Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Duemilaquattordici

Come ogni anno, a Natale, sono tornata a casa, la casa vera, nella terronia in cui ci scambiamo l’amore profondo dandoci i baci più alti del mondo. Sono tornata e ho ritrovato la mia famiglia, mia zia che confonde l’altezza con il sovrappeso e sostiene che “grossezza è mezza bellezza”, i miei cugini, i miei pochi amici rimasti giù e tutti gli altri, emigranti, rincasati all’ovile in occasione della santa ricorrenza.

taranto inverno

Ogni anno è tutto uguale, anche se ogni anno qualcosa cambia. Anche se ogni anno ho paura che l’anno dopo non sia lo stesso, che noi putridi sentimentali c’abbiamo la nostalgia prima ancora di vivere e questo si sa, che prima o poi la gente smetta di tornare, che inizi a figliare, che viaggiare diventi un casino e che boh, ci vedremo tutti di meno. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto, eccezione fatta per il fatto che non riusciamo più a digerire i ritmi alimentari del sud come un tempo e che non siamo più disposti ad acquistare alcol di risulta per le nostre feste. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto: le serate nello stesso locale di sempre con i suoi cocktail a 4 euro e cinquanta; la tradizione del 27 a casa mia a giocare a poker; l’euro al parcheggiatore abusivo che ti chiama “Capo” se sei maschio e “Dottoré” se sei femmina; le polemiche sulle regole dell’Asso che Fugge; lo scopone scientifico alla fine di tutte le serate; il superpuzzone tarantino fumato su un balcone di periferia; i cani randagi che abbaiano in lontananza; l’umido della notte sopra le macchine e le nostre chiacchiere sopra l’alba inquinata; Viola Valentino nella playlist di Capodanno; la passeggiata al mare d’inverno; l’espressino con cacao; la cucina di casa che profuma di qualcosa che la Vagina Maestra ha appena infornato; gli acciacchi che aumentano; la voglia di stare insieme; gli abbracci lunghissimi; le risate; le lacrime; le confessioni; i ricordi; i progetti; devo fare il check-in; devo fare la valigia; no, non la voglio la scamorza affumicata da portare; che paranoia; rivediamoci presto; per piacere, andate.

E poi c’è l’anno che passa e quello che arriva. Ci sono quelli che dicono: “Speriamo che il nuovo anno sia migliore del precedente”, che io li prenderei a sberle, ma proprio da farci girare la testa stile Esorcista di 360 gradi netti netti. Non si dicono queste cose. Non si dicono per due ordini di ragioni. Il primo, scaramantico. Nel senso che proferire simili amenità corrisponde a sigillare un patto di sfiga atomica con i successivi 12 mesi. Il secondo, razionale. Nel senso che – a voler fare dei bilanci (attività che a noi vagine piace molto assai) – bisogna essere oggettivi e ammettere che – salvo disgrazie eclatanti – l’anno appena trascorso può non averci portato tutto ciò che avremmo voluto, ok, ma sicuramente ha avuto in sé anche qualcosa di interessante. Qualcosa che ha aggiunto dei pezzi. Qualcosa che ha contribuito a renderci un poco mejo e un poco peggio di quelli che eravamo.

Per quanto mi riguarda, per esempio, il 2013 sicuramente non mi ha portato l’amore of my life, non la ricchezza e persino la salute se l’è ciulata un po’. Però, a onor del vero, mi sono capitate cose che non mi erano capitate mai:

1. Non mi era mai successo di organizzare un’asta benefica di sex toys

2. Non mi era mai successo di restare a terra con la macchina

3. Non mi era mai successo che mi sbagliassero colore dei capelli, trasformando la mia criniera in un agglomerato inconsulto color giallo paglierino con venature arancioni

4. Non mi era mai successo di avere una relazione con un uomo di colore

5. Non mi era mai successo di andare in vacanza con sole coppie e stare bene

6. Non mi era mai successo di avere una rubrica su Cosmopolitan e una su Linkiesta

7. Non mi era mai successo di stressarmi al punto da farmi venire una tiroidite

8. Non mi era mai successo di volere un toy boy di 25 anni

9. Non mi era mai successo di preparare le mozzarelle in carrozza per i miei amici

10. Non mi era mai successo di andare alle terme

11. Non avevo mai rifiutato di scrivere un ebook per Mondadori

12. Non avevo mai pensato di trasferirmi all’estero

13. Non avevo mai visto i Depeche Mode dal vivo

14. Non avevo mai visto la mia faccia sul Fatto Quotidiano

15. Non avevo mai passato il San Valentino con la Vagina Maestra, in ospedale, capendo qual è l’amore più grande e incontrastato della mia vita

16. Non avevo mai saputo che una delle mie migliori amiche si sposa

17. Non avevo mai saputo che uno dei miei peggiori ex si è sposato

18. Non avevo mai smesso di fumare

19. Non avevo mai desiderato avere un figlio marroncino

20. Non avevo mai visto una mostra straordinaria su David Bowie al Victoria & Albert Museum di Londra

E queste sono giusto alcune delle cose che mi vengono in mente.

ioraffy

Cosa porterà il 2014 lo scopriremo.

Non posso che augurare che porti novità, curiosità, desiderio.

Che porti coraggio per essere ciò che siamo.

Che porti amore e comprensione. Energia per superare certi limiti e serenità per accettarne altri.

Che porti sesso di buona qualità. Se vogliamo esagerare, persino un po’ d’amore.

Che porti emozioni e crescita. Conferme e smentite.

Che porti mani da stringere e strade nuove da intraprendere. Ricche di curve e salite, che le curve e le salite non ci spaventano. Purché in cima, ad attenderci, ci sia un bel panorama.

Buon anno a tutti!

Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del superpuzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

La Feria Vaginale

Oh, sto in ferie, cazzo!

E c’ho proprio voja de sta bene: vojo riposarmi, rilassarmi, divertirmi se capita. Vojo abbronzarmi, vojo bere Birra Raffo e pagarla 1 euro a bottiglia. Vojo fumare vurpi e chiacchierare fino a notte fonda. E almeno una volta vojo tirarmi a lustro come una fichetta di periferia, per sfoggiare i sandali dorati che non uso più.

Vojo coccolare tantissimo la Vagina Maestra e vedere se dal vivo riusciamo a parlare come quando io ero più piccola e lei più giovane. Vojo nuotare fino alla boa con mi padre, arrivare al largo, riposarci facendo il morto a galla – che io c’ho sempre avuto il culo troppo pesante per rilassarmi sul serio facendo il morto-, e poi tornare a riva. Vojo sapere come stanno gli amici miei, quelli di cui non so più un cazzo: quelli che convivono, quelli che espatriano, quelli che restano dove sono sempre stati, quelli che si sposeranno per primi, quelli che c’hanno ancora tutto da ridefinire.

Vojo uscire la sera, guardarmi intorno e pensare che sono tutti più giovani di me. Vojo evitare certi sguardi e vojo cercarne altri. Vojo mangiare la carne arrostita alla villa di mia zia. Vojo chiacchierare di politica con i miei cugini operai. Vojo sentirmi diversa e uguale. Vojo praticare il mio sport estivo preferito: il tressette da spiaggia. Vojo tornare da mare e, lercia di salsedine, svaccarmi sul dondolo in giardino. Vojo aprire il frigorifero a tutte le ore e trovarlo pieno. Vojo scattare tante fotografie. Vojo parlare con persone nuove, che abbiano qualcosa di nuovo da dire. E vojo parlare con le persone di sempre, che abbiano sempre le stesse cose da dire e vojo che me le dicano in dialetto. Vojo inciampare nei mille ricordi di quando fumare alla Baia di notte, seduti dentro una barca, tra carcasse di Raffo vuote e  mare era roba da sentirsi proprio fichi. Vojo piantarmi sulla mia spiaggina* per ore e vojo cuocermi. Vojo lamentarmi di come funzionano male le cose giù e vojo dire quanto amo il sud. Vojo fissare i muretti a secco e il verde intenso degli ulivi mentre smadonno incolonnata di rientro dal mare, facendo la strada interna – mica la litoranea – che è una cosa che mi fa sempre sentire inutilmente furba. Vojo magnare un’impepata di cozze al tramonto, con la signora cicciona e tettona che ci porta la pentola al tavolo e il pane da inzuppare nel succo di cozza original.

Vojo sbattermene della mia pancia e a chi mi dirà che ho il culo grosso, risponderò che non si può dire altrettanto del suo uccello.

Vojo ubriacarmi con 20 euro. Vojo flirtare ed essere frivola. Vojo essere forte e sbattermene. Vojo ridere in faccia a chi non mi saluterà e vojo guardare fisso negli occhi chi mi ferirà. E dirgli addio.

Vojo alzare il volume dei Kings of Leon mentre guido verso casa e le strade sono vuote e i semafori lampeggiano.

Vojo che i miei amici alle 4 del mattino si fermino nel mio giardino per il curcaletto.

E vojo guardarli andar  via, che è già alba.

*Dicesi “spiaggina” la seggiola bianca (in foto) comunemente utilizzata sui litorali per appollaiarsi sulla battigia a prendere il sole. Apparentemente appannaggio esclusivo dell’animale balneare di estrazione cozzara, la spiaggina è stata sdoganata anni orsono, nonostante la sua radicale anti-esteticità e nonostante induca a una posizione quasi-seduta che rimane alquanto fat-unfriendly, evidenziando la presenza dei celeberrimi “taralli”, assai più di quanto non avvenga stando stesi su un asciugamano/lettino/materassino. Il punto, tuttavia, è che la spiaggina è una specie di ritrovato paradisiaco, la quintessenza del benessere vacanziero, permette di non patire il caldo (essendo tecnicamente con piedi e culo a mollo), di fare salotto con amici e conoscenti, di abbronzarsi in maniera eccellente, di tracannare birra e fumare, con sempre qualche baldanzoso giovine che ti porti una raffo o una sigaretta, lasciando inalterato il tuo status di pachiderma in relax. La spiaggina è economica, leggera, è un investimento da consigliare a tutte le persone a cui tenete. Per capirci, la spiaggina è una protagonista indiscussa della mia personale visione del paradiso.  Se decidete di fare il grande passo e di acquistarne una, non siate spilorci. Badate bene. La spalliera deve essere alta tanto da permettervi di appoggiare anche la testa, se no il vostro sarà un acquisto monco e la spiaggina del vicino sarà sempre più allettante della vostra. Non lesinate su quei 3 euro in meno, la plastica dev’essere buona, viceversa la spiaggina si rompe. Ogni tanto, dopo il mare, sciacquatela con la pompa, altrimenti la salsedine – a lungo andare – ne compromette la tenuta e voi dovete avere a cuore la salute della vostra spiaggina. Infine, quando siete in gruppo, state sempre molto attenti a non mollare mai il campo. Lasciare la spiaggina incustodita vuol dire voltarsi, dopo 2 nanosecondi, e trovarci uno stronzo qualsiasi seduto sopra, per questa strana percezione che la spiaggina sia un bene collettivo.

NO.

La spiaggina è INDIVIDUALE.

Specie quella delle figlie uniche!

[a questo punto mi aspetto di ricevere uno stock di 8 spiaggine omaggio dal maggior produttore italiano di spiaggine].

Luglio col male che ti voglio

A luglio divento simpatica come un incrocio tra Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara. Non che negli altri 11 mesi dell’anno io sia un gioiellino. Ormai lo so. Non mi spaventa più questa feroce metamorfosi estiva, che da vagina mi trasforma in mostro a tre teste.

Luglio è il mese più difficile di tutto l’anno. Il lavoro si moltiplica, la verve si dimezza e, tecnicamente, l’unica parte di me che arriva preparata alla prova costume, è la pazienza, sapientemente prosciugata da una dieta tisanoreica nello spirito.

luglio, le mie miserrime energie si concentrano così tanto per sopravvivere all’apnea pre-vacanziera, che non ne ho a sufficienza per dissimulare la mia vera natura.

La mia personalità emerge e io mi manifesto agli esseri viventi a me più prossimi in tutta la mia deplorevole essenza: impaziente, intollerante, irrascibile, intransigente, annoiata, acida che in confronto mr muscolo idraulico gel sarebbe acqua rocchetta.

Divento insofferente , non riesco nemmeno a fare quel tentativo ipocrita, che di solito faccio, di sembrare tutto sommato carina, o cordiale. A luglio se mi stai sul cazzo non c’è uno solo dei miei 312 muscoli facciali che riesca a dissimulare il mio sentire. A luglio io sudo già perché non ho l’aria condizionata, non posso sudare anche per non dire quello che penso. A luglio io sono incazzata, sono stanca, sono in premestruo per un mese intero e se tu sei un/a inetto/a, per quanto mi riguarda puoi essere anche il prodotto geneticamente claudicante della fornicazione tra Umberto Eco e Rita Levi Montalcini,  ma se idiota sei, da idiota ti tratto. Non è cattiveria, è che non ho le energie socialmente auspicabili per evitare di essere me stessa.

Vorrei pure essere diversa. Mi piacerebbe sopportare meglio chi frigna, chi mastica con la bocca aperta, chi non sa usare la punteggiatura e dissemina il testo di doppi spazi, chi si lamenta del lavoro dopo un weekend lungo in Sardegna, chi dalla vita ha avuto tutto pronto, chi è viziato, chi non ce la può fare perché non ha mai dovuto farcela con le sue forze. Mi piacerebbe non provare disprezzo e non assumere un atteggiamento di sufficienza infastidita e fastidiosa. Ma non ci riesco. E non ho le energie per provarci sul serio. E se avessi energie, le spenderei per fare gli addominali.

A luglio mi svuoto così tanto che sopporto a mala pena me, figurarsi gli altri.

A luglio potrei sbadigliare in faccia a un discorso che non mi interessa. Potrei non ridere a una battuta che non mi fa ridere. Potrei dire che un regalo mi fa cagare, se mi fa cagare. Potrei dire che un piatto fa schifo, se fa schifo. E via discorrendo.

Lo diceva anche Frecciagrossa85, quando eravamo giovani, che quando ero stanca diventavo acida e lo trattavo male. E siccome me lo diceva mentre ero stanca, io gli rispondevo che non sopportavo il suo essere polemico. Poi litigavamo furiosamente, quasi sempre di notte, e poi facevamo pace dividendoci un twix. Perché è finocchio. Fosse stato etero, probabilmente avremmo fatto pace chiavando come solo i ricci sanno fare.

Ma, in sostanza, io a luglio divento una persona insopportabile, perché smetto di sopportare.

L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

Margherita Hack è una porca

Oh, buon anno.
Spero che le vostre ferie siano andate bene e spero soprattutto che siano finite, come le mie. 
 
Detto ciò, dei miei 9 giorni trascorsi in terra puglica posso dire che:
 
1. da un punto di vista alimentare ho deciso di annullare il confine tra la donna e la vacca, assumendo prelibatezze puramente terrone in quantità per lo più sconsiderata e con uno struggimento tale che pareva fosse l’ultima volta che me le magnavo nella vita (sapete, quella menata della fine del mondo…)
 
2. il bello di essere terrona e di vivere al nord è che quando torni al sud trovi alcune delle “innovazioni” del nord – che arrivano adagio, in ritardo, come gli aerei che piglio io – tramutate e rese, inspiegabilmente, oggetto di offesa ai danni del cittadino medio. Per esempio, nella mia città, all’alba del 2012, se so inventati i DOSSI. Che me sta pure bene che metti i DOSSI lungo la strada, così, ad minchiam, che se io non ce lo so che ce sta er dosso (e sicuramente non ce lo so perché in 20 anni lì non c’è mai stato un dosso) e tu nun me metti una lampadina, chessò, na fiammella alla citronella, un fiammifero, qualcosa che me permetta de vedé un minimo, e se io so già impegnata a non investì un par de cani randagi e a scostà le 13 voragini presenti su 20 metri di manto stradale (che la superficie lunare a confronto delle strade de casa mia se sente na dilettante), ecco poi è normale che io me devo frecare le sospensioni, o le gomme, o gli ammortizzatori. E nun va bene così. Un po’ come la scelta deliberata di introdurre le rotatorie nelle zone nevralgiche del traffico cittadino, così, senza un lavoro preparatorio sulla psiche del povero guidatore meridionale da sempre abituato a seguire la regola dell’ “incrocio a futt cumbagn” (anche noto come “fotti il prossimo tuo” o “chi prima arriva meglio alloggia”), che ignora totalmente principi basilari come la precedenza a destra in favore di una legge assai più intrigante: vince il più stronzo. 
 
3. ho frequentato tutti i posti della socialità meridionale che considero frequentabili. ho incrociato tanti sguardi e ne ho evitati molti altri. 
 
4. ho riprovato quell’appagamento che soltanto 2 birre e 1 cocktail a 9 euro totali possono procurarti.
 
5. ogni mattina rientravo alle 5 e trovavo la Vagina Maestra già in piedi, perché la Vagina Maestrache è l’amore più grande della vita mia non sta bene. Da tanto tempo, solo che mò va peggio. E la seconda mattina che l’ho trovata in piedi con la stampella e che m’è parsa vecchia per la prima vera volta, tirandomi fuori tutti i mostri con cui convivo, tutta quella tristezza violenta all’idea di non esserci ogni giorno, ecco io me so messa a piagne come una deficiente. Perché volevo prendermelo io il male suo. Tutto. E non potevo. Manco un po’. Poi me so placata. E le mattine successive le ho semplicemente fatto compagnia fino alle 7.00/8.00, mentre mi diceva un sacco di cose sagge sulla mia vita e io le dicevo un sacco di stronzate sulla mia vita. E la facevo sorridere. E la coccolavo assai. Poi se svejava mi padre e me ne andavo a letto. Il ché ha agevolato il mio già squilibrato bioritmo, com’è facile intuire. E continuavo a dire ai miei “ripijatemi con voi”. Ma nun me vojono, me sa.
 
 6. Sono stata tanto con gli amici miei, provando il piacere grandissimo di poterli vivere senza compromessi. Ho dispensato consigli che è un’attività alla quale sono preposta con loro, beandomi di ciascuno nella sua diversità, tra andirivieni di rozzaggini e frociaggini senza precedenti. Me piace ripensà alla nottata sul balcone di Frecciagrossa85 con Braciola e Tarallino. Mi piace ripensà alla fine di capodanno a chiacchierare di sesso con i miei 2 amici più storici, toccando apici di infinita saggezza come “Margherita Hack è una porca” (cit). Mi piace ripensà a quella sensazione d’esserci e di averli, che è una cosa che nun me capita mai a Milano, dove le persone le conosco al massimo da 3 anni. Me piace che so stata bene. Me piace che so stata bene da sola.
 
7. E Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, è stato un grande compagno di ferie, così tanto che avemo pensato che potremmo fa così: lui me se sposa e me campa e io je do un fijio. Naturalmente non scoperemmo, esattamente come tutte le coppie sposate. Però potremmo offrirci libertà sessuale, serenamente. Nun so, c’avemo da pensacce. Certo, lui è pesante e io so acida come poche, però se volemo bene.
 
8. Capodanno invece l’avemo passato alla villa al mare dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale che ha magnanimamente deciso di metterci a disposizione una villa che era già stata palcoscenico di un gran capodanno qualche anno fa. Non capisco mai se lo faccia perché ci vuole bene o perché voglia fare il figo con le vagine che ospita ogni anno e che a sto giro erano ben 2, russe, con tanto di vodka russa (che ci ha evitato di ingerire la vodka piscio comprata a 4.95 euro all’Eurospin) e insalata russa. Ma nun me importa. Io lo stimo, non fosse altro che per le sue infrastrutture, per l’impianto audio che monta ogni volta, per il proiettore, per le luci e per il rum che ce compra. Grazie!
 
 
E alla fine della fiera, l’alcol ce stava, il resto pure, l’amici anche e, quel che più conta, ce stava la musica che avevo contribuito a sceglie. E’ interessante sto passaggio, perché so partita con una serie di grandi classici rock per sfociare in qualche chicca indie degna della migliore Fujiko Night all’Estragon di Bologna, passando per CCCP e Rino Gaetano e poi…poi però il passaggio è stato inesorabile e spietato: IL TRASH!  Che sarebbe pure normale, si nun fosse che non smetto d’ascoltarlo, perché c’è da dì che il mio 2012 è iniziato sulle note di “Il triangolo no” di Renato Zero ed è proseguito ballando e urlando “coooompramiiii, io sono in veeeenditaaaaa e non mi creeeeedeereeee irraggiungibileeeeeee” oppure “coooos’èèèè laaaa vitaaaaa-a-a-a senza l’amoreeeee-e-e-e”. Il tutto inframmezzato da delle pause-spugnetta nelle quali dovevo ingozzarmi nel tentativo di non stramazzare fracica a terra.
 
 
Insomma, me so divertita assai, perché a me i capodanni alla villa dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale me piacciono sempre un sacco. Me piace bere con l’amici mia, me piace strusciarmi a Braciola che mezzo sverso me dice “Vagina, sei sempre affascinante e ultimamente ho un problema con le tue tette”, me piace la promiscuità amichevole, me piace lo streaptease del fidanzato muscoloso e glabro dell’amica mia VagiGnocca – che, per l’appunto, è gnocca paura – me piace mettere il rossetto rosso a tutti a mezzanotte – in barba alle basilari norme igieniche – e stampare baci in fronte a tutti, me piace il sorriso di VaginaAsciugamana che ogni anno a mezzanotte me mette in mano una stella filante manco c’avessimo 8 anni. E lo fa da 10 anni.
 
Me piace sentirmi a casa.
E me piace piacermi di più, perché non devo piacere a nessuno.
E allora canto, ballo e me diverto come solo quando si è liberi si può fare.  
 
Per il resto, le mie solite paturnie vaginali del cazzo le ho avute, sia chiaro. Qualche lacrima pure. Ma le ho scacciate via. E sulla pugnetta mentale, sul feticismo sentimentale, sulle stronzate nostalgiche e melodrammatiche, su quel desiderio improprio e anacronistico di avere accanto in un momento difficile chi mi aspettavo ci sarebbe stato e invece non c’era, perché umanamente non era in grado di esserci, beh su tutto questo ho comunque vinto. 
 
E ho vinto perché anche quando la Vagina Maestra è più vulnerabile sa abbracciarmi e darmi la forza di darle forza. E ci sono riuscita perché Frecciagrossa85 ha capito cosa mi crucciava senza troppe parole. E ci sono riuscita perché Tarallino dice sempre qualcosa di geniale sulle stronzate che dice Braciola e mi fa ridere. E perché VaginaAsciugamana e il suo uomo mi hanno promesso un polipo su crostone e Bologna. E perché VagiGnocca e il suo uomo muscoloso e glabro mi hanno detto di andarli a trovare a Londra.
 
Ce so riusciuta perché queste ferie sono state piene di affetto. Di quello vero che c’è da un sacco e che spero per un sacco ci sarà.
 
Il resto poco conta.
 
Però so fiduciosa. Prima o poi la smetterò di ascoltà la musica trash.