Inventario Generazionale Maschile

Quando hai una navigata gavetta sentimentale alle spalle, hai sforato i 30 e sei formalmente single, non puoi non constatare che trovare un partner diventa sempre più complesso. Proprio in termini di “parametri di ricerca” intendo, che naturalmente, sì certo, ovvio, lo sappiamo benissimo che l’amore non si cerca, che quello arriva all’improvviso mentre stai facendo la cacca, però insomma ci siamo capite.

Affrontiamo la questione scientificamente, procedendo per macro-gruppi generazionali.

  1. Millennials: gli under30 per intenderci (i millennial veri voglio dire, non quelli che hanno giocato con il Grillo Parlante da bambini e che hanno programmato in MS-DOS nel Piano Nazionale Informatica dei licei scientifici italiani); sono giovani, più giovani di te. Sono maschi di 26, 27, 28 anni. Per carità, va bene. È fico da raccontare al tuo migliore amico finocchio. C’hanno un sacco di voglia di vivere (e di ciulare), hanno dei bei corpi, delle pregevoli erezioni spontanee che li rendono sempre pronti; non hanno particolari defaillance, non devi fare una tarantella per risvegliare l’anaconda sopita, e manifestano una discreta capacità d’apprendimento (data dall’autorevolezza sessuale che evidentemente ti riconoscono per via del gap generazionale). Resta il fatto che sono pischelli. Certo, non tutti. Prendi il più maturo dei millennial, il più interessante, il più sensibile, il più evoluto che trovi e sappi che difficilmente starà pensando alle stesse cose che pensi tu. Sappi che, probabilmente, starà ancora definendosi come persona, nel bel mezzo di quel processo che conosci assai bene perché c’eri dentro fino a un pugno di anni orsono (non che ora tu abbia finito). Sappi che mentre tu senti l’urgenza di rispondere alle aspettative che la società ha su di te, quello si chiede cosa mangiare per cena o se andare o no a vedere la partita della sua squadra del cuore. Che non ci sta pensando, che sei la donna della vita. Che c’ha proprio altri cazzi per la testa. Che non ha fatto una lista di tutti i tuoi straordinari benefits, per i quali sicuramente non vorrà perderti. E mentre tu ti sperticherai con fare materno, dedicandogli attenzioni e cura, abbi a mente che tra un paio d’anni si metterà con una 7 anni più giovane di te. Non venitemi a dire che “però Selvaggia Lucarelli” perché non è che siamo tutte bone come Selvaggia Lucarelli, ok? Voglio dire, è successo a Demi con Ashton. Figurati se non succede a noi.

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2. I trentenni: ahisahduifinfnfdknfgjnfbds. Volevo digitare con i gomiti, mentre mi mettevo le mani nei capelli e ce le lasciavo. Che meraviglia, i nostri coetanei. Quelli che NON sono fidanzati o conviventi (se ne registrano circa 20 in tutto il paese, affrettatevi), sono tendenzialmente dei millennials noncresciuti che non hanno neppure fatto il passo di imbarcarsi in una relazione seria. Proliferano i Golden-Single, che sono proprio vergini, che hanno un’educazione sentimentale pari a quella di un cactus dell’Arizona, l’expertise di uno stagista dell’amore e rimorchiano ancora le 18enni su Wechat. E poi ci sono quelli che sono usciti da una storia di 12 anni con la fidanzatina del liceo e quindi adesso prima dei 40 non vogliono sentirne parlare. Tanto hanno un decennio di vantaggio biologico rispetto a noi donne. A 40 troveranno una nostra erede culturale, ugualmente in sbattimento, che se li accollerà. Quasi tutti, comunque, sono infognati in un interminabile processo di definizione di se stessi (fonte di ansia indomabile, implicito egocentrismo, variabile vanità e costante misurazione dell’indice di successo della loro vita – con conseguente margine di tolleranza del successo di una partner eventuale). Pluriaccessoriati di insicurezze, si trincerano in un cameratismo virile fatto di concerti, partite di calcetto (o di basket, o di tennis, o di golf), dating app, viaggi con la mega-cumpa di amici, playstation, serie-tv, libri e fumetti. Non mi sento neppure di dar loro torto, in effetti. Si appassionano platonicamente a donne inarrivabili, decisamente fuori dalla propria portata, e trattano con sufficienza quelle a cui – per brevi lassi di tempo – hanno accesso. La risposta, in questi casi, è che se hanno superato i 30 e sono single, evidentemente, è perché single vogliono essere. E chi siamo noi per indurli a fare una cosa che, intimamente, non vogliono fare, cioè farsi rompere i coglioni da una femmina che poi pretende pure, chessò, di parlare al telefono? O di uscire? O di fare delle cose insieme? O di avere un regalo a Natale? O che tipo poi le devo pure pagare la pizza quando quei soldi mi servirebbero per andare al concerto de I Cani? (questo a grandi linee è il livello di analisi della situazione)

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3. I Quarantenni: molto bene. Il 40enne single è come il 30enne ma con un bagaglio di 10 anni in più di autoreferenzialità pura. Voglio dire: non sei la prima. Sai quante commilitone ci sono già passate? Sai quante hanno già provato a redimerlo invano? Cosa ti fa pensare di essere migliore delle altre? Di poter riuscire dove altre hanno fallito? Una possibilità in effetti c’è, ed è il puro tempismo. Cioè che il 40enne, se e quando ha capito di averlo lungo abbastanza, può finalmente occuparsi di fare contenta la mammà e scegliere un’incubatrice. E se tu hai la fortuna di trovarti proprio lì, al momento giusto, con l’outfit giusto, se riesci a venderti abbastanza bene da sembrare abbastanza figa (o abbastanza accondiscendente e remissiva, dipende dal tipo di maschio) per lui, allora forse je la fai. Devi essere curata, esteticamente appetibile e ancora competitiva con quelle che c’hanno 24 anni, possibilmente benestante perché l’uomo contemporaneo non è che non ci faccia caso, e comunque in età fertile (“Dai 35 anni in su, non so, ma le escludo per una relazione seria” cito testualmente). Altra possibilità è che a 40 anni il maschio abbia magari superato la sbornia della sua precedente rottura, e dopo 7 anni di scopate occasionali (o di agghiacciante astinenza, dipende dal tipo di maschio), si senta pronto a imbarcarsi di nuovo in un presunto regime monogamo. Tuttavia, c’è un però. Però diventare così adulti da soli, vuol dire avere un’architettura di abitudini e nevrosi, con le quali dovrai essere capace e disposta a incastrarti. Certamente ce la farai, amica, se lo vorrai, io credo in te. Sappi però che non è così facile. Cioè dopo averlo trovato, tocca pure farlo funzionare. In tutti gli altri casi, il 40enne è sposato e abbiamo detto (no, non in questa sede ma in altre sì), che con gli uomini delle altre anche basta. Talvolta è padre. Talvolta è divorziato. Questa è una casistica che mi manca e in effetti potrei sperimentarla, prima di considerare conclusa la mia indagine etnometodologica dell’amore. Sai no, provare con il ruolo dell’ex moglie a cui passare gli alimenti. L’affidamento congiunto dei figli. Ne ho già fatti e non ne voglio altri. E altre robe di questo tipo.

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4. I Cinquantenni: essi presentano numerosi vantaggi. In primis, il ventennio che vi divide farà comunque di te una dea ai loro occhi. Lo sguardo del cinquantenne sul tuo corpo, sulle tue imperfezioni, sulla cellulite, il cuscinetto, la pelle che non tiene più come teneva 10 anni fa, sulle prime rughe, sarà sicuramente meno giudicante (o così lo percepirai tu), rispetto allo sguardo di un coetaneo. Quindi tu ti sentirai più libera, più sicura, più femmina. In secondo luogo, il cinquantenne è rassicurante, empatico, intuitivo. Chiacchierarci sarà un piacere e la posizione in cui lo farai, quel paternalismo non detto ma inevitabile che si instaura, quel dialogo di sicurezza e giovinezza, lo scambio vicendevole e benefico, l’afflato di due anime anagraficamente distanti ma eccezionalmente capaci di cogliersi, è una delle dinamiche più confortevoli che esistano. Sessualmente, poi, il cinquantenne ha esperienza. Non è uno di questi damerini di nuova generazione. Quello la fica la conosce, pure bene. E, tendenzialmente, la ama, in quanto tale. Col pelo, senza il pelo, di sopra, di sotto, di traverso. La riconosce ancora come l’oggetto del desiderio, il movente di una sessualità sincera, fisica, gioiosa e vitale. Si è formato quando il sexting non esisteva e non era neppure immaginabile. E il fatto che tu sia la sua ultima primavera sessuale, in verità, gli farà sparare le ultime scorte di cartucce con una passione che manco i 16enni. Inoltre, è raro che un 50enne ti chieda di fare a metà del conto al ristorante. Non che questo faccia di lui un eroe,  ma sappi che è così. L’aspetto negativo è che comunque l’età c’è ed è un fatto. Il corpo non è giovane, ed è un fatto. La sua vita, una lunga parte di essa, l’ha già vissuta e quegli anni che non avete condiviso, in cui tu eri ancora uno spermatozoo e lui andava a Londra per la prima volta senza le low cost; in cui tu guardavi Dawson’s Creek e lui cresceva dei figli che adesso hanno pochi anni meno di te, sono andati. Non li riavrai. E, qualora volessi riprodurti (perché come il nostro governo insegna, è una domanda che dobbiamo comunque porci), sarà abbastanza difficile che tu lo faccia con un uomo così maturo; e qualora lo facessi, i compagni di scuola di vostro figlio penseranno che lui sia il nonno che va a prenderlo all’uscita da scuola. A me verrebbe da dire anche sticazzi. Però ti segnalo questi punti, amica, perché è giusto tu sappia. Sappi, infine, che le sue chiappe potrebbero essere molli, i suoi capelli radi, le sue gonadi canute. Donna avvisata…

(tutti i vantaggi testé elencati, come dimostra l’immagine allegata, non valgono per qualunque 50enne)

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5. I 60enni e gli over60: vabbè…purtroppo di Sean Connery ce n’è uno solo nel mondo.

Ora, come sempre io parlo dal mio parziale e vaginale punto di vista, ma sono sicura che si possa stilare un elenco invertito sul genere femminile. Anzi, prima che qualche brillantissimo lo faccia, mi porto avanti e vi anticipo cosa dirà (così non me la menate col solito sessismo):

1. Le ventenni: fighe, toniche, leggere, bisognose di conferme, manipolabili, spregiudicate, vogliose. Al massimo un po’ superficialotte.

2. Le trentenni: che Dio ce ne liberi, in sbattimento totale, alla ricerca disperata di un seme che le fecondi. Schizzate, indecise, convinte di avercela solo loro ma pronte a lanciarla dietro al primo stronzo che passa, salvo poi chiedersi dove siano finiti i bravi ragazzi, che puntualmente snobbano. Pretese altissime. Fisicamente si stanno già sfasciando. Complessatissime per il fatto che tutte le loro amiche si sposano e loro sono ancora su Tinder.

3. Le quarantenni: se sei fortunato le trovi ancora ben conservate, hanno quasi tutte abbandonato l’idea di procreare o hanno già procreato con terzi. A volte, però sono ancora un po’ troppo incazzate e cazzofobiche. A letto, una bomba.

4. Le cinquantenni: sono il nuovo Eldorado, quelle tenute bene. Materne, rassicuranti e a bassissimo mantenimento; sono quelle tornate single, i figli già ce li hanno e non ne vorranno altri e pure se li volessero puoi stare sereno che la menopausa risolve i problemi! Non sono alla costante ricerca di conferme e rassicurazioni, sanno cucinare, sono indipendenti (anche economicamente), non hanno bisogno di essere né aiutate né salvate, e poi la femminilità non ha età. Sono grate della tua presenza nella loro vita perché le fai sentire ancora giovani, desiderabili e ogni volta è una sorpresa per loro essere ancora chiavate da uno che potrebbe, sulla carta, essere il fidanzato delle loro figlie. O quasi.

5. Le sessantenni: hanno comunque un loro pubblico…

Insomma, è un mondo difficile lì fuori.

Un gioco faticoso, l’amore.

Un terno al lotto.

Le possibilità di vincere sono poche.

Per averle tocca comunque partecipare.

E perdere.

E non smettere.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

Le Mamme delle Single

Esiste una domanda che assedia l’animo, nel profondo, di tutte le madri delle donne single: perché mia figlia è single? Ci sono diversi livelli di apprensione in merito, naturalmente, che tendono a variare in base alla provenienza geografica e al rango sociale, ma il pruriginoso fenomeno, in termini macro, non risparmia nessuno.

Ho riscontrato la presenza di questo lancinante dubbio anche nell’animo di mia madre, che credo conversi all’occorrenza con mia zia di questa situazione, la quale zia ha lo stesso problema in famiglia: una figlia single che, di tanto in tanto, ha qualche frequentazione non ufficiale e tendenzialmente sbagliata con qualcuno di troppo vecchio, o troppo giovane, o troppo sposato, o troppo spiantato.

Nell’evoluzione del percorso di singletudine, l’approccio genitoriale nei confronti dello status sentimentale della progenie tende a subire delle modifiche, che possiamo riassumere in:

  1. Meglio oggi che tra 5 anni, adesso passa, sei giovane, goditi la vita, pensa a te (anche nella versione nazionalpopolare “il mare è pieno di pesci” e “si chiude una porta, si apre un portone”)
  2. Tranquilla, vedrai, arriverà quando meno te l’aspetti. Non ci pensare, sei giovane.
  3. Ma certo che arriverà. Non è facile perché tu hai bisogno di una persona molto intelligente. Ma sei giovane amore.
  4. Forse dovresti uscire di più
  5. O iscriverti a un corso
  6. Eh però anche tu devi predisporti
  7. Hai mai sentito parlare della legge dell’attrazione?
  8. Forse dovresti ridurre un po’ le tue pretese
  9. Io prego che trovi una brava persona!…che poi chi pregano? Dio? Cupido? Marta Flavi?
  10.  Eeee quel ragazzo? Quello che avevi incontrato a quell’evento 3 mesi fa? L’hai più sentito?
  11. Le tue amiche si sono sistemate: convivono, si sposano e tu no…
  12. Se non lo trovi forse è perché tu non vuoi trovarlo
  13. Noi alla tua età avevamo te…
  14. Io non riesco a capire perché: non ti manca niente, sei brava, sei bella…
  15. L’amore può arrivare a tutte le età, prendi Tizio, ha incontrato Sempronia a oltre 40 anni (insomma, assodato che non ti sposerai e non figlierai, speriamo almeno che trovi qualcuno con cui giocare a Bridge a 60 ani, come dice Mika, non “anni”).

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E qualunque cosa tu dica, qualunque statistica, percentuale, probabilità, testimonianza, raffinata analisi sociologica tu possa portare per spiegare e comprovare il fatto che essere single non fa di te una disabile esistenziale, né una donna mutilata nello spirito, né un’incompiuta fallita, essa risulta in definitiva inefficace.

Aivoglia a dire che vedete che uomini single non ce ne sono, e quelli che ci sono, sono sempre single per un motivo (compreso tra l’inchiavabile e il serial fucker).

Aivoglia a dire che moltissimi uomini sono gay.

Aivoglia a dire che è difficilissimo trovare qualcuno con cui incastrarsi e che nelle grandi città è più difficile che mai.

Aivoglia a dire che tutti questi che si sposano adesso, la metà sarà divorziata tra qualche anno, non perché tu sei stronza e gliela meni, ma perché questo dicono le statistiche. Ci auguriamo che non succeda mai ai nostri amici, ma quelli che divorziano sono pur amici di qualcuno.

Aivoglia a dire che in fondo l’amore non si cerca, che l’amore capita, si presenta, si coglie, si conquista, si custodisce, si alimenta, ma non è che decidi con l’interruttore di innamorarti. E che se c’è chi lo fa, tu non ci riesci.

Aivoglia a dire che stai facendo un sacco di cose stimolanti nella tua vita. E che forse una vita può essere ricca anche senza uno che ti butta la monnezza. E che speri di trovarlo, certo, ma che non ti piace sentirti socialmente deficitaria. Perché la tua vita, così com’è, anche da sola, è gagliarda abbastanza da essere vissuta. Quindi niente apprensione, niente compassione, niente giudizio. Al massimo un sincero augurio che capiti, se è ciò che vogliamo.

Perché, in fondo, siamo tutti diversi. E non vogliamo tutti le stesse cose.

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E di queste figlie single che la vita l’affrontano da sole c’è da essere più orgogliose che altro. Di queste giovani donne che difendono le proprie opinioni e le proprie idee, che vivono delle loro passioni, che sognano ancora, che sono piene di stimoli e curiosità. che hanno personalità e non lo nascondono, che viaggiano da sole per l’Italia e l’Europa e il mondo, che conoscono persone, che sanno parlare con tutti, che hanno visto quel film, o quella serie tv, o quel libro, o quel concerto, o quell’evento. Che parlano 3 lingue. Che fanno Pole Dance. Che hanno comprato quel vestito. Che hanno sempre qualcosa da fare. Che hanno paura e che la paura la superano, da sole. E che si rialzano ogni volta, quando cadono, perché sì, cadono spesso, e i lividi se li fanno da sole. Per carità, non è che vadano portate in trionfo come Giovanna D’Arco, non fanno altro che stare al mondo e vivere la vita che hanno, che in parte hanno scelto e in parte è capitata. Esattamente come tutti.

Essere single non è un handicap. E non è nemmeno un super-potere.

E’ semplicemente una condizione – tendenzialmente mutabile – della vita.

Proprio com’è mutabile essere in coppia.

Ma tutto questo pippone sappiate che è inutile e che l’unico modo che avrete per pacificare gli animi delle vostre famiglie è portare a casa un salvifico pene disceso dall’alto dei cieli a portare la pace nel vostro cuore.

ps: e comunque epic win per mio padre, uomo di pochissime e assennate parole, che mi ha detto, ma con dolcezza, giuro: “Prima eri anche un po’ cicciona, adesso magari incontrerai più facilmente qualcuno“.

Un po’ cicciona.

Niente, lo amo.

Amore Terrons

Esiste una legge socio-fisica secondo la quale per ogni figlio terrons espatriato, esistono due genitori terrons che – finché ne avranno i mezzi e la salute – un paio di volte all’anno si imbarcheranno su qualche genere di aereo low cost e/o carro bestiame (di quelli che Trenitalia tipicamente adibisce al collegamento del florido Nord con il profondo Sud), e verranno a trovare noi, pezzi de core prematuramente strappati all’habitat natìo per approdare qui, nelle austere terre settentrionali, che ci hanno adottati senza amarci mai davvero.

Nel mio caso specifico, poi, le cose funzionano un po’ all’incontrario, cioè che io sono stata letteralmente spinta ad andare via, altrimenti figurati, a questa ora qui mi diletterei felicemente in faccende domestiche e cazzeggio esistenziale, facendo la dama di compagnia di qualche ruggente tarantino, senza nessun tipo di problema etico a riguardo, nel mio ruolo di impenitente bambocciona imprigionata nel corpo di una moderna schiava in carriera.

Ma non è questo il punto. L’oggetto del contendere è che i miei sono stati qui da me la settimana scorsa e l’occasione è stata propizia per mettere a punto i postulati fondamentali che, come tutti i terrons sanno, regolano e scandiscono le visite genitoriali al Nord.

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1. Far trovare sempre la casa in ordine – Punto di fondamentale importanza per offrire ai genitori l’illusione che la loro pargola sia diventata una donnina in grado di badare a se stessa, capace di scandire sapientemente il ritmo delle lavatrici, di cucinare manicaretti che nemmeno Wilma De Angelis dopo un Master da Suor Germana, e di spendere il suo tempo casalingo in un ambiente salubre, a prova di ispezione dei NAS.

2. Far trovare sempre la casa in ordine, invano – Di fatto, non ha alcuna importanza che tu abbia invaso l’Uzbekistan e deportato 10 volenterosi individui che ti hanno disinfettato l’immobile prima dell’arrivo della famiglia. L’illusione di ordine e igiene dura circa un quarto d’ora, dopo di ché, l’intransigente occhio materno s’attiva e inizia a vedere che lì, in quell’angolo, a quattro metri d’altezza, vai dritto fino alla seconda traversa, poi gira a destra, ecco lì c’è quella ragnatela che bisognerebbe togliere. Poi bisognerebbe lavare le tende. Poi bisognerebbe fare i vetri. A questo ultimo giro la Vagina Maestra s’è superata quando ha detto: “Bisognerebbe imbiancare”. Perché non radere la casa al suolo e ricostruirla dopo una disinfezione a base di napalm, a questo punto.

3. Fare la spesa hard core – Il giovane terrons si trasforma in un concorrente di Pazzi per la Spesa e, persuaso del fatto che il mondo stia andando incontro a un’apocalisse nucleare, approfitta della presenza dei genitori per comprare e trasportare qualsiasi categoria merceologica incontri sul suo cammino: fustini di Dixan come se dovesse lavare tutte le divise della nazionale di Rugby; ettolitri di detersivo per stoviglie come se facesse il lavapiatti a Versailles; rifornimenti da 400 scatolette di tonno per sfamare il quartiere. E via discorrendo.

4. Fare i lavoretti domestici – Esiste tutto un campionario di bizzarre attività che al terrons non verrebbe in mente di compiere nel suo esiguo tempo libero e che pone in essere solo ed esclusivamente in presenza dei genitori, una su tutte: lo sbrinamento del freezer. Il mio freezer ha un livello di congelamento inversamente proporzionale a quello dei ghiacci polari. Più quelli si sciolgono, più il mio freezer diventa un blocco monolitico nel quale si incastonano verdure surgelate e Tupperware di ancestrale memoria.

5. Consumare cibo terrons – Qualsiasi genitore terrons in trasferta da un figlio terrons avrà in valigia almeno un genere alimentare non autoctono, illecitamente immesso oltre il Po’, sottovuoto o mediante apposita borsa termica imbottita di ghiaccio sintetico. Un formaggio, un pacco di taralli, del pane, della focaccia, dei salumi. Questa dinamica si fonda su due fenomeni speculari e complementari: da un lato la convinzione genitoriale che al Nord non esistano esercizi commerciali preposti alla vendita di generi alimentari. Dall’altro il desiderio del figlio terrons di gustare in terra straniera quei sapori che richiamano alla  mente il luogo di origine. Oltre al fatto che sì, il rapporto qualità/prezzo è imbattibile e che la carne che mi porta mio padre, quella del mio macellaio, è più buona e questo è indiscusso perché lo dico io.

6. Consumare cibo esotico – La cena fuori – preferibilmente offerta dai figli – è un caposaldo di ogni visita genitoriale. Soltanto un terrons emigrato può capire quale soddisfazione dia un padre terrons che chiede di andare a cena al fusion perché vuole il Pad Thai, o una madre terrons che mangia gli uramaki con le bacchette. Vero scambio culturale, non c’è che dire.

7. Fare una gita – Secondo caposaldo imprescindibile di qualsiasi visita genitoriale è la scampagnata fuori porta. Quel genere di velleità da vacanziero del weekend che ti induce a visitare posti come Como o Pavia, o altre cittadine provinciali che avresti benissimo potuto non vedere mai nella vita. Eppure non importa. C’è il genitore terrons, che pure che ha viaggiato per tutta Europa, tu devi portarlo a spasso.

8. Andare all’Ikea – L’incubo dell’uomo contemporaneo dai tempi de La Cosa di Carpenter in poi si concretizza puntualmente: la Missione Ikea, rigorosamente al weekend. Non è necessario che ci sia qualcosa di preciso da acquistare, l’Ikea saprà intercettare un bisogno che non ti eri mai accorta di avere – tipo un utensile che ti permetta di grattarti la schiena e al tempo stesso scolare la pasta – e ti proporrà di soddisfarlo a un prezzo assolutamente competitivo. E così, tra orde di bambini annegati in vasche di palline colorate e spaccio illegale di polpette svedesi, riesci sempre a tornare a casa con 12 candele Tindra nuove, il tuo ottavo plaid e un par di cuscini in più.

9. Armadio Perfetto – Una cosa che qualunque terrons (meglio se vagina) sa, è che la propria strategia di conservazione degli indumenti negli appositi cassetti e armadi è agli occhi materni SEMPRE errata. O, se non altro, fortemente migliorabile. Le madri terrons in queste occasioni vengono possedute dallo spirito di Carla Gozzi, iniziano a parlare in aramaico e ti inducono a far esplodere un brodo primordiale di magliette, pantaloni e gonne, senza alcuna distinzione stagionale, nella tua camera, per essere successivamente riorganizzate secondo un criterio di natura militare.

10. Il lascito – Ciò di cui i genitori terrons si preoccupano prima che la visita finisca, è che tutto sia a posto: la casa in ordine, la macchina lavata, la dispensa piena, l’anima rinsaldata. E il figlio terrons, per quanto cresciuto, per quanto adulto, non potrà che godere del beneficio materiale ed emotivo di questo aiuto.

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Ma non c’è solo questo, naturalmente, come tutti i figli terrons sanno. C’è la voglia di amarsi e di farlo il più possibile, per quel poco tempo che si passa insieme. La voglia di aiutarsi e prendersi cura l’uno dell’altra. C’è il desiderio di regalare un portafogli nuovo a tua madre e la voglia di parlare con tuo padre, che parla sempre meno. C’è che anche se hai 28 anni tra le sue braccia ti rimpicciolisci e nelle sue guance morbide ci sprofondi baci rumorosissimi. C’è che la sera prima di dormire ti stendi accanto a tua madre. E quella ti fa il solletico. E tu ridi e le dici di piantarla. E così tutto sembra come prima, come è sempre stato. E potete fare finta. Finta che lei non stia invecchiando, che tu non stia crescendo, che lei non faccia sempre più fatica a muoversi, che il tempo non passi, che tu non sia sola, che papà ricordi ancora tutto anche se inizia a dimenticare qualcosa. C’è che devi prenotare il prossimo volo per andarli a trovare. C’è che dici “Portami via in valigia” e quelli dicono “Non ci cacci in valigia”.

Non ci caccio, in valigia.

C’è che ti viene il magone quando li stringi, prima che vadano. Come sempre. Come ogni volta. C’è che non li lasceresti e invece devi, e invece dovete, perché la vostra vita è questa qua e l’avete scelto voi. Forse.

C’è che continui a ripeterti che ci sono famiglie vicine che si odiano e che l’unica consolazione, che non è poca cosa, è che in questa distanza voi vi amate come di più non sapreste fare.

Come di più non sarebbe possibile.

Questo non basta. Non basta mai. Ma facciamo tutti finta che basti, fino alla prossima visita.