50 Sfumature di Molestia

L’altra sera sono uscita con un’amica e mentre bevevano uno spritz inutilmente costoso, lei mi ha chiesto cosa ne pensassi di tutta questa, aperte virgolette, faccenda delle molestie, chiuse virgolette. Nei giorni precedenti me l’avevano chiesto anche altre persone, dal vivo, via mail, nei direct messages di Facebook. Così, sebbene avessi deciso di non parlarne, ho cambiato idea. Et voilà, eccoci qua, accolliamoci questo argomento bello leggero.

Di tutta questa storia, mi colpiscono soprattutto due cose. La prima è come il dibattito, in Italia, sia permeato di misoginia. La seconda è l’incredibile resistenza al cambiamento culturale che le donne stesse (spesso colte, indipendenti, in gamba) oppongono. Per chiarire meglio la mia posizione, prenderò in esame alcune delle argomentazioni e dei commenti nei quali sono inciampata più frequentemente nelle ultime settimane. Tenetevi forte.

1. Te ne ricordi dopo vent’anni? → questa è la più gettonata in assoluto e si riferisce, naturalmente, ad Asia Argento. Il sottotesto è sempre lo stesso: prima hai approfittato della situazione, hai fatto carriera, hai goduto dei benefici e adesso fai la vittima? Posto che il punto non è decidere se Asia Argento ci piaccia oppure no, quale sia stata la sua condotta, con quanta rettitudine abbia vissuto la sua vita (se l’avesse denunciata Geppi Cucciari, una violenza subita 20 anni fa, ci avrebbe lasciati altrettanto perplessi?), sarebbe opportuno ricordare che non è così raro che la memoria delle molestie e degli abusi (e le relative confessioni) affiorino con anni, a volte decenni, di ritardo. Lasciatemi anche dire che le molestie non scadono, che denunciare non è semplice, che si teme sempre di non esser credute e di diventare mangime per il pollaio social-mediatico globale (che è esattamente ciò che è successo alla Argento). Ma queste cose le hanno già dette molti altri, meglio di me.

2. Si sa che in certi ambienti funziona così, hanno scoperto l’acqua calda. Il prossimo scandalo quale sarà, che nel backstage dei concerti circola droga? → su questa io reagisco come i giudici di X Factor nelle eliminazioni complicate: chiamo il tilt. Ma cosa significa, esattamente? Il diritto al consenso è universale, farlo dipendere dal contesto è una stortura abominevole. Per capirci meglio, chiamiamo in causa la solita prostituta e diciamo che anche lei ha diritto di dire “NO”, esattamente come ce l’ha una maestra di scuola elementare, ok? Per capirci ancora di più, diciamo che essere molestate in discoteca non è più accettabile che essere molestate in parrocchia, ok? Il valore del consenso, inteso nel senso più lato possibile, poiché in esso contiene innumerevoli sfumature, è uguale per tutte le donne, è un fondamento di civiltà, non ci si dovrebbe neppure discutere su. Punto. E lo so che vi sembra una rigidità vetero-femminista, ma santiddio, fidatevi. Viceversa, pare che crediate all’esistenza di una classificazione morale delle donne, in base al loro aspetto e alla loro professione. Se questa è la vostra idea, forse dovreste mettere al rogo le minigonne, i jeans attillati, i tacchi alti, le maglie scollate, la metà delle professioni che siamo libere di esercitare, e più in generale tutto ciò che, un domani, potrebbe indurre qualcuno a dire che, d’altra parte, ce la siamo cercata.

3. Sono le donne le prime a offrirla su un piatto d’argento → Ammettiamo che esistano aspiranti-qualcosa che, per facilitare il proprio percorso, ricorrano alla seduzione del potente di turno (e non dimentichiamocele, le olgettine che dichiaravano che giammai avrebbero fatto un lavoro normale per guadagnare 1000 euro al mese, come noialtre, povere stronze). Ammettiamo però anche che,  dall’altra parte, c’è un lui, un maschio, che però è anche un uomo, un professionista, un produttore, un politico. Invece che concentrarci solo sul valore morale della parte femminile, potremmo concentrarci sul valore morale della complicità maschile, dell’avallo di chi è in una posizione privilegiata, di maggior potere e controllo. Dove sta scritto che l’uomo che accetta, che magari c’ha pure moglie e figli, è tutto sommato nell’ordine delle cose (perché è la natura, no? Il maschio è cacciatore, si sa), mentre una donna che si offre è passibile di condanna immediata? (sta scritto nel Grande Libro del Patriarcato Incrollabile, è ovvio, ma soprassediamo)

4. Quelle che fanno così penalizzano le altre donne per bene, che certi compromessi li rifiutano → semmai è il sistema che penalizza le donne che non accettano questi compromessi. Di nuovo: l’uomo non è una parte passiva dell’ingranaggio. Se alcune donne adottano questa condotta è anche perché esiste un sistema, talmente consolidato che pare incrollabile, che ha penetrato le nostre coscienze al punto da apparirci naturale (come nel caso dello showbiz), che insegna che fare così è premiante. Il punto non è decidere se Tizia o Caia siano sante o puttane, se ci piacciano o no, se ci marcino sopra o meno. Il punto è che per la prima volta sembra possibile scardinare questo meccanismo e non vedo perché una donna, o un uomo intelligente, dovrebbero essere infastiditi — se non addirittura contrari —  a questa evoluzione.

5. Noi donne lo sappiamo SEMPRE → con questa ci si riferisce, invece, alla rapidità con cui possiamo capire che quell’uomo ha delle mire su di noi, che probabilmente stiamo prestando il fianco a una situazione scomoda, nella quale ci verrà chiesto qualcosa che non abbiamo intenzione di concedere. Anche questo, è vero. Non per tutte, ma per molte sì. Sappiamo che quando un tipo ci invita a vedere la collezione di farfalle, vuole altro, vero? Sappiamo che ritrovarci in una camera di hotel, o in uno studio con una jacuzzi al centro, può essere preludio di atti sessuali, vero? Quello di cui a volte non si tiene conto, tuttavia, è che spesso queste cose accadono a donne molto giovani. E sì, sì, sì, certo, ormai le pischelle sono sempre più sgamate, i nostri 19 anni equivalgono ai 13 anni di oggi, va bene, però fatemi un favore lo stesso: guardate nel vostro passato e ditemi se non avete scheletri nell’armadio, situazioni spiacevoli, tresche di cui vi siete pentite, imbarazzi che col senno di poi vi risparmiereste volentieri. Io sì, più d’uno. Il primo è Peppe Felisia, come lo memorizzai sul mio cellulare. Non mi piaceva, era basso e zarro, si attaccò a me in discoteca (Felisia era il nome della discoteca, per l’appunto) come una cozza, per tutto il tempo, quella sera. Finii persino a baciarlo quando, non so perché, mi ritrovai isolata dagli altri. Scrissi un sms al mio amico “Per piacere, sono dietro i tendoni bianchi, vieni a salvarmi”. Fine. Mentre ci pensate, però, immaginate che al posto di Peppe Felisia ci fosse un uomo potente, capace di avvicinarvi alla professione dei vostri sogni, in un contesto culturale in cui non era poi così peregrina l’idea di essere perlomeno “carine”. Certo, a voi non sarebbe successo, ma potete capire meglio che l’esperienza e l’età un ruolo ce l’hanno?

6. Poveri uomini, siamo arrivati alla caccia agli stregoni. Poi vi lamentate che non prendono più l’iniziativa. Grazie al cazzo. Rischiano di essere denunciati se solo vi invitano al cinema. → Adesso non esageriamo, per cortesia. Dire che questa ondata di consapevolezza non farà che rendere ancora più fragile e inconsistente l’identità virile, mi pare ardito e ancora figlio di una logica antagonista del rapporto tra i sessi. Una relazione trasparente, non offuscata dall’abuso di potere, non asservita alle dinamiche impari tra i generi, si fonda su una grammatica comune, che magari va raffinata ma che esiste già e che regola tutte le nostre interazioni sociali. Abbiamo detto che “noi donne lo sappiamo”, e allora diciamo che anche gli uomini lo sanno. Diciamo che non è poi così difficile leggere il consenso, in un rapporto. Esistono le parole, la comunicazione non verbale, i comportamenti. Possono essere soggetti a interpretazione? In parte, certamente. Se uno non è proprio una lince a cogliere l’apprezzamento femminile, a distinguere l’educazione dall’attrazione, e la cortesia dalla proposta indecente, per stare al sicuro, potrebbe adottare una semplice linea guida, che garantirebbe anche maggiore meritocrazia nel contesto professionale: non scopi con le persone con cui lavori. Punto. Non inviti e non accetti inviti. Punto. Tieni il pisello fuori dall’ufficio. Punto. Lì fuori, del resto, ci sono tutte le cassiere di Vittorio Feltri, che non aspettano altro che te.

7. Noi donne non siamo tutte agnelli indifesi!!! → È vero, l’immagine che ne esce delle donne è sconfortante, monocorde, sviluppata attorno a un unico asse narrativo, come se l’alternativa fosse esclusivamente “troia vs debole”. Fa parte del racconto che i media costruiscono attorno a questi fatti, non corrisponde alla verità. Esistono certamente le donne forti, capaci di sfanculare un porco, e di denunciarlo immediatamente, e di difendere la propria dignità e di rinunciare alla carriera che sognavano, oppure di perseguire comunque le proprie ambizioni con la consapevolezza di ottenere meno, ma non vale per tutte. Queste donne ci sono, vivaddio. Dimenticarle, sarebbe ingiusto. Ma, se ammettiamo che esistono le spregiudicate disposte a tutto, dobbiamo ammettere anche che esistono donne altre, più fragili (intellettualmente, culturalmente, psicologicamente), non per questo meritevoli di molestie. Mi sembra demenziale dirlo, ma a quanto pare è necessario farlo.

8. Allora domani mattina chiunque si sveglia e denuncia qualcuno di molestia/abuso/stupro, con decenni di ritardo e senza nessuna prova, e va bene così! Le carriere di queste persone sono rovinate! E così le loro vite private, pensa alla moglie di Brizzi! → Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa sia una molestia, cosa un abuso, cosa uno stupro, cosa un’avance, e invece ci muoviamo in questo calderone nel quale vale un po’ tutto e il contrario di tutto. In secondo luogo, esiste un terzo protagonista in questa vicenda: l’opinione pubblica. Famelica, ansiosa di schierarsi, smaniosa di emettere condanne capitali attraverso processi sommari e sempre pronta a dare visibilità ai millantatori, o alle vittime, o alle finte vittime, o ai finti millantatori. D’altra parte, siamo cresciuti osservando arringhe televisive e siamo diventati adulti tuonando sentenze in 140 caratteri. La pubblica gogna è esistita sempre, è sempre più ingovernabile e ci siamo dentro fino al collo, tutti. È il sistema mediatico che strappa like alla nostra riprovazione, che vuole scandalizzarci e indignarci quotidianamente, indurci al dileggio nell’ignoranza dei fatti, alimentando la macchina finché ce la fa, finché non ci viene la nausea. Siamo sempre liberi di ricordare che i processi non si fanno su Facebook, né su Twitter, né su Vanity Fair.

9. Mi sembra che adesso sia proprio una moda, quella di urlare alle molestie → generalmente detto come se tutte queste donne fossero mitomani, come se per tutte la denuncia fosse solo un pretesto per attirare l’attenzione, per farsi notare, per speculare, per recuperare un’ospitata da Barbara D’Urso; è comprensibile, del resto, che la faccenda prenda questa piega macabra. Un argomento di simile urgenza e delicatezza viene affidato a Le Iene (LE IENE), e poi rimbalza per giorni da un media all’altro, mentre il minestrone di opinioni viene rifocillato dalle dichiarazioni di Nancy Brilli, Alba Parietti, Sandra Milo (!) e il confine tra consapevolezza e gossip s’assottiglia fino a svanire, delegittimando un tema cruciale, rendendolo fenomeno di costume, argomento del momento, infografica, campagna video, hashtag, fanta-femminismo, quiz: “Dimmi come molesti e ti dirò che personaggio famoso sei”. La responsabilità di tutto questo, di nuovo, non è di chi denuncia ma di chi, attorno a quelle denunce, fomenta il prurito e la morbosità del pubblico.

10. Le vere violenze sono altre. Perché nessuno si occupa delle donne che subiscono soprusi veri? → E questa è l’argomentazione più pericolosa, perché ti fa pensare davvero alle donne che vengono violentate con la forza, a quelle che vengono picchiate dai mariti, a quelle che lasciano il loro compagno e quello poi si perita di fare un falò con il loro corpo. Ti fa pensare che una donna normale, sconosciuta, qualunque, che denuncia uno stalker viene letteralmente ignorata dalle autorità, finché quello non le lancia un barile d’acido addosso, finché non le fracassa il cranio, finché non la strozza o non l’accoltela 56 volte. E queste sono tutte cose serissime e gravissime, tanto più al cospetto di una qualsivoglia attricetta di serie B, che denuncia un regista che s’è fatto un raspone davanti a lei. E in effetti ci sta, sono livelli diversi, per questo non andrebbero mischiati, anche se afferiscono alla stessa sfera. Inoltre, per questa logica, dovremmo smetterla di lamentarci di qualunque cosa: “Fa freddo” — “Eh, vabbé, pensa agli esquimesi”; “Ho fame” — “Eh, vabbé, pensa ai bambini in Africa”; “Sono infelice” — “Eh, dài, pensa a chi ha una malattia incurabile”; “Mi hanno rubato l’iPhone” — “Eh, dài, pensa a chi ha ancora il Nokia”; “Vorrei una casa più grande” — “Eh, vabbé, pensa ai clochard”. È ovvio che esistano malesseri minori e malesseri maggiori. Ma sempre malesseri restano. Ognuno ha i suoi. Tra qualche settimana non si parlerà più di molestie e potremo tornare a concentrarci sui femminicidi. Non prima di aver degnamente celebrato la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulla Donne, condividendo bellissimi video, e fotografie, e poesie, e aforismi, sulle stesse bacheche dove la settimana prima abbiamo dato della bottana a questa o a quella.

In conclusione, la risposta che alcuni commentatori non colgono, è sempre nella cultura e la cultura cambia anche grazie a questi movimenti, che ci piacciano oppure no. Sono certa che nell’agenda degli argomenti femminili, per esempio, ne esistano di più impellenti. Sono certa anche che, a voler parlare dei diritti delle donne, si possano interpellare esponenti più autorevoli di Mara Venier. Tuttavia, mi piace pensare che se domani avessi una figlia, e quella tra vent’anni volesse tentare la carriera di attrice (perché ha studiato, è brava, magari pure bella), potrebbe farlo senza succhiare gioielli di famiglia a destra e a manca. Senza rischiare che un produttore 40 anni più vecchio di lei le chieda di spogliarsi al primo provino (salvo che il produttore non sia Rocco Siffredi, ovviamente, nel qual caso sarebbe un altro discorso).

Mi piace pensare che anche ciò che “Tanto si sa che funziona così” può essere cambiato. D’altra parte, al mondo, alla società, succede questo.

“Perché proprio adesso?” mi ha chiesto Frecciagrossa, il mio migliore amico gay, un po’ scettico sul tema.

“Perché oggi i gay possono sposarsi e 50 anni fa non potevano farlo?” gli ho risposto.

È la storia che fa il suo corso. È la cultura che matura. Il risultato di questo battage, forse, sarà che d’ora in avanti gli uomini in posizioni di potere ci penseranno qualche volta in più, prima di molestare o abusare di qualcuno, uomo o donna che sia. E questo, a me, di per sé, pare un progresso. Possiamo discuterne i modi, ma non possiamo ignorare la potenza di questa svolta.

D’altra parte, se l’umanità si fosse storicamente limitata a “Tanto si sa che funziona così”, probabilmente vivremmo ancora con la schiavitù, la dittatura, la segregazione, i manicomi, le lampade a olio, i pozzi al posto dell’acqua corrente e le carrozze trainate dai muli.

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.  

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

Tinder Chronicles 2 – Il conto da pagare

Sono uscita con il secondo tipo conosciuto su Tinder. Ci sono uscita in friendzone, o meglio, per usare un neologismo più preciso, coniato da un mio amico a cui devo riconoscerne la paternità, in no-fuck-zone, in quanto, di fatto, non si può definire “friend” uno che conosci da 5 minuti.

Il concetto di base resta comunque lo stesso: non si ciula.

Glielo avevo detto anticipatamente, a Tinder2, sostenendo “sei fuori dalla mia portata”, perché questo era uno dei match più fighi mai capitati e – come vi ho già spiegato – sono in un periodo profondo e sensibile della mia vita, per cui esco solo con i belli (per lo meno se sono rimediati sulla più popolare dating app del momento).

Ci esco senza tirarmi a lucido ma rendendomi giusto presentabile e lo incontro tardo pomeriggio-ora aperitivo in modo da divincolarmi eventualmente con “Devo raggiungere gente a cena” qualora si riveli una sòla umana.

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Così non è stato, ce la siamo chiacchierata, raccontata, ho collezionato nuovo materiale umano, bevuto vino bianco fermo, abbiamo parlato di lavoro, di amicizie, di relazioni, di Tinder, di socialità milanese, di locali, di standard estetici, di chirurgia plastica, di altri date. E per me è stato come sempre un utile esercizio dialettico perché, naturalmente, io e Tinder2 non avevamo assolutamente un cazzo in comune, ma proprio nulla, dalla provenienza geografica, al vissuto, ai gusti musicali, alle abitudini e alla tipologia di lavoro svolto.

La serata si è rivelata non memorabile, ma piacevole, e tutto è andato liscio fino al momento in cui ho fatto una macabra scoperta, rovistando nella mia borsa: avevo dimenticato il portafogli a casa (nello zaino della palestra), cazzo.

Mi astraggo per qualche secondo, pensando che – merda – ho pure ordinato il secondo bicchiere e non ho cash, ma nemmeno carte, ma nemmeno il libretto degli assegni e così, mentre lui mi spiega che gli piacciono le tipe come Melissa Satta e io confermo che non gliela darò mai per principio, mi chiedo come gestire la situazione. Così lo interrompo su “A me piacciono filiformi, anzi no, sportive” e gli dico qualcosa tipo “Senti, è successa una cosa che mi imbarazza molto, ma mi sono appena accorta di non avere con me il portafogli, però quando usciamo se vuoi passo da casa mia che è qui vic...”.

Tinder2 mi interrompe, mi dice che naturalmente non c’è problema, che avrebbe pagato lui, ci mancherebbe. Che paga sempre lui in queste situazioni, anche quando le tipe sono (f)rigide e non simpatiche come me (che comunque sono anche carina eh, non devo dire quelle cose che gli uomini sono fuori dalla mia portata, che ho delle belle gambe lunghe e si vede anche se ho il jeans, che ho la maglia larga ma che dovrei mettere più in mostra, che tirata “come dice lui” non sono mica male, così gli rispondo che sì sì, non è che sono un mostro – infatti, non hai dei brutti lineamenti – no no, lo so, ma ho delle occhiaie pazzesche, mi fanno schifo i miei denti e ho un brutto culo – perché? – perché è piatto – eh, brutta storia – lo so, vorrei tanto avercelo il culo a mandolino, ma non ce l’ho – t’ammazzi di squat almeno? – no mi fanno male le ginocchia, faccio quelli per handicappati, con il pallone, appoggiata al muro – ah però – si vabbé, ma è una battaglia persa).

Poi torno sul topic e insisto, dico che mi spiace, che se ci rivedremo offrirò io. Lui mi tranquillizza, in maniera in verità molto carina, e da lì iniziamo a disquisire di questo spinoso argomento, pour parler, ovvero la gestione del conto da pagare tra uomini e donne, confrontando il suo punto di vista virile con il mio vaginale.

Lui mi dice che la maggior parte delle donne da per scontato che a pagare sia l’uomo e che moltissime non fanno nemmeno la parte (che sarebbe quella gag per cui tiri fuori il portafogli quando arriva il conto e dici cose come “Senti per piacere, non devi, possiamo dividere, insisto, guarda che le lotte femministe del 68, guarda che siamo emancipate, guarda che lavoriamo, abbiamo la patente e anche il diritto di voto e blablabla” alla quale lui deve tuttavia, improrogabilmente, rispondere che no, che paga lui, punto e basta e così dev’essere perché se per caso quello ha la sciagurata idea di fare 50 e 50 – a meno che non sia davvero SOLO un amico forever – a noi scende la catena in un modo che non ne avete l’idea).

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Inoltre qualsiasi estremizzazione di questa dinamica risulta ulteriormente grottesca, per esempio quelle situazioni in cui alla cassa tiri fuori il contante ed entrambi avete una banconota in mano e la porgete al ristoratore, il quale rimane interdetto, e tu gli dici “ei, ei, sono una donna evoluta, prendimi in considerazione” ma quello inevitabilmente tenderà ad accettare il pagamento dal maschio, non da te. E mentre uscite dal locale vi augurerà buona serata, sperando che per lo meno tu gli offra una fellatio di cortesia.

Insomma, forse Tinder2 ha ragione. Tendenzialmente è socialmente previsto (da noi, ma anche dal ristoratore che ci ignora mentre gli porgiamo il contante o la carta) che a pagare sia l’uomo. E questa cosa vale a prescindere dal tipo di rapporto che intercorre tra le parti, che siano una coppia, che siano amanti, che siano sconosciuti, che te la darò, che non te la darò, che non ci rivedremo mai più.

Scartabello nella memoria le mie esperienze e quelle delle mie amiche, i commenti che ho ricevuto, e per quanto mi renda conto che questa dinamica non sia particolarmente giusta, piuttosto sessista, formalmente obsoleta, antipatica persino, non ci sono cazzi, funziona così.

Chiaro è che ci deve essere equilibrio, dico, non è che una debba approfittarsene e diventare una tassa fissa a carico del povero uomo. Io sono per una divisione iniqua dei costi, del tipo 60 e 40, 70 e 30, a seconda dei casi specifici.

Però tocca ammettere che, tendenzialmente, se sei uomo è statisticamente probabile che il tuo reddito sia superiore al mio, e poi è una questione di etichetta, di cavalleria, e per lo stesso motivo per cui io non esco con te con i baffi in faccia e il pube di un orango, perché la cultura mi impone purtroppo di non essere Frida Khalo, ebbene per la stessa ragione culturale tu puoi anche offrirmi la cena (che non deve essere per forza da Cracco, ma pure dallo Zozzone della Periferia, va bene); del resto io quei soldi li ho devoluti all’estetista, o al parrucchiere, o all’ultima crema antirughe, o al mascara – hai un’idea di quanto costi un mascara? – per risultare gradevole ai tuoi sensi.

Quindi, uomini, non siate spilorci, perché la generosità è una dote che noi donne apprezziamo e il braccino è un difetto che non perdoniamo (peggiore persino del Minipeny).

Offrite e fatelo di buon grado.

Assolutamente NON accettate il fifty fifty, che è veramente cheap (immaginate Nanni Moretti che mi schiaffeggia adesso)

Al massimo, mentre la donna di turno insiste, rispondete “La prossima volta” o “Il prossimo giro”

E se quella non fa nemmeno la parte, beh valutate se vi risulta sufficientemente figa da essere a vostro carico come manco un figlio.

Per contro, voi, donne, non andate in bagno a incipriarvi il naso nel momento esatto in cui il conto arriva a tavola.

E non insistete nemmeno oltremisura se quello dice che offre lui, che diventate moleste. Accettate che offra e basta, non è attraverso il conto da pagare che passa il vostro femminismo. O se lui offre la cena, voi offrite gli amari che andate a bere dopo.

E ogni tanto, tipo 1 volta su 3, offrite voi e mettetelo in chiaro da principio “stasera offro io”.

E non accettate obiezioni.

Educateli a pensare che siamo abbastanza equilibrate da accettare che offrano loro, e da decidere quando offriamo noi.

Che dite, vi fila così?

Allo specchio

Dovrei mettermi la crema in faccia ogni sera e ogni mattina, lo so.

Dovrei usare il contorno occhi. Dovrei rismettere di fumare.

Dovrei dormire, Cristo, guarda che occhiaie. Neanche il miracoloso correttore Kiko da 4,99 può nulla. Diventano grige invece che nere. Passo da Zio Fester a Spud di Trainspotting.

E poi le rughe. La grana. Il tono.

Dovrei mettermi l’olio dopo la doccia. Dovrei idratare. Dovrei fare lo scrub. Dovrei ricominciare con i massaggi.

Dovrei fare come le mie amiche, che prendono pasticche per pisciare di più, riducendosi ad avere la stessa autonomia vescicale di un colibrì. Tutto per combattere la ritenzione idrica in previsione della prova costume.

Dovrei chiedermi perché le unghie si sfaldano o perché i capelli cadono come se il periodo delle castagne durasse 12 mesi.

Dovrei svegliarmi prima al mattino e dovrei truccarmi. Ogni giorno. Perché non ho più 18 anni e la differenza con e senza make-up adesso si vede.

Dovrei impegnarmi di più a mostrare il meglio di me. Dovrei fare come tutte. Sarebbe giusto. Sarebbe intelligente.

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Invece continuo a pensare che invecchiare non sia una colpa e che la bellezza non sia un merito, se non in parte.

Continuo a pensare che ci siano urgenze più serie cui far fronte nella vita, rispetto alla buccia d’arancia. C0ntinuo a pensare che ci siano attività più interessanti da intraprendere, nel mondo, invece che ossessionarsi per essere perfette, cosa che peraltro non saremo mai, salvo dedicare 3 ore al giorno alla cura estetica di noi stesse (e, con tutto il rispetto, 3 ore al giorno te le puoi concedere solo se sei estremamente ricca e/o estremamente fancazzista). Perché nella vita vera, a parte essere esteticamente gradevoli, facciamo altro: lavoriamo, viaggiamo,  mandiamo avanti una casa, a volte una famiglia, andiamo in palestra, dal parrucchiere e dal fruttivendolo, stendiamo il bucato e a volte lo stiriamo e, purtroppo, non abbiamo Diego Della Palma segregato nel mobile del bagno, pronto a renderci splendide in ogni momento della giornata.

No, non sto dicendo che dobbiamo diventare donne di Neanderthal, non curarci, mangiare solo pringles e mars facendo come un’unica attività fisica i 5 passi che ci distanziano dal cesso. Tanto meno sto dicendo che dovremmo intraprendere una crociata proto-femminista contro le case cosmetico-farmaceutiche che campano sui culi flaccidi delle donne ricche di mezzo mondo.

No. Semplicemente: se mi va di uscire a bere una birra e non ho 30 minuti da dedicare al make-up, sono libera di andare senza farmi inutili atti di onanismo cerebrale; se ho la ritenzione idrica e vado al mare, non devo sentirmi a disagio, son lì per godermela non per fare una sfilata e concorrere a Veline di Antonio Ricci.

Semplicemente: se desidero che la società smetta di pesarmi solo su quanto sono figa o quanto sono cessa, forse io per prima devo smettere di usare questa unità di misura per me stessa e per le altre donne.

Vedete, spesso gli uomini ci dicono che vediamo sempre difetti, che siamo sempre insoddisfatte, che siamo insicure. Vorrei vedere loro, se subissero la metà dell’aspettativa estetico-sociale che subiamo noi. Stai attenta al peso, stai attenta alla pelle, stai attenta alla cellulite, stai attenta ai capelli, stai attenta ai capillari, stai attenta alle smagliature, stai attenta ai peli, stai attenta alle rughe: devi stare attenta a così tante cose che è difficile tu possa stare attenta a tutto. Che è  difficile tu possa sentirti completamente a posto. Che è programmatico che tu sia sempre in parte insicura, che tu senta sempre di dover mettere qualcosa a posto di te, che ti senta in colpa a invecchiare (ed ecco che donne intelligenti e belle si devastano di botox, snaturando completamente i propri lineamenti, per esempio).

Fatto sta che io, quando mi guardo allo specchio, in tutti i difetti che vedo, non trovo qualcosa di più brutto rispetto a ciò che vedevo 10 anni fa. Trovo qualcosa di diverso, semmai. Trovo una donna, dove prima vedevo una pischella. Sono invecchiata. Certo. Lo vedo. E se mi guardo attentamente, analizzando le mie predisposizioni genetiche, so già che il mio collo imploderà nel quintuplo mento e che le mie guance tenderanno al suolo come quelle di un Mastino Napoletano. Sono invecchiata. Invecchierò ancora. E allora? Valgo meno come donna? Ma manco per la minchia.

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Voglio dire che quelle occhiaie, che fanno oggettivamente cacare, sono un pezzo di me, delle mie inquietudini e della determinazione che mi fa lavorare la notte (no, non in circonvallazione), invece che dormire.

Voglio dire che quella ritenzione idrica sulle chiappe, fa parte del mio essere femmina. Fa parte del mio essere donna ed essere donna è più erotico di qualsiasi culo marmoreo (posto che i culi marmorei sono e restano cose bellissime).

Per carità, magari tra 1 mese cambio idea, magari tra un mese mi passa questo mood da fondamentalista bio-eco-friendly, ma per ora è così. Per ora mi  accorgo che sto invecchiando e non voglio nasconderlo.

Nemmeno agli uomini. Soprattutto agli uomini.

Quando ho un appuntamento a stento mi trucco e gli outfit sono molto più castigati d’un tempo, con tessuti mediamente sintetici che ammantano insensatamente sia le tette che le cosce. Non so da cosa dipenda esattamente. Forse è solo che non mi interessa più impressionare nessuno (diversamente da quando andavo in giro con minigonne raso-fica e tacchi da baldracca, evidentemente). Forse è solo che non mi interessa attirare tanti uomini. Forse preferirei, nel caso, attirarne uno intelligente, magari perché lo faccio ridere. Forse è solo che penso che se uno ha occhi, e orecchie, e naso, e tatto, e pelle, arriva lo stesso. O forse è solo che voglio che mi veda così. Come sono.

Senza trucco, senza plateau, senza ciglia finte, senza lenti colorate, senza push up, senza guaina contenitiva.

Anzi, voglio che mi veda al peggio e che sopravviva a quello.

Voglio che veda le mie occhiaie, le mie rughe, la mia ritenzione, i miei 10 kg di troppo, i miei capelli sfibrati.

Voglio che veda la mia età.

Voglio che veda le mie rinunce.

Voglio che veda le mie conquiste.

Voglio che tocchi la mia vulnerabilità.

Voglio che s’innamori della mia forza.

Poi viene tutto il resto.

Sparso, tra gli occhi e le caviglie.

Dalle clavicole, per le labbra rosse.

Fino alle ginocchia.

Forse è solo che. Per ora. Al momento.

Perché Io Vengo

Spesso mi hanno chiesto se fossi femminista.

Io ho sempre risposto di no. Anzi, le femministe mi stanno pure parecchio sulle palle, che se si facevano i cazzi loro magari a quest’ora passavo la giornata a infornare dolcetti senza alcuna pretesa, invece che fare la pezzente in carriera a Milano, e magari ero più felice.

Loro si son beccate la minigonna e la libertà di darla in giro con meno sensi di colpa, noi ci siamo puppate la ceretta brasiliana e l’implosione della virilità in una bolla di proto-maschi, terrorizzati dalle donne cosiddette emancipate. Evolutesi dalla condizione di angeli del focolare, infatti, le nostre post-femministe – sotto una spossante e costante sollecitazione alla perfezione personale e sociale – si trasformano in flagelli del demonio: incazzate, nevrotiche, acide, impegnatissime, ciniche, stronzamente complicate e, nei casi migliori, sole, con una sindrome premestruale che arriva a durare 20 giorni al mese e che può essere sfogata al massimo piangendo per i giudizi di Carlo Cracco a Masterchef *(tutti quelli che volessero sorbirsi il pippotto semi-serio sul femminismo contemporaneo, seguissero l’asterisco al fondo del post. Io comunque ve lo sconsiglio)

Quindi no, io non sono una pornofemminista divoratrice di scroto sotto sale.

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Tanto più quando mi succede di vedere cose come questa:

http://video.corriere.it/berlusconi-imbarazza-signora-ma-lei-viene/21f0605c-73a7-11e2-9084-585ed48470f3

http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/berlusconi-scatenato-con-l-impiegata-quante-volte-viene/118987/117473?ref=HRER1-1

Perché ciò che provo, guardando questo video, osservando questo vecchio erotomane alla deriva, questa caricatura della caricatura, questo grottesco latin lover alto 1 metro e un bananito, noto a tutti come Silvio Berlusconi, ecco ciò su cui io mi soffermo, è lei.

Lei. Meravigliosa. Di classe, poi, capace di abbinare i colori come solo un daltonico sotto chetamina potrebbe fare.

Lei ammicca. Sorride. Risponde, sveglia. Accipicchia, proprio un peperino, questa Signorina Silvani!

Ma certo. Cosa volevamo che facesse, lei? Che restasse seria? Che mortificasse Tutankhamon facendogli capire che questo umorismo da 12enne durante la lezione di Scienze sulla riproduzione umana ha rotto il cazzo? Che sono finiti gli anni del Bagaglino? Che il suo approccio da film di Jerry Calà è offensivo e che l’Italia non è solo un paese popolato da zoccole? Cosa volevamo che facesse, lei, che in quel momento incarnava il nostro genere, che era l’unica donna su quel palco. Lei che era lì, dopo tutti gli scandali e la feccia, dopo tutte le Noemi, e le Ruby, e  le Minetti, e le D’addario, e le Gelmini, e le Carfagna, dopo tutte le precarie che “le consiglio di sposare un milionario”, cosa pretendevamo da quel povero cesso multiorgasmico?

Volevamo mica che rispettasse la sua sessualità? Volevamo mica che rivendicasse il suo ruolo di professionista e non di fica-fregna-patata-sorca-passera? Volevamo mica che dimostrasse che le donne sono ancora capaci di indignarsi, perché hanno ancora una dignità? Perché se un vecchio calvo con la faccia marrone fa davanti a tutti allusioni così squallide sul tuo piacere sessuale, tu, testa di cazzo, devi indignarti.

Perché se non ti indigni, ti fai trattare come un oggetto sessuale, come un freak da cinepanettone, presti il fianco a questa idea malsana per cui la molestia sia lecita, simpatica persino. Invece fa schifo. Fa schifo lui. Fa schifo quella manica di idioti che ride lì con lui. E fai schifo anche tu, reginetta dell’amplesso, che fai il suo gioco, che lo assecondi, che gli fai pensare che comportarsi così vada bene.

E no, non penso di esagerare. Perché possiamo essere libere, possiamo giocare con il sesso, possiamo darla via o passarci sopra SaratogaIlSiliconeSigillante, possiamo essere riservate o parlare della nostra sessualità, scherzarci su persino e va bene, ma con chi diciamo noi, quando diciamo noi e come diciamo noi. E su questo non ci sono cazzi.

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Viceversa, quelle donne che continueranno a ridere di questo sessismo da discount, privo persino di testosterone; quelle che continueranno a essere complici di questi omuncoli, che continueranno a dargliela sperando di ottenere dei benefici, delle scorciatoie; quelle che scimmiotteranno questo patetico sessualcameratismo tra generi; quelle che faranno tutto questo, dovranno abdicare al loro diritto di lamentarsi degli uomini, in qualunque caso. Anche quando il marito le mollerà per una moldava 22enne. Anche quando un 50enne si scoperà la figlia appena maggiorenne. Dovranno tacere, perché tutto questo sarà frutto di una cultura che avranno contribuito ad alimentare. E loro, rispetto a quegli uomini, non varranno una cicca di più.

Detto ciò, siccome la mediocrità stanca, io mi auguro che la maggioranza di questo paese non sia più composta da donne e da uomini come questi. Che se così fosse sarebbe l’evidente e insindacabile dimostrazione che l’Italia è una fogna. E nelle fogne solo le pantegane possono camparci.

Amen.

PIPPOTTO SEMI-SERIO SUL FEMMINISMO (io comunque ve lo sconsiglio)

**Non sono femminista. O forse lo sono senza accorgermene, per un habitus culturale che ho. Forse lo sono nell’unico senso in cui si possa esserlo oggi: senza delirio e senza entusiasmo, perché noi abbiamo visto la spinta propulsiva dell’idelogia ritrarsi, e ora c’è la risacca, che è quel naturale scarto che c’è sempre tra la teoria e la pratica. Qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica. Quindi no, io non sono una femminista nel senso tradizionale del termine, io non credo che siamo migliori degli uomini, e neanche che siamo peggiori. Credo anzi che siamo diversi e che questa diversità dovremmo custodirla invece che pensare velleitariamente di appiattirla sotto una parità che non sarà mai concreta e che non ci fa nemmeno davvero gioco. Io non sono una femminista, ma rispetto la femminilità. La amo e ci tengo che sia amata. Mi sforzo per comprenderla e ci tengo che sia compresa. La critico perché voglio migliorarla. Rispetto così tanto la femminilità da poter parlare di “vagina” senza offendere nessuna donna intelligente.