Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Etologia degli Antiabortisti

Giuro che non volevo scrivere un pezzo su questo tema. Non volevo, perché mi andava, piuttosto, di dedicarmi a qualche minchiata naif tipo “10 consigli per dividere il cesso con un uomo e non odiarlo“. Non volevo, perché fondamentalmente sono un’illusa e pensavo che nel 2018 non fosse necessario rimettere nero su bianco una lunga serie di ovvietà. Purtroppo, però, martedì ho avuto l’infausta idea di commentare sulla mia pagina Facebook la ripugnante campagna di CitizenGo contro l’aborto (sì, mi riferisco a quell’affissione che indicava l’interruzione di gravidanza come prima causa di femminicidio al mondo, facendo un minestrone di stronzate che neppure 4 salti in padella). A seguire, ho dovuto leggere centinaia di commenti, molti dei quali raccapriccianti. Così ho deciso di avventurarmi in una dettagliata Etologia degli Antiabortisti (perché essi sono ovunque, e sono intorno a noi, e dobbiamo imparare a riconoscerli), basandomi sui tipi umani che sono venuti a dibattere sul mio profilo, significativo campione della regressione culturale che è, ahinoi, la cifra del nostro tempo.

Prima di entrare nel vivo del discorso, però, ci sono tre premesse che vorrei fare. La prima è che dovreste documentarvi su cosa sia CitizenGo: un’associazione ultracattolica reazionaria di stampo fascista; qui trovate il pezzo di Vice, ma se capite lo spagnolo potete documentarvi su altre fonti come questa, oppure questa, oppure questa (ringrazio Maria Nardelli, che me le ha segnalate). La seconda premessa è che questo post urterà la sensibilità di molti (persino di alcuni favorevoli all’aborto) perché è scritto di pancia ed è intriso di provocazioni. Se non siete sufficientemente elastici, se siete troppo politicamente corretti e se non vi girano MAI le palle, ve ne sconsiglio la lettura. Terza e ultima premessa: rispetto la libertà d’espressione nella misura in cui esprime idee e concetti intelligenti ed evolutivi, non necessariamente coincidenti con i miei; mi confronto quotidianamente con opinioni diverse dalle mie, le accolgo, le rispetto e spesso mi aiutano a raffinare le mie posizioni. Le stronzate, però, no. Quelle non ce la faccio. Quindi ditemi pure che sono incoerente, contraddittoria, totalitaria, radical-stocazzo e tutto quello che vi pare. Pure Adolf Hitler aveva delle opinioni, se è per questo, e non è che la libertà d’espressione sia un cappello concettuale sotto il quale scaricare la più putrescente stupidità, o grettezza oscurantista, o ignoranza folcloristica. Chiarito tutto ciò, ora veniamo alla preannunciata Etologia degli Antiabortisti.

1. Antiabortista Fondamentalista 

È quello che non vuole sentire ragioni: l’aborto è un delitto, punto e basta. Un omicidio a pieno titolo, reso legale dall’infame legge 194. Mi piace pensare che questo genere di antiabortista che ha così a cuore la vita e il benessere di un embrione umano, non strappi le margherite dai prati (pure quella è vita), non possieda giubbotti in vera piuma d’oca (perché non è molto cortese spennare brutalmente le povere oche per il nostro comfort) e naturalmente che non mangi la pancetta (non è bello quello che fanno ai maiali quando li ammazzano eh, quelli piangono, pure se sono suini che vivono nel letame, i maiali capiscono che stanno per morire malamente e si disperano, prima della mattanza; certo, si potrebbe ammettere lo “specismo” e cioè che la nostra vita di esseri umani, anche quando è puramente potenziale, valga più di quella di tutte le altre centinaia di migliaia di esseri viventi presenti sul pianeta, ma non sono sicura che Gesù Cristo e San Francesco d’Assisi sarebbe d’accordo con una simile affermazione).  Questo antiabortista considera indiscriminatamente, qualunque donna ricorra all’aborto, un’assassina. Parla per slogan, non argomenta razionalmente le sue ragioni e, se possibile, ti fa un dettagliato e truculento resoconto del modo in cui, secondo lui, opera l’aborto, che uccide milioni di “bimbi” (anche il gergo, non è casuale mai) per mano di donne snaturare e colpevoli. Siamo dinanzi a una condanna, senza possibilità d’appello.

2. Antiabortista Moderato 

È quello che considera l’aborto un omicidio, però te lo concede se proprio sei stata stuprata e sei rimasta incinta. Insomma, se sei una vittima, se hai subito violenza, è ammissibile che tu possa fare ricorso a un’interruzione spontanea di gravidanza. Oppure se rischi di crepare, con quella gravidanza, in quel caso pure è legittimo (forse). Oppure, se ti si è rotto il preservativo e sei rimasta incinta per questa ragione (ma l’antiabortista moderato è convinto che questa sia una leggenda metropolitana e che i condom siano infallibili). In tutti gli altri casi, l’aborto non è ammesso e noi donne che vi facciamo ricorso siamo tutte scellerate, stronze, egoiste e cretine che dovrebbero piuttosto farsi sterilizzare, come i pet. Dovrebbe, secondo l’antiabortista in questione, istituirsi una specie di Corte Morale che decida, caso per caso, chi ha diritto di abortire e chi no. Ora, una delle argomentazioni predilette dall’antiabortista moderato, è il concetto di “abuso di aborto”. In altri termini egli è convinto che, poiché esiste una percentuale di donne che abortisce a seguito di superficialità (cioè mancata contraccezione), l’aborto in quanto tale andrebbe debellato, come se fosse un crimine contro l’umanità. Che, con tutto il rispetto, è un po’ come dire che siccome nel mondo esistono i ciccioni che s’abbuffano di cioccolata, bisognerebbe rendere illegale la cioccolata. A volte, poi, mi chiedo cosa sappiano, certi abortisti, dei veri crimini contro l’umanità. A volte mi chiedo, per esempio, se gli stessi che sono venuti a dispensare lezioni di morale cattolica sulla mia pagina Facebook, avessero perlomeno letto la notizia della strage che il giorno prima era successa a Gaza e che aveva mietuto centinaia di vittime, anche tra i bambini. Oddio, non si tratta di bambini bianchi e forse valgono meno, però quelli erano proprio bambini veri eh, fatti e finiti. Mi chiedo anche se questi abortisti che chiamano in causa il femminicidio, si indignino mai per le storie di ordinaria violenza a cui le donne sono sottoposte, o se siano lì a dire che il femminicidio è un’invenzione mediatica delle femministe coi peli sulle gambe, o se magari siamo noi che ce la siamo cercata per tutte le ragioni per cui le donne sono sempre, storicamente, nei secoli dei secoli, colpevoli di tutto. Più o meno dai tempi di Eva.

3. Antiabortista Maschilista

È quello che di base odia le donne ma, sia chiaro, questa posizione viene spesso assunta da donne stesse (che, com’è noto, non sono certo sprovviste di misoginia). Se decidi di abortire per ennemila ragioni personali, sei un’omicida piena di grilli per la testa come, cazzonesò, studiare, oppure fare carriera, oppure non recluderti nel ruolo di madre indipendentemente da quale sia la tua vita, o le tue ambizioni, o qualsivoglia variabile che possa influenzare una scelta del genere. L’antiabortista maschilista non va per il sottile, non aspetta altro che puntare il dito contro la donna e dire che è una sgualdrina stupida che avrebbe dovuto PENSARCI PRIMA…e se non l’ha fatto, cazzi sua! Naturalmente per questa tipologia di antiabortista è indubbio che il ricorso alle precauzioni debba essere appannaggio esclusivo della donna, come se l’uomo fosse un minus habens incapace di fare la sua parte per prevenire una gravidanza indesiderata. Come se gli uomini non fossero i primi votati al coito interrotto perché così l’arnese regge meglio, perché così sentono di più e perché a pelle è più bello. Allo stesso modo, per l’antiabortista maschilista, non si pone neppure il problema che la genitorialità sia una faccenda che riguarda entrambi i generi e che, sempre di più, dovrebbe riguardare entrambi i generi, non solo al momento del concepimento, ma pure nella crescita, nell’educazione, nei permessi dal lavoro e in una serie di altre variabili che, nell’anno domini 2018, rendono ancora impari le responsabilità di un figlio e condizionano molto più la vita della donna rispetto a quella dell’uomo. Di fronte a queste obiezioni, l’antiabortista maschilista sarà capace di balbettare qualcosa sulla natura, sulla biologia e sul fatto che s’è sempre fatto così.

4. Antiabortista Generazionale

È quello che se la prende con le donne applicando dei filtri sulla base dell’età. Se, per esempio, è una donna adulta che deve scegliere se portare avanti una gravidanza problematica, nella quale il bambino avrà gravi malformazioni, la colpa è della donna che s’è ricordata a 37 anni di fare un figlio, perché prima chissà quale assurdità s’era impegnata a fare. Se la ragazza che va ad abortire è una 20enne, invece,  sono proprio i giovani d’oggi fanno cacare perché pensano che l’aborto sia un metodo contraccettivo. Come se la colpa dell’ignoranza sessuale dei giovani fosse dei giovani e non, invece, di una società che ignora deliberatamente e completamente cosa sia l’educazione sessuale. Forse, e dico forse, sarebbe ora di riaprire una conversazione seria e costruttiva, oltre che istruttiva, sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate. Ma se i giovani di sesso (e di contraccezione) non capiscono un cazzo, se è vero (perché è vero) che le percentuali di acquisto di profilattici nelle fasce d’età più basse sono in progressivo calo, forse dipende anche dagli adulti che subappaltano qualsivoglia formazione sessuale a Pornhub. Educare, non reprimere. Non mi sembra difficile. La soluzione non è certo prendersela con un diritto che, VE NE DOVETE FARE UNA RAGIONE, è un diritto garantito dalla legge. La soluzione è creare cultura dove non ce n’è. Non tornare nel Medioevo e cancellare la storia, le lotte e UN REFERENDUM che si è già espresso 40 anni fa su un tema sul quale state ancora rompendo i coglioni.

5. Antiabortista Obiettore 

Dulcis in fundo, loro: i medici che lavorano negli ospedali pubblici e non praticano l’aborto (ma nulla vieta che poi, privatamente, possano raschiare tutto dietro lauto compenso). Quelli che sono pro-vita, come se le donne che difendono la libertà di non portare avanti una gravidanza siano pro-morte. Sono i medici che non intervengono e fanno crepare le donne, piuttosto che procedere con l’interruzione della gravidanza (è cronaca, non fantascienza, purtroppo). Sono quelli che disertano il proprio dovere in nome delle proprie convinzioni personali. Sono uno dei paradossi peggiori del nostro sistema sanitario nazionale, una vergogna indegna di uno Stato che si definisce laico. Se la legge dice che io posso abortire, io devo poterlo fare e NON devono esistere ospedali nei quali mi è impossibile farlo perché tutti obiettano (ci sono REGIONI italiane, ripeto REGIONI, nelle quali è praticamente una chimera trovare un ginecologo non obiettore). Ecco, so che questo mi renderà impopolare ed estremista, ma quando mi imbatto nelle testimonianze di donne che mi raccontano quante peripezie devono fare per riuscire ad abortire, quando leggo dei rischi che corrono per la propria salute nell’indifferenza degli obiettori, quando mi raccontano il giudizio morale che devono subire da chi dovrebbe invece aiutarle, penso che gli obiettori di coscienza andrebbero radiati dall’albo. Se decidi di intraprendere quella professione, sai che nel pacchetto ci sono anche l’assistenza e la cura delle donne che vogliono abortire e che hanno diritto di farlo, nella stessa identica misura in cui ci sono la cura e l’assistenza delle donne che vogliono portare a compimento la gravidanza. Punto e basta. Non dovrebbe esserci margine di discussione, e invece continua a esserci e francamente non se ne può più. Se non ti va bene interrompere le gravidanze, vai a fare il panettiere e lascia il posto a chi s’accolla gli onori e gli oneri di un ruolo per il quale non sei probabilmente all’altezza. Fine della storia. Ho letto commenti che sottolineavano come la professione ginecologica non consista solo nella pratica abortiva, vero, e come la medicina serva a salvare le vite, non a ucciderle, giusto. Però, HELLOOOO, l’aborto si praticava anche prima, e le donne ci rimettevano la vita perché i metodi erano rozzi, non igienici, non scientifici. Le mammane hanno lasciato spazio alla medicina e dovete rassegnarvi.  Esiste una cosa che si chiama libertà di decidere cosa fare della gravidanza, del proprio corpo e della propria vita. I medici pagati dagli ospedali pubblici dovrebbero garantire il rispetto di quel diritto, nella stessa misura in cui le forze dell’ordine dovrebbero garantire la sicurezza e gli avvocati dovrebbero garantire la miglior difesa possibile. Perché? Perché fa parte della loro PROFESSIONALITÀ. Perché questo è parte integrante del mestiere che hanno scelto. Se non lo fanno c’è un problema. Un problema gigante. FINE.

Detto tutto ciò, a nessuno piace l’idea di abortire e non vorrei che questo scritto passasse per un’ apologia dell’interruzione volontaria di gravidanza, perché non è di questo che si tratta. Il tema, per quanto mi riguarda, è smetterla di mettere sempre in discussione una libertà già discussa. È smetterla di decidere chi deve per forza avere figli e chi, invece, non ha diritto ad averne o ad adottarne. Il tema è smetterla di emettere sentenze approssimative, ignorando cosa sia l’esperienza dell’aborto per tutti, non solo per l’embrione/feto; quali ripercussioni abbia sulla DONNA; quanto possa essere più o meno complesso fare ricorso a una libertà che, siamo tutti d’accordo, è preferibile evitare a monte (praticando sesso protetto, e se abbiamo smesso di farlo ricominciamo a parlare di quanto sia importante prevenire, invece di cullare, piuttosto). Il punto è smetterla di distinguere tra chi ha diritto di fare ricorso all’aborto e chi no. È smetterla di accusare di omicidio qualcuno che per la legge italiana NON è un omicida. Il tema, per me, è rivendicare la sacrosanta e intoccabile libertà di scelta delle donne e garantire loro la possibilità di praticare aborti non clandestini. Francamente non credo esistano donne che, a fronte di una gravidanza imprevista, ricorrano all’aborto con la stessa disinvoltura con la quale vanno a farsi la ceretta brasiliana dall’estetista. Questa, a me, puzza di propaganda spicciola; oppure di ignoranza e, di nuovo, l’antidoto contro l’ignoranza non è mai altra ignoranza. 

Personalmente, non ho mai abortito e spero di non trovarmi mai nella condizione di doverlo fare, perché sono sicura che non sarebbe una scelta semplice. Se domani restassi incinta, lo terrei. Se fossi rimasta incinta a 20 anni non so cosa avrei fatto. Dire che esistono le precauzioni è vero, ma è ipocrita non ammettere che spesso non si usano e questo sì, è un errore, al quale si pone rimedio educando, non negando diritti già acquisiti. Abortire o non abortire è una scelta estremamente personale nella vita di una donna, pertiene un territorio del tutto intimo, nel quale nessuna condanna e nessun giudizio morale, aiuta. Lasciate fare il mestiere del Padre Eterno al Padre Eterno, se credete esista. E per il resto, NON TOCCATE LE NOSTRE LIBERTÀ.

E noialtre, che di quelle libertà comprendiamo il valore, alziamola pure la voce. Che qua l’oscurità cerebrale avanza e di questo passo finiremo a reintrodurre il delitto d’onore e a revocare il diritto di voto. Il tutto mentre il mondo più civile, nel quale siano consentite cose come l’eutanasia, la fecondazione eterologa, l’adozione per i gay e i single, diventa sempre più un miraggio irraggiungibile.

A questo punto, dopo essermi certamente giocata il favore di un buon numero di follouah, e dopo essermi assicurata un posto all’inferno in cui bruciare per l’eternità, io vi saluto. E vado a masturbarmi, così mi distraggo un po’.

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Qui, qualora vi interessasse, trovate questo articolo tradotto. 

Femministe col Culo degli Altri

La settimana scorsa sono stata invitata, insieme ad altri bloggers, giornalistis e influencers, a una cena con Mary Lynn Bracht, scrittrice americana, di origini coreane. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un’interlocutrice anglosassone, e di dire quelle cose tipo nais tu mit iu, ho riflettuto sul senso della serata e del suo romanzo, in uscita in 18 paesi, tra cui l’Italia (con Longanesi). Figlie del Mare, questo il titolo, racconta un tema di cui — specialmente qui in Occidente — sappiamo davvero poco: la storia delle comfort women coreane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se a questo punto state pensando qualcosa tipo “Che noia la storia delle prostitute asiatiche“, avete ragione. Due palle questi romanzi storici, politici, femministi nella sostanza e non nell’etichetta. Chi se ne frega. Quante erano? 200.000. Che è successo? Le hanno ridotte in schiavitù sessuale e venivano quotidianamente stuprate dai militari giapponesi. Si vabbè, ma tipo 70 anni fa! Sì sì, roba vecchia, ci basta fare i conti con l’Olocausto. Chi se ne importa delle ferite inferte su popoli lontani, quando ci siamo noi qui, che siamo tanto inguaiati. E poi ormai le donne non fanno che parlare e lamentarsi di tutto, e alzano la voce in tutto il mondo, e mò dobbiamo deprimerci pure con questo pezzo della storia delle donne di cui non sappiamo un cazzo? Che noia. Avete ragione. Per questo motivo ho deciso di sconsigliarvi la lettura di questo romanzo.

Innanzitutto perché è lungo 370 pagine, neppure troppe, ma comunque per leggerle tutte serve più impegno di quanto ne richieda, per esempio, condividere un bel video, molto ritmato, di Freeda su Facebook (e, sia chiaro, a me piacciono i video di Freeda); lo sconsiglio, perché ha una storia, una trama e qualche riferimento storico, dunque intellettualmente potrebbe essere più impegnativo di scegliere un nuovo gadget di Frida Kahlo su Amazon; lo sconsiglio, perché forse non c’è neppure un passaggio che potrete fotografare e pubblicare su Instagram con l’hashtag #girlpower. Lo sconsiglio, perché è un libro faticoso, non da leggere ma da sentire nelle budella; lo sconsiglio perché metterà a dura prova la vostra sensibilità e aprirà uno spiraglio nauseante sulla brutalità degli esseri umani. Vi sconsiglio questo libro perché se lo leggeste vi taglierebbe dentro, non dico con la stessa perizia con cui ha fatto Primo Levi ai suoi tempi, ma con lo stesso tipo di bisturi, quello capace di incidere e chiarire che esiste un bene e che esiste un male, e che ci sono casi in cui non si sollevano dubbi in proposito.

E se questo ancora non è sufficiente a dissuadervi, io no so che dirvi. Non capisco perché vi incaponiate, perché vogliate sporcarvi le mani e l’anima a leggere un libro che accende la coscienza, scritto da una donna, sulle donne. Perché dovreste leggerlo, quando potete continuare comodamente a pensare che essere femministe sia più o meno come essere hipster: nessuno sa esattamente che cazzo significhi, ma tutti siamo un po’ vittime della loro estetica. Ecco facciamoci bastare il femminismo estetico, quello confortevole che sta in superficie, che ci fa pensare che le cose stiano cambiando da sole. Prendiamoci il marketing del femminismo e rendiamo grazie, la sua narrazione mediatica, la fuffa inoffensiva, la querelle televisiva, lo slogan, l’advertising, il trend. Roba che fa scena e che va pure bene, ma che non basta. Roba che poi, nella sostanza, cambia di poco le cose, così non corriamo il rischio di evolverci, e ci risparmiamo la fatica di studiare. Non leggetelo, questo libro, tanto ci appassionano più le guerriere delle vittime,  e continuiamo a ignorare come tutti i ruoli della femminilità siano interdipendenti, e come da questo nasca il femminismo intelligente. Il femminismo potente. Quello capace di pensare e attuare prospettive future più eque. Intanto, nel dubbio, spariamoci le pose, atteggiamoci, frammentiamoci in sottoculture disomogenee e in piccole lotte intestine, dài. Del resto ci bastano le immagini e l’immaginario, la retorica e l’accessorio, per sentirci femministe, mica dobbiamo esserlo per davvero, il mercato lo sa. Il femminismo tira un casino, dilaga ovunque nel tessuto narrativo, crea stereotipi nuovi. Si trasforma in femvertising che, tecnicamente, è la pubblicità fatta dalle donne per le donne, veicolando messaggi positivi e incoraggianti (empowering, letteralmente) indovinate per chi? Ma per le donne, ovvio.

Tuttavia il femminismo liofilizzato e ammansito, reso fenomeno di costume, va oltre. Prendete Westworld, di cui ho visto le prime due puntate della seconda stagione. La vicenda è popolata da eroine ribelli e spietate, volto unico della rivolta, affiancate da figure maschili remissive e obbedienti, servi adoranti e coraggiosi, pronti a seguirle ciecamente nei loro propositi sovversivi, al fine ultimo di sconfiggere i nemici, che sono tutti maschi, potenti e stronzi. Insomma, una specie di revengefantasy in gonnella, un po’ inno e un po’ caricatura del movimento #MeToo e delle sue rivendicazioni. Se ancora non vi basta, prendete l’alta moda, le sfilate in cui i modelli e le modelle in passerella indossano t-shirt da 400 dollari con su scritte frasi di matrice femminista. Dall’Haute Couture agli scaffali di H&M e Primark, il POP-Femminismo è al suo massimo vigore storico, gronda promesse di mondi migliori, propone armature illusorie per una battaglia che poi, in fondo, nelle pieghe della quotidianità, non intraprendiamo quasi mai.

Dev’essere questo il disagio, sottile e persistente, che avverto da mesi. Posto che qualunque deriva femminista, anche la più naif, mi pare comunque preferibile a qualsivoglia maschilismo, oscurantismo, sessismo e paternalismo, non riesco a liberarmi da una preoccupazione originale (originale come il peccato di Adamo ed Eva): rischiamo di imbrigliare il potere dirompente di una nuova coscienza femminista nelle maglie della pop-culture? Stiamo forse creando un’onda anomala di dibattito senza approfondimento ed educazione? Una bolla di opinioni a buon mercato che non hanno base accademica (perché a volte l’accademia ci vuole eh) né potenziale formativo?

Mi sono risposta che la pop-culture va pure bene. È utile, forse persino necessaria per creare vivacità nell’ambiente, per avvicinare chi ha bisogno della sicurezza che solo un argomento trattato sulle cover per smartphone può garantire. E che tutto il resto è troppo impegnativo da conseguire, massì, accontentiamoci del merchandising del femminismo, invece di leggerlo, masticarlo, deglutirlo, digerirlo e infine, se siamo fortunate, cagarlo. Agghindiamoci da femminista gipsy, o da femminista BruceWillis, o da femminista intellettuale e tanto basta. Non importa imparare a pensare, agire e sentire da femminista. Il cervello e i contenuti sono sopravvalutati, non ci servono mica. La cultura e la conoscenza, decisamente non sono utili per accreditarci come POP-Feminist in grado di mietere migliaia di like.

Non leggetelo, questo libro perché poi forse avrete voglia di approfondire, capirete che alcune donne (che avremmo potuto essere noi, o le nostre madri, o le nostre figlie, o le nostre sorelle) sono state vittime di un crimine contro l’umanità proprio in quanto donne, giovani, ragazzine al limite dell’infanzia. Non leggetelo questo libro, perché potrebbe aprirvi la mente, interrogarvi su quante altre donne oggi vivano in condizioni inaccettabili, farvi pensare che siamo una collettività, un gruppo gigantesco che subisce violenza da secoli, a qualunque latitudine del globo terraqueo e a qualunque livello della scala sociale (è notizia della settimana scorsa che persino le suore di clausura di Pamplona si sono indignate per l’ennesima ingiustizia giudiziaria a seguito di uno stupro di gruppo, tanto per non citare un caso italiano o americano).

Insomma: non leggetelo, Figlie del Mare, perché leggere questo romanzo è un atto femminista e potrebbe indurvi a pensare che si possa fare di meglio; e che essere femministe col culo degli altri potrebbe non essere abbastanza.

Leggere questo romanzo è un fatto. Non è una t-shirt, un meme, una gif.

È un’azione culturale che rischierebbe di insegnarvi qualcosa.

È un pericoloso gesto politico che vi porterebbe con la mente lontano.

E col cuore, incredibilmente vicino.

Ci siamo capite?

***

Io mi sono sempre opposta a questa storia delle magliette, di dover fare le mie magliette, di diventare una maglietta, perché a un certo punto bisogna fare le magliette; perché Memorie di Una Vagina è un brand che ci starebbe benissimo su una maglietta, eccetera, eccetera…ma se lo fa Christian Dior, stamparci il femminismo su tessuto, allora posso farlo anche io. 

E cosa scriverci sopra, lo decido io. 

Otto Marzo & Femminismi

Si celebra domani la Festa della Donna. Tranquilli, non intendo discorrere sul significato storico di questa ricorrenza. Non mi interessa disquisire dell’aspetto commerciale, o di quanto puzzino le mimose. Preferirei soprassedere anche sui mitologici streap-tease maschili che, a quanto pare, riducono le donne a un livello di sub-umanità infoiata (stando almeno a quanto riportato da certe leggende metropolitane). Né vorrei aprire un discorso greve sulla parità, che abbiamo voluto la bicicletta e ora pedaliamo, e fa niente se è senza sellino, tanto ci piace lo stesso, no? Neppure voglio elencare tutti i nomi delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno all’8 marzo, ribadendo una volta ancora quanto sia necessario un cambiamento culturale in un paese in cui la cronaca di questi eventi è ancora viziata da un sessismo cronico. Non voglio fare nulla di tutto ciò non perché queste cose siano inutili da dire, o ribadire, ma perché i tempi sono cambiati e ci sono aspetti persino più urgenti da chiarire (da questo punto in poi, però, sappiate che vi state addentrando in un post ultra-prolisso e molto noioso)

C’è da chiarire innanzitutto che non è un periodo storico semplice. Da un lato, infatti, negli ultimi mesi si è incendiato un dibattito internazionale a sfondo femminista/sessista. Dall’altro, pochi giorni fa si sono tenute le elezioni in Italia e tutti sappiamo come sono andate le cose (e tutti ricordiamo anche come sono andate negli Stati Uniti). I due fenomeni potrebbero apparire scollegati, e invece sono intimamente connessi. Quando nell’identità politica di un paese si fanno largo la rivalsa, la rabbia e la frustrazione; quando il collante diventano l’odio e il disprezzo per gli altri, la diffidenza, la chiusura, la pretesa di guardare solo nel proprio giardino di fronte all’incapacità di comprendere la complessità globale in cui siamo invischiati, ecco non è mai un bel momento. Non è un clima includente e chiunque si consideri — a torto o a ragione — una minoranza, tende ad agitarsi. E le donne, in un certo senso, sono una minoranza. Una minoranza paradossale, perché non sono affatto minori, né in termini di quantità, né in termini di qualità, ma da minoranza sono spesso trattate. Il che, è ovvio, è per noi inaccettabile, tanto più nel 2018, mentre guardiamo un mondo che procede spedito verso “culture” che con buona probabilità continueranno a trattarci da minoranza.

Quelli che di solito consideriamo popoli “più evoluti di noi”, i nordici, quelli dove i treni viaggiano sempre puntuali ma c’hai pure il diritto civile di sposare chi vuoi, di avere un figlio se lo vuoi, di poter scegliere per la tua vita e per la tua morte, ecco quei popoli lì, sono tutti più femministi di noi. Ma molto. L’Islanda è il paese più femminista nel senso reale e concreto del termine. Un paese nel quale le donne siedono accanto agli uomini nei contesti di potere, non nel ruolo di decorazione rosa o di provocazione sessista, ma in quello di parte integrante del sistema. Le donne sollevano interrogativi diversi, spostano l’asse degli argomenti discussi, propongono soluzioni differenti: creano, insomma, una società migliore.

In secondo luogo, bisogna chiarire che la narrazione pubblica della femminilità, è una cosa diversa rispetto alla femminilità reale. Che vuol dire? Che quando di noi si dice che siamo deboli,  troppo competitive, irrazionali ed emotive, incapaci di essere solidali, spregiudicate, mestruate, opportuniste, puttane, ecco ogni volta che si dice tutto questo, si tace molto altro. Si tace, per esempio, che per quanto deboli possiamo sembrare, il nostro corpo fa delle robine mica banali (tipo crescervi nella pancia e mettervi al mondo facendovi uscire da una ben nota fessura…voi lo date per scontato, ma il prodigio è notevole e l’impresa titanica, con tutto il rispetto più complessa di picchiare qualcuno o tirare un calcio di rigore). Si tace, per esempio, che oltre a essere competitive siamo organizzate, caparbie, volitive, creative, furbe, veloci, tanto quanto gli uomini (che, d’altra parte, non sono certo tutti monaci buddhisti). Si tace che la nostra presunta “irrazionalità” non è in nulla superiore a quella maschile (ricordiamo che gli uomini costituiscono almeno il 70% delle propria identità sul proprio pene, subappaltandogli decisioni pubbliche e private, e intasando la viabilità urbana con troppi SUV). Si tace che il contraltare della nostra cosiddetta “emotività” è che – a parte saper mettere i chiodi nel muro o guidare un veicolo – sappiamo capire,  sentire,  empatizzare, mediare, tenere insieme i pezzi e gli affetti (fanno molto rumore le donne che dividono, e non ne fanno abbastanza quelle che sono fondamento e pilastro dei gruppi sociali). Sappiamo organizzare, gestire, ascoltare, parlare. Tutte attività fondamentali per la comunità. Per la famiglia, per il gruppo di amici, per il team di lavoro. Si tace, per esempio, che siamo stanche di essere accusate di scarsa solidarietà. Ma cosa siamo? Un souvenir? Una bomboniera? Un ristorante? La solidarietà la rispediamo al mittente, a mancarci è la consapevolezza, quella sì. Ci manca la visione di una femminilità nuova, riscritta dalle donne, basata su presupposti equi, capace di rinnovare i profili di genere e traghettarli nella contemporaneità, alleggerendo anche gli uomini dal fardello di uno stereotipo maschile sorpassato. Hello, siamo nel 2018, esistono uomini che piangono e donne che non cucinano, vivaddio. È la consapevolezza, ciò che ci manca, non la solidarietà che si riserva a una minoranza, perché noi NON siamo una minoranza.

E bisogna chiarire anche che, come si tacciono aspetti della femminilità, si tacciono aspetti del femminismo. Bisogna chiarire che non è più il caso di schermire le figure femminili che escono dal paradigma tracciato per loro, quelle che disertano l’aspettativa sociale standard di essere spose, madri, babysitter e badanti, un po’ angeli del focolare e un po’ porno-massaie. Qualcuno dirà: potete votare, guidare, viaggiare, studiare, lavorare, vestirvi come vi pare, persino scrivere delle forme dei cazzi e dei vibratori, cos’è che volete di più? Il femminismo riconosciuto come fatto politico, questo vorremmo di più. Le istanze femminili rappresentate pubblicamente, ecco cos’è.

Vorremmo si capisse che il femminismo non è una gara a chi è più bravo, o più stronzo, o più incoerente, o più violento. Non c’è un abaco degli stupri e dei cuori infranti, non è una contabilità di lividi e di cene che ci facciamo offrire. Il femminismo è il bisogno di accedere a opportunità simili, di annullare la disparità salariale, di superare certi perimetri mentali del secolo scorso, di ragionare per colmare e valorizzare le diversità di genere, nello stesso modo in cui un’azienda sana valorizza le diverse competenze. Il femminismo tende a un mondo in cui i generi e gli orientamenti non siano muri, in cui gli uomini e le donne possano collaborare da pari, una società più evolutamigliore per tutti.

Chiariamo un punto ulteriore: non esiste certo un solo tipo di femminismo. Ce ne sono tanti, talmente tanti che tutte le donne possono trovare il proprio, talmente tanti che tutte le donne dovrebbero essere femministe, e dovrebbero esserlo senza ripensamenti. Non esserlo è una contraddizione, una stupidità. Perché “femminista“, questo è urgente ricordare oggi, non è un insulto. E non esiste solo il modello veterofemminista, e neppure quello da femminista-esibizionista, e neppure solo quello androgino da camionista, e neppure solo quello sofisticato e lesbo-chic, e neppure solo il femminismo trendy di Freeda. Si può essere femministe continuando a depilarsi le gambe e le ascelle (e la patata, se proprio necessario). Si può essere femministe senza militare per il free-bleeding. Si può essere femministe e femminili. Si può essere femministe e non odiare gli uomini, perché degli uomini abbiamo, anzi, bisogno.

Abbiamo bisogno degli uomini migliori che ci siano, capaci di comprendere la liceità di questa causa e anche certi eccessi che inducono altri a parlare di “nazi-femminismo“, senza capire che spesso sono derivazioni di negazioni pregresse, di certe strumentalizzazioni, di certe schiavitù mentali ancora perfettamente salde nella nostra società. Uomini capaci di capire che persino l’insulsa polemica sul vestito di Jennifer Lawrence, per quanto poraccia sia, fa parte di un dibattito più ampio, i cui toni non sempre sono intelligenti, ma la cui esistenza non può più essere procrastinata.

Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che non è accettabile che un politico dia della bambola gonfiabile a una collega, o della scimmia a un’altra, o della troia a un’altra ancora. Uomini che capiscano che non siamo più disposte – perché no, non lo siamo – a sopportare le soubrette in Parlamento, e ad accettare il sessismo gigione da cinepanettone di Berlusconi che, come un novello Putin, riduce l’opposizione in topless.

Abbiamo bisogno di uomini che non dicano che il femminicidio è un’invenzione mediatica, e che non giudichino la qualità di una donna sulla base dei suoi vestiti, della sua età, della sua taglia, delle sue abitudini sessuali, delle sue scelte di vita private, dell’uomo a cui certamente deve qualunque apparente merito le si possa riconoscere (il padre, il marito, il capo a cui l’ha data per fare carriera). Abbiamo bisogno di uomini che non temano di ricevere una denuncia se invitano una tipa a bere un caffé, e che sappiano capire il rifiuto con classe, e possibilmente con altrettanta classe sappiano elargirlo. Abbiamo bisogno di uomini che con le donne sappiano ridere delle rispettive assurdità, e che non ci temano come streghe, ma che siano dalla nostra parte, come se fossimo ciò che siamo: le loro amiche, le loro socie, le loro compagne, le loro madri, le madri dei loro figli, le loro colleghe, le loro sorelle, le loro figlie. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che se, a volte, certe femministe scimmiottano gli uomini è anche perché non esiste alcuna grammatica per le donne, reale, collaudata, nei contesti pubblici e di potere, qui, da noi, in Italia.

Abbiamo bisogno di uomini e donne, etero e gay, fermamente convinti che una società nella quale l’opinione delle donne conti qualcosa (non solo sull’uncinetto, o su una ricetta tradizionale) possa essere una società più giusta e più sana. Ed è questo il mio invito per la Festa della Donna: comunicate, ascoltatevi, capitevi. Siamo in un momento storico in cui c’è bisogno di questo, non di collera, non di sarcasmo, non di benzina, ma di approfondimento, riflessione e condivisione. E quanto meno la gente considera importanti queste attività, tanto più esse diventano indispensabili.

Facciamo che la Festa della Donna diventi la Festa delle chiacchiere, del dialogo, del confronto, dell’incontro, della mediazione, della pazienza. Che sia una festa per tutti, che sia un momento per parlarsi in faccia, usando la voce, le espressioni e i toni, non i caratteri, le emoticon e le note vocali. Invitate qualcuno a casa, stasera, e parlate, di quello che vi pare. Certamente parlerete di politica ed è possibile che non siate d’accordo. E lo so, è faticoso lavorare sulla cultura, che vi pensate, ma anche questo è potere.

Chiariamolo oggi: la cultura non sarà una priorità politica in questo futuro prossimo oscuro, per questo dobbiamo difenderla e presidiarla noi. Per questo noi donne dobbiamo ripensare noi stesse, il nostro ruolo e il nostro potere.

Buon 8 marzo a tutte/i.

Il Paradosso dell’Uguaglianza

Avevo 11 anni ed ero in vacanza a Roma con i miei. Sull’autobus, qualcuno mi palpò. Era la prima volta che mi mettevano le mani addosso. Ero veramente un cesso all’epoca, quindi la cosa mi parve totalmente incomprensibile.

A 14 anni un compagno di classe mi mise una mano sul culo. Così. Per goliardia. Il giorno dopo gli diedi un pizzino nel quale gli spiegavo che non era ammissibile una tale mancanza di rispetto e che non avrebbe dovuto permettersi di farlo mai più. Non col mio culo, perlomeno.

A 15 anni avevo imparato a convivere con i clacson degli automobilisti (al sud era normale, se vedevi una ‘bella femmina’ per strada mentre eri alla guida, dovevi suonare il clacson in segno d’apprezzamento); con gli abbordaggi nei locali, con i complimenti non richiesti. Talvolta, anzi, quei complimenti mi lusingavano.

Da allora, nell’altra metà di vita (sentimentalmente e sessualmente attiva) che ho vissuto, sono stata fortunata: non mi pare di essere mai inciampata in qualcosa che definirei molestia. Certo, qualcuno ha insistito, qualcuno ha approfittato del mio tasso alcolico, qualcuno mi ha sedotta perché — in relazione a determinate circostanze — era più potente di me; qualcuno ha comprato il mio plauso facendomi regali; qualcuno mi ha offerto frettolosamente sue parti anatomiche con le quali non desideravo impellentemente entrare in contatto. È successo. Eppure non mi sono mai sentita indifesa.

Direi che, in tutti i casi, in quella zona grigia nella quale non avevo espresso un chiaro consenso, ci ero andata con le mie gambe, con quella che in un legal thriller si definirebbe “capacità di intendere e volere”. In quelle automobili, in quelle case, in quelle camere di hotel, in quelle ville al mare, negli angoli bui e appartati delle feste universitarie, ci ero andata consapevole di andarci. E non erano pazzi, quelli che si erano sbottonati la patta del pantalone, quelli che si erano lanciati in un improbabile limone. Forse non erano perfettamente svegli. Forse non erano dei galantuomini. Ma neppure dei molestatori consumati. Io, d’altra parte, non ho mai reagito schiaffeggiandoli e andandomene via, come nei film.

Per contro, nella mia onorata carriera, mi è capitato di esigere baci, di fare avances esplicite, di invitare a casa uomini eterosessuali e aspettarmi per definizione che mi sollazzassero; di ipotizzare omosessualità latenti in soggetti che non si decidevano a fare la prima mossa, o la seconda, o la terza. E non ero certo la sola. Ho consolato nutrite schiere di donne disperate per l’estinzione dei “maschi alfa di una volta”. Insomma, forse ho molestato anche io e non lo so neppure. E me lo chiedo, naturalmente, perché è difficile non chiederselo, in questo periodo. Negli ultimi mesi, pur seguendo con interesse il dibattito pubblico, non ho twittato nessun hashtag #MeToo, non ho denunciato #quellavoltache, perché mi pare graziaddio di non averla mai avuta, quella volta. Perché, graziaddio, non mi sono mai sentita vittima.

Ciononostante, non posso non pensare che il cambiamento che stiamo vivendo, questa “psicosi”, questa “moda”, questa “caccia alle streghe” come molti amano definirla, sia indiscutibilmente un fatto positivo. Punta a una parità sostanziale tra i generi, in prospettiva. Inoltre, risveglia una coscienza femminista tragicamente sopita da decenni di imperituro maschilismo consenziente. Sulla grande bilancia della storia, il piatto buono pesa più di quello cattivo, per me. Fine. Però. C’è un però: c’è che questo cambiamento è rivoluzionario e, come ogni rivoluzione, non piace a tutti. Infastidisce due categorie di persone: quelli che ne sono colpiti (quelli, cioè, che approfittano abitualmente della propria posizione di potere per estorcere consenso) e quelli che non la capiscono, che dicono che è sempre stato così, che si sapeva già, a che serve fare tutto questo baccano, adesso; quelli che, in altri termini, non hanno voglia di affannarsi per capire il mondo che cambia.

In mezzo, c’è un interregno di opinioni grigie, di uomini e donne che attendono guardinghi, perché sanno che spesso le rivoluzioni sono sommarie, fanno saltare teste (o carriere), sovvertono la pace apparente e a volte ricadono in gogne e crimini più efferati di quelli che si proponevano di debellare. Ecco, c’è molto lavoro da fare su questa diffidenza, su questa paura dell’ignoto, sulle opinioni grigie, su chi esprime pareri diversi, probabilmente derivati dalla cultura del secolo scorso, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi perché di culture non ne ha mai incontrate altre.

C’è da lavorare e da ascoltare chi non è d’accordo, senza necessariamente attribuirgli varie forme di demenza. C’è da trasformare la sommossa in cambiamento. C’è da imparare il consenso: gestirlo, esprimerlo, coglierlo, rispettarlo. Quello femminile e anche quello maschile. Educare generazioni migliori, per un futuro in cui i generi sappiano comunicare e capirsi meglio, invece di pronosticare apocalissi sessuali. Trattare, in altri termini, questo momento storico con tutta l’analisi che merita e non come un argomento da tifoseria social. Questo c’è da fare. Chiederci e capire perché esponenti femminili, eventualmente rispettabili, non sposino in toto questa causa, questa lotta simbolica (ma reale), questa nuova grammatica dei rapporti che preme per venir fuori e ridisegnare le logiche di potere tra uomo e donna.

Ecco tutto questo sarebbe utile. Molto utile. Ci aiuterebbe a capire la radice del problema. A stemperare i toni. A spiegare le buone ragioni di questo mo(vi)mento a quelle donne e a quegli uomini qualunque, che sono la maggioranza, che pensano e dichiarano: “Ormai non ci puoi manco più provare, metti che una ti denuncia, ti imputtani la vita”, che è l’evoluzione di “Non vi facciamo complimenti e siamo stronzi, vi facciamo complimenti e siamo morti di figa”, “Prendiamo l’iniziativa e siamo porci, non la prendiamo e siamo ricchioni”.

A peggiorare la situazione, a inasprirne le contraddizioni, bisogna dirlo, c’è il Paradosso dell’Uguaglianza, una faccenda che anche noi donne dobbiamo ancora comprendere ed elaborare appieno. Il Paradosso dell’Uguaglianza è quello per cui siamo indipendenti ed evolute, ma preferiamo che la cena la paghi lui; facciamo sesso occasionale, ma se poi non ci scrive è una merda; siamo libere e disinibite, ma poi ci sposiamo in chiesa. Più in generale: denunciamo atteggiamenti che riproduciamo. Commentiamo l’estetica degli uomini con la perizia e la classe delle puttane portuali. Ci vantiamo delle nostre prestazioni. Raccontiamo dettagli degli amanti con cui giaciamo. Ridiamo di chi è ciccione, basso, secco, calvo, ce-l’ha-piccolo. Giudichiamo chi non ha un lavoro serio. Facciamo tutto questo e non ce ne accorgiamo neppure. Abbiamo imparato bene, abbiamo mutuato alcuni dei peggiori malcostumi degli uomini, in tutti questi anni di patriarcato oscuro. Ora, forse per la prima volta da quando esistiamo, c’è una possibilità di cambiare. Tutti. E certo, sarà faticoso, ma se vogliamo supportare per questa causa (ed è giusto farlo), c’è un sacco di lavoro noioso, sfiancante, quotidiano da intraprendere (ed è giusto saperlo).

C’è da parlare con tutte le Catherine Deneuve e le Natalia Aspesi che incontriamo. C’è da spiegare loro perché questa improvvisa urgenza di cambiare anche ciò che “è sempre stato così”. E se vi pare strano spiegare il mondo a persone più grandi di voi, non preoccupatevi, non state peccando di presunzione: ricordate che siamo la prima generazione che deve insegnare roba ai propri genitori (computer, smartphone, tablet, Facebook, instagram, whatsapp, Netflix, milioni di app). C’è da spiegare loro che le persone non smetteranno di conoscersi, corteggiarsi, scoparsi, amarsi e lasciarsi. Semplicemente, forse, lo faranno con più rispetto.

C’è da spiegare anche che risvegliare il femminismo patinato di Hollywood, serve a risvegliarne e alimentarne altri, di femminismi; serve a raggiungere anche le donne che vivono segregate nell’entroterra culturale del mondo, che lottano spesso per problemi oggettivamente più gravi del pene nudo di un regista.

In altri termini: non diamo del deficiente a chi la pensa diversamente. Parliamoci. Sporchiamoci e stanchiamoci a difendere una causa, se ci crediamo davvero. Per migliorare il mondo c’è bisogno soprattutto di questo. Non (solo) dei tweet.

50 Sfumature di Molestia

L’altra sera sono uscita con un’amica e mentre bevevano uno spritz inutilmente costoso, lei mi ha chiesto cosa ne pensassi di tutta questa, aperte virgolette, faccenda delle molestie, chiuse virgolette. Nei giorni precedenti me l’avevano chiesto anche altre persone, dal vivo, via mail, nei direct messages di Facebook. Così, sebbene avessi deciso di non parlarne, ho cambiato idea. Et voilà, eccoci qua, accolliamoci questo argomento bello leggero.

Di tutta questa storia, mi colpiscono soprattutto due cose. La prima è come il dibattito, in Italia, sia permeato di misoginia. La seconda è l’incredibile resistenza al cambiamento culturale che le donne stesse (spesso colte, indipendenti, in gamba) oppongono. Per chiarire meglio la mia posizione, prenderò in esame alcune delle argomentazioni e dei commenti nei quali sono inciampata più frequentemente nelle ultime settimane. Tenetevi forte.

1. Te ne ricordi dopo vent’anni? → questa è la più gettonata in assoluto e si riferisce, naturalmente, ad Asia Argento. Il sottotesto è sempre lo stesso: prima hai approfittato della situazione, hai fatto carriera, hai goduto dei benefici e adesso fai la vittima? Posto che il punto non è decidere se Asia Argento ci piaccia oppure no, quale sia stata la sua condotta, con quanta rettitudine abbia vissuto la sua vita (se l’avesse denunciata Geppi Cucciari, una violenza subita 20 anni fa, ci avrebbe lasciati altrettanto perplessi?), sarebbe opportuno ricordare che non è così raro che la memoria delle molestie e degli abusi (e le relative confessioni) affiorino con anni, a volte decenni, di ritardo. Lasciatemi anche dire che le molestie non scadono, che denunciare non è semplice, che si teme sempre di non esser credute e di diventare mangime per il pollaio social-mediatico globale (che è esattamente ciò che è successo alla Argento). Ma queste cose le hanno già dette molti altri, meglio di me.

2. Si sa che in certi ambienti funziona così, hanno scoperto l’acqua calda. Il prossimo scandalo quale sarà, che nel backstage dei concerti circola droga? → su questa io reagisco come i giudici di X Factor nelle eliminazioni complicate: chiamo il tilt. Ma cosa significa, esattamente? Il diritto al consenso è universale, farlo dipendere dal contesto è una stortura abominevole. Per capirci meglio, chiamiamo in causa la solita prostituta e diciamo che anche lei ha diritto di dire “NO”, esattamente come ce l’ha una maestra di scuola elementare, ok? Per capirci ancora di più, diciamo che essere molestate in discoteca non è più accettabile che essere molestate in parrocchia, ok? Il valore del consenso, inteso nel senso più lato possibile, poiché in esso contiene innumerevoli sfumature, è uguale per tutte le donne, è un fondamento di civiltà, non ci si dovrebbe neppure discutere su. Punto. E lo so che vi sembra una rigidità vetero-femminista, ma santiddio, fidatevi. Viceversa, pare che crediate all’esistenza di una classificazione morale delle donne, in base al loro aspetto e alla loro professione. Se questa è la vostra idea, forse dovreste mettere al rogo le minigonne, i jeans attillati, i tacchi alti, le maglie scollate, la metà delle professioni che siamo libere di esercitare, e più in generale tutto ciò che, un domani, potrebbe indurre qualcuno a dire che, d’altra parte, ce la siamo cercata.

3. Sono le donne le prime a offrirla su un piatto d’argento → Ammettiamo che esistano aspiranti-qualcosa che, per facilitare il proprio percorso, ricorrano alla seduzione del potente di turno (e non dimentichiamocele, le olgettine che dichiaravano che giammai avrebbero fatto un lavoro normale per guadagnare 1000 euro al mese, come noialtre, povere stronze). Ammettiamo però anche che,  dall’altra parte, c’è un lui, un maschio, che però è anche un uomo, un professionista, un produttore, un politico. Invece che concentrarci solo sul valore morale della parte femminile, potremmo concentrarci sul valore morale della complicità maschile, dell’avallo di chi è in una posizione privilegiata, di maggior potere e controllo. Dove sta scritto che l’uomo che accetta, che magari c’ha pure moglie e figli, è tutto sommato nell’ordine delle cose (perché è la natura, no? Il maschio è cacciatore, si sa), mentre una donna che si offre è passibile di condanna immediata? (sta scritto nel Grande Libro del Patriarcato Incrollabile, è ovvio, ma soprassediamo)

4. Quelle che fanno così penalizzano le altre donne per bene, che certi compromessi li rifiutano → semmai è il sistema che penalizza le donne che non accettano questi compromessi. Di nuovo: l’uomo non è una parte passiva dell’ingranaggio. Se alcune donne adottano questa condotta è anche perché esiste un sistema, talmente consolidato che pare incrollabile, che ha penetrato le nostre coscienze al punto da apparirci naturale (come nel caso dello showbiz), che insegna che fare così è premiante. Il punto non è decidere se Tizia o Caia siano sante o puttane, se ci piacciano o no, se ci marcino sopra o meno. Il punto è che per la prima volta sembra possibile scardinare questo meccanismo e non vedo perché una donna, o un uomo intelligente, dovrebbero essere infastiditi — se non addirittura contrari —  a questa evoluzione.

5. Noi donne lo sappiamo SEMPRE → con questa ci si riferisce, invece, alla rapidità con cui possiamo capire che quell’uomo ha delle mire su di noi, che probabilmente stiamo prestando il fianco a una situazione scomoda, nella quale ci verrà chiesto qualcosa che non abbiamo intenzione di concedere. Anche questo, è vero. Non per tutte, ma per molte sì. Sappiamo che quando un tipo ci invita a vedere la collezione di farfalle, vuole altro, vero? Sappiamo che ritrovarci in una camera di hotel, o in uno studio con una jacuzzi al centro, può essere preludio di atti sessuali, vero? Quello di cui a volte non si tiene conto, tuttavia, è che spesso queste cose accadono a donne molto giovani. E sì, sì, sì, certo, ormai le pischelle sono sempre più sgamate, i nostri 19 anni equivalgono ai 13 anni di oggi, va bene, però fatemi un favore lo stesso: guardate nel vostro passato e ditemi se non avete scheletri nell’armadio, situazioni spiacevoli, tresche di cui vi siete pentite, imbarazzi che col senno di poi vi risparmiereste volentieri. Io sì, più d’uno. Il primo è Peppe Felisia, come lo memorizzai sul mio cellulare. Non mi piaceva, era basso e zarro, si attaccò a me in discoteca (Felisia era il nome della discoteca, per l’appunto) come una cozza, per tutto il tempo, quella sera. Finii persino a baciarlo quando, non so perché, mi ritrovai isolata dagli altri. Scrissi un sms al mio amico “Per piacere, sono dietro i tendoni bianchi, vieni a salvarmi”. Fine. Mentre ci pensate, però, immaginate che al posto di Peppe Felisia ci fosse un uomo potente, capace di avvicinarvi alla professione dei vostri sogni, in un contesto culturale in cui non era poi così peregrina l’idea di essere perlomeno “carine”. Certo, a voi non sarebbe successo, ma potete capire meglio che l’esperienza e l’età un ruolo ce l’hanno?

6. Poveri uomini, siamo arrivati alla caccia agli stregoni. Poi vi lamentate che non prendono più l’iniziativa. Grazie al cazzo. Rischiano di essere denunciati se solo vi invitano al cinema. → Adesso non esageriamo, per cortesia. Dire che questa ondata di consapevolezza non farà che rendere ancora più fragile e inconsistente l’identità virile, mi pare ardito e ancora figlio di una logica antagonista del rapporto tra i sessi. Una relazione trasparente, non offuscata dall’abuso di potere, non asservita alle dinamiche impari tra i generi, si fonda su una grammatica comune, che magari va raffinata ma che esiste già e che regola tutte le nostre interazioni sociali. Abbiamo detto che “noi donne lo sappiamo”, e allora diciamo che anche gli uomini lo sanno. Diciamo che non è poi così difficile leggere il consenso, in un rapporto. Esistono le parole, la comunicazione non verbale, i comportamenti. Possono essere soggetti a interpretazione? In parte, certamente. Se uno non è proprio una lince a cogliere l’apprezzamento femminile, a distinguere l’educazione dall’attrazione, e la cortesia dalla proposta indecente, per stare al sicuro, potrebbe adottare una semplice linea guida, che garantirebbe anche maggiore meritocrazia nel contesto professionale: non scopi con le persone con cui lavori. Punto. Non inviti e non accetti inviti. Punto. Tieni il pisello fuori dall’ufficio. Punto. Lì fuori, del resto, ci sono tutte le cassiere di Vittorio Feltri, che non aspettano altro che te.

7. Noi donne non siamo tutte agnelli indifesi!!! → È vero, l’immagine che ne esce delle donne è sconfortante, monocorde, sviluppata attorno a un unico asse narrativo, come se l’alternativa fosse esclusivamente “troia vs debole”. Fa parte del racconto che i media costruiscono attorno a questi fatti, non corrisponde alla verità. Esistono certamente le donne forti, capaci di sfanculare un porco, e di denunciarlo immediatamente, e di difendere la propria dignità e di rinunciare alla carriera che sognavano, oppure di perseguire comunque le proprie ambizioni con la consapevolezza di ottenere meno, ma non vale per tutte. Queste donne ci sono, vivaddio. Dimenticarle, sarebbe ingiusto. Ma, se ammettiamo che esistono le spregiudicate disposte a tutto, dobbiamo ammettere anche che esistono donne altre, più fragili (intellettualmente, culturalmente, psicologicamente), non per questo meritevoli di molestie. Mi sembra demenziale dirlo, ma a quanto pare è necessario farlo.

8. Allora domani mattina chiunque si sveglia e denuncia qualcuno di molestia/abuso/stupro, con decenni di ritardo e senza nessuna prova, e va bene così! Le carriere di queste persone sono rovinate! E così le loro vite private, pensa alla moglie di Brizzi! → Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa sia una molestia, cosa un abuso, cosa uno stupro, cosa un’avance, e invece ci muoviamo in questo calderone nel quale vale un po’ tutto e il contrario di tutto. In secondo luogo, esiste un terzo protagonista in questa vicenda: l’opinione pubblica. Famelica, ansiosa di schierarsi, smaniosa di emettere condanne capitali attraverso processi sommari e sempre pronta a dare visibilità ai millantatori, o alle vittime, o alle finte vittime, o ai finti millantatori. D’altra parte, siamo cresciuti osservando arringhe televisive e siamo diventati adulti tuonando sentenze in 140 caratteri. La pubblica gogna è esistita sempre, è sempre più ingovernabile e ci siamo dentro fino al collo, tutti. È il sistema mediatico che strappa like alla nostra riprovazione, che vuole scandalizzarci e indignarci quotidianamente, indurci al dileggio nell’ignoranza dei fatti, alimentando la macchina finché ce la fa, finché non ci viene la nausea. Siamo sempre liberi di ricordare che i processi non si fanno su Facebook, né su Twitter, né su Vanity Fair.

9. Mi sembra che adesso sia proprio una moda, quella di urlare alle molestie → generalmente detto come se tutte queste donne fossero mitomani, come se per tutte la denuncia fosse solo un pretesto per attirare l’attenzione, per farsi notare, per speculare, per recuperare un’ospitata da Barbara D’Urso; è comprensibile, del resto, che la faccenda prenda questa piega macabra. Un argomento di simile urgenza e delicatezza viene affidato a Le Iene (LE IENE), e poi rimbalza per giorni da un media all’altro, mentre il minestrone di opinioni viene rifocillato dalle dichiarazioni di Nancy Brilli, Alba Parietti, Sandra Milo (!) e il confine tra consapevolezza e gossip s’assottiglia fino a svanire, delegittimando un tema cruciale, rendendolo fenomeno di costume, argomento del momento, infografica, campagna video, hashtag, fanta-femminismo, quiz: “Dimmi come molesti e ti dirò che personaggio famoso sei”. La responsabilità di tutto questo, di nuovo, non è di chi denuncia ma di chi, attorno a quelle denunce, fomenta il prurito e la morbosità del pubblico.

10. Le vere violenze sono altre. Perché nessuno si occupa delle donne che subiscono soprusi veri? → E questa è l’argomentazione più pericolosa, perché ti fa pensare davvero alle donne che vengono violentate con la forza, a quelle che vengono picchiate dai mariti, a quelle che lasciano il loro compagno e quello poi si perita di fare un falò con il loro corpo. Ti fa pensare che una donna normale, sconosciuta, qualunque, che denuncia uno stalker viene letteralmente ignorata dalle autorità, finché quello non le lancia un barile d’acido addosso, finché non le fracassa il cranio, finché non la strozza o non l’accoltela 56 volte. E queste sono tutte cose serissime e gravissime, tanto più al cospetto di una qualsivoglia attricetta di serie B, che denuncia un regista che s’è fatto un raspone davanti a lei. E in effetti ci sta, sono livelli diversi, per questo non andrebbero mischiati, anche se afferiscono alla stessa sfera. Inoltre, per questa logica, dovremmo smetterla di lamentarci di qualunque cosa: “Fa freddo” — “Eh, vabbé, pensa agli esquimesi”; “Ho fame” — “Eh, vabbé, pensa ai bambini in Africa”; “Sono infelice” — “Eh, dài, pensa a chi ha una malattia incurabile”; “Mi hanno rubato l’iPhone” — “Eh, dài, pensa a chi ha ancora il Nokia”; “Vorrei una casa più grande” — “Eh, vabbé, pensa ai clochard”. È ovvio che esistano malesseri minori e malesseri maggiori. Ma sempre malesseri restano. Ognuno ha i suoi. Tra qualche settimana non si parlerà più di molestie e potremo tornare a concentrarci sui femminicidi. Non prima di aver degnamente celebrato la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulla Donne, condividendo bellissimi video, e fotografie, e poesie, e aforismi, sulle stesse bacheche dove la settimana prima abbiamo dato della bottana a questa o a quella.

In conclusione, la risposta che alcuni commentatori non colgono, è sempre nella cultura e la cultura cambia anche grazie a questi movimenti, che ci piacciano oppure no. Sono certa che nell’agenda degli argomenti femminili, per esempio, ne esistano di più impellenti. Sono certa anche che, a voler parlare dei diritti delle donne, si possano interpellare esponenti più autorevoli di Mara Venier. Tuttavia, mi piace pensare che se domani avessi una figlia, e quella tra vent’anni volesse tentare la carriera di attrice (perché ha studiato, è brava, magari pure bella), potrebbe farlo senza succhiare gioielli di famiglia a destra e a manca. Senza rischiare che un produttore 40 anni più vecchio di lei le chieda di spogliarsi al primo provino (salvo che il produttore non sia Rocco Siffredi, ovviamente, nel qual caso sarebbe un altro discorso).

Mi piace pensare che anche ciò che “Tanto si sa che funziona così” può essere cambiato. D’altra parte, al mondo, alla società, succede questo.

“Perché proprio adesso?” mi ha chiesto Frecciagrossa, il mio migliore amico gay, un po’ scettico sul tema.

“Perché oggi i gay possono sposarsi e 50 anni fa non potevano farlo?” gli ho risposto.

È la storia che fa il suo corso. È la cultura che matura. Il risultato di questo battage, forse, sarà che d’ora in avanti gli uomini in posizioni di potere ci penseranno qualche volta in più, prima di molestare o abusare di qualcuno, uomo o donna che sia. E questo, a me, di per sé, pare un progresso. Possiamo discuterne i modi, ma non possiamo ignorare la potenza di questa svolta.

D’altra parte, se l’umanità si fosse storicamente limitata a “Tanto si sa che funziona così”, probabilmente vivremmo ancora con la schiavitù, la dittatura, la segregazione, i manicomi, le lampade a olio, i pozzi al posto dell’acqua corrente e le carrozze trainate dai muli.

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.