, che lo siete. Dovete fare pace con la merda che avete, perché di sicuro ne avete e ne avete più di quanta ne aveste a 22 anni, per il banale fatto che siete più vecchi. E spesso la merda ce la portiamo dai 5 anni di età, e poi se ne aggiunge altra e altra ancora, ed è inevitabile che sia così. È la monnezza della nostra vita, alcuni la gestiscono meglio e altri peggio, certi la riciclano per bene e certi altri sono Napoli (state calmi, amici napoletani, non è razzismo, è solo che vi ricordate quando non si parlava d’altro che della monnezza a Napoli? Ecco. Prendetevela con i media. Certo, Napoli non è solo quella e neppure quella di Gomorra, del resto io vengo da Taranto dove c’è la diossina, vivvubbbì). Dicevo, tutti abbiamo la nostra monnezza e dobbiamo gestirla e smaltirla e non possiamo pensare che un partner, chiunque esso sia, venga a fare il Bertolaso nell’anima nostra. Quindi no. Che tu sei dolcemente complicata a quello non interessa. Che tu hai paura dell’abbandono a quello non gliene frega. Se sei insicura del tuo corpo, se sei frustrata dal lavoro, se sei arrabbiata come una faina, quello non ti prende. Ma giustamente, perché dovrebbe prendersi un pacco? Tu sei un pacco? No che non lo sei. E allora non venderti come se lo fossi. Non fargli vedere in primis la tua monnezza. Che non vuol dire truffarlo, ma vuol dire NON far sì che lui ti veda attraverso la lente che usi tu. Lascia che scelga lui la lente attraverso la quale guardarti. E prova a mostrare le cose migliori di te. Non dico ostentarle, ma dagli la possibilità di vederle. È come quando fai una foto e ti metti dal profilo migliore. Non è che ti fai la foto per venire intenzionalmente un cesso, né diventerai Sharon Stone (quella di Basic Instinct). Però provi a farti carina. Provate a farvi carini per l’altro. A esserlo. A dare, oltre che a pesare quanto ricevete. Vigili sul fatto che sia vicendevole, certo, ma senza sfociare nella patologia.
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10. Scegliete i vostri confidenti e non seguite consigli a caso. Per carità, sfogatevi pure, ma fate ciò che il vostro buonsenso vi suggerisce. Il buonsenso ce l’avete eh. Guidate, lavorate, votate, ogni giorno prendete delle decisioni. Quindi ne siete equipaggiati. Semplicemente: usatelo. E non fatevi condizionare da ciò che dicono terzi. Né quando eccedono in entusiasmo, che già vi vedono con il brillocco al dito, né quando (spesso per protezione nei vostri confronti) vi scoraggiano. Perché la verità brutale è che state parlando con chi? Con un’amica che nella sua vita è stata single 1 ora in tutto? Una che gli uomini li gestisce da dio, per carità, ma nel suo modo, col suo aspetto, con il suo carattere, non col vostro. E voi siete persone diverse. Con chi ne parlate, con la vostra amica sposata che non sa nemmeno quale sia l’icona di Tinder? Con il vostro amico gay che ha una vita sessuale che è un mattatoio? Con quell’altro che non ha mai avuto una relazione che sia durata più di 2 mesi? O con quella che vi impartisce lezioni di vita mentre è la fidanzata cornuta o l’amante di qualche altro? Per carità, sono tutte persone che possono dirvi cose intelligenti, illuminanti, profonde o utili. Ma un conto è ascoltare, un conto è seguire. Io, per esempio, parlo sempre con mia madre, non seguo mai i suoi consigli (purtroppo), ma ascolto sempre le sue intuizioni (e poi penso che aveva ragione lei e, ogni volta, glielo dico; o me lo dice lei, che me l’aveva detto dal primo momento).
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Concludo con un rimedio della nonna, per i momenti di crisi:
Quando io mi trovo in queste situazioni, sul terreno di una non-relazione, quando ho voglia di dire e spiegare, quando ho voglia di fare a un uomo uno di quei discorsi pesantissimi vaginali che nessun pene sopporterà mai, scrivo. Scrivo lunghe missive, convinta che le spedirò l’indomani. Il giorno dopo le rileggo e mi accorgo che NO WAY, che sono over-emotiva  e che ovviamente non le spedirò. Ma scriverle mi è servito, non solo come sfogo, ma come misura, chiara e inequivocabile,  della mia assurda pesantezza.
Alla fine salvo un 20% di quello che ho scritto (il nucleo valido, l’istanza vera, ripulita dalle assurdità vaginali) e ne parlo – se mai – a voce con l’interlocutore (oppure produco una versione editata della prima stesura, molto più sintetica ed efficace).
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Lo so, lo so, è proprio un rimedio della nonna.

Ma, a volte, i rimedi della nonna funzionano ancora.