Otto Marzo & Femminismi

Si celebra domani la Festa della Donna. Tranquilli, non intendo discorrere sul significato storico di questa ricorrenza. Non mi interessa disquisire dell’aspetto commerciale, o di quanto puzzino le mimose. Preferirei soprassedere anche sui mitologici streap-tease maschili che, a quanto pare, riducono le donne a un livello di sub-umanità infoiata (stando almeno a quanto riportato da certe leggende metropolitane). Né vorrei aprire un discorso greve sulla parità, che abbiamo voluto la bicicletta e ora pedaliamo, e fa niente se è senza sellino, tanto ci piace lo stesso, no? Neppure voglio elencare tutti i nomi delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno all’8 marzo, ribadendo una volta ancora quanto sia necessario un cambiamento culturale in un paese in cui la cronaca di questi eventi è ancora viziata da un sessismo cronico. Non voglio fare nulla di tutto ciò non perché queste cose siano inutili da dire, o ribadire, ma perché i tempi sono cambiati e ci sono aspetti persino più urgenti da chiarire (da questo punto in poi, però, sappiate che vi state addentrando in un post ultra-prolisso e molto noioso)

C’è da chiarire innanzitutto che non è un periodo storico semplice. Da un lato, infatti, negli ultimi mesi si è incendiato un dibattito internazionale a sfondo femminista/sessista. Dall’altro, pochi giorni fa si sono tenute le elezioni in Italia e tutti sappiamo come sono andate le cose (e tutti ricordiamo anche come sono andate negli Stati Uniti). I due fenomeni potrebbero apparire scollegati, e invece sono intimamente connessi. Quando nell’identità politica di un paese si fanno largo la rivalsa, la rabbia e la frustrazione; quando il collante diventano l’odio e il disprezzo per gli altri, la diffidenza, la chiusura, la pretesa di guardare solo nel proprio giardino di fronte all’incapacità di comprendere la complessità globale in cui siamo invischiati, ecco non è mai un bel momento. Non è un clima includente e chiunque si consideri — a torto o a ragione — una minoranza, tende ad agitarsi. E le donne, in un certo senso, sono una minoranza. Una minoranza paradossale, perché non sono affatto minori, né in termini di quantità, né in termini di qualità, ma da minoranza sono spesso trattate. Il che, è ovvio, è per noi inaccettabile, tanto più nel 2018, mentre guardiamo un mondo che procede spedito verso “culture” che con buona probabilità continueranno a trattarci da minoranza.

Quelli che di solito consideriamo popoli “più evoluti di noi”, i nordici, quelli dove i treni viaggiano sempre puntuali ma c’hai pure il diritto civile di sposare chi vuoi, di avere un figlio se lo vuoi, di poter scegliere per la tua vita e per la tua morte, ecco quei popoli lì, sono tutti più femministi di noi. Ma molto. L’Islanda è il paese più femminista nel senso reale e concreto del termine. Un paese nel quale le donne siedono accanto agli uomini nei contesti di potere, non nel ruolo di decorazione rosa o di provocazione sessista, ma in quello di parte integrante del sistema. Le donne sollevano interrogativi diversi, spostano l’asse degli argomenti discussi, propongono soluzioni differenti: creano, insomma, una società migliore.

In secondo luogo, bisogna chiarire che la narrazione pubblica della femminilità, è una cosa diversa rispetto alla femminilità reale. Che vuol dire? Che quando di noi si dice che siamo deboli,  troppo competitive, irrazionali ed emotive, incapaci di essere solidali, spregiudicate, mestruate, opportuniste, puttane, ecco ogni volta che si dice tutto questo, si tace molto altro. Si tace, per esempio, che per quanto deboli possiamo sembrare, il nostro corpo fa delle robine mica banali (tipo crescervi nella pancia e mettervi al mondo facendovi uscire da una ben nota fessura…voi lo date per scontato, ma il prodigio è notevole e l’impresa titanica, con tutto il rispetto più complessa di picchiare qualcuno o tirare un calcio di rigore). Si tace, per esempio, che oltre a essere competitive siamo organizzate, caparbie, volitive, creative, furbe, veloci, tanto quanto gli uomini (che, d’altra parte, non sono certo tutti monaci buddhisti). Si tace che la nostra presunta “irrazionalità” non è in nulla superiore a quella maschile (ricordiamo che gli uomini costituiscono almeno il 70% delle propria identità sul proprio pene, subappaltandogli decisioni pubbliche e private, e intasando la viabilità urbana con troppi SUV). Si tace che il contraltare della nostra cosiddetta “emotività” è che – a parte saper mettere i chiodi nel muro o guidare un veicolo – sappiamo capire,  sentire,  empatizzare, mediare, tenere insieme i pezzi e gli affetti (fanno molto rumore le donne che dividono, e non ne fanno abbastanza quelle che sono fondamento e pilastro dei gruppi sociali). Sappiamo organizzare, gestire, ascoltare, parlare. Tutte attività fondamentali per la comunità. Per la famiglia, per il gruppo di amici, per il team di lavoro. Si tace, per esempio, che siamo stanche di essere accusate di scarsa solidarietà. Ma cosa siamo? Un souvenir? Una bomboniera? Un ristorante? La solidarietà la rispediamo al mittente, a mancarci è la consapevolezza, quella sì. Ci manca la visione di una femminilità nuova, riscritta dalle donne, basata su presupposti equi, capace di rinnovare i profili di genere e traghettarli nella contemporaneità, alleggerendo anche gli uomini dal fardello di uno stereotipo maschile sorpassato. Hello, siamo nel 2018, esistono uomini che piangono e donne che non cucinano, vivaddio. È la consapevolezza, ciò che ci manca, non la solidarietà che si riserva a una minoranza, perché noi NON siamo una minoranza.

E bisogna chiarire anche che, come si tacciono aspetti della femminilità, si tacciono aspetti del femminismo. Bisogna chiarire che non è più il caso di schermire le figure femminili che escono dal paradigma tracciato per loro, quelle che disertano l’aspettativa sociale standard di essere spose, madri, babysitter e badanti, un po’ angeli del focolare e un po’ porno-massaie. Qualcuno dirà: potete votare, guidare, viaggiare, studiare, lavorare, vestirvi come vi pare, persino scrivere delle forme dei cazzi e dei vibratori, cos’è che volete di più? Il femminismo riconosciuto come fatto politico, questo vorremmo di più. Le istanze femminili rappresentate pubblicamente, ecco cos’è.

Vorremmo si capisse che il femminismo non è una gara a chi è più bravo, o più stronzo, o più incoerente, o più violento. Non c’è un abaco degli stupri e dei cuori infranti, non è una contabilità di lividi e di cene che ci facciamo offrire. Il femminismo è il bisogno di accedere a opportunità simili, di annullare la disparità salariale, di superare certi perimetri mentali del secolo scorso, di ragionare per colmare e valorizzare le diversità di genere, nello stesso modo in cui un’azienda sana valorizza le diverse competenze. Il femminismo tende a un mondo in cui i generi e gli orientamenti non siano muri, in cui gli uomini e le donne possano collaborare da pari, una società più evolutamigliore per tutti.

Chiariamo un punto ulteriore: non esiste certo un solo tipo di femminismo. Ce ne sono tanti, talmente tanti che tutte le donne possono trovare il proprio, talmente tanti che tutte le donne dovrebbero essere femministe, e dovrebbero esserlo senza ripensamenti. Non esserlo è una contraddizione, una stupidità. Perché “femminista“, questo è urgente ricordare oggi, non è un insulto. E non esiste solo il modello veterofemminista, e neppure quello da femminista-esibizionista, e neppure solo quello androgino da camionista, e neppure solo quello sofisticato e lesbo-chic, e neppure solo il femminismo trendy di Freeda. Si può essere femministe continuando a depilarsi le gambe e le ascelle (e la patata, se proprio necessario). Si può essere femministe senza militare per il free-bleeding. Si può essere femministe e femminili. Si può essere femministe e non odiare gli uomini, perché degli uomini abbiamo, anzi, bisogno.

Abbiamo bisogno degli uomini migliori che ci siano, capaci di comprendere la liceità di questa causa e anche certi eccessi che inducono altri a parlare di “nazi-femminismo“, senza capire che spesso sono derivazioni di negazioni pregresse, di certe strumentalizzazioni, di certe schiavitù mentali ancora perfettamente salde nella nostra società. Uomini capaci di capire che persino l’insulsa polemica sul vestito di Jennifer Lawrence, per quanto poraccia sia, fa parte di un dibattito più ampio, i cui toni non sempre sono intelligenti, ma la cui esistenza non può più essere procrastinata.

Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che non è accettabile che un politico dia della bambola gonfiabile a una collega, o della scimmia a un’altra, o della troia a un’altra ancora. Uomini che capiscano che non siamo più disposte – perché no, non lo siamo – a sopportare le soubrette in Parlamento, e ad accettare il sessismo gigione da cinepanettone di Berlusconi che, come un novello Putin, riduce l’opposizione in topless.

Abbiamo bisogno di uomini che non dicano che il femminicidio è un’invenzione mediatica, e che non giudichino la qualità di una donna sulla base dei suoi vestiti, della sua età, della sua taglia, delle sue abitudini sessuali, delle sue scelte di vita private, dell’uomo a cui certamente deve qualunque apparente merito le si possa riconoscere (il padre, il marito, il capo a cui l’ha data per fare carriera). Abbiamo bisogno di uomini che non temano di ricevere una denuncia se invitano una tipa a bere un caffé, e che sappiano capire il rifiuto con classe, e possibilmente con altrettanta classe sappiano elargirlo. Abbiamo bisogno di uomini che con le donne sappiano ridere delle rispettive assurdità, e che non ci temano come streghe, ma che siano dalla nostra parte, come se fossimo ciò che siamo: le loro amiche, le loro socie, le loro compagne, le loro madri, le madri dei loro figli, le loro colleghe, le loro sorelle, le loro figlie. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che se, a volte, certe femministe scimmiottano gli uomini è anche perché non esiste alcuna grammatica per le donne, reale, collaudata, nei contesti pubblici e di potere, qui, da noi, in Italia.

Abbiamo bisogno di uomini e donne, etero e gay, fermamente convinti che una società nella quale l’opinione delle donne conti qualcosa (non solo sull’uncinetto, o su una ricetta tradizionale) possa essere una società più giusta e più sana. Ed è questo il mio invito per la Festa della Donna: comunicate, ascoltatevi, capitevi. Siamo in un momento storico in cui c’è bisogno di questo, non di collera, non di sarcasmo, non di benzina, ma di approfondimento, riflessione e condivisione. E quanto meno la gente considera importanti queste attività, tanto più esse diventano indispensabili.

Facciamo che la Festa della Donna diventi la Festa delle chiacchiere, del dialogo, del confronto, dell’incontro, della mediazione, della pazienza. Che sia una festa per tutti, che sia un momento per parlarsi in faccia, usando la voce, le espressioni e i toni, non i caratteri, le emoticon e le note vocali. Invitate qualcuno a casa, stasera, e parlate, di quello che vi pare. Certamente parlerete di politica ed è possibile che non siate d’accordo. E lo so, è faticoso lavorare sulla cultura, che vi pensate, ma anche questo è potere.

Chiariamolo oggi: la cultura non sarà una priorità politica in questo futuro prossimo oscuro, per questo dobbiamo difenderla e presidiarla noi. Per questo noi donne dobbiamo ripensare noi stesse, il nostro ruolo e il nostro potere.

Buon 8 marzo a tutte/i.

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.  

Donne Che Verranno

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi.

Succede spesso questo inspiegabile fenomeno, che i bambini iniziano a guardarmi ipnotizzati, e io non capisco perché, dal momento che non cerco mai di attirare la loro attenzione né di entrarci in sintonia.

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi,  con il suo incarnato mediterraneo e i capelli scuri arruffati, e due occhi neri come la pece, come il cioccolato fondente 99%, come il mio guardaroba. Neri e immensi. Le faccio una linguaccia. E quella sorride stupita, sfoggiando una gran quantità di denti da latte incastonati un po’ a caso nelle gengive. E mi indica, puntando il suo minuscolo indice, che dev’essere lungo quanto il mio mignolo ma nemmeno, contro di me. Distolgo lo sguardo, guardo fuori dai vetri sporchi del tram, vedo un baracchino che vende ramoscelli di mimose. E ricordo che è la festa della donna. Giusto. Vero.

Riguardo la bambina, che ancora non sa cosa le è capitato, a nascere donna, e penso che – se potessi – le direi un sacco di cose su questa magica avventura che l’attende, ovvero vivere la vita da portatrice sana di vagina.

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Le direi che i suoi sogni deve sceglierseli lei, da sé e per sé. E che non deve temere che siano sogni sbagliati, perché i sogni sbagliati non esistono. E che l’unica cosa più sbagliata di sbagliare, è non provare.

Le direi che il primo amore non si scorda mai, e che quindi la prima di cui farebbe bene a innamorarsi è se stessa. Ma non di un innamoramento fatuo e frivolo, fatto di selfie e vanità; bensì di un amore profondo e consapevole, fatto di umanità e accettazione, di comprensione e cura, che dovrà costruire giorno per giorno, adempiendo al titanico compito di volersi bene per quella che è.

Le direi che ciò che lei vuole è più importante di ciò che vogliano gli altri da lei o per lei. E che le capiterà di cambiare idea,  che non è facile capire quello che si vuole, che una volta sarà convinta di volere una cosa, e poi s’accorgerà di volerne un’altra, e che per giungere a una conclusione dovrà vivere, sperimentare, scoprire. Con un po’ di incoscienza prima e con tanto coraggio poi.

Le direi di ascoltarsi, ma non troppo e non sempre, perché spesso noi donne ci diciamo un sacco di minchiate.

Le direi di criticarsi, perché la critica è un atto d’amore. Ma solo per migliorarsi, non per ferirsi, perché a ferirla – probabilmente – ci penserà il resto del mondo.

Le direi di assecondare la propria indole, quale che sia, e di accettarla. Di valorizzarla invece che negarla.

Le direi di coltivare le proprie passioni anche quando sarà l’unica a credere nella loro bontà. E di essere caparbia senza diventare ostinata.

Le direi di non esagerare con le merendine, e di fare sport fin da piccola, perché – deve fidarsi – fare sport da piccoli la differenza la fa e un giorno ricorderà le mie parole e me ne sarà grata.

Le direi di conservare sempre la bellezza che negli occhi ha, per continuare a vedere bellezza in ciò che domani guarderà.

Le direi di non perdere mai la capacità di ascoltare il prossimo e di vestire panni diversi dai suoi.

Le direi di imparare a conoscere il suo corpo, di non fingere l’orgasmo mai e di vivere il sesso con gioia e libertà, che non significa viverlo come puttanizio ma significa viverlo come un’espressione della propria femminilità. Che il sesso a volte si fa per amore e a volte si fa per diletto, e non è sbagliato mai se è fatto con coscienza e protezione.

Le direi di gestire quel tipico bisogno femminile di conferme da parte di terzi, specialmente degli uomini, e di procurarsi da sé le conferme di cui ha bisogno: lavorando, leggendo, conoscendo e sviluppando le sue abilità (che esse siano fare pasticcini, oppure trovare la cura a una malattia incurabile).

Le direi di non credere a quella bugia delle favole, che “vissero per sempre felici e contenti” è una cosa che non esiste, ma ne esistono altre, che a volte sono anche migliori perché sono vere. E che non esistono uomini che ti salvano, e che deve imparare a salvarsi da sola, distribuendo le forze e le energie su fronti diversi. Che a volte ci riuscirà e a volte farà più fatica.

Le direi di non scrivere mai per prima dopo un appuntamento e anche di lasciarsi corteggiare un po’, da questi uomini che non corteggiano più.

Le direi di non avere paura di ciò che la gente dice di lei, e di sbattersene quando le diranno che è troppo bassa, o troppo grassa, o troppo giovane, o troppo vecchia, o troppo diversa, o troppo disinibita, o troppo egoista, o troppo fessa, o troppo stronza. Di andare per la sua strada, senza perdere di vista i suoi obiettivi.

Le direi di non subordinare la sua felicità a quella di un uomo demmerda, mai. E di imparare in fretta a distinguere ciò che le fa bene, da ciò che le nuoce. E di credermi, come fosse un atto di fede, quando le dico che l’amore è quella cosa che ti fa stare bene, che ti rende migliore, non quella che ti peggiora, che ti svuota, che ti fa perdere l’equilibrio e cadere e fratturarti il femore dell’anima. Che poi ti serve una riabilitazione che non finisce più.

Le direi di non spaventarsi se una volta al mese piangerà senza ritegno e senza motivo apparente, o se urlerà contro il tizio che le ruberà il parcheggio, o se bestemmierà in turco per quel problema al lavoro, che in fondo non è di così vitale importanza. Che è tutto regolare. È solo il premestruo.

Le direi di fare shopping ogni tanto, che fa bene, ma di non spendere lì tutti i suoi soldi. Bensì di viaggiare, andare al cinema ma non per vedere i film in 3D, andare alle mostre, andare ai concerti. E per piacere, intorno ai 12 anni di iniziare ad ascoltare il grunge. E poi il rock. L’hard rock. Il post-rock. Il proto-rock. La new wave. I cantautori italiani. E il pop ok, ma selezionato. I Dear Jack per l’amordiddio no.

Le direi che il rapporto con le altre donne non sarà sempre semplice, ma che non è colpa sua e nemmeno loro. Che quanto prima imparerà a non vivere la relazione femminile come una competizione ma come un’opportunità, non come un paragone spietato e rivale, ma come una reciproca occasione di arricchimento; quanto prima capirà che ogni donna ha in sé qualcosa di positivo e che le fragilità che nutriamo sono comuni e simili, tanto prima scoprirà quanto empatica e profonda può essere la complicità tra donne.

Le direi che a volte sentirà un’ansia forte, che dipenderà delle aspettative che ha per se stessa. O che la società ha per lei. E che deve imparare a ridurre e a semplificare. A spogliarsi delle pressioni e a respirare profondamente.

Le direi di credere fermamente in se stessa, di avere fiducia nelle proprie capacità affinché quella stessa fiducia ce l’abbiano gli altri. Perché è una donna, e quando le donne vogliono davvero qualcosa, la ottengono. Perché le donne sono forti, anche quando sono deboli; perché sono combattenti anche quando sono stanche; perché essere donna è un casino ed è una sfida quotidiana a trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto. Una sfida a essere sicura, a essere decisa, a essere tenace, a essere dolce, a fare tre miliardi di cose insieme, a lavorare, a costruire una vita privata, a combattere forze invincibili, come il tempo o la gravità. A emanciparsi, senza snaturarsi. Ad avere i coglioni, ma anche le ovaie.

Le direi, comunque, che la cosa più importante è essere sempre capace di amore. Cioè avere proprio dentro di sé la capacità, intesa come spazio, per contenere questo sentimento ingombrante e complesso, fatto di mille declinazioni ed espressioni.

Le direi che l’amore è una roba che si dimostra, verso un compagno, ma anche verso la famiglia, gli amici, i figli, i figli degli amici, i disgraziati e i diversi.

Le direi di continuare a sorridere il più possibile, anche quando non avrà più i denti da latte, anche quando gli eventi proveranno a indurla a smettere.

Anche se piove.

Anche se c’è il sole.

Anche se la vita andrà come deve andare.

Lo dicevano anche gli 883.

Citazione di altissimo livello.

Cazzo.

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All the Single Ladies

Quando sei single, vivi a Milano, hai 29 anni, lavori full time e abiti da sola, ti rendi inevitabilmente conto del fatto che esistono numerosi luoghi comuni legati allo stereotipo di “Donna single 30enne”.
Si tratta quasi sempre di cliché che non rendono giustizia della virtuosa, e viziosa, e intricata, complessità delle nostre trame esistenziali. Tuttavia, prendiamone in esame alcuni tra i più diffusi, spesso in aperta antitesi tra loro: 

1. Le donne single la danno via come se non ci fosse un domani.
A letto hanno esperienza e consapevolezza, non si fanno troppi problemi, sono più indulgenti delle 20enni verso gli esemplari di pene sapiens che incontrano. Il fatto di non essere accoppiate le fa tornare sui propri passi anche con uomini che negli anni precedenti non avrebbero mai degnato di considerazione, decretando in questo modo la definitiva rivincita dei loser del liceo. Non si tirano di certo indietro di fronte a una porno-avventura, sempre pronte ad affrontarla a suon di magistrali fellatio, delle quali sono – esse tutte – fieramente e indiscutibilmente regine.
In verità capitano momenti di clausura vaginale anche piuttosto lunghi, durante i quali il disinteresse nei confronti del sesso ginnico prende il sopravvento sul fisiologico espletamento delle proprie funzioni sessuali. 

2. Le donne single sono zitelle acide.
Frustrate e insoddisfatte, scopano pochissimo e, in virtù di ciò, sono contraddistinte da una cronica alterazione del pH, imputabile al nubilato. Se sei single e un giorno c’hai i cojoni girati, sappi che non si tratterà mai di puro e semplice rodimento di culo o, chessò, di squilibrio ormonale premestruale. No cara. Tutto dipende dalla conclamata carenza d’uccello nella tua vita.
Perché invece la chiavata settimanale, la mezz’oretta standard, la routine, il pattern, lei che ha mal di testa, lui che vorrebbe solo porre in posizione ovina la sua segretaria, la libido che si risveglia al massimo per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico, tutto questo invece è elisir di erotismo puro.
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3. Le donne single si curano meno.
Dobbiamo ammettere che la responsabilità di questa idea è in larga parte imputabile allo stereotipo della single di bridgetjonsiana memoria. Quella che passa la serata con il pigiama e la calze di spugna, sul divano, ingozzandosi di cioccolata e guardando Dirty Dancing. Il tutto custodendo, naturalmente, un prezioso patrimonio pilifero su buona parte della propria superficie corporea.
Eppure ho sentito storie di donne accoppiate che hanno messo al bando ceretta e lametta per quasi tutte le stagioni dell’anno. Per contro, non sapere mai cosa succederà, induce le single a mantenere quasi sempre (e quasi sempre invano) un livello decoroso di pilu (questo perché, non si sa mai, a tutte potrebbe succedere di avere una liason con Edward Norton e nessuna vorrebbe accoglierlo con un pube troppo, troppo simile al petto di Gianni Sperti). 
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4. Le donne single si curano di più.
Hanno più tempo, grazialcazzo, si sa che quando si ha una relazione il tempo per andare in palestra diminuisce, un po’ come quando si mette su famiglia, c’è da badare ai figli, accompagnarli, prenderli, preparare la cena, fare il bucato.
Attenzione: siamo single, non abbiamo mica una governante pro-bono che dorme nel tramezzo in corridoio. Facciamo le stesse identiche cose, come mangiare, lavare, stendere, stirare, solo che le facciamo per una persona invece che per 2 o per 3. Per contro, però, facciamo tutto noi, da sole, perché non abbiamo un martire da crocifiggere chiedendogli se riesce a passare all’Esselunga entro le 21 per comprare la carta igienica, altrimenti non abbiamo di che pulirci il culo, oppure a cui ricordare di chiamare l’idraulico perché il lavandino perde. It’s up to us.
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5. Le single fanno shopping compulsivo.
Naturalmente. Devono badare solo a se stesse. Non hanno mica l’asilo da pagare o il regalo per il compleanno di lui da comprare. Possono dilapidare tutto ciò che guadagnano in beni (scarpe, borse, collane, orecchini, cosmetici) e servizi (massaggi drenanti, coiffeur, estetista) di secondaria importanza.
Essere single costa: la metà del nostro guardaroba non ce l’ha comprata il nostro moroso, non dividiamo le spese condominiali, né l’assicurazione della macchina, né il canone rai. Non abbiamo la cena pagata ogni weekend, i cocktail vanno mediamente 10 euro l’uno e se il sabato sera non abbiamo voglia di guidare, per tornare a casa ci paghiamo il taxi. 
6. Le donne single sono incontentabili.
Non si rendono conto che ormai hanno meno mercato, che gli anni passano, continuano a cercare il loro replicante di Leonardo Di Caprio, che parli 5 lingue e che abbia la cabrio.
Io direi che le donne single non si accontentano, e non si tratta di skill linguistiche (se mai, orali) né di autovetture. E tra “essere incontentabili” e “non accontentarsi” c’è differenza. 
7. Le donne single sono pericolose.
Si muovono liberamente nel mondo e non vogliono altro che circuire gli uomini delle altre, tutti, indistintamente, per un felino senso della conquista misto a una connaturata proto-zoccolaggine specifica della loro razza animale.
L’unico pericolo insito in certe donne è che gli uomini delle altre siano troppo sensibili al loro presunto fascino. E che più che trovarle “pericolose” le trovino gagliarde. E, anche in questo caso, c’è differenza.
8. Le donne single sono troppo rompicoglioni 
Sono così assurdamente insicure (in quanto non ancora opzionate da nessun maschio umano) da essere assolutamente ingestibili. Paturnie, inadeguatezza alternata a delirio di onnipotenza da self-made-vagina, pretese folli e una finta aria da mangia-uomini che poi in realtà piangono ancora con Candy Candy.
Le donne sono in generale rompicoglioni, tutte, single e accoppiate. Ognuna lo è a suo modo ed esistono modi più intelligenti e modi più stupidi per esserlo. Ma la donna che non rompe la minchia la stanno ancora studiando nei Laboratoires Garnier. 
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9. Le donne single escono solo tra loro
La sera escono organizzate in tristissimi plotoni esecutivi da rimorchio, che manco nelle prime stagioni delle quattro smandrappate newyorkesi. Si raccattano un 20equalcosenne e se lo portano a casa, uno diverso a weekend, salvo poi frignare quando s’ammalano e non hanno un inserviente che le accudisca. O quando s’accorgono che tutti gli altri intorno a loro crescono e maturano mentre loro continuano a fare le stesse cose che facevano dieci anni prima.
Le donne single escono tra loro, escono con le coppie, escono con gli amici omosessuali. Escono tantissimo, se vogliono, oppure restano a casa se così preferiscono. Se si portano un 20equalcosenne a letto, lo fanno perché hanno la libertà di farlo. Reputare che non crescano perché non si maritano, come se una donna non potesse maturare in alcun modo se non attraverso un compagno e, se-il-padre-eterno-vuole, un figlio, come se non potesse semplicemente evolversi in modo diverso, è una visione talmente illuminata che a confronto Don Giussani era un rivoluzionario progressista. 
10. Le donne single sono sfigate e fanno pena. 
Sono chiaramente delle disgraziate che camuffano il loro radicale scoramento nei confronti dell’esistenza partendo con i viaggi organizzati di Avventure Nel Mondo nel vano tentativo di trovare marito, almeno lì.
Tra un viaggio di Avventure nel Mondo e una vacanza coi suoceri continuo a pensare preferibile la prima opzione. E sì, a volte le donne single sono disperate, è vero, ma come lo sono le donne accoppiate quando sono infelici, delle infelicità più disparate, dalle sottili insoddisfazioni quotidiane ai drammi familiari.
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Per il resto, le donne single sanno essere anche serene,
forti, libere, in divenire.
Vive, come non mai.
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E giacché questa settimana cade l’8 marzo, il mio pensiero va alle donne.
Va a tutte.
A quelle che sognano.
A quelle che lottano.
A quelle che amano.
A quelle che odiano.
A quelle che strillano.
A quelle che tacciono.
A quelle che reagiscono e a quelle che sopportano.
Il mio pensiero va alle donne, a quelle che sono uguali anche quando sono diverse.
A quelle impegnate ogni giorno nella titanica impresa di amarsi, nonostante tutto, davvero.
E di accettarsi, in qualche modo, per quelle che sono.
Con i loro successi.
Con i loro fallimenti.
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Uccideteci Tutte

Parlarne è importante. Il femminicidio.

Che neologismo superbo, femminicidio.

Le cose vanno chiamate col proprio nome, del resto. Se uno t’ammazza in quanto femmina, perché sei sua, perché sei troppo grassa, o troppo magra, o troppo petulante; perché sorridi alla persona sbagliata,  perché parli troppo, perché non parli abbastanza, perché ti innamori e ti disinnamori, perché vai a letto con un altro, perché hai paura, perché non sopporti più l’odore del suo fiato alcolico, o soltanto sogni una vita diversa; se uno t’ammazza perché non puoi andare via, perché sei una stupida, perché al mondo non sai starci, perché deve insegnarti proprio tutto, perché le sue mani attorno al collo tuo lo fanno sentire forte, perché il tuo stomaco è il suo stomaco e può piantarci dentro una lama quante volte vuole; perché ha un’amante e non te ne accorgi, perché ha decine di amanti e l’hai scoperto, perché gli porterai via quei figli che non ha mai voluto, ecco, in questo senso è lecito parlare di femminicidio.

Il femminicidio. Parlarne è importante. Poi, sai, con la festa della donna di mezzo, l’8 marzo, il tema è attuale.

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Il femminicidio. Il “fem”, non serve nemmeno completarla, la parola, su Google. Si completa da sé.
E’ il primo suggerimento. Il primo, dico. Mica il terzo o il quarto. Mica viene dopo “femmina”, “femminile”, “femmineo”, “femantico” che sarebbe “semantico” pronunciato da Nichi Vendola.
E’ il primo. Bisogna impegnarsi, per essere i primi. Il primo risultato non si scorda mai, come il primo amore.
E l’amore è cieco. L’amore ammala. L’amore mica è sempre uguale.
L’amore è il buio della ragione. Mica si capisce in fretta. Mica te ne accorgi, che ti ucciderà.
Certe volte lo pensi, che sia strano. Che in fondo agli occhi ci sia qualcosa che non quadra per niente. Che all’improvviso non riconosci. Che l’amore sfuma. E diventa ira. E diventa paura. E diventa dipendenza. E io non voglio farti soffrire. E io sono stanca. E falla finita. Ti prego, smettila. Ti prego, pensa a quando m’amavi. Ti prego. Lasciami andare.
Il femminicidio. E’ importante parlarne.
La mercificazione del corpo femminile. Sì, il berlusconismo, la tv commerciale. Si capisce, quelle ragazze lì mica potevano lavorare per guadagnare 1000 euro al mese. Se sei un cesso vai al call center. Se sei figa vai ad Arcore. Mia mamma lo sa quello che faccio, ma lei è d’accordo, questo paese funziona così.
Il femminicidio. Bisogna organizzarsi.
Fare un flashmob. Vanno così di moda i flashmob.
Il femminicidio. Che bel neologismo. Sai non ci sono alternative, per alcune di noi. Una potrebbe chiedersi dove siano la collettività, la comunità, l’assistenza sociale. La parrocchia. Dico, se hai superato i 18 anni di età, non dovrebbe essere pericoloso, andare in parrocchia.
Una potrebbe chiedersi molte cose e dirne molte altre.
Tutte giuste. Tutte condivisibili. Tutte ovvie.
Io, che non potrei che dire banalità, invece, dico che dovete ammazzarci.

Ammazzateci. Uccideteci.

Uccideteci tutte. Uccideteci, avanti.

Una ogni due giorni. Centoventi in un anno.
Possiamo fare meglio. Avanti. Siamo l’Occidente. Noi non andiamo con il burqa. Abbiamo le televendite con Anna Tatangelo.
Siamo l’Italia. Uccideteci. Salvo Sottile deve fare una nuova stagione.
Uccideteci. Tutte.

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Uccideteci, avanti.
Uccideteci. Noi lavoriamo.
Uccideteci. Noi studiamo.
Uccideteci. Noi facciamo l’amore.
Uccideteci. Noi scopiamo.
Uccideteci. Noi leggiamo.

Uccideteci. Noi siamo migliori.

Uccideteci. Noi siamo peggiori.

Uccideteci. Noi sappiamo piangere.
Uccideteci. Noi amiamo le scarpe.
Uccideteci. Noi cuciniamo peggio delle vostre madri.
Uccideteci. Noi siamo sane.
Uccideteci. Noi siamo malate.
Uccideteci. Noi abbiamo un pensiero.
Uccideteci. Noi ci smarriamo.
Uccideteci. Noi desideriamo.
Uccideteci. Noi non vi vogliamo più.
Uccideteci. Ci fate schifo.
Uccideteci. Non vi tira più.

Uccideteci. Siamo puttane.

Uccideteci. I lividi ci donano.

Uccideteci. Siamo sorelle.

Uccideteci. Siamo compagne di classe.
Uccideteci. Siamo ragazze. Siamo mogli. Siamo ex.

Uccideteci. Siamo amanti.

Uccideteci. Siamo complici.

Uccideteci. Siamo nemiche.

Uccideteci. Siamo madri.
Uccideteci. E non saremo madri mai.
Uccideteci. Vi cambiamo.
Uccideteci. Vi deridiamo.
Uccideteci. Siamo tutte uguali.

Uccideteci. Pensiamo solo ai soldi.

Uccideteci. Noi amiamo.

Uccideteci. Amiamo ciecamente.
Uccideteci. Amiamo da essere stupide.
Uccideteci. Amiamo i nostri carnefici.
Uccideteci. Amiamo la vostra mediocrità.
Uccideteci. Moriamo di coraggio.
Uccideteci. Non abbiamo il coraggio di lasciarvi mai.
Uccideteci. Portiamo guai.
Uccideteci. La farete franca.
Permetteteci una cosa, però. Permetteteci di tornare in sogno a voi, ai vostri padri e alle vostre madri.

Permetteteci di tornare e di abitare ogni vostra notte.

Permetteteci di accompagnarvi nel sonno e nella veglia. Permetteteci di esserci nella coscienza di quegli uomini e quelle donne che FORSE non hanno saputo insegnarvi abbastanza l’amore. Che FORSE non hanno saputo educarvi al rispetto. Che FORSE vi hanno rimpinzati di cibo e ignoranza. Quegli uomini e quelle donne, padri e madri, che hanno cresciuto dei femminicidi.

Femminicidio. Che bel neologismo.
Buon 8 marzo a tutti.

Buona festa della Vagina

(AVVISO AGLI UTENTI: Questo è un post ad alto tasso di populismo vaginale ma…sticazzi)

No. Non coglierò l’occasione della festa della vagina per sottolineare l’assenza di un cazzetto nella mia vita.

Essendo la festa della vagina, mi dedico solo alle vagine.

Non a tutte, però.

Mi dedico alle vagine che ogni mattina spengono la sveglia e si alzano smadonnando. Mi dedico alle vagine che alla cassa imbustano la spesa da sole e a quelle che da sole si montano un mobile ikea. Mi dedico a chi comprerà un’altra carpisa sognando una miu miu e aspetterà i saldi per fare shopping all’Oviesse.

Mi dedico alle vagine che hanno lasciato la propria casa e sono andate via inseguendo un’idea di indipendenza ed evoluzione. Mi dedico alle vagine che hanno avuto il coraggio di restare e di prendersi cura di chi amano.

Mi dedico alle vagine che alla sera, dopo il lavoro, cucinano per i propri compagni e per i propri figli. E anche a quelle che trovano la forza di cucinare solo per se stesse.

Mi dedico alle vagine che se si rompe la lavatrice so cazzi loro e basta.

Mi dedico alle vagine che si fanno gli orecchini da sole, mi dedico a quelle che sanno rullare da sole, mi dedico a quelle che ascoltano musica rock, a quelle che hanno i capelli crespi e il coraggio di tagliarli corti e di essere brutte.

Mi dedico alle vagine che non sono mai state in Kenya e che sognano ancora di andare a Parigi. Mi dedico a quelle che sanno stirare una camicia e sentire gli altri con l’udito e con la pelle. Mi dedico a chi ha una vita in salita, a chi deve dimostrare ogni giorno il suo ruolo, a chi non può permettersi di essere debole. Mi dedico alle vagine che convivono con i propri dispiaceri ma che son capaci di sorridere e di tracannare ducento birre in compagnia.

Mi dedico a quelle che sanno amare e che sanno amarsi. A quelle che non hanno paura di scoprirsi. A quelle che sanno assecondarsi e cazziarsi, a seconda delle necessità. Mi dedico alle vagine che sanno quello che vogliono e a quelle che stanno caparbiamente cercando di scoprirlo.

Mi dedico a quelle che camminano spedite, senza lamentarsi.

Mi dedico a quelle che sanno trattenere le lacrime e a quelle che, certe volte, muoiono di paura e basta.

Mi dedico a quelle che c’hanno più palle di un uomo, ma sono abbastanza brave da non farglielo capire.

Mi dedico a quelle vagine che ogni giorno riescono a percorrere la fune, trovando l’equilibrio tra la realtà che vivono e quella che sognavano di vivere, che è un po’ come trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

Mi dedico alle vagine che sono a dieta e a quelle che sudano su uno step. Mi dedico a quelle che ogni mese hanno voglia di mollare e invece continuano. Mi dedico a quelle che sanno essere amiche. Mi dedico a quelle che sono capaci di essere le migliori possibili e di andare avanti, senza certezze, solo per fede, in se stesse e in pochi altri.

Io oggi mi dedico a tutte quelle vagine stronze, che da qualche parte sognano ancora.

Qualcosa di diverso.

Talvolta, senza sapere cosa.

E le mimose la manderò alla vagina più speciale, la mia Vagina Maestra.