Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

Mollarsi ai Tempi di Facebook

Discutevo di recente con un mio amico di quanto sia tutto più difficile adesso, in termini di relazioni sentimentali. Lui non era d’accordo, sostenendo che oggigiorno, al netto di tutte le mie obiezioni, è  estremamente più semplice conoscere (cioè sdraiare) gente (a caso). Alché gli ho fatto notare che non si tratta solo della fase conoscitiva, perché le relazioni non si esauriscono mica nell’incontro e nell’approccio. A volte esse vivono, crescono e – spesso e volentieri – dopo un ciclo di vita di qualche giorno/mese/anno finiscono.

“Prendi Giovanna e Valerio”, gli ho detto.

“Eh”

“Lei continua a mandarmi a giorni alterni screenshot di lui con la nuova tipa”

“Ma deve smetterla di stalkerizzare su Facebook, deve rifarsi una vita”

Certo. Facilissimo a dirsi. A volte, un po’ meno a farsi. Senza contare che non si tratta solo di Facebook, parliamo di Facebook per agilità (come quando diciamo Coca-Cola ma intendiamo tutte le bevande gassate in commercio). Nel dire Facebook ci riferiamo anche a Instagram, Twitter, Snapchat, Whatsapp, Telegram, Pinterest, Vine, Youtube, Myspace ed MSN Space, anche se non esistono più, per stare proprio sicuri.

Giovanna e Valerio sono (erano) una coppia di nostri amici. Insieme da tanto (troppo) tempo, conviventi, giunti a quel punto della vita in cui o “ci sposiamo per ammazzare la noia che ci ammazzerà“, oppure “ci molliamo“. Hanno deciso di mollarsi. Lui ha deciso di mollare lei e, per la legge virile per cui un uomo non lascia mai un pertugio se non ne ha già un altro pronto e collaudato nel quale rifugiarsi, dopo 5 secondi stava già con un’altra. Non che lui l’abbia ammesso, naturalmente. Non che lui abbia usato sincerità nei confronti della donna con la quale ho cagato nello stesso cesso per centinaia di giorni, ogni giorno, per centinaia di cagate. No. Lui ha detto che aveva bisogno dei suoi spazi e dei suoi tempi, che è quella formula universale con la quale tutti noi – quando siamo in una storia che non ci garba più – rivendichiamo il nostro diritto individuale a evadere in uno spazio-tempo diverso, nel quale formalmente dobbiamo ritrovare noi stessi e praticamente abbiamo già in testa (o tra le cosce) qualcuno che ci piace di più del nostro attuale-partner/imminente-ex.

Ora, la fine di una relazione non è mai bella (spesso nemmeno pacifica, spesso nemmeno civile), tanto più per chi la subisce, per così dire. Non doveva essere una passeggiata di salute neppure, chessò, nel 1996. Ma oggi, nell’anno del signore 2016, possiamo starne certi, è faccenda ben più perniciosa. E a renderla così perniciosa è proprio la presenza dei social network.

La povera Giovanna di cui sopra, neosingle da circa un semestre, continua a mandarmi foto di lui con la nuova tipa, felice e noncurante, mentre lei è lì che si lecca la ferita (così profonda che il potere taumaturgico della saliva pare non essere sufficiente e forse ci vorrebbero una ventina di punti di sutura nell’anima). Parallelamente, inizia a destreggiarsi goffamente nel rinnovato mondo delle relazioni interpersonali tra generi, il cui panorama è cambiato – e non poco – dall’ultima volta che è uscita con un tipo, probabilmente nell’anno 5 A.W. (ante-whatsapp).

È un fatto, tuttavia, che Facebook è uno strumento di screening potentissimo quando conosciamo qualcuno, mentre lo frequentiamo e, ahinoi, pure quando l’abbiamo mollato. Ciò che di solito succede è quanto segue:

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  1. Controlli se pubblica e cosa pubblica
  2. Controlli se stringe nuove amicizie
  3. Controlli chi sono le nuove amicizie, ringraziando sempre l’alto dei cieli quando i nuovi contatti si dimostrano degli sprovveduti con la privacy ai minimi livelli
  4. Controlli i like che mette
  5. Controlli i like che riceve (che sono persino più inquietanti)
  6. Schedi quelle che gli mettono like, di cui impari a conoscere generalità, segni particolari, preferenze musicali e orientamento politico
  7. Quando incroci una che gli mette like, a cui lui mette like a sua volta, è fatta, ce l’hai! ECCALLÀ.
  8. Scrivi al suo migliore amico chiedendo “Ma si sta scopando Quella???????” (questo è l’unico caso in cui la grammatica italiana ammette l’uso reiterato dei punti interrogativi)
  9. Il suo migliore amico, ovviamente, non ti dirà nulla, giustamente. Che cazzo pretendi.
  10. Alché scrivi alle TUE amiche per dire che La Merda mette like a Quella e che Quella gli mette like, e che è assurdo, che avesse almeno il gusto di dirtelo (come se non sapessi perfettamente come funzionano queste situazioni, e in effetti se è la prima volta che ci passi, no, non lo sai). Le tue amiche ti diranno che vi siete mollati e che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lui è una fogna a cielo aperto e potrebbe almeno essere più discreto.
  11. Si scambiano commenti. Taggandosi. I commenti diventano flirt, apparentemente innocui ma sufficienti a farti venire un rivolo di sangue dal naso
  12. Ti viene voglia di sbrodolare uno status pieno di livore. Ti viene voglia di mettere like a tutte le loro foto. Ti viene voglia di compiere un’azione offensiva e provocatoria, di rompere le regole della civile convivenza digitale, ma non lo farai. Ti trattieni. Tutte le tue amiche (le stesse che dicono che devi smettere di guardarlo perché vi siete mollati), ti dicono di non farlo e non lo fai.
  13. Scruti attentamente tutte le fotografie di Quella chiedendoti come sia possibile, che La Merda era un feticista dei tacchi e ora va girando con una che usa i sandali francescani; che La Merda era di sinistra e ora va con una di casa pound; che La Merda amava il post-rock e ora sta con una che ascolta i Modà.
  14. Comparirà una foto di gruppo nella quale ci saranno entrambi, vicini. Seduti a tavola affianco oppure gomito a gomito durante concerto. Un banale indizio per l’umanità, una prova inconfutabile per te.
  15. Da allora, è solo questione di tempo, arriverà la prima foto di loro insieme, il loro primo SELFIE. E, indipendentemente che ti appaiano bellissimi o bruttissimi, digerirla sarà dura, sarà una mandria di cinghiali appollaiata sul tuo intestino emotivo e non si schioderà, nel migliore dei casi, per tutta la giornata.
  16. Screenshotterai la foto e la manderai alle tue amiche che ti diranno che vi siete mollati, che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lei è l’entità femminile più simile a Pippo Franco che abbiano mai visto (e ti diranno così anche allorquando non fosse del tutto vero).
  17. Prima o poi faranno la prima vacanza insieme. E nella tua home comparirà l’album fotografico. Tu lo guarderai.
  18. Andranno a convivere e vedrai le fotografie della casa in cui vive con lei, dopo aver vissuto con te.
  19. Ci sarà un’emorragia di cuori rossi in tutti i commenti, che ti farà venire più vomito che speranza, e gli amici in comune che mettevano like alle vostre foto, quelli che “eravate una coppia bellissima”, metteranno like alle loro foto. E i tuoi amici faranno a La Merda gli auguri per il compleanno che tu dirai “ma-come-cazzo-minchia-è-possibile”.
  20. La Merda e Quella cambieranno lo status sentimentale. Un giorno comparirà quella cosa patetica del cuoricino grigio con affianco scritto “Impegnato” (se sono irrecuperabili, scriveranno anche con chi sono impegnati) e inizieranno a chiamarsi pubblicamente “amore” (o qualche altro deprecabile nomignolo ingiustificabile per persone che abbiano superato la tarda post-adolescenza).

E poi sarà solo un crescendo. Un giorno si faranno un tatuaggetto insieme. Un giorno festeggeranno l’anniversario e lui la ringrazierà pubblicamente della felicità che gli ha regalato. Un giorno saranno al mare. Un giorno saranno a sciare. Un giorno ceneranno sul loro terrazzino con i fiori che coltivano. Un giorno ci sarà l’album di un matrimonio. Un giorno ci sarà la foto di un’ecografia. Una pancia. Una micromano minuscola, dentro la mano dell’uomo che hai amato. Un giorno arriverà un selfie di famiglia con uno status tipo “TRE!”. Oppure “Trois” se vogliono fare i fichi.

E tu guarderai questo fotoromanzo della vita del tuo ex, apparentemente bellissima (perché su Facebook tutti dimostriamo d’avere vite bellissime ovviamente, che nulla giustamente dicono dei momenti di noia, degli attriti, della libido che cala, delle bugie che ci diciamo, dei compromessi beceri a cui scendiamo, dei rimpianti che coviamo, dei sensi di colpa che abbiamo accumulato e compostato come fossero i rifiuti organici della nostra esistenza e che ora usiamo per concimare il futuro, della merda da pulire dal culo e delle nottate in bianco perché il pupo non prende pace). Tu guarderai questa cronaca in tempo reale della sua felicità e – indipendentemente da quale sia la tua condizione – cioè che tu sia ancora lì a capire come funziona Tinder o che tu ti sia accasata con un manzo brillante e sessualmente appagante- , la vera domanda è: perché?

Chi te la fa fare?

“Io a Giovanna ho detto di cancellare e bloccare, ovunque”

“Ma perché? Così fa capire che soffre

“E allora?”

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E allora soffrire, dimenticare, cancellare, difendere il proprio spazio e il proprio inalienabile diritto a NON sapere e a NON vedere, a NON assistere all’ostentazione di queste vite filtrate e ritoccate, offrirsi la possibilità di dimenticare, come si faceva un tempo, quando a mollarsi non ci si sapeva più, quando – superati il rancore e il dolore – forse rimanevano i bei ricordi, l’illusione di aver condiviso per qualche tempo qualcosa di esclusivo che non venisse riproposto nella stessa identica formula con quello che è venuto dopo di noi, ecco tutto questo è un nostro diritto emotivo.

Un diritto che non è mai stato necessario rivendicare, prima che Zuckerberg ci privasse culturalmente del piacere dell’oblio, della possibilità di dare sepoltura (degna o indegna che fosse) a una relazione, ma anche di credere ad alcune di quelle piccole bugie che facevano un po’ male ma anche un po’ bene, tipo quando l’ex che non vedevi e sentivi da mesi ti mandava un sms o ti faceva una telefonata. E ti diceva che gli mancavi ancora. E tu potevi credergli, una piccola parte di te poteva accoccolarsi nella melensa menzogna che ti diceva, bevendosela tutta, dissetando il proprio ego ammaccato, perché lo vedi che eri speciale? Lo vedi che gli manchi ancora? Anche lui ti manca ancora un po’, certo. MA SOPRATTUTTO POTEVI CREDERGLI PERCHÉ NON AVEVI GUARDATO PER SEI MESI TUTTO QUELLO CHE AVEVA POSTATO SU UN CAZZO DI SOCIAL NETWORK.

In conclusione: cancellate, bloccate, dimenticate.

Che ai tempi dei social network gli amori sono più difficili da far partire, da mantenere e pure da chiudere.

 

La Verità è che ha un’altra

Esistono alcune leggi fondamentali che regolano la relazione tra i due sessi. Generalmente si tratta di fenomeni che non vengono codificati e spiegati in nessun Master Executive in Men/Women Management e quindi ci tocca impararli sul campo, sbatterci la testa contro e – almeno in minima parte – sedimentarli nella nostra coscienza emotiva.

Premettiamo che la seguente dissertazione è calzante sulla maggioranza dei casi, naturalmente non su tutti, quindi tutte le eccezioni che si indigneranno leggendo le seguenti generalizzazioni, si dessero pure pace. Evidentemente non parliamo di loro. Ma solo del restante 98% della popolazione virile.

viacolvento

Il primo postulato che regola la vita sentimental-sessuale dei peni è il Pilu Fissu. Teniamolo a mente, questo postulato, perché ci torneremo anche in altre occasioni. Il Pilu Fissu dice che, superata una certa età, gli uomini medi saranno accoppiati per definizione. Non importa che siano effettivamente innamorati o soddisfatti della partner prescelta. L’importante è che ne abbiano una. Un sacro contenitore all’interno del quale evacuare i propri fluidi biologici con regolarità (più o meno rada) e con il minimo sforzo cognitivo (la salvifica trombata settimanale, per intenderci). Gli uomini sono pragmatici e, per esempio, quando iniziano a lavorare non hanno poi così tanto tempo da dedicare al procacciamento di nuove prede. Conviene prenderne una e tenersela, al massimo cercare qualche liason fuori porta per mettere un po’ di pepe alla noia della relazione solida, senza comunque rinunciare a una vagina che ti cucini la cena e possibilmente ti stiri le camicie. La stessa che poi, negli anni, piaccia abbastanza alla tua mammà da meritare di incubare il tuo seme, così che tu possa adempiere all’aspettativa che la società ha su di te: la procreazione.

Collegata al postulato, la Grande Legge Universale del Pene: “Gli uomini non lasciano mai, a meno che non abbiano un’alternativa già pronta”. Anche traducibile in “Se ti lascia, ha un’altra”.

Tecnicamente è semplice, non fa una piega e la legge si fonda su un’accurata osservazione fenomenologica del comportamento sentimentale dei peni. In prima istanza, è sufficiente avere amici uomini. Quando li hai, e hai il raro privilegio di essere una loro confidente, ti accorgi di come siano capaci di trascinare le relazioni più improbabili per mesi e anni, per inerzia, per sfinimento, piuttosto massacrando la compagna per indurla a farsi lasciare ma senza in alcun modo prendere i coglioni in mano e dire “Senti belladecasa, è finita”. Non lo fanno, ça va sans dire, finché non hanno già un nuovo porto in cui approdare, un nuovo territorio da colonizzare, una nuova vagina potenzialmente sicura in cui insediarsi. Sempre per garantire l’adempimento del più basilare e naturale dei loro istinti: chiavare. A quel punto, ci va poco, passi in rassegna il tuo curriculum sentimentale e t’accorgi che la legge bene o male fila. Io, per esempio, ho sempre mollato ma tutti quelli che mi hanno lasciata andare senza troppe storie, guarda caso, a poche settimane dal mio melodrammatico “Finiamola qui” avevano già accanto una nuova concubina (che poi in genere si rivelava la donna of their lives). Che sia un caso? Dubito.

Ora, la questione, finché ne sei fuori, finché sei single, non si pone. Il problema sorge quando hai di fronte una vagina (a cui magari vuoi pure un bel po’ di bene) che, per quanto intelligente, per quanto consapevole, per quanto presente a se stessa, proprio non riesce a vedere le cose nella loro bruciante e lapalissiana evidenza: la verità è che ha un’altra. E tu devi trovare un modo delicato per dirle che mentre lei, mollata, si crocifigge disperata all’idea di non saper più stare a questo mondo senza di lui, lui si sta probabilmente bombando una circa 10 anni più giovane di lei, con un culo che ha fatto l’MBA e che parla 4 lingue, incluso il cinese.

Di fatto, uno degli errori che noi vagine facciamo più spesso in quelle situazioni, quando la terra ci manca sotto i piedi, è illuderci che loro siano come noi. E’ convincerci che gli uomini ragionino come ragioniamo noi e finiamo a fare le sartine che cuciono sui propri ex quel genere di pugnetta mentale di matrice vaginale, che un uomo non si farà mai.

No, amica mia. Non è l’insicurezza, l’incertezza, l’oppressione. Non è la paura di crescere, che l’ha fatto volare via. Non è l’ansia da prestazione. Non è la distanza. Non è il timore di non essere all’altezza della meravigliosa vita da Mulino Bianco che volevate (volevi) costruire insieme. No. E’ finita perché lui non ti amava abbastanza e perché ne ha trovata un’altra che gli tira di più. Fine della storia.

theendoflove

T’avesse amata di più, sarebbe ancora con te. T’avesse trovata ancora la migliore possibile, sarebbe con te. T’avesse voluta davvero, saresti legata a doppio spago ai suoi coglioni. Invece t’ha mollata e vai a vedere che forse c’hai solo da dire grazie alla nuova stronza di turno, che t’ha salvata da uno che in fondo continuava a stare con te più per pigrizia che per altro.

Solo perché eri il suo Pilu Fissu.

E’ brutto? Sì, lo è. Specialmente quando ci sei dentro. Specialmente quando non riesci a capacitarti del fatto che lui ti amasse assai meno di quanto lo amassi tu. Specialmente quando uno ti ha promesso mari e monti e dopo 1 mese che convivete ti molla e tu lo trovi a letto con un’altra. E no, non devi aspettare che torni da te. Non devi pensare di perdonarlo. Impacchetta la tua roba e vattene, perché forse meriti di più, che è una frase del cazzo ma purtroppo è così. Vattene, perché la vita da Mulino Bianco magari è bella ma dovete volerla in due, Antonio Banderas dev’essere molto ma molto convinto. Altrimenti è solo questione di tempo, prima o poi arriva comunque un nuovo Pilu e tu resti da sola, con un paio di marmocchi e Rosita a farti da psicanalista.

Impacchetta la tua roba e vattene.

Piangi quanto ti pare. Dormi. Stordisciti.  Chiuditi nel tuo silenzio, ascolta gli Smiths per un anno e lascia che le ferite sanguinino prima di pretendere di leccarle. E i segni che resteranno (perché resteranno) giura che non li nasconderai mai. Giura che li lascerai come monito, per ricordare chi sei e quello che vuoi. Anche se questo probabilmente vorrà dire che resterai sola, almeno per un lungo pezzo.

Infine, quando ti sentirai pronta, riapriti al mondo. Fallo con la testa e fallo con le cosce.

E nel frattempo accetta il fatto che le relazioni sono la cosa più imperfetta che ci sia.

Che non sono eterne.

Che sono solo pezzi di vita che condividiamo con alcune persone. Che per un po’ sono tutto. E poi diventano niente.

Nei casi migliori, ricordi.

Vattene, per piacere.

E buona fortuna.

Validi motivi per NON rivedere un Ex

Uno dei fenomeni peggiori in cui tu possa imbatterti quando sei single, è il ritorno di fiamma con un ex.

Può succedere per numerosissime ragioni. Casualità, occasione, momento di saudade, lungo periodo di apnea emotiva, desiderio di rifare un giro in filibusta, perché come filibustavi con lui maippiù nella vita. Insomma, può succedere e in genere succede nonostante sia acclarato e reso noto, cristallino e di pubblico dominio, quasi quanto che la Terra gira intorno al Sole, che rivedere un ex è comunque una stronzata. Un ex non è MAI una buona idea.

Ho provato a farlo capire alla mia amica Vagisocciamela, quella di Bologna con la predilezione per i batteristi (ma anche i fonici e i tecnici dell’audio) di tutte le indie-rock band italiane. Mi ha informata sull’intenzione che cova di vivere una seconda primavera con un suo storico love affair con cui, per carità, si sono tanto amati, erano una coppia per certi aspetti perfetta, finché non giunse il momento di mollarsi. Perché? Non lo so. Le storie finiscono.

Io le ho detto ciò che un’amica può dire in questi casi, senza finire col trattare la controparte come un’idiota, tanto più se un’idiota non è. Ma siccome temo che nell’andirivieni di alibi vaginali che sappiamo cucire sartorialmente sulle nostre incoerenze, Vagisocciamela possa tralasciare le mie parole, e siccome credo che siano in tante ad essere potenzialmente afflitte da questa questione degli ex, ebbene ho deciso di elencare alcuni Validi Motivi per Non Rivedere un Ex.

1. L’unica cosa che è buona riscaldata è la pasta con le lenticchie, non un ex.

2. La memoria edulcora, lo fa per pura questione di sopravvivenza. E’ come con gli yo-yo, le merendine, quelle che avevano due strati di pan di spagna circolari, il cioccolato in mezzo e due linee di cioccolato fuso che facevano zig zag sopra, come fossero state colate dalle sapienti mani di una mater pasticcera. Ecco. Io quando ero piccola amavo gli yo-yo perché la Vagina Maestra non me li comprava mai. Mi comprava le Camille, mia madre, che io strippavo perché volevo delle fottute merendine al cioccolato, come tutti i bambini del mondo, non lo spuntino alla carota. Cioè avrei persino accettato – mio malgrado – un plumcake, ma la Camilla NO! La Camilla era una roba da Telefono Azzurro, darmi uno snack al gusto di ortaggio era praticamente insultante, e non mi importa nulla del fatto che la Vagina Maestra cercasse già allora di combattere il prematuro stato di obesità che interessava il mio corpo (so che ho già parlato di questo argomento ma è un tema molto sensibile della mia infanzia): io volevo le merendine al cioccolato! Ecco: qualche anno addietro ho avuto la malaugurata idea di riassaggiare gli yo-yo. Non trovo le parole per spiegare la delusione. Un pan di spagna plastificato, un cioccolato ultrachimico ma quell’ultrachimico becero, da due lire, nemmeno l’ultrachimico lussurioso dei Pan Goccioli Mulino Bianco per intenderci. Insomma, una debacle. Allora ho capito. Ho capito che ci sono alcune cose che non vanno riassaggiate. Specialmente se ne abbiamo un buon ricordo.

3. Se è ex ci sarà un perché, questo avrebbe dovuto cantare Riccardo Cocciante (*non Massimo Ranieri come avevo erroneamente scritto) Aggiungendo che non c’è bisogno di scoprirlo stasera, perché se ti concentri, se ti sforzi, se ti fai uscire le emorroidi, vedi che lo sai benissimo perché è un ex. E se è diventato ex vuol dire che non andava bene, che ti ha fatto troppo male o che non ti piaceva più abbastanza. Indagare altre posizioni ideologiche in merito, iniziando a dire muccinate come “Ci siamo solo incontrati in uno strano momento della nostra vita” oppure “Avevamo bisogno di dare un’occhiata nel mondo per capire che eravamo fatti l’uno per l’altra”, al fine di legittimare l’opportunità di riprovarci, è un po’ come dare calci contro un tufo a piedi nudi con l’unghia incarnita: stupido e doloroso.

4.   Ho capito il bisogno di sentirsi vive e appassionate, ma intorno ai 30 anni puoi provare con altro: lo yoga , un massaggio total body, un vibratore modello rabbit, il turismo culturale nelle capitali europee e quello sessuale a Capo Verde.

5. Le scopate con certi ex sono le migliori in assoluto, potenzialmente, d’accordo. Ci si conosce già, c’è il coinvolgimento emotivo quindi l’atto sessuale non diventa un’estensione degli squat che fai in palestra ma si dota di una vera e propria dimensione umana. In più ha tutto il fascino dell’errore quindi certo, d’accordo. L’unico problema è che per queste cose non esiste una pillola del giorno dopo che ne cancelli gli effetti.

6. L’ex è per definizione, sempre, accoppiato. L’ex appetibile, intendo. Poi nel mio caso sono accasati anche gli inappetibili e gli inappetenti, ma questo credo sia indice del processo di devastazione sociale che sta vivendo il genere vaginale inteso nella sua globalità. Ora se l’ex è accoppiato, flirtarci all’inizio vi farà sentire fiche, come se andaste a fare shopping in una boutique vintage. Il fatto è che dopo un po’ la boutique diventa una bancarella al mercato delle pulci e voi vi ritrovate a fare la transazione più sconveniente di tutte: pagare per ricomprare un vecchio jeans che avevate buttato via.

7. Se l’ex è accoppiato, ed è ovvio che lo sia, laggente saprà che vi siete rivisti o che vi state rivedendo. Perché queste cose si sanno, come dice la Vagina Maestra: “Quello che si fa, si sa”. A quel punto ci saranno due possibilità speculari: o tu sarai la ©stupida che continua a darla al ©bastardo, oppure sarai la ©bottana che ancora non lo lascia in pace a viversi la sua vita, e lui il ©deficiente che ogni volta che torni c’è. Ora, magari una se ne fotte, o magari  queste cose la disturbano. Se la disturbano è bene che ci pensi prima.

8. La metamorfosi estetica costituisce un altro punto dolente. Dopo i 25 anni non importa quanto tempo sia passato dall’ultima volta che vi siete visti: un biennio, un quinquennio, un decennio. Lui nel frattempo avrà sviluppato un’aria matura e affascinante, magari si sarà pure fatto crescere la barba e, tutto tempestato di rughe, si vanterà di essere come il buon vino. Tu, invece, quasi sicuramente sarai quella “più vecchia” e, a meno che tu non sia Milly Carlucci, eri più bella prima. Adesso sarai sicuramente più donna, più consapevole e padronaditestessablabla, ma la crudele verità è che hai  più rughe, più kili, più cellulite, più capillari, meno capelli, meno spensieratezza e meno resistenza sui tacchi da baldracca.

Kelly-e-d-Dylan

9. Se vi vedete dovrai essere preparata a gestire una stagione di Vaginismo Spinto. Se l’incontro va bene dovrai sopportare le tue indomite paturnie per almeno un mese. Se l’incontro va male, dovrai sopportare un altro genere di indomite paturnie per almeno un mese. Comunque vada, sarà una disdetta. Dovrai confrontarti face to face con il tuo vaginismo più autentico e più estremo, quello che da anni cerchi di addomesticare, quello che con la scusa del premestruo cerchi sempre di esorcizzare, quel mostro di VagiNess che ti perseguita da quando hai capito che non ti sarebbe mai cresciuto il pisello tra le gambe. In pratica, se vi vedete, è come essersi fatti il culo a tarallo per perdere 20 kg lentamente, poi sedersi a tavola, abbuffarsi e riprenderne 15.

10. Nel frattempo ti accorgerai in fretta, qualora negli ultimi anni fossi stata sotto effetto di un anestetico dissociativo e non te ne fossi resa conto, che la tua vita è cambiata rispetto ai tempi passati, e anche quella dei tuoi amici. Non hai più il tempo da dedicare allo sgrillettamento cerebrale e, tanto meno, i tuoi amici ne hanno per aiutarti a dipanare inutili e nauseanti matasse emotive che ti sei creata da sola. Cioè, fino ai 20 anni tutto lecito. Dopo, se fai una minchiata colossale, se la fai consapevolmente e con le mani tue, embé le ferite te le lecchi da sola, si capisce.

Detto questo, siamo adulte, vaccinate e ci siamo anche fatte le malattie esantematiche.

Non ci resta che trovare compromessi e poi perderli, guadagnare certezze e sconfessarle, lasciar prendere il sopravvento alla testa e poi alla pancia, e poi alla testa, rincorrendo la metrica della vita che scegliamo di vivere.

E della vita a cui rinunciamo.

Speriamo solo che, a questo giro, la lezione più importante sia sedimentata in noi: cerchiamo di essere complici di noi stesse, non carnefici.

…cerchiamo.

Mi sposo, grazie.

Quando i tuoi ex superano i 30 anni, sai che è questione di tempo. Tanto più se sono terroni.

Da un momento all’altro un amico in comune, uno stato su Facebook, un comunicato ripreso dall’Ansa, un messaggio arrotolato in una bottiglia di vetro abbandonata nell’Oceano Indiano, insomma qualcosa ti informerà del fatto che si sposano.

Tipicamente, poi, si sposano con quella che è venuta esattamente dopo di te, perché tu sei – come è noto – una Vagina di Transizione, ovverosia colei che li traghetta dalla gioventù alla maturità, centrifugando i coglioni con una potenza di 3600 Watt tale per cui, dopo di te, va bene chiunque purché non sia tu.

Personalmente, poi, ho sempre pensato che sarei stramazzata, a saperlo. Ho sempre pensato che il pensiero dell’ex di turno in abito scuro e gemelli di famiglia ai polsi, lì, al termine della navata (perché al sud puoi anche essere un omicida seriale cocainomane pederasta, per dire, vorrai sposarti comunque in chiesa, presumibilmente nella chiesa in cui i tuoi avi fino all’ottava generazione si sono sposati), ad aspettare lei: chiara, scura, europoide o afroasiatica in ogni caso MAGRA, in un vestito avorio impreziosito da un accessorio colorato, sai, per sdrammatizzare un po’ la tradizione, ecco ho sempre pensato che questa visione avrebbe sortito su di me imponderabili effetti. Robe che tipo avrei pianto per sette giorni e sette notti, che sarei salita a bordo d’un calesse per attraversare l’Italia (ricordiamo che prerogativa fondamentale dei miei ex è che siano posti a una distanza di almeno 500 km dalla mia vita), entrare in chiesa e urlare qualcosa come: NO, IO MI OPPONGO PERCHE’ LA MUCCA FA “MU” E IL MERLO NON FA “ME”, o una roba del genere.

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Ho sempre pensato che io, che ho un senso del possesso così patologico che se mi chiedi di prestarti un vestito mi viene un trombo cardiaco ventricolare, non sarei sopravvissuta all’annuncio nunziale. Ciò che non avevo per nulla messo in conto, a onor del vero, è che un giorno non solo il mio ex ex in pene e ossa, dopo 3 anni di silenzio stampa, mi avrebbe scritto per comunicarmi il suo imminente matrimonio, ma che, questo è interessante, mi avrebbe ringraziata per il suo imminente matrimonio.

WHAT?

Resettiamo. Fammi capire. Anzi, te lo dico in inglese: let me understand. No, dici? Ok, torno all’italiano.

Fammi capire: mi stai prendendo per il culo? Per carità, ti sono grata di avermi comunicato del matrimonio in prima persona senza farmelo scoprire da un album fotografico su Facebook che mi si sarebbe bloccato l’invecchiamento, ma sul serio, cosa vinco per averti condotto alla tua felicità con un’altra? Qual è la mia ricompensa per essermi beccata tutte le corna che ti hanno portato a sposare lei? Voglio dire, se proprio vuoi ringraziarmi e salutarmi, pensa a un degno commiato, cazzoneso, una nuova Miu Miu, per esempio. Cosa vuoi che me ne faccia di una email?

Vorrei premettere che il mio  ex ex sarebbe quello da cui ho mutuato il malcostume di bestemmiare, il gusto per la musica prog e la condiscendenza verso il cinema indipendente. Un essere mitologico a 2 teste (di cazzo, entrambe), composto per il 50% di bugie e per il 50% di buffonaggine. Quello che mi ha fatto scoprire Spike Jonze e che mi ha raccontato come i Pink Floyd hanno registrato Ummagumma, che erano robe che la piccola Vagina post-adolescente la lubrificavano come non si sa cosa. Il mio ex ex, quello che nella mia vita c’ha fatto il bello e il cattivo tempo. quello che gli sono appartenuta di brutto e che qualunque cosa io ci facessi insieme era fichissima, perché era fico lui e io ficavo di fichezza riflessa. Quello che nei suoi limiti, nella sua mediocrità, nei suoi bui (cerebrali), nei suoi silenzi, io ci trovavo sempre quell’umanità che nessuno vedeva, quello spessore che chiaramente inventavo per legittimare un affetto ostinato e cieco, una coazione a riamarlo, errore, dopo errore, dopo errore. Perché riuscivo a vedere quel che non c’era (grande skill vaginale), nella forma brutta dei suoi occhi verdi e piccoli, nelle fossette sulle guance, nella capigliatura ignobile che ostentava.  Io e il mio ex ex, come mi ha scritto lui, siamo cresciuti insieme e sì, è vero, io l’ho amato in quel modo squisitamente giovane e spontaneo, in cui sappiamo amare chi non ci amerà mai abbastanza. 

Naturalmente, andando avanti nella lettura della mail la situazione peggiora. Peggiora perché dopo la discutibile notizia in merito al suo imminente voto coniugale, il mio ex ex parte con una filippica strappamutande su tutto ciò che ricorderà per sempre di me. Di noi. Il tutto infarcendo il flusso di incoscienza con una marea di dettagli da attacco iperglicemico, che l’infame maschio paraculo usa strategicamente, per pungermi lì dove presume io sia debole, in quanto patetica scribacchina di racconti Harmony. La domanda sorgerebbe spontanea, se io fossi una vagina in possesso del proprio apparato cognitivo: perché cazzo un uomo prossimo alle nozze deve scrivermi una cosa del genere? E’ il suo testamento emotivo? Sta spargendo nel mare le ceneri della nostra relazione sulle note di Pink Moon di Nick Drake?

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A prima botta, ovviamente, mi scompenso pesantemente. Innanzitutto perché ho la vagina, le ovaie e le tube. Secondariamente, lì dentro, in quella mail, ci sono tanti pezzi confusi di un passato che ho vissuto e che ho amato. Ci sono citazioni, rimandi, particolari così intimi che se fossi stata di Comunione e Liberazione sarei arrossita a leggerli. E così, per 30 minuti, ho avuto di nuovo 17 anni.

Stupida e irrazionale, mi sono lasciata piangere.

Ho pianto per tutto il male del mondo, per il surriscaldamento globale, per le specie in via d’estinzione, per il destino di Pia, nata da un coito non interruptus tra la Fico e Balotelli, che se ci pensate è veramente drammatico. Ho pianto perché il mio ex ex si sposa e questo non vuol dire un cazzo ma apparentemente significa che siamo cresciuti per davvero; perché questa lettera è l’ennesimo addio e io sono stufa di dire addio. Ho pianto perché è una fase della vita che si chiude e io sono una putrida nostalgica demmerda.

Ma è passato. Relativamente in fretta.

E ho pensato.

Ho pensato che gli auguro buon viaggio, perché la destinazione non è raggiunta, tutt’altro. Il percorso è appena iniziato.

Ho pensato che gli auguro di tenere stretta la vita che si sta costruendo. Di non sbuttanarla, come è solito fare.

Di non mandare tutto a mignotte, anche se, dovendo proprio scegliere, è meglio una mignotta di professione che una zoccola di paese.

Ho pensato che gli auguro di imparare a convivere con le inquietudini che porta dentro, senza ferire chi lo ama.

E che gli auguro di diventare una persona migliore e di non cercare sempre e a tutti i costi una via di fuga dalla felicità.

Anche se la felicità è poco rock. Poco prog. Poco indie. Poco dark. Poco jazz.

Ho pensato che gli auguro di stare bene e di far stare bene la donna che ha scelto.

Ho pensato che gli auguro di stare bene. Perché bene gli voglio.

Nonostante tutto.

EX Factor

Gli ex sono come le malattie esantematiche: ce le siamo fatte tutti.

Chi la varicella, chi il morbillo, chi gli orecchioni. Poi c’erano quelli creativi, che prendevano la scarlattina. Poi c’erano quelle, rigorosamente vagine, che dovevano per forza farsi la rosolia entro i 9 anni, che se no se poi la prendi quando stai incinta partorisci Renzo Bossi. E poi c’ero io, che prendevo la pertosse.

Ecco, tutti abbiamo avuto almeno una malattia esantematica. E tutti abbiamo almeno un ex.

E a tutti ci tocca, prima o poi, di fare i conti con il vituperato EX Factor. E pure più di una volta nella vita. E spesso in concomitanza di eventi e ricorrenze che agevolano la speculazione masturbatoria assolutamente fine a se stessa.

Esiste un ampio spettro di posizioni che è possibile assumere rispetto all’EX Factor e tutto dipende, in definitiva, dalla squadra in cui si concorre e dalla canzone che il giudice sceglie per te. Metti che ti ritrovi con la Ventura che ti fa cantare Eros Ramazzotti, è normale che non puoi farcela, tanto più se gli ex della squadra di Elio cantano i Jefferson Airplane. Il pubblico non ti capirà e finirai nel dimenticatoio degli ex.

Photo by Francesco Minnuni

Tra le risposte sociali più diffuse al fenomeno degli ex, individuiamo le seguenti:

I Mujaheddin – Sono i fanatici della coerenza estrema, i feticisti del pragmatismo, quelli che non vedono alcun margine di relazione umana con gli ex, né convenienza, né opportunità. Quelli che, finito il rapporto, basta, caput, chiuso, tanti saluti e tanto meglio così.

I rancorosi – Sono quelli che negli anni continuano a spendere autentiche parole d’odio nei confronti dei propri ex, dopo aver bruciato tutti i suoi cimeli e aver cancellato le fotografie da Facebook. L’espressione media del rancoroso è: “Fottiti stronzo/puttana ” arricchito, nei casi più cronicizzati da “vai a morire ammazzato/a“. Un ex rancoroso tarantino, poi, sicuramente finirà col prendersela con il deretano di tua madre o di tua sorella, anche se la sorella non ce l’hai, con qualcosa come “ngul a sor’t“. Di solito il rancoroso è stato fatto cornuto, o comunque il suo onore di maschio/femmina amaro/a è stato intaccato alla base. Quasi sicuramente era “fidanzato ufficialmente” su Facebook e nel giro di 1 mese dovrà assolutamente pubblicare una foto con la sua nuova cozza.

I nostalgici – Sono animali da paturnia, i nostalgici. Sono quelli che  pensano che sì, insomma, è finita, però abbiamo condiviso così tante cose, lui è un pezzo così importante di me ealtreamenitàdelgenere. Di solito, il nostalgico, se la pijia ar culo in un lasso di tempo che varia dalle 2 settimane al mese e mezzo, che mentre sta lì a ripensare a quente esperienze vitali ha condiviso con l’ex di turno, quello è già diventato padre/madre di una squadra di Hockey sul ghiaccio.

I disinvolti – Sono quelli che preferisco, perché hanno qualcosa che io non sono mai riuscita ad avere, ovvero la capacità di pronunciare frasi come “sì, siamo andati a cena con la sua nuova fidanzata“, oppure “ci sentiamo ogni settimana“, oppure “è andato al concerto con la sua ex, ma certo, sono rimasti amici“, oppure “sì, resta a dormire da me, ma non succede niente e no no, il mio nuovo tipo non è geloso, sai è un ex, se è finita c’è un perché“. Cioè. Io mi inchino.

I giovani Werther – Essi continuano a nutrire amore non corrisposto per periodi di tempo soggettivamente lunghi, al fine di alimentare una sofferenza strumentale alla loro sopravvivenza emotiva. I giovani Werther sono detti anche “onirici”, perché una delle loro attività predilette è continuare a sognare nottetempo l’ei fu partner e a sperticarsi l’indomani nell’interpretazione del sogno suddetto, spesso accompagnato da un capillare reportage mnemonico condiviso con gli amici più cari.

I diplomatici – Trovano il giusto equilibrio che, di solito, consiste in un par di telefonate o messaggi l’anno, solitamente in occasione del Natale o di altri macro-eventi esistenziali come lauree, matrimoni, procreazioni e via discorrendo.

I romantici – Sono quelli che di solito, appena ci si è lasciati, usano il PER SEMPRE, che parrebbe una contraddizione in termini, eppur lo fanno. Frasi come “ti amerò PER SEMPRE” che a uno verrebbe da chiede checcazzo significhi perché, di fatto, se vuoi amarmi per sempre, amami. Se ci lasciamo, amane n’artra, onnò? E sono gli stessi soggetti che, al di là del bene e del male, pensano frasi come “ci sarà una parte di me che ti apparterrà PER SEMPRE“. Di solito queste frasi nascono da una grande forza:  quella di avere già un sostituto.

I masochisti – C’hanno il cuore ricoperto di latex e le mollette ai capezzoli dell’anima. Questi devono soffrire atrocemente per gli ex, devono portarsi gli strascichi del rapporto quanto più a lungo possibile, devono diventare amanti dell’ex che intanto convive con un nuovo soggetto, devono informarsi su quanto è felice adesso, devono raschiare il fondo di sé e poi, forse, finalmente, dopo un par d’anni, rialzarsi.

I sexisti – Sono i più gagliardi: usano gli ex per l’unico scopo per il quale abbia senso usarli, ovvero come fucina di sesso facile, raccomandato, un po’ struggente, mediamente appagante.

E poi ci sono io.

Che faccio un po’ parte di tutte le succitate categorie, tranne quelle più illuminate, e che con il mio EX Factor, di fatto, non riesco a farci pace. Quando laggente mi raccontano di avere un buon rapporto con i propri ex io provo un moto di ammirazione, e invidia, e fascinazione. Perché io no, io non ci riesco. Mi piacerebbe eh, sia chiaro, a livello teorico. Ma nella pratica non ho mai fatto questo granché per riuscirci. Tipo che se mi è andato, mi sono messa con i loro amici. Tipo che se mi è andato, li ho coglionati pubblicamente senza remore. Ma tant’è, sono una vagina spregevole, Iddio m’ha voluta così e io, a lui, non posso oppormi.

Però ecco sta di fatto che di tutte le risate e di tutte le litigate, di tutte le lacrime e le nottate passate avvinghiati, della musica, dei film, delle vacanze, delle serate, delle paste al forno cucinate a casa e delle cene fuori, delle difficoltà e dei successi, delle maturità e delle mediocrità, della forza e della debolezza iniquamente spartite, delle smorfie e dei capricci, di quelle insicurezze con cui siamo cresciuti, dei cambiamenti di cui non siamo stati capaci, di quelle parole stentate dette pianissimo e di quelle urlate da far male, di tutto il bene, di tutto il pathos, di tutto lo struggimento, dei regali brutti e di quelli belli, dei panettoni a Natale e dei prosecchi a Capodanno, delle giornate al mare e delle ore in viaggio, delle stelle umide di San Lorenzo e dei caffé sul comodino al risveglio, dei soprannomi e dei modi di dire, delle cannette fumate al sabato pomeriggio, delle lotte sul divano bianco, delle puntate di Romanzo Criminale sotto il plaid Ikea con la pioggia fuori, delle rassicurazioni e delle paure, delle nottate a ridere sugli scogli, della discografia dei Jethro Tull, dei concerti, delle birre sempre fuori dallo stesso pub, delle fotografie, dei video, di quell’essere così intimi da aver paura di distinguersi, ecco a me, dopo 10 anni di onoratissima carriera sentimentale, alla fine, non rimane nemmeno uno stronzo di ex che, faccio per dire, me faccia l’auguri il giorno der mio compleanno.

Per dire, ecco. Che poi tutti quelli che contano, ci sono stati. E questo, come direbbero i saggi, EX Factor a parte, è ciò che, ar finale, importa.

Dello scopare, piangere e litigare

Mi sono accorta che ci sono 3 cose nella mia vita che non faccio più: non scopo più, non piango più, non litigo più.

Approfondiamo:

1. Non scopo più

Il primo campanello d’allarme è stato qualche giorno fa, quando – complice il premestruo – ho dato una rispostina al vetriolo a una collega, che poi si da il caso sia il mio capo, e ho pensato che mi sarei detta da sola “E fattela ‘na scopata!!!“. La conferma l’ho avuta lo scorso weekend quando me so comprata na torta Cameo allo yogurt solo per me e me ne sono svangata mezza in una giornata. E io non sono quel genere di vagina che ama i dolci. Era un segnale chiarissimo.

Evitando i sofismi vaginali, ho deciso di andare a ritroso con la mente alla ricerca dell’ultimo coito che mi ha vista partecipe. Questa è un’operazione sempre rischiosa, da farsi, quando non si ha una vita sessuale tecnicamente scintillante e/o ricca, perché vuol dire esporre se stessi alla quantificazione, vuol dire identificare un numero, un numero preciso che segna un tempo, quasi sempre lungo. E così, scavando tra viaggi di lavoro, cene con amiche e papabili collaboratori per eventuali progetti, sono risalita al mio ultimo contatto con un pene, inteso come organo genitale. Due mesi. Beh, 2 mesi non è tantissimo, dai. E non è nemmeno poco.

Tuttavia, ho cercato di contenere l’allarmismo e di non urlare alla frigidità. Ho cercato di prenderla con filosofia. Va bene, non mi capitava dal 2006 di stare immacolata per due mesi, è vero, se continuo così mi ricresce l’imene e dovrò ricominciare a leggere Cioè per capire che per farlo la prima volta devo essere pronta, aspettare quello giusto, non sentirmi condizionata, che insomma bisogna proprio farlo perché si è innamorati o per sincera e consapevole voglia di uccello. Occhei. Ricomincerò a guardare Dawson’s Creek, a odiare Joey Potter, a chiedermi perché il padre di Dawson sia il nipote di Sylvester Stallone e perché sua madre sia conciata come una rubata a una sit-com anni ’80 pur essendo una serie del 2000.

Per intenderci, l’altro giorno ero in motorino con Zia Vagina e le ho chiesto: “Secondo te, la fellatio è come andare in bicicletta o sciare? Cioè, una volta che hai imparato mica la dimentichi, no?”. Zia Vagina ha riso e ha confermato che non si dimentica, al massimo ci si arruginisce un po’. Alché l’ho resa partecipe della mia recente castità e lei mi ha chiesto, così, semplicemente: “Ma perché?”

Good question. Perché?

Ora, posto che una vagina, anche una vagina-bidone, che di solito è quella vagina sessualmente inappetibile, emotivamente profonda, colta, piena di interessi, make-up-repellente, armata di birckenstock ai piedi, ecco anche la vagina-bidone, volendo, può chiavare, in quanto portatrice di vagina. E’ come una legge universale. La vagina, se vuole, chiava. Di conseguenza, se io proprio volessi chiavare, chiaverei.

Ma ho il preoccupante sospetto che il mio vaginismo abbia raggiunto vette raramente sfiorate in precedenza, come se – mio dio, come dirlo – ecco come se io avessi voglia di fare l’amore, non di scopare. Come se quella stronza Cenerentola che mi abita il deretano si fosse messa in testa che posso farmi crescere le ragnatele mentre aspetto un pene azzurro che a cavallo di un vibratore bianco venga a salvarmi dall’inattività emotiva e sessuale, corrompendomi senza mezzi termini nello spirito e nella carne.

Il ché, naturalmente, ha poco senso da innumerevoli punti di vista. Quindi, esattamente come succede quando prenoti la visita da un dottore o dall’estetista, io ho opzionato un weekend prima delle ferie per ricordarmi cosa voglia dire averci una topa. La vagina è così, ci vuole un po’ di disciplina. Bisogna dedicarcisi e non è sufficiente assecondarla perché, certe volte, prende derive incondivisibili.

2. Non piango più

Altra attività che non compio da mesi e che dovrei ripraticare. Solo la salute delle persone che amo riesce a toccare quella parte di me. Per il resto, provo delle cose, provo stanchezza, nostalgia, inquietudine, ma mai così forti da piangerne. Alcune cose mi intristiscono, le trovo patetiche. Ma non piango.

Eppure dovrei. No, non perché noi vagine siamo matte e se piangiamo ci lamentiamo di piangere, e se non piangiamo ci lamentiamo di non piangere. E’ che, semplicemente, la nostra anima è come i vostri coglioni. Voi avete bisogno di svuotarli ogni tot? Noi pure. Se non lo facciamo per troppo tempo, diventiamo pentole a pressione che potrebbero, non so, scoppiare a piangere durante le ferie perché si siedono sul dondolo in giardino e si ricordano che un anno prima su quel dondolo ci stavano con lui, abbracciati, a fumare e chiacchierare a notte fonda, per esempio. Il vaginismo non va accumulato, è come la stasi fecale. Ha batteri nocivi che contaminano il resto. Entro le prossime 2 settimane devo anche piangere. A costo di spararmi tutta, dico tutta, la discografia di Battisti.

3. Non litigo più

Tecnicamente sono mesi che convivo con un coefficiente minimo standard di acidità, ma non litigo da tantissimo. Non che mi manchi litigare in senso stretto, ho litigato talmente tanto e talmente ferocemente negli ultimi anni, che mi sono consumata e ho consumato, ho urlato e fatto urlare, pianto e fatto piangere (se sono single ci sarà un perché) e non ho alcun desiderio di rivivere quelle situazioni.

Eppure, è da qualche tempo che penso che il vero indice di solitudine di una persona sia da quanto tempo non litiga davvero con qualcuno. Quelle litigate a nudo. Quelle litigate pelle tua contro pelle mia, sferrate solo nell’intimità più pronfoda, a graffiarsi nei punti deboli che solo noi conosciamo, l’antagonismo dialettico, il collante dell’affetto sopra cui districare matasse di incomprensioni. Quelle  stronzate lì, insomma.

 

E’ per questo motivo che, di solito, una si dovrebbe riservare la possibilità di scoparsi gli ex.

Perché ti toccano l’anima, perché poi ci litighi, perché piangi che ti senti patetica, sbagliata e decadente e, in pratica, prendi 3 piccioni con un cazzetto.

E’ fatta. E tutto trova una magistrale quadratura vaginale.

Solo che io ho smesso, con gli ex.