Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

Filtro Serenità

Il fatto è che a me la felicità fa venire l’ansia.
Mi viene l’ansia che finisca all’improvviso. Che qualcosa di tragico incomba. Che sia un errore. Che qualcuno da qualche parte mi guardi e mi condanni per questo mio screanzato essere serena. Che di sicuro entro una settimana mi viene una crisi depressiva feroce. Che mi gratto i coglioni anche solo a pensarlo, che sto bene. Che è quasi una colpa, se sto bene, perché c’è di sicuro qualcuno che sta male. Qualcuno che è da 20 ore sotto le macerie di un terremoto. Qualcuno che ha perso un caro in un attentato. Qualche amico che sta vivendo un momento tragico. Qualche guerra. Qualche scandalo per cui indignarsi. Qualche analisi da fare perché nel mondo esistono le malattie e sono una merda. Le spese. Le tasse. I pagamenti a 60 giorni che diventano a 180.  Qualcuno che muore. Qualcuno che è morto già.
Insomma ci vuole coraggio a sentirsi serena. A sentirsi in diritto di stare in pace. Senza un lavoro fisso, senza un compagno, senza un figlio, col mondo in malora e l’incertezza di tutto…che cazzo c’avrò da essere così serena?
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Eppure, per quanto fatichi a spiegarmelo, in questo momento mi sento così.
Serena, nonostante tutto. Felice, nonostante l’ansia che la felicità mi fa causa. Nonostante la consapevolezza che questo fragilissimo equilibrio, questo stato di grazia, potrebbe interrompersi all’improvviso, da un momento all’altro. Puff. Svanire. Perché la felicità è così che fa.
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Per ora, va bene. Per ora me lo godo questo privilegio di non stare male. Di non sentirmi straziata e lacerata. Di non dipendere più dal dolore. Di non cercarlo. Di non crearlo. Di non usarlo più come filtro alla vita. Di essere meno incazzata, più comprensiva, più accogliente, più morbida, che non significa essermi rammollita, ma essere cresciuta. Che sapete cos’è? Se uno ha la tendenza a dipendere dal dolore, non fa fatica. Spunti e occasioni per stare male ce ne sono a gettare. Sempre. C’è sempre un valido motivo per stare di merda, a tutte le età, in qualunque situazione, per non godersi ciò che si ha, per ammorbarsi per ciò che manca.
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Quindi, dall’alto dei miei 30 anni (quasi 31), giungo alla conclusione che la serenità NON sia il benefit di una vita perfetta, perché per quanto provi a perfezionarla, Sua Altezza La Vita non sarà perfetta mai. E allora perché alcuni di noi stanno meglio e altri peggio? Perché sono più fortunati? Perché a loro va tutto liscio? Perché per loro è sempre tutto facile? Quest non cret, come direbbe Razzi.
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È che, forse, la serenità è frutto di un’educazione emotiva, di un processo di maturazione personale, individuale, intimo persino. Di un’attenzione nuova e costante a non maltrattarsi l’anima. A sciogliere i nodi. A parare i colpi che la vita ci assesta. Superficiali, a volte. Piccoli ematomi interni che passano in fretta. Dolori immensi, altre volte,  dritti e secchi nel culo, contro i quali nulla si può. E tutti gli altri malesseri, quelli ancora più naif, quelli che ci avvelenano i giorni, le settimane, gli anni; quelli che ci siamo scelti e procurati da soli, in autonomia, e che prima o poi troveremo il coraggio di scaricare, perché a un certo punto diventa una questione di intelligenza, scegliere, distinguere tra cosa merita il nostro dolore e cosa no.
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È che, forse, la serenità richiede volontà e impegno. Risolutezza, allenamento, predisposizione. Come la dieta. Come la palestra. Come l’eutanasia per gli amori sbagliati.
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E, per carità, io per la serenità sono sempre stata portata come per la matematica (sia sufficiente sapere che una volta, a seguito di un’interrogazione, sono stata autenticamente felice di prendere 3, poiché di fatto meritavo 2). Non eccello in serenità, che è una delle tante materie dell’esistenza. Però, a un certo punto, guardi il dolore come le sigarette: un vizio inutile, dannoso, che fa male a te e a chi ti sta intorno, che ammala, che rovina ciò che è sano, e puzza, e fa puzzare tutto, la casa, i vestiti, i capelli. Provi a smettere, un po’ per volta, e t’accorgi che stai meglio. Che sei libero da una schiavitù. Che la vita ha sapori e odori che avevi dimenticato. Così com’erano. Puliti. E belli. Che puoi sentirli. Che ne hai diritto. Che non hai più motivo di boicottarti. Che puoi guardare gli eventi così come si presentano, con una lente diversa, un filtro più chiaro che ti permetta di coglierne il bello.
Al di là dei limiti, delle ombre appuntite, degli spigoli ripidi. E delle piccole miserie che tutti abbiamo.
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Ecco, forse è ora di smettere anche con le sigarette.

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Amare uno Stronzo

Siamo ostinate, noi donne.

Siamo caparbie, volitive, motivate. Quando ci poniamo un obiettivo facciamo di tutto per raggiungerlo e ci mettiamo dentro tutte le nostre capacità, senza risparmiarci, senza arrenderci nemmeno quando siamo stanche, nemmeno quando la testa sanguina e il cuore trema. Non ci arrendiamo nemmeno quando crediamo di non farcela più. Proprio più. E in qualche modo, ce la facciamo ancora.

Per questo siamo lavoratrici, madri, figlie, compagne, amiche, amanti, cuoche, globe-trotter e allieve di un corso di zumba.

Per questo a volte accettiamo cose che una donna non può e non deve accettare. Per esempio: una donna non può e non deve far sì che la sua forza diventi ottusità; non può far sì che la sua volontà la renda cieca, e che la sua abnegazione la renda sorda, e che la fantasia copra i lividi sulla pelle o nell’anima. Una donna non può consentire alla propria insicurezza di governare le proprie scelte. E alla paura di paralizzarla. Una donna non può permettersi di diventare stupida, per amore.

E a volte succede, lo sapete, lo sappiamo, l’istupidimento amoroso è un virus che colpisce le donne indiscriminatamente, non tutte ma molte, a prescindere dalla loro posizione sociale, orientamento politico, età o livello culturale. E alla base, apparentemente, il problema è sempre della stessa matrice: amare uno stronzo.

Per carità, si fa presto a dire “stronzo” e gli stronzi non sono mica stronzi tutti alla stessa maniera.

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C’è lo stronzo verbale, lo stronzo psicologico, lo stronzo violento, lo stronzo inetto, lo stronzo bugiardo, lo stronzo truffatore, lo stronzo infedele, lo stronzo all-inclusive (che queste ce le ha tutte da subito), lo stronzo a tasso variabile (cioè quello la cui stronzaggine evolve nel tempo), lo stronzo verticale (cioè quello che ha tutte le carte in regola su tutto, tranne che su un ambito dove è veramente inquietante). C’è lo stronzo-symbol (che della sua stronzaggine ne fa una bandiera), c’è il cripto-stronzo (che è quello stronzo in maniera subdola, sottile, inizialmente non evidente, tipo i manipolatori) e c’è il psycho-stronzo (che è quello che dovreste mandare semplicemente in un centro di igiene mentale, o denunciare ai Carabinieri). Esistono anche degli esemplari di eco-stronzo, quello a impatto zero, sostenibile, ma sono ancora pochi, praticamente una nicchia del mercato.

D’altro canto, noi dovremmo essere più attente, badare alla classe energetica dello stronzo e imparare a distinguere i campanelli di allarme.

Tipo: dovremmo farci caso se lui è pieno di rabbia, se lui è molto geloso, se lui è troppo indifferente. Dovremmo dar credito a quella costante e mirata erosione del nostro benessere individuale, che sentiamo, perché la sentiamo. Ce ne accorgiamo, mentre succede. Ma la ignoriamo. Pensando di dover avere pazienza. Pensando che è solo un periodo difficile. Pensando che amore voglia dire anche accettare l’altro con i suoi limiti e le sue miserie, i suoi rimpianti e le sue paure. Pensando che prima o poi saremo di nuovo felici insieme. E nel frattempo ci martirizziamo, come se alla fine di questo complicatissimo gioco di equilibri, qualcuno dovesse ringraziarci o darci una medaglia al valore.

Il fatto è che gli stronzi, per varie motivazioni, non sono per definizione interessati al nostro benessere. Spesso non lo sono al benessere di nessuna delle persone che hanno intorno. Spesso si preoccupano solo del proprio culo, che diventa un buco nero, un gigantesco orifizio anale che li inghiotte e li fa implodere. E noi continuiamo ad amarli. Imperterrite. Raccogliendo il biasimo negli occhi di chi ci conosce, di chi il nostro bene lo vuole e da quell’uomo cerca di allontanarci. Finché glielo consentiamo. Finché il suo gigantesco buco nero non inghiotte anche noi. La nostra emotività e, nei casi peggiori, la nostra vita.

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E’ una lezione basilare, ma a volte abbiamo bisogno di ripassarla: se un uomo mina il rispetto per noi stesse, la fiducia in noi stesse e, peggio mi sento, l’amore per noi stesse, quell’uomo non va bene. E se è già qualche mese – o qualche anno – che va abbastanza di merda, continuare a subordinare la nostra felicità, o la nostra sopravvivenza, ai suoi umori non è una roba da donne intelligenti.

E se amassimo di più noi stesse, banalmente, non riusciremmo ad amarlo uno stronzo.

Nemmeno volendo.

Stante che gli uomini non sono tutti stronzi, percaritàdiddio.

E sì, certo, pure noi sappiamo essere stronze, senzadubbioalcuno.

 

*sì, prima o poi torneremo a fare un po’ di cabaret.

Dentro Ozpetek

Qualche giorno fa, delle mie amiche vagine mi hanno chiesto se conoscessi almeno una persona capace di definirsi felice.

Credo fossero in un momento di epico sconforto, di quelli in cui ti senti un cesso e hai bisogno di sapere che tutti intorno a te stanno un cesso, che la vita è una merda, che lavoriamo troppo, che stiamo invecchiando in fretta e un sacco di altri pensieri tibetani di questo tipo.

Nei giorni a seguire ho continuato a pensarci, a tutta questa storia della felicità, a tutta questa idea che essa debba arrivare, che sia in fondo alla via, il premio per aver fatto tutto come andava fatto. L’appagamento di quelle aspettative dopate con cui siamo cresciuti (fonti referenziate riportano che io, all’età di 15 anni, ritenessi che entro i 30 avrei avuto marito, figli e carriera…e anche una fetta di culo).

Il problema è proprio qui, nella confusione tra aspettativa e bisogno, nel pensiero che finché non avremo un certo qualcosa non potremo essere felici. Non è colpa nostra, se la pensiamo così. Non nella misura in cui siamo stati educati a pensarla così, a sentire sempre un bisogno indotto e a sfrantecarci le palle per appagarlo. Il ché non farebbe una piega, se nel mentre non dimenticassimo di godere di quello che, invece, abbiamo. E no, non sto parafrasando la versione Lidl di Vasco Rossi e il suo “chi si accontenta gode, così così”. No. Sto dicendo un’altra roba.

Sto dicendo che io potrei vivere pensando costantemente al fatto che non ho un compagno di vita e che potrei non trovarlo mai, che potrei non essere mai madre, che potrei non compiacermi mai dei temi scritti da mia figlia, oppure osservare mio figlio che, con il padre, spulcia i nostri album e scopre i Radiohead, e i Cure, e i Joy Division. Che non darò mai ai miei genitori la serenità di sapermi “sistemata”. Che ho perso occasioni e persone che probabilmente avrei potuto conservare. Che mi stanno spuntando le rughe e non dimagrisco manco per il cazzo perché io sto al cibo spazzatura come il caffé sta alla sigaretta che sta alla cacca. Ecco, io potrei pensare tutto questo e molto di più. E lo penso spesso. E, per un certo periodo, non ho pensato altro che questo. Poi, però, dopo un confronto con il mio life-coach (la Vagina Maestra), ho deliberato che non andava bene.

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Ho capito che ci sono cose contro le quali nulla si può, cose che quando arriveranno si affronteranno, tanto comunque non saremo preparati mai. E poi ce ne sono altre, che se proprio ci dolgono come una ragade aperta nell’anima, possiamo lavorarci: o modificando le situazioni, o modificando il nostro approccio mentale. E così ho imparato a pensare che quello che siamo – in buona parte – è quello che volevamo essere. Che a Milano non ci sono finita per caso, ma perché per anni ho perseguito uno scopo. Che se sono single non è perché ho incontrato dei carnefici, ma perché ho scelto dei coglioni (oppure, chessò, perché ho anteposto il mio ipertrofico ego al mio partner). Che se non dovessi mai essere madre, probabilmente sarà perché, si vede, in quell’ordine non detto di priorità che tutti abbiamo, la maternità non era in cima, per me. E via discorrendo.

Ho imparato a pensarla così e tutto ha avuto più senso. E adesso lo so, quando prendo una brutta deriva, cosa devo ricordarmi.

Devo ricordarmi che quella minchia di felicità io devo scovarla, nella mia vita. Perché forse la felicità non è una roba che a un certo punto l’UPS ti recapita a casa. La felicità forse devi volerla cogliere, costruire e vedere. A volte devi accettare di trovarla in cose diverse da quelle che avevi sempre pensato. A volte devi capire che è una tipa discreta, quella, una che si confonde con il resto, non fa baccano, spesso dura anche poco, può essere enorme ma sta dentro le briciole. E forse sì, forse un giorno arriverà suonando i tamburi, ma intanto è il caso di braccarla e prenderla, tutta quella che c’è. Perché spesso ce n’è, ma non ce la inculiamo.

Così io, lungi dal definirmi “felice” e fermo restando tutte le paturnie di cui sopra, accantonando il fatto che sul mio manifesto funebre scriveranno “I suoi sex toys, uniti nel cordoglio, ne annunciano la tragica scomparsa“, ecco, stante tutto ciò, io mi impegno per pensare anche ad altro.

Penso che ogni sera i miei genitori mi chiamano per darmi la buonanotte.

Penso che ogni ricorrenza ho un luogo in cui scappare per trovare affetto e pasta al forno.

Penso che ho un lavoro. Penso che ho un lavoro che mi piace. Penso a Cosmopolitan.

Penso alla VagiNight e a quando organizzerò la seconda edizione. Penso ai bicchieri di vino che bevo nella mia enoteca preferita.

Penso a quando ho visto Roger Waters dal vivo. E Morrissey. E i Depeche Mode. E gli Arctic Monkeys. E gli Interpol. E gli Smashing Pumpkins.

Penso alla vacanza ad Amsterdam e alla prossima che farò. Penso che faccio 40 minuti sul cross trainer in palestra e che, anche se nessuno li vede, io i bicipiti ce li ho!

Penso ai weekend con i miei amici, come quello scorso, a Bologna, a casa di Vaginaffa e del suo uomo, che tra due anni si sposano, e sarà il primo matrimonio per noi, per il nostro gruppo. E siamo tutti emozionati, per questo.

Penso che, mentre siamo lì, alle due di notte, insieme  a Braciola e Tarallino, mentre Frecciagrossa dice che sembriamo un film di Ozpetek e, volente o nolente, c’ha ragione, e io gli rispondo “Sì, però anche un po’ Muccino“, ecco io la sento, quella minchia di felicità.

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Perché forse sì, forse tra qualche anno ci mancherà anche questo. Anche fumare sul divano Bologna, di notte, mentre gli uomini giocano a Fifa e noi vagine (+ Frecciagrossa) facciamo il tifo. Forse ci mancherà anche ascoltare le paturnie sentimentali dell’uno o le vicende professionali dell’altro. Forse parleremo molto più di IMU e Tares che di noi stessi. Forse saremo sommersi dai pannolini, si andrà a letto alle 23, si dibatterà degli acciacchi. Forse rideremo di meno e ci annoieremo di più.  E sì, è passata una vita, da quando facevamo il Ferragosto in spiaggia, le storie di lingua sugli asciugamani umidi, i bagni di mezzanotte, le bottiglie di alcol da 4 soldi. E’ passata una vita da quando eravamo tali e quali a questi pischelli in Piazza Verdi, seduti per terra, ad affrontare la vita con un paio di jeans sdruciti e delle All Star ai piedi. E sì, certo, muoio di ricordi, tra queste strade che odorano di piscio e gioventù, tra questi portici c’ho lasciato tre anni meravigliosi. E sì, certo, c’avevo la bicicletta, che sì, avevo comprato da un tossico in Via Zamboni.

E’ vero. Non è più come allora.

Ora è come ora. E’ una cosa diversa.

Ma è bello uguale. Cenare e ridere. Insieme. Chi si sposa, chi va con i senegalesi, chi va con i finocchi, chi va con le milf, chi è deluso, chi ha scelto, chi è cresciuto, chi ancora si rifiuta di farlo.

Ecco, forse la felicità, in questo momento della mia vita, è una stella cadente nel cielo buio di metà agosto.

Puoi scegliere di non farci caso.

Io mi impegno per vederla.