Quando Sarai Madre

“Quando sarai madre, capirai”.

È una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso durante la mia adolescenza. Me la diceva mia madre, quando criticavo qualche sua politica genitoriale, quando improvvisavo scioperi della fame o conducevo proteste passivo-aggressive per rivendicare qualche diritto da teen-ager, ingiustamente negato. “Quando sarai madre, capirai”, mi diceva. Oggi ho 31 anni, non sono madre e non so se lo sarò mai, però, vorrei dirle, ci sono un sacco di cose che ho capito lo stesso. E, vorrei dirle, penso spesso al nostro rapporto.

Ripenso a quando da bambina le rispondevo male, e dovevo farlo così spesso che mi ero guadagnata il soprannome di “lingua biforcuta“. Vorrei dirle che ripenso a quando mi chiedeva di fare qualcosa in casa e io rispondevo che l’avrei “fatto dopo”. E dopo neppure lo facevo. E che ero una stronza, a non accorgermi di quanto avesse bisogno del mio aiuto. Vorrei dirle che mi darei una sberla in faccia per ogni volta che in faccia le ho sbuffato. E per ogni volta che mi sono lamentata di ciò che non c’era nella dispensa, e per ogni volta che ho fatto storie per il piatto caldo che mi ha messo davanti, e per ogni volta che non trovavo una maglia e strippavo perché lei – mentre lavorava, gestiva una casa e una famiglia – non ricordava immediatamente dove l’avesse conservata. Vorrei dirle che mi dispiace di tutte le volte che ho sbattuto le porte in casa e di non aver mai rifatto il letto la mattina come ha provato, per tutta la vita, a insegnarmi. Ma adesso che vivo da sola a Milano, lo rifaccio, e questo è comunque meglio di niente.

Vorrei dirle che a volte ricordo sorridendo quando commentava le gonne con cui uscivo, definendole “copri-culo“. E quando mi diceva che non avrei dovuto farmi venire a prendere ogni sera da un ragazzo diverso, che la gente vedeva, la gente osservava e parlava. E io le rispondevo con sufficienza, che erano solo amici e che a me nulla interessava di ciò che la gente poteva pensare. E mica lo capivo che, però, poteva interessare a lei.

Vorrei dirle che spesso ricordo quando le dicevo che da grande volevo fare la critica cinematografica, e lei mi rispondeva di trovarmi un lavoro vero, e alla fine sono finita a scrivere di peni e vagine, così s’impara la prossima volta a contraddirmi. E vorrei dirle che da ragazzina detestavo il fatto che non si sciogliesse in un brodo di giuggiole per i miei piccoli “successi“,  e che oggi invece la ringrazio anche di questo, perché la presunta bravura dei figli non devono essere i genitori a declamarla (e poi tanto c’era papà che andava in deliquio per me).

Vorrei dirle che mi dispiace di averla fatta preoccupare quando ho frequentato persone che non ha condiviso, e di essere rientrata così tardi, così spesso. E di aver mentito, a volte. E di essere venuta su turbolenta e irrisolta, e di non darle (ancora) la serenità di sapermi accompagnata a un brav’uomo.

Vorrei dirle che mi inorgoglisce vederla usare le emoticon su messenger e che mi imbarazza la qualità dei visual che condivide su Facebook. Che mi intenerisce quando mi manda su gmail la ricetta della torta di mele. Che sono fiera dei corsi che frequenta e dello sport che fa nonostante la fatica che le causa.

Vorrei dirle che se dell’amore so qualcosa, lo so grazie a lei. Non perché me l’abbia mai spiegato con analisi accademiche, ma perché è una donna che ama, che si prende cura, che protegge, che comprende, che critica, che a volte (spesso) parla e che a volte (strategicamente) tace, che fa tutto quello che bisogna fare per amare davvero, nei fatti e non nelle pugnette, e lo fa per indole, non per sentirsi dire “brava!” (come a volte faccio io). Vorrei dirle che se so qualcosa della forza di spirito, della capacità di andare avanti, della possibilità di superare le difficoltà, della coerenza, della correttezza e pure della schiettezza, la so grazie a lei.

Vorrei dirle che alla fine ha sempre ragione e che sono abbastanza grande per arrendermi a ciò e che, anzi, se me la vuole cercare lei, la persona giusta, va bene, apriamo i casting.  Vorrei dirle che sì, se avessi seguito i suoi consigli, se mi fossi impegnata per assomigliarle di più, invece che essere la sua perfetta antitesi, forse tanti errori non li avrei fatti. Forse non li farei, dato che come la recente cronaca sentimentale dimostra, continuo a farne.

Vorrei dirle che ho una paura infame degli anni che verranno, ma che affronteremo insieme quello che sarà. E che quando la guardo contorcersi per riuscire a fare una cosa, qualunque movimento, che per me è banale e per lei difficilissimo; ogni volta che una cosa le cade dalle mani, ogni volta che avrebbe bisogno di aiuto a prendere questo o quello e invece fa da sola, per non disturbare, mi sento in colpa di non esserci, a farle da balia h24. Ma so che sclereremmo se fossi sempre lì, perché sono apprensiva e oppressiva, e lei mi direbbe che sono “una suocera“, sebbene sia una figlia. Oppure sclereremmo perché lei dice frasi come “prendi i cosi nel coso” che cosa minchia significa, mi chiedo.

Vorrei dirle che quando le persone ci dicono che siamo fortunate, io ad avere la madre che ho e lei ad avere la figlia che ha, forse dovremmo rispondere che questo legame non è stato un dono, un premio vinto alla lotteria della vita, ma il frutto di un lavoro instancabile, fatto insieme, sulla nostra umanità. Forse dovremmo dire quante volte abbiamo urlato con ferocia, quanto è stato faticoso comunicare in certi periodi, quanto è stata dura accettare i limiti l’una dell’altra. Quanto impegno ci voglia, ad amarsi e a conoscersi, e a sapersi nel modo in cui ci sappiamo noi, a priori, prima ancora di parlare, intuendo l’altra prima che quella capisca se stessa.

Vorrei dirle che ci sono certi amori che non si spiegano, che le parole non le trovano, che a volte sono così profondi che scuotono tutta la coscienza di noi stessi, se li sfioriamo.

Vorrei dirle che non è stata sempre una madre perfetta e che io sono stata una figlia tutt’altro che docile, ma che non potrei essere più orgogliosa, delle donne che siamo diventate.

Buon 14 maggio. Alle madri. E alle figlie.

Coraggio di Amare

Scrivo questo post per rispondere all’email di Giorgio (nome di fantasia), un ragazzo che deambula con le stampelle, che legge il mio blog e che mi ha scritto chiedendomi come mai io non abbia mai parlato delle dinamiche sentimentali per chi è disabile, per chi non incarna il modello di “bellezza statuaria che ci viene quotidianamente imposto”. Mi ha detto che vorrebbe conoscere il mio punto di vista, perché secondo lui il mio punto di vista sarebbe brillante, sagace e intelligente. Così ho deciso di scrivere questa risposta, anche se forse non sarà all’altezza delle sue aspettative.

***

Caro Giorgio,

il fatto che io non abbia mai parlato di disabilità, non vuol dire che io questo tema non lo conosca o non lo osservi. Al contrario, forse, è per me fin troppo delicato, tocca un nervo molto scoperto nella mia emotività, al punto che la tua sola email ha rischiato di farmi piangere, mentre la leggevo, camminando per strada, di ritorno dalla palestra. Sì, lo so, over-emotional. E pensa che la mia reazione non era nemmeno imputabile a una carenza di magnesio.

Posso parlarti di disabilità e amore, certo. Ma non ti parlerò della reazione che le donne hanno, o dovrebbero avere, di fronte alle tue stampelle, quando le incontri dopo un match su Tinder. Né di quella volta che ho avuto una storia con un ragazzo disabile, perché in effetti non mi è mai successo di averla. Ma ho qualcosa da raccontarti, che forse non ti interesserà, ma secondo me è una vicenda che può insegnare qualcosa a te, e pure a me, e pure a qualche altro.

Schermata 2016-06-30 alle 11.58.40

Mia madre ha avuto la poliomielite da bambina. L’ha contratta pochi giorni prima di farsi il vaccino. Una mattina si è svegliata e ha detto a mia nonna che non sentiva più le gambe. Ha subìto il suo primo intervento chirurgico a 3 anni. E l’ultimo un paio d’anni fa. E io ho perso il conto di quanti siano stati, quelli nel mentre. So che il giorno dopo la mia Prima Comunione l’ho vista ricoverata in ospedale, e che pochi mesi dopo la mia laurea l’ho vista uscire bianca come un cadavere e tremante come una foglia dalla sala operatoria, dopo un lunghissimo intervento di protesi all’anca. So che il mio San Valentino due anni fa l’ho passato in ospedale con lei che vomitava l’anestesia e si contorceva dai dolori, e io ho dovuto fare il diavolo a quattro perché quelle teste di cazzo dell’ospedale le dessero qualcosa che la facesse stare meglio. Perché l’illustre dottoressa di turno notturno la smettesse di dormire e facesse il suo lavoro.

Cammina ancora, mia madre. Molte persone della sua età, che hanno avuto la stessa malattia, non possono più farlo. Sono in carrozzina, non escono più di casa. Certo, le scale sono un problema. Anche le salite. Anche le discese. Anche i dislivelli. E va in giro con il bastone adesso. E le cose spesso le cadono dalle mani.

Io vivo lontana da lei, e questo è stato uno dei grandi buchi neri emotivi dei miei anni passati, nonché una delle mie più grandi paure per gli anni a venire, nonché un elemento rilevante nella mia decisione di lasciare il lavoro fisso e provare a sopravvivere da free lance, per poter andare da lei quando di me ha bisogno, senza elemosinare ferie in nessun ufficio. Io vivo lontana da lei, ma quando ci sono le tengo sempre la mano se camminiamo, e sono tutta tesa, e ho sempre paura che non sia stabile abbastanza, come quando camminano i bambini piccoli. E se la sedia è bassa l’aiuto ad alzarsi. E l’aiuto a vestirsi. E ad allacciarsi le scarpe. E a volte cade. E fondamentalmente il decorso della malattia sarà questo, si chiama Sindrome Post-Polio. E ha sempre dolori. Dolori ovunque. Ogni tanto ne viene fuori uno nuovo, di dolore, che comunque non se ne va, che si aggiunge a tutti gli altri ormai cronicizzati. E io le dico che per stare meglio dovrebbe fumare la marijuana, che anzi no, le compro il vaporizzatore così non deve nemmeno assumere nicotina (e così, tra l’altro, lei e mio padre si divertirebbero un casino la sera, invece che guardare quelle fiction di merda che guardano). Lei mi dice che non si drogherà. E io le chiedo se non siano forse droga tutti gli antidolorifici e gli antinfiammatori che prende. Senza i quali, essenzialmente, non potrebbe vivere una vita con una parvenza di normalità.

Ti dico tutto questo per dirti che la disabilità la conosco. Da vicino. Da sempre. Non ho mai avuto una mamma in salute e forse un analista potrebbe dirti che questo mi ha causato chissà quali turbe psichiche. E probabilmente avrebbe in parte ragione. Ma c’è dell’altro.

C’è che mia madre, con la disabilità con cui convive e con cui ha convissuto per tutta la vita, è la persona più incredibile che io conosca, e non lo dico solo perché mi ha sgravata, perché sono sua figlia e quindi sono parziale. Lo dico perché è forte, è coraggiosa, non si lamenta mai, è riuscita a essere moglie, a essere madre, a fare la volontaria, a trasferirsi per mio padre in una nuova città, a lavorare, a essere indipendente, a gestire una casa, a cucinare divinamente e a crescermi. È una donna capace di ascoltare, di comprendere, di intuire, di lottare, di imporsi, di essere dolce in un modo ruvido e terribilmente autentico. Ed è anche capace di mettersi in discussione e di chiedere scusa, il ché, aggiunto a tutto il resto, la rende davvero una gagliarda. È una combattente nei fatti, mia madre, non nelle parole. È capace di empatia e compassione, ma non si commisera mai. E io, che ormai sono adulta, che non ho più bisogno di oppormi a lei in quanto adolescente, e non ho più bisogno di vivere nel mito di mia madre (perché quando si cresce i genitori diventano esseri umani, di cui sei chiamato a comprendere e accettare anche i limiti, tipo quello che ogni tanto lei ha con i congiuntivi), ecco io non potrei chiedere una madre migliore di quella che ho. E a volte penso cose inutilmente tristi, penso che di sicuro vorrebbe un nipote ma che se quel nipote ci fosse non potrebbe nemmeno prenderlo in braccio. Ma poi la pianto, perché questi pensieri non hanno senso e perché questi limiti “strutturali” non tolgono nulla all’affetto che una persona può offrire. E io, che ho avuto il privilegio di essere un figlia davvero amata, lo so molto bene.

Tuttavia lei non è la sola in questa storia.

C’è anche un giovanotto tarantino di belle speranze che all’inizio degli anni ottanta l’ha conosciuta, in vacanza. E se ne è innamorato. E non l’ha lasciata mai più. Nemmeno quando la sua famiglia si è opposta. Nemmeno quando gli hanno detto che non era il caso, che mia madre non era sana, che negli anni se ne sarebbe pentito, che potevano essere amici, certo, ma che nel frattempo gli avrebbero presentato della altre ragazze, delle ragazze “normali”. Non ci sono stati cazzi. Mio padre l’aveva scelta. L’ha sposata e l’ha amata. In salute e in malattia. E lei ha fatto altrettanto con lui. E non è sempre stato semplice. E non lo è nemmeno ora, che stanno invecchiando, e cambiando, e che si sopportano nelle rispettive prime manifestazioni di micro-rincoglionimento senile. Perché non è una favola, è la vita vera. È la storia due persone coraggiose, come forse ce ne sono sempre meno, che sono riuscite a fare una cosa banale ed enorme, come condividere la vita con tutti i suoi problemi e le sue gioie. Come costruire una famiglia e crescere una figlia dandole tutti gli strumenti possibili per farcela da sola.

E quello che voglio dirti, caro Giorgio, è esattamente questo: io sono figlia di un amore che non ha avuto paura della disabilità. E sono la prova che questi amori possono esistere ed essere solidi. Ma bisogna che a viverli siano persone davvero in gamba. Davvero coraggiose. Davvero capaci di amore. Persone speciali, con uno spessore, in grado di vedere più in là del proprio naso e di sentire più in là del proprio culo. Persone capaci di andare oltre i pregiudizi e i timori che tutti abbiamo. Capaci di accollarsi delle rinunce, in nome di qualcosa altro.

Quando tu mi dici che devi fare il triplo del lavoro che fanno gli altri, per accreditarti, capisco cosa vuoi dire. Ma tu fallo, perché forse è normale così. Anche mia madre fa il doppio della fatica che farebbe se non avesse i problemi che ha. Ma lo fa, perché ha la volontà di farlo. Perché è una donna che mi ha insegnato l’indipendenza, anche se la vita ha fatto di tutto per minare la sua libertà di esserlo, indipendente intendo.

Non è stata particolarmente fortunata da questo punto di vista, mia madre. E non lo sei stato nemmeno tu, probabilmente. Ma io a lei ricordo sempre che, nonostante i suoi problemi di salute, ha e ha avuto una vita piena di amore. Innanzitutto perché di amare è stata capace.

Nei fatti, più che nelle parole. Nella sostanza, più che nella forma.

Come le vere donne e i veri uomini fanno.

Ti faccio lo stesso augurio: di amare e di saperlo fare, di coltivare il tuo spirito, di accettare la tua diversità, di sdrammatizzarla,  di non piangerti addosso mai e di non scoraggiarti, che disabili lo siamo un po’ tutti – chi dentro, chi fuori – e di essere diretto, e di non dubitare che esista qualcuna capace di accettare e ricambiare il tuo amore. Non spaventarti se non la trovi subito. Nemmeno noi che le stampelle non le abbiamo, troviamo facilmente qualcuno con cui spartire un millimetro d’anima. Ma non possiamo concederci di smettere di sperare che questa persona, da qualche parte, esista. E che la incroceremo, che la riconosceremo, che non la perderemo.

Io, di sicuro, appena lo becco, gli faccio un culo a paiolo per averci messo così tanto a manifestarsi e a trovarmi.

Un abbraccio e buona fortuna,

v.