Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Quando Sarai Madre

“Quando sarai madre, capirai”.

È una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso durante la mia adolescenza. Me la diceva mia madre, quando criticavo qualche sua politica genitoriale, quando improvvisavo scioperi della fame o conducevo proteste passivo-aggressive per rivendicare qualche diritto da teen-ager, ingiustamente negato. “Quando sarai madre, capirai”, mi diceva. Oggi ho 31 anni, non sono madre e non so se lo sarò mai, però, vorrei dirle, ci sono un sacco di cose che ho capito lo stesso. E, vorrei dirle, penso spesso al nostro rapporto.

Ripenso a quando da bambina le rispondevo male, e dovevo farlo così spesso che mi ero guadagnata il soprannome di “lingua biforcuta“. Vorrei dirle che ripenso a quando mi chiedeva di fare qualcosa in casa e io rispondevo che l’avrei “fatto dopo”. E dopo neppure lo facevo. E che ero una stronza, a non accorgermi di quanto avesse bisogno del mio aiuto. Vorrei dirle che mi darei una sberla in faccia per ogni volta che in faccia le ho sbuffato. E per ogni volta che mi sono lamentata di ciò che non c’era nella dispensa, e per ogni volta che ho fatto storie per il piatto caldo che mi ha messo davanti, e per ogni volta che non trovavo una maglia e strippavo perché lei – mentre lavorava, gestiva una casa e una famiglia – non ricordava immediatamente dove l’avesse conservata. Vorrei dirle che mi dispiace di tutte le volte che ho sbattuto le porte in casa e di non aver mai rifatto il letto la mattina come ha provato, per tutta la vita, a insegnarmi. Ma adesso che vivo da sola a Milano, lo rifaccio, e questo è comunque meglio di niente.

Vorrei dirle che a volte ricordo sorridendo quando commentava le gonne con cui uscivo, definendole “copri-culo“. E quando mi diceva che non avrei dovuto farmi venire a prendere ogni sera da un ragazzo diverso, che la gente vedeva, la gente osservava e parlava. E io le rispondevo con sufficienza, che erano solo amici e che a me nulla interessava di ciò che la gente poteva pensare. E mica lo capivo che, però, poteva interessare a lei.

Vorrei dirle che spesso ricordo quando le dicevo che da grande volevo fare la critica cinematografica, e lei mi rispondeva di trovarmi un lavoro vero, e alla fine sono finita a scrivere di peni e vagine, così s’impara la prossima volta a contraddirmi. E vorrei dirle che da ragazzina detestavo il fatto che non si sciogliesse in un brodo di giuggiole per i miei piccoli “successi“,  e che oggi invece la ringrazio anche di questo, perché la presunta bravura dei figli non devono essere i genitori a declamarla (e poi tanto c’era papà che andava in deliquio per me).

Vorrei dirle che mi dispiace di averla fatta preoccupare quando ho frequentato persone che non ha condiviso, e di essere rientrata così tardi, così spesso. E di aver mentito, a volte. E di essere venuta su turbolenta e irrisolta, e di non darle (ancora) la serenità di sapermi accompagnata a un brav’uomo.

Vorrei dirle che mi inorgoglisce vederla usare le emoticon su messenger e che mi imbarazza la qualità dei visual che condivide su Facebook. Che mi intenerisce quando mi manda su gmail la ricetta della torta di mele. Che sono fiera dei corsi che frequenta e dello sport che fa nonostante la fatica che le causa.

Vorrei dirle che se dell’amore so qualcosa, lo so grazie a lei. Non perché me l’abbia mai spiegato con analisi accademiche, ma perché è una donna che ama, che si prende cura, che protegge, che comprende, che critica, che a volte (spesso) parla e che a volte (strategicamente) tace, che fa tutto quello che bisogna fare per amare davvero, nei fatti e non nelle pugnette, e lo fa per indole, non per sentirsi dire “brava!” (come a volte faccio io). Vorrei dirle che se so qualcosa della forza di spirito, della capacità di andare avanti, della possibilità di superare le difficoltà, della coerenza, della correttezza e pure della schiettezza, la so grazie a lei.

Vorrei dirle che alla fine ha sempre ragione e che sono abbastanza grande per arrendermi a ciò e che, anzi, se me la vuole cercare lei, la persona giusta, va bene, apriamo i casting.  Vorrei dirle che sì, se avessi seguito i suoi consigli, se mi fossi impegnata per assomigliarle di più, invece che essere la sua perfetta antitesi, forse tanti errori non li avrei fatti. Forse non li farei, dato che come la recente cronaca sentimentale dimostra, continuo a farne.

Vorrei dirle che ho una paura infame degli anni che verranno, ma che affronteremo insieme quello che sarà. E che quando la guardo contorcersi per riuscire a fare una cosa, qualunque movimento, che per me è banale e per lei difficilissimo; ogni volta che una cosa le cade dalle mani, ogni volta che avrebbe bisogno di aiuto a prendere questo o quello e invece fa da sola, per non disturbare, mi sento in colpa di non esserci, a farle da balia h24. Ma so che sclereremmo se fossi sempre lì, perché sono apprensiva e oppressiva, e lei mi direbbe che sono “una suocera“, sebbene sia una figlia. Oppure sclereremmo perché lei dice frasi come “prendi i cosi nel coso” che cosa minchia significa, mi chiedo.

Vorrei dirle che quando le persone ci dicono che siamo fortunate, io ad avere la madre che ho e lei ad avere la figlia che ha, forse dovremmo rispondere che questo legame non è stato un dono, un premio vinto alla lotteria della vita, ma il frutto di un lavoro instancabile, fatto insieme, sulla nostra umanità. Forse dovremmo dire quante volte abbiamo urlato con ferocia, quanto è stato faticoso comunicare in certi periodi, quanto è stata dura accettare i limiti l’una dell’altra. Quanto impegno ci voglia, ad amarsi e a conoscersi, e a sapersi nel modo in cui ci sappiamo noi, a priori, prima ancora di parlare, intuendo l’altra prima che quella capisca se stessa.

Vorrei dirle che ci sono certi amori che non si spiegano, che le parole non le trovano, che a volte sono così profondi che scuotono tutta la coscienza di noi stessi, se li sfioriamo.

Vorrei dirle che non è stata sempre una madre perfetta e che io sono stata una figlia tutt’altro che docile, ma che non potrei essere più orgogliosa, delle donne che siamo diventate.

Buon 14 maggio. Alle madri. E alle figlie.

Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

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E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

Coraggio di Amare

Scrivo questo post per rispondere all’email di Giorgio (nome di fantasia), un ragazzo che deambula con le stampelle, che legge il mio blog e che mi ha scritto chiedendomi come mai io non abbia mai parlato delle dinamiche sentimentali per chi è disabile, per chi non incarna il modello di “bellezza statuaria che ci viene quotidianamente imposto”. Mi ha detto che vorrebbe conoscere il mio punto di vista, perché secondo lui il mio punto di vista sarebbe brillante, sagace e intelligente. Così ho deciso di scrivere questa risposta, anche se forse non sarà all’altezza delle sue aspettative.

***

Caro Giorgio,

il fatto che io non abbia mai parlato di disabilità, non vuol dire che io questo tema non lo conosca o non lo osservi. Al contrario, forse, è per me fin troppo delicato, tocca un nervo molto scoperto nella mia emotività, al punto che la tua sola email ha rischiato di farmi piangere, mentre la leggevo, camminando per strada, di ritorno dalla palestra. Sì, lo so, over-emotional. E pensa che la mia reazione non era nemmeno imputabile a una carenza di magnesio.

Posso parlarti di disabilità e amore, certo. Ma non ti parlerò della reazione che le donne hanno, o dovrebbero avere, di fronte alle tue stampelle, quando le incontri dopo un match su Tinder. Né di quella volta che ho avuto una storia con un ragazzo disabile, perché in effetti non mi è mai successo di averla. Ma ho qualcosa da raccontarti, che forse non ti interesserà, ma secondo me è una vicenda che può insegnare qualcosa a te, e pure a me, e pure a qualche altro.

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Mia madre ha avuto la poliomielite da bambina. L’ha contratta pochi giorni prima di farsi il vaccino. Una mattina si è svegliata e ha detto a mia nonna che non sentiva più le gambe. Ha subìto il suo primo intervento chirurgico a 3 anni. E l’ultimo un paio d’anni fa. E io ho perso il conto di quanti siano stati, quelli nel mentre. So che il giorno dopo la mia Prima Comunione l’ho vista ricoverata in ospedale, e che pochi mesi dopo la mia laurea l’ho vista uscire bianca come un cadavere e tremante come una foglia dalla sala operatoria, dopo un lunghissimo intervento di protesi all’anca. So che il mio San Valentino due anni fa l’ho passato in ospedale con lei che vomitava l’anestesia e si contorceva dai dolori, e io ho dovuto fare il diavolo a quattro perché quelle teste di cazzo dell’ospedale le dessero qualcosa che la facesse stare meglio. Perché l’illustre dottoressa di turno notturno la smettesse di dormire e facesse il suo lavoro.

Cammina ancora, mia madre. Molte persone della sua età, che hanno avuto la stessa malattia, non possono più farlo. Sono in carrozzina, non escono più di casa. Certo, le scale sono un problema. Anche le salite. Anche le discese. Anche i dislivelli. E va in giro con il bastone adesso. E le cose spesso le cadono dalle mani.

Io vivo lontana da lei, e questo è stato uno dei grandi buchi neri emotivi dei miei anni passati, nonché una delle mie più grandi paure per gli anni a venire, nonché un elemento rilevante nella mia decisione di lasciare il lavoro fisso e provare a sopravvivere da free lance, per poter andare da lei quando di me ha bisogno, senza elemosinare ferie in nessun ufficio. Io vivo lontana da lei, ma quando ci sono le tengo sempre la mano se camminiamo, e sono tutta tesa, e ho sempre paura che non sia stabile abbastanza, come quando camminano i bambini piccoli. E se la sedia è bassa l’aiuto ad alzarsi. E l’aiuto a vestirsi. E ad allacciarsi le scarpe. E a volte cade. E fondamentalmente il decorso della malattia sarà questo, si chiama Sindrome Post-Polio. E ha sempre dolori. Dolori ovunque. Ogni tanto ne viene fuori uno nuovo, di dolore, che comunque non se ne va, che si aggiunge a tutti gli altri ormai cronicizzati. E io le dico che per stare meglio dovrebbe fumare la marijuana, che anzi no, le compro il vaporizzatore così non deve nemmeno assumere nicotina (e così, tra l’altro, lei e mio padre si divertirebbero un casino la sera, invece che guardare quelle fiction di merda che guardano). Lei mi dice che non si drogherà. E io le chiedo se non siano forse droga tutti gli antidolorifici e gli antinfiammatori che prende. Senza i quali, essenzialmente, non potrebbe vivere una vita con una parvenza di normalità.

Ti dico tutto questo per dirti che la disabilità la conosco. Da vicino. Da sempre. Non ho mai avuto una mamma in salute e forse un analista potrebbe dirti che questo mi ha causato chissà quali turbe psichiche. E probabilmente avrebbe in parte ragione. Ma c’è dell’altro.

C’è che mia madre, con la disabilità con cui convive e con cui ha convissuto per tutta la vita, è la persona più incredibile che io conosca, e non lo dico solo perché mi ha sgravata, perché sono sua figlia e quindi sono parziale. Lo dico perché è forte, è coraggiosa, non si lamenta mai, è riuscita a essere moglie, a essere madre, a fare la volontaria, a trasferirsi per mio padre in una nuova città, a lavorare, a essere indipendente, a gestire una casa, a cucinare divinamente e a crescermi. È una donna capace di ascoltare, di comprendere, di intuire, di lottare, di imporsi, di essere dolce in un modo ruvido e terribilmente autentico. Ed è anche capace di mettersi in discussione e di chiedere scusa, il ché, aggiunto a tutto il resto, la rende davvero una gagliarda. È una combattente nei fatti, mia madre, non nelle parole. È capace di empatia e compassione, ma non si commisera mai. E io, che ormai sono adulta, che non ho più bisogno di oppormi a lei in quanto adolescente, e non ho più bisogno di vivere nel mito di mia madre (perché quando si cresce i genitori diventano esseri umani, di cui sei chiamato a comprendere e accettare anche i limiti, tipo quello che ogni tanto lei ha con i congiuntivi), ecco io non potrei chiedere una madre migliore di quella che ho. E a volte penso cose inutilmente tristi, penso che di sicuro vorrebbe un nipote ma che se quel nipote ci fosse non potrebbe nemmeno prenderlo in braccio. Ma poi la pianto, perché questi pensieri non hanno senso e perché questi limiti “strutturali” non tolgono nulla all’affetto che una persona può offrire. E io, che ho avuto il privilegio di essere un figlia davvero amata, lo so molto bene.

Tuttavia lei non è la sola in questa storia.

C’è anche un giovanotto tarantino di belle speranze che all’inizio degli anni ottanta l’ha conosciuta, in vacanza. E se ne è innamorato. E non l’ha lasciata mai più. Nemmeno quando la sua famiglia si è opposta. Nemmeno quando gli hanno detto che non era il caso, che mia madre non era sana, che negli anni se ne sarebbe pentito, che potevano essere amici, certo, ma che nel frattempo gli avrebbero presentato della altre ragazze, delle ragazze “normali”. Non ci sono stati cazzi. Mio padre l’aveva scelta. L’ha sposata e l’ha amata. In salute e in malattia. E lei ha fatto altrettanto con lui. E non è sempre stato semplice. E non lo è nemmeno ora, che stanno invecchiando, e cambiando, e che si sopportano nelle rispettive prime manifestazioni di micro-rincoglionimento senile. Perché non è una favola, è la vita vera. È la storia due persone coraggiose, come forse ce ne sono sempre meno, che sono riuscite a fare una cosa banale ed enorme, come condividere la vita con tutti i suoi problemi e le sue gioie. Come costruire una famiglia e crescere una figlia dandole tutti gli strumenti possibili per farcela da sola.

E quello che voglio dirti, caro Giorgio, è esattamente questo: io sono figlia di un amore che non ha avuto paura della disabilità. E sono la prova che questi amori possono esistere ed essere solidi. Ma bisogna che a viverli siano persone davvero in gamba. Davvero coraggiose. Davvero capaci di amore. Persone speciali, con uno spessore, in grado di vedere più in là del proprio naso e di sentire più in là del proprio culo. Persone capaci di andare oltre i pregiudizi e i timori che tutti abbiamo. Capaci di accollarsi delle rinunce, in nome di qualcosa altro.

Quando tu mi dici che devi fare il triplo del lavoro che fanno gli altri, per accreditarti, capisco cosa vuoi dire. Ma tu fallo, perché forse è normale così. Anche mia madre fa il doppio della fatica che farebbe se non avesse i problemi che ha. Ma lo fa, perché ha la volontà di farlo. Perché è una donna che mi ha insegnato l’indipendenza, anche se la vita ha fatto di tutto per minare la sua libertà di esserlo, indipendente intendo.

Non è stata particolarmente fortunata da questo punto di vista, mia madre. E non lo sei stato nemmeno tu, probabilmente. Ma io a lei ricordo sempre che, nonostante i suoi problemi di salute, ha e ha avuto una vita piena di amore. Innanzitutto perché di amare è stata capace.

Nei fatti, più che nelle parole. Nella sostanza, più che nella forma.

Come le vere donne e i veri uomini fanno.

Ti faccio lo stesso augurio: di amare e di saperlo fare, di coltivare il tuo spirito, di accettare la tua diversità, di sdrammatizzarla,  di non piangerti addosso mai e di non scoraggiarti, che disabili lo siamo un po’ tutti – chi dentro, chi fuori – e di essere diretto, e di non dubitare che esista qualcuna capace di accettare e ricambiare il tuo amore. Non spaventarti se non la trovi subito. Nemmeno noi che le stampelle non le abbiamo, troviamo facilmente qualcuno con cui spartire un millimetro d’anima. Ma non possiamo concederci di smettere di sperare che questa persona, da qualche parte, esista. E che la incroceremo, che la riconosceremo, che non la perderemo.

Io, di sicuro, appena lo becco, gli faccio un culo a paiolo per averci messo così tanto a manifestarsi e a trovarmi.

Un abbraccio e buona fortuna,

v.

 

The Walking Single

Ho letto un pezzo uscito la settimana scorsa su La27esimaOra del Corriere. Me l’ha segnalato Maria, una mia lettrice, chiedendomi cosa ne pensassi in proposito. L’articolo, scritto molto bene da Antonella Baccaro, parla di come i single vivano alla costante ricerca di una felicità (impossibile), nel falso mito adolescenziale di un “amore vero”, dividendosi in 2 categorie: i bulimici e gli anoressici. Ovverosia: quelli che accumulano relazioni in rapida successione o concomitanza e quelli che preferiscono starsene da soli, che probabilmente sono reduci da traumi infantili relazionali, o hanno ricevuto un’educazione troppo repressiva, e oggi sono nevrotici, compulsivi e hanno guardato tutte le serie di Netflix.

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Scorrendo il pezzo (il suo) ho trovato degli spunti interessanti e delle verità, talvolta amare, che caratterizzano la vita di chi non è parte di una coppia stabile, o ufficiale. Tuttavia, mentre mi addentravo nella lettura, iniziavo a sviluppare una certa perplessità, pur condividendo parte dei contenuti. Ed erano alcune parole, alcuni passaggi, quell’aria un po’ da superquark che provava a spiegare il funzionamento di questi difettati prodotti della società. Fino alla conclusione, nella quale si imputa la disgregazione delle società evolute ai meccanismi psicologici dei single interrotti, che però a volte contagiano anche gli sposati; ma anche all’emancipazione delle donne e al fatto che abbiamo deciso che il matrimonio non è più necessario e non è più il fondamento su cui edificare il nostro mondo (a parte che mi piacerebbe spiegare quanto la società ancora si aspetti che le donne si sposino e procreino, tutte, al punto da indurci un’ansia che voi non potete capire; pertanto forse questo superamento culturale dello sposalizio come status symbol, come viatico per l’accettazione sociale, è più accademico che sostanziale).

Ad ogni modo, ciò che emerge dall’articolo, è che i single sono “invisibili”, “avanzi”, “fantasmi”, “insoddisfatti”, “frustrati”, “insofferenti”, “fragili”, “ossessivi”. Non che ciò sia falso in assoluto, per carità, ma non è che siamo fatti di una materia antropologica differente rispetto agli sposati, non è che quelli non ce le hanno le loro frustrazioni, i loro irrisolti, i loro fallimenti. La differenza è che invece che tenerle per sé e condividerle con un costoso psicanalista, queste robe spesso le scaricano, le proiettano e le introiettano nel nucleo familiare.

Inoltre, se vogliamo provare a ipotizzare cosa ci sia alla base di questa disgregazione sociale, alla crisi dell’istituzione nuziale, più che parlare degli spettri che “vagano nelle coppie”, cioè noi, The Walking Single, proviamo a chiederci se gli adulti di oggi non siano forse cresciuti con un culto dell’ego dopato, all’insegna di un individualismo molto marcato, che rende più difficile praticare quella salubre e indispensabile arte del compromesso, della mediazione, tra due persone che nel 2016 condividono l’audace idea di trascorrere TUTTA LA VITA INSIEME. Possiamo forse parlare di riluttanza all’abnegazione, di instabilità emotiva, di immaturità sentimentale (che in alcuni casi è vera e propria “maleducazione”). Ma questa “deriva”, se vogliamo dare una connotazione di merito negativa a quella che è la metamorfosi dei rapporti sentimentali (enorme e palesemente in atto), interessa tutti, non solo i single.

Ed è così che ho capito cosa mi disturba dell’articolo: il fatto che si parli di “single sposati”, individui “intimamente single” ma formalmente coniugati. E si faccia una specie di minestrone, un cappello semantico sotto il quale far cadere qualunque forma di inettitudine emotiva, qualunque genere di fallimento, qualunque caricatura, semplicismo, banalità, ninfomania, infedeltà, serialità, alienazione o astinenza.

No. Mi spiace.

Se un soggetto (uomo o donna che sia) è sposato, è sposato. Non è single, nemmeno nel suo intimo. Se uno è sposato e non è all’altezza del suo ruolo, e tradisce la moglie o il marito dopo 5 minuti di matrimonio, non è un single. È un partner fedifrago. O stronzo. O indegno. O quello che ve pare. È uno che ha fatto una scelta che non è stato in grado di rispettare. È uno ignorante della propria personalità e della propria emotività. È uno che firma davanti alla legge un contratto di cui non comprende il senso. NON è un single, in alcun modo.

Il numero crescente delle separazioni è una cosa che pertiene il matrimonio, i single lasciateli in pace. Perché con tutte le loro diatribe interiori, e con tutta la loro residuale umanità periferica, i single spesso sono più coraggiosi, più forti e più coerenti di quelli che si sposano intorno ai 30 anni, in batteria, con chi capita, con chi c’è, perché così si fa, con la cerimonia in chiesa che così facciamo felice la mammà, e con la stessa consapevolezza con la quale a 10 anni avevano fatto la Prima Comunione, perché quella era l’età delle prime comunioni (non vale per tutti, naturalmente, ma per molti sì).

E, mi permetto di dire, che tra le fila di quei single “frustrati”, in quel “risvolto poco presentabile della ricerca della felicità”, ci sono persone ricche di argomenti, gagliarde, sveglie, che hanno imparato a stare da sole anche a costo di non avere una stampella sociale, il passe partout per la “normalità”. Poi sì, certo, hanno dei momenti di insoddisfazione o insofferenza. Perché, gli sposati, anche i migliori e i più integerrimi, non ce li hanno? Vogliamo forse imputare al singletudine-come-stato-d’animo (?) la crisi del matrimonio in quanto tale?

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O vogliamo, piuttosto, magari, iniziare a pensare che il format di etero-catto-famiglia è anacronistico e incompatibile con i tempi che viviamo? O vogliamo iniziare pensare che l’estrema sessualizzazione in cui siamo cresciuti, in cui il sesso è un valore fondamentale (e paradossalmente lo pratichiamo sempre meno, single e sposati), rende più insopportabile lo stemperamento della passione e che ciò metta inesorabilmente in discussione la monogamia sessuale, che ancora assumiamo come fondamento teorico imprescindibile della sacra famiglia, come irrinunciabile indice di amore, come espressione del reciproco rispetto? O vogliamo iniziare a renderci conto che i mariti e le mogli tradiscono, che hanno in tasca gli stessi device dei single, che sono iscritti alle stesse app e che anzi hanno dei social network appositi per chi cerca la scappatella, e che inviano foto di peni e seni tanto quanto fanno i single, se non di più? O vogliamo forse supporre che tutti quelli iscritti ad Ashley Madison fossero single in borghese? Dai su. Chiamiamo le cose col loro nome.

Per il resto è vero, i single non sono abbastanza riconosciuti dalla società sebbene, di quella società, siano forse il più contemporaneo e autentico prodotto. E non sono più o meno bravi, più o meno fighi, più o meno disgraziati dei loro coetanei accasati. Sono semplicemente un volto altro della cultura in cui viviamo che, ops, accidenti, non è più quella degli cinquanta. Ma neppure quella degli novanta. Quindi se vogliamo parlare di “società della disgregazione”, dell’instabilità (o fluidità) dei legami, parliamone, ma centriamo il punto.

E i single, questo misterioso nuovo Gender Sentimentale, lasciamoli stare. Perché il mio amico Stefano, che ha 40 anni e vive con due gatte, ed è uno scrittore, e ha un ricco palmarés di amiche with benefits ma nessuna fidanzata, nessuna donna presa in giro, nessuna promessa fatta davanti all’Iddio onnipotente e alla legge italiana, nessuna illusione dolosamente alimentata ai danni di ignara (o presunta tale) partner e/o amante; il mio amico Stefano che è un po’ misantropo, e un po’ cinico, e un po’ disilluso con la speranza latente che sì, quell’amore vero un giorno arrivi anche se forse non arriverà mai, perché poi uno si abitua a essere single, ecco lui è un single. E, del resto, nutrire quella speranza d’amore non è un crimine, né un attestato di demenza e non danneggia nessuno se ogni tanto la nutriamo. Ebbene lui, che è coerente con se stesso, quello è un single. E mi spiace, non è il peggiore uomo che esista in questa società. E mi spiace, non è lui, lo scarto. E non lo sono io. E non lo sono tutte le mie amiche single, che “non sono state scelte da nessuno” probabilmente perché non avevano come obiettivo primario nella vita quello di farsi scegliere. E non hanno nemmeno avuto una tresca con il collega di lavoro un mese prima di sposarsi. E no, nemmeno loro sono il bordo della pizza della società.

Neppure quelle che vivono una relazione dietro l’altra perché sono ossessionate dall’idea di dover per forza trovare qualcuno con cui incastrarsi, perché a star soli un po’ ci si abitua, ma un po’ ci si stanca. Perché a volte ti stanchi di rispondere che non hai nessuna novità, al mondo che non aspetta altro che tu dica che sei fidanzata. Perché a volte hai voglia di essere abbracciata da un uomo, pure dopo il coito. E neppure quelle che decidono di non uscire più dalla loro zona di comfort , perché si son fatte male, neppure quelle che decidono che nella propria vita non c’è più spazio per il compagno di un’altra. Neppure quelle sono gli “avanzi”.

Un single è una persona che risponde a sé, di sé. E la felicità, se vuole, può cercarla quanto a lungo je pare. Forse l’ottimo pezzo della Baccaro avrebbe dovuto parlare di quelle persone che continuano a cercare la felicità, anche quando sulla carta dovrebbero averla già trovata. Nel proprio partner.

Forse sono quelle che conducono alla disgregazione.

Forse i disabili emotivi vanno cercati altrove.

Forse vanno chiamati con il loro nome. Che no, non è quello di “single”.