Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Vagi Avventure nel Mondo #1 – IBIZA

Avete presente quando gli zii vi obbligavano a vedere le diapositive dei loro viaggi, accompagnate da ultra-didascaliche narrazioni dei momenti salienti, e a voi giustamente non ve ne fregava una minchia?

Bene, è quello che sto per fare anche io, raccontandovi la mia Ibiza 2015.

  1. Primo giorno a Ibiza, piove

Non facciamone una tragedia, non è che sei appena arrivata su un’isola dell’arcipelago delle Baleari nel Mar Mediterraneo a inizio agosto per trovare il bel tempo! Forza e coraggio, andiamo al mare di pomeriggio (a Las Salinas mi pare, un posto che se lo vedi in foto pare fichissimo, poi arrivi e dici “vabbè ma questo è tutto?”). Alle 18 fa così freddo che io ho la pelle d’oca e le mie amiche milanesi si rivestono. Prima di andare facciamo una pausa al bar, dove oltre a spendere 5 euro per un caffè, incontriamo una fauna quanto mai assortita di cui, per me, l’esemplare vincente è comunque lei:

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Una turista che voleva essere Nicole Minetti

Intuisco il tenore della vacanza quando la prima sera non andiamo a ballare.

2. Il secondo giorno a Ibiza c’è il sole.

Spettacolo. Decidiamo di andare a Cala Nova, con il taxi perché siccome siamo milanesi inside abbiamo deciso che ci muoveremo solo in taxi. Tanto siamo in 4, siamo in Spagna, costano poco.

Spendiamo, così, una cifra imponderabile per raggiungere la nostra destinazione, che era in effetti molto bella, se non fosse che era esposta sul lato dell’isola dove quel giorno c’era mare demmerda. Ma proprio demmerda, con mini-tsunami fatti per metà di acqua e per metà di ALGHE. Tipo che i turisti tedeschi (o olandesi, o svedesi, o danesi, insomma quelli bianchi-bianchi e molto biondi) uscivano dall’acqua ricoperti di ALGHE, ovunque, anche in faccia.

No, questo era davvero troppo per noi, infatti non ci siamo fatte il bagno e siamo piacevolmente rimaste 4 ore sotto il sole senza uno straccio d’ombra a rantolare. Il tutto cospargendoci di almeno 3 creme diverse,  a seconda della zona del corpo, protezione minimo 30. Perché io valgo.

La cosa bellissima, in compenso, di cui abbiamo potuto godere a Cala Nova,  è il baretto gestito da ragazzi napoletani (o, per lo meno io, me li ricordo tutti con l’accento napoletano), poco più su. Un’atmosfera piacevolissima, accogliente e rilassata. Se mai ci passerete, capirete cosa intendo dire.

io che mi sento fica al baretto di Cala Nova
io che mi sparo le pose al baretto, che ho appena scoperto essere il Ristorante Punta Verde (dove io però ho mangiato solo un toast alle 17)

Prendo definitiva consapevolezza del tenore della vacanza quando anche la seconda sera non andiamo a ballare. Non riesco a non pensare che a 20 anni, la seconda sera, a Ibiza con la mia amica Vagignocca, ci ritrovammo su una nave piena di arabi e bionde, a ubriacarci di champagne e a far mattina ballando. E no, non l’abbiamo data a nessuno. Però, per l’appunto, c’avevamo 20 anni, non 30.

In compenso, adesso ho un’enciclopedica conoscenza di tutte le farmacie e di tutti i negozietti del porto, tipo che se vuoi fare le collanine a Ibiza, posso spiegarti anche dove andare per comprare pietre e accessori vari.

3. Il terzo giorno a Ibiza, mi viene il ciclo

Il programma della giornata prevede di andare al mare a Playa d’en Bossa e poi direttamente a ballare all’Ushuaia. Dopo aver superato lo shock indotto dal fatto che le mie amiche milanesi volessero portarmi a ballare roncia di salsedine, direttamente da mare, mi sono armata di un kit di sopravvivenza per la giornata (nonché di innumerevoli tampax e salviettine) e sono andata incontro al mio destino.

Ci siamo stanziate sulla spiaggia libera, a destra del Bora Bora e siamo rimaste lì per qualche ora. Un lasso di tempo sufficiente a conoscere piuttosto approfonditamente almeno 40 promoter, uomini e donne, per lo più italiani e inglesi, età media 22 anni, che ti propongono favolosi Boat Party open bar e open food, età media 18 anni. E tu ne hai 30.

Quindi, se avete voglia di rilassarvi un’ora senza che nessuno vi rompa i cojoni, Playa d’en Bossa (per lo meno la spiaggia libera) non è decisamente il posto per voi, perché dopo 30 minuti non ne potrete più di essere importunate ogni 5 minuti, e inizierete a trattare i promoter con lo stesso piglio che usate con gli insistenti pakistani delle rose.

Se andate a Playa d’en Bossa dovete sapere alcune cose, a parte la piaga dei promoter che comunque danno anche interessanti sconti o riduzioni, e tutto sommato sono lì a lavorare invece che stare all’Hard Rock pagati da papà. A Playa d’en Bossa ci saranno dei truzzi, ci saranno molte fighe con chiappe marmoree, ci saranno alcuni fattoni, ci saranno dei ragazzini. Vi anticipo anche che, quando sono andata io, c’era un piacevolissimo olezzo di uovo marcio misto fogna, non saprei dire, che arrivava a ondate, dritto dal mare.

Ma questo, per fortuna, in foto non si vede.

Playa d'en Bossa
Playa d’en Bossa

Da quelle parti, tuttavia, cioè procedendo oltre il Bora Bora, ci siamo imbattute – arrivando dalla spiaggia – in un posto di cui non ricordo assolutamente il nome, ma che era tipo così, dove abbiamo anche mangiato un ottimo pad thai. Mi rammarica ammetterlo, ma sono stata la prima a scegliere il pad thai e le altre mi hanno seguita a ruota (giustamente, perché mangiare altro, in Spagna, quando possiamo mangiare un piatto fusion che ci fa sentire a Milano).

Il posto in questione

Sto posto ha cuscini, dondoli, un repertorio musicale discutibile e soprattutto un omone di colore che per 35 ragionevolissimi euri ti fa il massaggio rilassante di 50 minuti alla ripa di mare. Confesso di averci pensato. Ma mi sarei sentita quasi come gli uomini che vanno a mignotte. E non l’ho fatto.

(intanto ho cercato il posto con Google, si chiama Mumak)

A seguire, andiamo a ballare all’Ushuaia. Quella sera suona Avicii, che non ho la più pallida idea di chi sia ma qualcuna delle altre dice che è figo.

In effetti la serata è bellissima. Ballare in infradito altrettanto.

La musica, la location, l’audio, la gente, il sole che tramonta sulla festa in piscina, l’aria è bella, ed è tutto così fico che quasi non ci pensi che stai spendendo 20 euro per un cazzo di cocktail. Il concept di base dell’Ushuaia è farti sentire a un’enorme festa in piscina a casa di quell’amico ricchissimo dei tuoi amici ricchissimi, dove sono tutti fichissimi (che è una cosa orrenda, per carità, ma non prendiamoci per il culo che Beverly Hills l’abbiamo visto tutti, in un’età in cui eravamo facilmente impressionabili).

E in qualche maniera è così, perché sei in un hotel, tra le camere di persone più fiche di te, che alloggiano lì. Non sei propriamente invitato, perché per entrare paghi 55 euro. E se ti guardi attentamente intorno puoi individuare un discreto numero di soggetti improbabili. Ma nulla di tutto questo conta. L’esperienza nel complesso è appagante. E se andate a Ibiza, all’Ushuaia ha senso andare.

una topa sospesa in un cerchio all'Ushuaia
una topa sospesa in un cerchio all’Ushuaia

A mezzanotte, a serata finita, io sono semi-paralizzata dal mal di schiena e dal mal di reni, perché ricordiamo al gentile pubblico che era comunque il mio primo giorno di ciclo. E io non ho più 20 anni!

4. Quarto giorno a Ibiza, abbiamo un solo obiettivo: Cala d’Hort.

Cala d'Hort

Un posto splendido, non saprei dire se il più bello di Ibiza, ma sicuramente uno dei.  E non solo perché l’insenatura abbraccia due specie di faraglioni, ma anche per l’atmosfera che vi si respira, in cui riescono tranquillamente a coesistere l’anima hippy dell’isola e un moderato turismo.

Accanto a noi c’erano due ragazze di Los Angeles che meditavano con le pietre e fumavano di qualità.

A un certo punto, è arrivato un vecchio hippy e si è fatto il bagno nudo. E tutti gli altri avevano il costume. E nessuno si è scomposto. E per chi se lo stesse chiedendo, il suo è l’unico uccello che io abbia visto a Ibiza.

Il ché comunque merita un momento di raccoglimento.

Guardiamo la giornata scorrere, dalle 12 alle 23, rifugiandoci sotto le palme del bar per un tinto de verano e mangiando la paella al ristorante El Carmen, quello a sinistra, guardando il mare.

Ecco, voi non fatelo.

Voi mangiate nell’altro, quello più piccolo, dove noi abbiamo preso solo il tinto de verano, quello centrale, che i piatti li avevamo visti passare ed erano pure invitanti.

Non fate come noi, che ci siamo fatte depistare dalla tassista (vi prego, voi prendete la macchina) che ci dice che El Carmen fa la paella più buona di Ibiza. E nemmeno dal fatto che fanno 25 tipi di paella diversa, che noi siamo abituati alla pluralità d’offerta, ci affascina.

Invece no, cazzo, è giusto mangiare dove di paelle ne fanno solo 2, se non solo 1, quella è, quella tradizionale, se non ti sta bene, vatti a mangiare una pizza a Playa d’en Bossa.

Considerate che una delle mie amiche ha vomitato dopo qualche ora (considerate pure che la mia amica è milanese e i milanesi hanno una specie di delicatezza digestivo-intestinale che noi, cresciuti a tielle di cozze al gratin, non comprenderemo mai davvero).

Fatto sta che a parte la paella demmerda, la serata è una di quelle che a 50 anni uno ripensa “madò com’eravamo giovani e belle”. Il posto incantevole, la compagnia deliziosa e, soprattutto, siamo come rigenerate, purificate, perché in quel posto non prende un cazzo e noi per 11 ore siamo tagliate fuori dalla civiltà.

Ma abbiamo assistito a tutto questo. E forse era da tanto che non stavamo ferme, a guardare la giornata scorrere e il cielo imbrunirsi, fino a diventar pesto.

Dopo il tramonto, sempre Cala d'Hort
Dopo il tramonto, sempre Cala d’Hort

Sappiate, infine, che se pensaste di tornare a Ibiza Città in taxi da Cala d’Hort, non è semplice. Infatti noi siamo tornate con un gentile cameriere romeno del ristorante ibizenco, che ci ha eroicamente tratte in salvo fino alla nostra magione. Al quale abbiamo dato 25 euro in nero di gratitudine.

Tornate a casa ci siamo docciate, due sono andate a dormire (quelle che, in viaggio, dormono e cagano senza problemi), mentre io e l’altra (le stitiche insonni) siamo salite sul terrazzo, e siamo rimaste a parlare un’infinità di tempo, e ho conosciuto tanti aspetti in più di una persona che non conoscevo abbastanza.

Ed è stato in verità molto figo fare l’alba a Ibiza a parlare su un tetto con una donna gagliarda, estremamente cinica ed estremamente pura, come se avesse questa corazza spessissima che serve a proteggere un nucleo intatto, nel quale conserva il suo stupore e la sua energia, la sua lealtà e la sua poetica. Ed era uno di quei dialoghi, come a volte ne faccio con le mie amiche, che ci starebbero di brutto in una piece teatrale.

5. Quinto giorno a Ibiza: make love, not war

La missione è ambiziosa. Serata al Pacha, tutta una tirata, poi si parte, il giorno dopo, senza dormire. Abbiamo 30 anni e per essere sicure di non rimanerci secche, decidiamo di abolire il mare, nonostante sia il nostro ultimo giorno. Ma capite, dobbiamo essere riposate per essere giovani.

In compenso, ci dedichiamo al nostro quotidiano giretto per i negozietti. E lì, facendo una cosa apparentemente sfigatissima come essere sveglia a Ibiza alle 11 di mattina, mi è successo di vedere un’Ibiza bellissima, che non avevo mai visto prima. Un’Ibiza fatta di stradine semi-vuote, silenziose, tutte addobbate a tema Flower Power, e numerose effigi di Mick Jagger, quando Mick Jagger era Dio, in giro.

Era come spiare quant’è bella Ibiza, quando dorme.

Ibiza dormiente
Ibiza dormiente

Lo stesso giorno saliamo a piedi in cima sulla Dalt Vila (sempre al fine ultimo di arrivare riposate e fresche al Flower Power, nonché di fare finalmente un po’ di fitness) e continuiamo ad amoreggiare con questa Ibiza di nicchia, essenzialmente deserta, assolutamente bellissima (ho fatto duemila foto che sono su Instagram e che qui vi risparmio). Quell’Ibiza speciale che nessuno vede (per forza, tutti gli altri sono a Playa d’en Bossa). Nota a latere: usate scarpe chiuse e comode se andate a farvi un giro su, su, su, proprio fino alla cattedrale, come dei veri turisti. Non infradito, come ho fatto io.

Poesia
uno scorcio qualunque

Infine, torniamo al porto per cena e mangiamo in un ristorante delizioso. Un posto ricco di suggestioni mediterranee, con un’atmosfera accogliente ma elegante, in una specie di giardino interno, con luci soffuse, tavoli in muratura decorati da maioliche e piante rampicanti che incorniciano il cielo sotto il quale si cena. Abbiamo cenato mangiando frittura di pesce, gamberoni arrostiti e orate al forno con patate e verdure. Per finire una crema catalana a metà, un caffè, l’ultimo bicchiere di bianco e chupito di hierbas gentilmente offerto dal cameriere spagnolo 25enne di notevole fichezza.

Ultima sera, come da progress, Flower Power al Pacha.

Per l’occasione, mi vesto di nero.

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A parte il mio non avere niente di flauah-pauah per andare al flauah-pauah, è una serata bellissima. Balliamo, cantiamo, ridiamo, parliamo, scriviamo numeri di telefono su fazzoletti di carta come nei telefilm degli anni novanta.

Scappiamo all’alba, dobbiamo andare in aeroporto a prendere il nostro volo easymerda che ci riporterà in Italia, senza dormire nemmeno 20 minuti, perché noi siamo giovani e facciamo after.

Arriviamo in aeroporto. Il nostro volo easymerda ha 5 ore di ritardo.

Quella che segue è l’ultima foto della mia vacanza, dalla quale si evince il livello di scoramento e afflizione. Bestemmio un po’ perché ho perso tutte le coincidenze e perderò un giorno a Milano prima di proseguire per l’Abruzzo.

Poi, finalmente, collasso sui sedili della sala d’aspetto.

Scoramento e Afflizione

FINE

Il resto delle ferie l’ho speso tra Abruzzo e Puglia.

…giornate impegnative, ma di quelle ne parleremo un’altra volta.

E comunque, ben ritrovati!

 

 

 

DEV – Depressione Estiva Vaginale

E’ ormai estate.

L’estate è un gran bel momento: i peli devono essere sempre fatti, la pedicure dev’essere a posto, il tasso di umidità fuori dalle nostre mutande è più alto di quello all’interno delle stesse e ciò ci crea una patina sudaticcia e permanente su tutto il corpo che ci rende più repellenti di un programma condotto da Amadeus. Come se non bastasse, il magma ormonale si risveglia e inizia a farci notare i numerosi replicanti di Gerard Butler che ci tagliano la strada mentre, per esempio, si dirigono ai casting per la prossima settimana della moda.

A rendere ancora più complessa la stagione c’è poi la fisiologica necessità di scoprirsi che implica una naturale conseguenza: la celeberrima DEV, anche nota come Depressione Estiva Vaginale. Trattasi di una sindrome autoindotta che colpisce 8 vagine su 10 nel momento in cui per la prima volta si denudano e, tutte bianche color Zarina Francia di Martufello, iniziano a osservarsi. Scatta lì lo strategismo estetico, che si realizza in una serie di azioni belliche più o meno spietate, messe in atto ai danni di se stesse. Robe del tipo:

Operazione Kate Moss

katemoss

Si entra in un regime alimentare composto solo da Jocca, bresaola e gallette di riso e si continua finché ce la si fa. Di solito, comunque, non si supera la settimana. L’anno scorso l’operazione Kate Moss era stata declinata secondo i dettami del Dio Dukan, roba che io guardavo le mie amiche cercando di ravvisare in esse una briciola di quell’umanità che avevo conosciuto fino al giorno prima e gnente, manco per il cazzo, si erano trasformate in consumatrici diaboliche di proteine. Quando hanno vomitato sentendo l’odore di una fettina di carne arrostita, hanno capito che era l’ora di smetterla.

Operazione Sergente Hartman

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Si pretende di imbastire una copiosa attività fisica secondo una disciplina da Marines in Vietnam. Parte la Cavalcata delle Valchirie mentre, in preda al più completo delirio, una domenica mattina calziamo le nostre running shoes per ritrovarci a correre intorno a un’aiuola nel centro di Milano, ansimando come rinoceronti asmatici. Oppure decidiamo che nulla ci dividerà dalla palestra. SurfVagina mi ha confessato di essere andata in palestra alle 21.15, in taxi, a guardare il Commissario Montalbano sul tapis roulant, perché il giorno prima era entrata in DEV.

Fronte mio, la DEV mi ha indotta a informarmi per gli ingressi in una palestra veri cul (cul nel senso che per pagarla devi darlo via), spinta dalla perversione di frequentarla alle 7 del mattino, tutti i giorni fino alla prova costume, prima del lavoro. Sì. Certo. Come no.

Operazione Wanna Marchi

wanna

E’ la psicosi estetica più pura, quella roba che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi a stipulare un contratto con finanziamento tasso zero per farti 10 sedute di pressoterapia, oppure a comprare unguenti e lozioni di alga con albume d’uovo di pterodattilo, da spalmarti sulle cosce durante la notte. Oppure ancora decidi di investire parte del tuo denaro in un massaggiatore elettrico che praticamente la sera devi metterti a fare su e giù per le tue carni con questa specie di sbattitore da cucina che tratta la tua ritenzione idrica come fosse panna da montare.

Perché sìssignore, il vero nemico è lei. Suprema, incubo indiscusso e trasversale, motore inesauribile delle più conclamate paranoie vaginali, ad altissimo tasso di emissione pugnette: la cellulite. Oh yes. Ne abbiamo già parlato più volte. La cellulite è quel nemico pubblico numero 1 contro il quale tutte combattiamo, indistintamente, grasse e magre, senza riserve, con tutto il pathos di cui le nostre ovaie sono capaci, sprofondando in torbidi abissi di inquietudine quando ci rendiamo conto che questa forsennata lotta siamo destinate in buona parte a perderla.

La cellulite è quell’entità reale o immaginaria che ci colonizza le carni, e se non ce l’abbiamo ce la inventiamo, e la odiamo, e ne soffriamo, e ci struggiamo, e la cerchiamo negli altri corpi per accettarla nel nostro, per sentirci meno sole in questo insormontabile dilemma estetico. Completamente dimentiche del fatto che, in fin dei conti, se la smettessimo di ossessionarci reciprocamente per essa, forse tutte ci accorgeremmo che ci sono cose peggiori, peggiori della cellulite intendo, tipo essere in qualche modo imparentati con Davide Mengacci.

La cellulite è il carburante che alimenta il sadomasochismo collettivo del genere vaginale e ci allontana dalla più semplice e rassicurante delle consapevolezze: siamo nude in pubblico 10 giorni all’anno. Dico: 10. Quindici, tiè. Su trecentosessantacinque. No, dai, davvero. Magari, faccio per dire, potremmo anche smetterla di masturbarci così prepotentemente l’identità in virtù delle nostre cosce non sufficientemente levigate. Onnò?

Per i restanti 350 giorni, gli uomini – purché non EgoFroci – non la noteranno nemmeno, la cellulite. Non se ne turberanno. Magari je piacerà persino, perché fa femmina. Penseranno a prendersi tutto quel che possono e a darci tutto quel che possono. Penseranno a farci godere e a godere di noi. Chiaro sia: percepiranno una certa qual differenza tra noi e Belen Rodriguez – ma solo perché sono intuitivi assai – ciononostante non metteranno a fuoco che il punto di discrepanza tra noi e l’ultratopa nietzschiana, è proprio quel fastidioso inestetismo cutaneo meglio noto come buccia d’arancia.

E poi, per quanto feroce possa essere la DEV dobbiamo sempre pensare che sì, forse qualcuno ci guarderà in costume e penserà che siamo sfasciate; sì, forse qualcuno osserverà le nostre cosce pensando che la Eminflex dovrebbe investirci su e lanciare una linea di cuscinetti ad acqua; ma di positivo c’è che nessuno guarderà il nostro pacco, dentro uno slippino logato D&G, domandandosi se abbiamo in effetti un pisello o un punticcio.

Che a me comunque me pare un bel vantaggio.

Detto ciò: buona DEV a tutte!

Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del superpuzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

La Feria Vaginale

Oh, sto in ferie, cazzo!

E c’ho proprio voja de sta bene: vojo riposarmi, rilassarmi, divertirmi se capita. Vojo abbronzarmi, vojo bere Birra Raffo e pagarla 1 euro a bottiglia. Vojo fumare vurpi e chiacchierare fino a notte fonda. E almeno una volta vojo tirarmi a lustro come una fichetta di periferia, per sfoggiare i sandali dorati che non uso più.

Vojo coccolare tantissimo la Vagina Maestra e vedere se dal vivo riusciamo a parlare come quando io ero più piccola e lei più giovane. Vojo nuotare fino alla boa con mi padre, arrivare al largo, riposarci facendo il morto a galla – che io c’ho sempre avuto il culo troppo pesante per rilassarmi sul serio facendo il morto-, e poi tornare a riva. Vojo sapere come stanno gli amici miei, quelli di cui non so più un cazzo: quelli che convivono, quelli che espatriano, quelli che restano dove sono sempre stati, quelli che si sposeranno per primi, quelli che c’hanno ancora tutto da ridefinire.

Vojo uscire la sera, guardarmi intorno e pensare che sono tutti più giovani di me. Vojo evitare certi sguardi e vojo cercarne altri. Vojo mangiare la carne arrostita alla villa di mia zia. Vojo chiacchierare di politica con i miei cugini operai. Vojo sentirmi diversa e uguale. Vojo praticare il mio sport estivo preferito: il tressette da spiaggia. Vojo tornare da mare e, lercia di salsedine, svaccarmi sul dondolo in giardino. Vojo aprire il frigorifero a tutte le ore e trovarlo pieno. Vojo scattare tante fotografie. Vojo parlare con persone nuove, che abbiano qualcosa di nuovo da dire. E vojo parlare con le persone di sempre, che abbiano sempre le stesse cose da dire e vojo che me le dicano in dialetto. Vojo inciampare nei mille ricordi di quando fumare alla Baia di notte, seduti dentro una barca, tra carcasse di Raffo vuote e  mare era roba da sentirsi proprio fichi. Vojo piantarmi sulla mia spiaggina* per ore e vojo cuocermi. Vojo lamentarmi di come funzionano male le cose giù e vojo dire quanto amo il sud. Vojo fissare i muretti a secco e il verde intenso degli ulivi mentre smadonno incolonnata di rientro dal mare, facendo la strada interna – mica la litoranea – che è una cosa che mi fa sempre sentire inutilmente furba. Vojo magnare un’impepata di cozze al tramonto, con la signora cicciona e tettona che ci porta la pentola al tavolo e il pane da inzuppare nel succo di cozza original.

Vojo sbattermene della mia pancia e a chi mi dirà che ho il culo grosso, risponderò che non si può dire altrettanto del suo uccello.

Vojo ubriacarmi con 20 euro. Vojo flirtare ed essere frivola. Vojo essere forte e sbattermene. Vojo ridere in faccia a chi non mi saluterà e vojo guardare fisso negli occhi chi mi ferirà. E dirgli addio.

Vojo alzare il volume dei Kings of Leon mentre guido verso casa e le strade sono vuote e i semafori lampeggiano.

Vojo che i miei amici alle 4 del mattino si fermino nel mio giardino per il curcaletto.

E vojo guardarli andar  via, che è già alba.

*Dicesi “spiaggina” la seggiola bianca (in foto) comunemente utilizzata sui litorali per appollaiarsi sulla battigia a prendere il sole. Apparentemente appannaggio esclusivo dell’animale balneare di estrazione cozzara, la spiaggina è stata sdoganata anni orsono, nonostante la sua radicale anti-esteticità e nonostante induca a una posizione quasi-seduta che rimane alquanto fat-unfriendly, evidenziando la presenza dei celeberrimi “taralli”, assai più di quanto non avvenga stando stesi su un asciugamano/lettino/materassino. Il punto, tuttavia, è che la spiaggina è una specie di ritrovato paradisiaco, la quintessenza del benessere vacanziero, permette di non patire il caldo (essendo tecnicamente con piedi e culo a mollo), di fare salotto con amici e conoscenti, di abbronzarsi in maniera eccellente, di tracannare birra e fumare, con sempre qualche baldanzoso giovine che ti porti una raffo o una sigaretta, lasciando inalterato il tuo status di pachiderma in relax. La spiaggina è economica, leggera, è un investimento da consigliare a tutte le persone a cui tenete. Per capirci, la spiaggina è una protagonista indiscussa della mia personale visione del paradiso.  Se decidete di fare il grande passo e di acquistarne una, non siate spilorci. Badate bene. La spalliera deve essere alta tanto da permettervi di appoggiare anche la testa, se no il vostro sarà un acquisto monco e la spiaggina del vicino sarà sempre più allettante della vostra. Non lesinate su quei 3 euro in meno, la plastica dev’essere buona, viceversa la spiaggina si rompe. Ogni tanto, dopo il mare, sciacquatela con la pompa, altrimenti la salsedine – a lungo andare – ne compromette la tenuta e voi dovete avere a cuore la salute della vostra spiaggina. Infine, quando siete in gruppo, state sempre molto attenti a non mollare mai il campo. Lasciare la spiaggina incustodita vuol dire voltarsi, dopo 2 nanosecondi, e trovarci uno stronzo qualsiasi seduto sopra, per questa strana percezione che la spiaggina sia un bene collettivo.

NO.

La spiaggina è INDIVIDUALE.

Specie quella delle figlie uniche!

[a questo punto mi aspetto di ricevere uno stock di 8 spiaggine omaggio dal maggior produttore italiano di spiaggine].

L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

Non-Reso Sentimentale

I cambiamenti mi stressano e il peggiore di tutti, per me, è il cambio di stagione.

Posto che il “cambio di stagione” è uno dei valori fondamentali che la Vagina Maestra ha tentato di inculcarmi fin dalla più tenera età, insieme ad altri capisaldi formativi come: “bisogna essere sempre in ordine e con la biancheria coordinata, perché non si sa mai”. Dove con “non si sa mai” la Vagina Maestra non pensa tanto a un incontro fortuito e passionale con Rocco Siffredi, quanto piuttosto  all’eventualità che si possa finire in ospedale e non sta bene averci i calzini bucati, per esempio.

Per me l’idea di affronare il mio 4 stagioni armata di buona volontà, razionalità e pazienza, in quanto ontologicamente sprovvista di questa magica triade di ingredienti, è spossante. Lo farò, perché ho da farlo, perché non posso continuare a fingere che il cielo non abbia assunto la sua consueta nuance estiva cappa-di-merda, che l’asfalto non stia iniziando a sciogliersi nelle ore di punta, che l’aria non si stia riempiendo di moscerini e zanzare, che sui mezzi pubblici non ci sia un puzzo di umanità che nemmeno al mercato di Calcutta. Non posso continuare a fingere che a Milano non sia arrivata l’estate, in sostanza. Ma che si sappia: mi pesa. Più ci penso, più mi svanga le ovaie l’idea di essere lì a spulciare l’invernale, a rinvenire capi di cui avevo totalmente perso la memoria, dividerli per colore e destinarli al processo lava-stendi-raccogli-stira-conserva.

Il ché non sembrerebbe così difficile se non ci fossero i capi ambigui, che ostacolano il potere ordinante del mio pensiero, che sono mezzi estivi, mezzi invernali. E poi c’è il “capo delicato”, che più semplicemente è il capo che non ho idea di come minchia si lavi, che va quindi destinato alla lavanderia. E, di solito, nel bel mezzo di questo caotico processo generatore, in cui io non esisto più e intorno a me c’è una broda primordiale di indumenti, di tutte le stagioni letteralmente esplosi sul letto e sul pavimento, ecco, lì c’è il rischio di un attacco di panico. Che è un po’ come quando hai 7 anni e sei al mare e stai nuotando con tuo padre al largo, verso la boa. Ecco, non puoi farti venire l’ansia a metà strada, perché non puoi tornare indietro ed è più vicina la boa della riva. Succede qualcosa di simile, quando capisci che ormai sei condannata a portare a termine ciò che hai iniziato.

Inoltre, c’è un’altra questione che mi perplime nel cambio di stagione: il Non-Reso Sentimentale.

Con Non-Reso Sentimentale ci riferiamo a quella quantità variabile di indumenti maschili riposti negli anfratti della nostra camera da letto, che son lì, un po’ mischiati con i capi nostri, un po’ racchiusi nei cassetti deputati, lasciati lì per i posteri dai nostri ex, quando per periodi di tempo più o meno circoscritti si è condiviso lo stesso spazio, lo stesso letto, la stessa vita.

Il Non-Reso Sentimentale rientra nella macrocategoria dei Residuati Emotivi che include tutti i regali ricevuti, gli acquisti fatti insieme e la gadgettistica post-vacanze condivise. Uno sterminio di cianfrusaglie più o meno inutili, che solo all’ennesima storia finita male la vagina inizia a capire che no, che quando andrà in vacanza per la prima volta con un nuovo amore se mai ci andrà, NON comprerà alcun souvenir, alcuna minchiata iperglicemica e dozzinale che, oltre ad essere di pessimo gusto, poi resta lì, in casa, e anche se la chiudi nel mobile prima o poi salta fuori, quello schifo di tazza di Parigi spezzata, che si completava solo affianco alla tazza che c’ha lui, che è proprio concettualmente un’idea tremenda evidentemente assecondata solo sotto un abuso di endorfine tipico degli albori di un amore. Ma NO. Non si fa, perché sono oggetti brutti e perché tanto la relazione prima o poi finirà e l’ottimismo romantico da primi mesi, non paga sul lungo periodo.

E mi sono sempre chiesta cosa bisogna farci, con i Residuati Emotivi. A 20 anni li ho chiusi in una busta e li ho messi in fondo all’armadio della mia cameretta. A 23 anni ho lasciato tutto dov’era, tanto ero io che me ne ero andata per sempre. Ma adesso, che ho 26 anni, e vivo da sola e non nella reggia di Versailles, non so cosa farci con tutto questo Non-Reso Sentimentale, con tutte queste t-shirt e queste felpe che sono il più lauto lascito delle mie relazioni. Potrei buttarle, ma mi esporrei al pubblico linciaggio del condominio, che qui si fa la differenziata e si fa bene. Potrei trascinare tutto fino a uno di quei raccoglitori di indumenti per i poveri, che sarebbero comunque ben lieti di indossare una Felpa della Longobarda, piuttosto che una t-shirt con su scritto “How to pic up hot chicks”. Oppure potrei impacchettare tutto e rispedirlo ai legittimi proprietari, ma ho sempre pensato che sarebbe stata un’eccessiva manifestazione di importanza da parte mia.

Persa nel dilemma, mi preparo a una nuova settimana, profondamente soddisfatta all’idea di aver saputo procrastinare il cambio di stagione anche per questo weekend. Di conseguenza, se incontrate una in eco-pelliccia di cincillà in giro, beh sì, sappiate che sono io.