Femministe col Culo degli Altri

La settimana scorsa sono stata invitata, insieme ad altri bloggers, giornalistis e influencers, a una cena con Mary Lynn Bracht, scrittrice americana, di origini coreane. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un’interlocutrice anglosassone, e di dire quelle cose tipo nais tu mit iu, ho riflettuto sul senso della serata e del suo romanzo, in uscita in 18 paesi, tra cui l’Italia (con Longanesi). Figlie del Mare, questo il titolo, racconta un tema di cui — specialmente qui in Occidente — sappiamo davvero poco: la storia delle comfort women coreane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se a questo punto state pensando qualcosa tipo “Che noia la storia delle prostitute asiatiche“, avete ragione. Due palle questi romanzi storici, politici, femministi nella sostanza e non nell’etichetta. Chi se ne frega. Quante erano? 200.000. Che è successo? Le hanno ridotte in schiavitù sessuale e venivano quotidianamente stuprate dai militari giapponesi. Si vabbè, ma tipo 70 anni fa! Sì sì, roba vecchia, ci basta fare i conti con l’Olocausto. Chi se ne importa delle ferite inferte su popoli lontani, quando ci siamo noi qui, che siamo tanto inguaiati. E poi ormai le donne non fanno che parlare e lamentarsi di tutto, e alzano la voce in tutto il mondo, e mò dobbiamo deprimerci pure con questo pezzo della storia delle donne di cui non sappiamo un cazzo? Che noia. Avete ragione. Per questo motivo ho deciso di sconsigliarvi la lettura di questo romanzo.

Innanzitutto perché è lungo 370 pagine, neppure troppe, ma comunque per leggerle tutte serve più impegno di quanto ne richieda, per esempio, condividere un bel video, molto ritmato, di Freeda su Facebook (e, sia chiaro, a me piacciono i video di Freeda); lo sconsiglio, perché ha una storia, una trama e qualche riferimento storico, dunque intellettualmente potrebbe essere più impegnativo di scegliere un nuovo gadget di Frida Kahlo su Amazon; lo sconsiglio, perché forse non c’è neppure un passaggio che potrete fotografare e pubblicare su Instagram con l’hashtag #girlpower. Lo sconsiglio, perché è un libro faticoso, non da leggere ma da sentire nelle budella; lo sconsiglio perché metterà a dura prova la vostra sensibilità e aprirà uno spiraglio nauseante sulla brutalità degli esseri umani. Vi sconsiglio questo libro perché se lo leggeste vi taglierebbe dentro, non dico con la stessa perizia con cui ha fatto Primo Levi ai suoi tempi, ma con lo stesso tipo di bisturi, quello capace di incidere e chiarire che esiste un bene e che esiste un male, e che ci sono casi in cui non si sollevano dubbi in proposito.

E se questo ancora non è sufficiente a dissuadervi, io no so che dirvi. Non capisco perché vi incaponiate, perché vogliate sporcarvi le mani e l’anima a leggere un libro che accende la coscienza, scritto da una donna, sulle donne. Perché dovreste leggerlo, quando potete continuare comodamente a pensare che essere femministe sia più o meno come essere hipster: nessuno sa esattamente che cazzo significhi, ma tutti siamo un po’ vittime della loro estetica. Ecco facciamoci bastare il femminismo estetico, quello confortevole che sta in superficie, che ci fa pensare che le cose stiano cambiando da sole. Prendiamoci il marketing del femminismo e rendiamo grazie, la sua narrazione mediatica, la fuffa inoffensiva, la querelle televisiva, lo slogan, l’advertising, il trend. Roba che fa scena e che va pure bene, ma che non basta. Roba che poi, nella sostanza, cambia di poco le cose, così non corriamo il rischio di evolverci, e ci risparmiamo la fatica di studiare. Non leggetelo, questo libro, tanto ci appassionano più le guerriere delle vittime,  e continuiamo a ignorare come tutti i ruoli della femminilità siano interdipendenti, e come da questo nasca il femminismo intelligente. Il femminismo potente. Quello capace di pensare e attuare prospettive future più eque. Intanto, nel dubbio, spariamoci le pose, atteggiamoci, frammentiamoci in sottoculture disomogenee e in piccole lotte intestine, dài. Del resto ci bastano le immagini e l’immaginario, la retorica e l’accessorio, per sentirci femministe, mica dobbiamo esserlo per davvero, il mercato lo sa. Il femminismo tira un casino, dilaga ovunque nel tessuto narrativo, crea stereotipi nuovi. Si trasforma in femvertising che, tecnicamente, è la pubblicità fatta dalle donne per le donne, veicolando messaggi positivi e incoraggianti (empowering, letteralmente) indovinate per chi? Ma per le donne, ovvio.

Tuttavia il femminismo liofilizzato e ammansito, reso fenomeno di costume, va oltre. Prendete Westworld, di cui ho visto le prime due puntate della seconda stagione. La vicenda è popolata da eroine ribelli e spietate, volto unico della rivolta, affiancate da figure maschili remissive e obbedienti, servi adoranti e coraggiosi, pronti a seguirle ciecamente nei loro propositi sovversivi, al fine ultimo di sconfiggere i nemici, che sono tutti maschi, potenti e stronzi. Insomma, una specie di revengefantasy in gonnella, un po’ inno e un po’ caricatura del movimento #MeToo e delle sue rivendicazioni. Se ancora non vi basta, prendete l’alta moda, le sfilate in cui i modelli e le modelle in passerella indossano t-shirt da 400 dollari con su scritte frasi di matrice femminista. Dall’Haute Couture agli scaffali di H&M e Primark, il POP-Femminismo è al suo massimo vigore storico, gronda promesse di mondi migliori, propone armature illusorie per una battaglia che poi, in fondo, nelle pieghe della quotidianità, non intraprendiamo quasi mai.

Dev’essere questo il disagio, sottile e persistente, che avverto da mesi. Posto che qualunque deriva femminista, anche la più naif, mi pare comunque preferibile a qualsivoglia maschilismo, oscurantismo, sessismo e paternalismo, non riesco a liberarmi da una preoccupazione originale (originale come il peccato di Adamo ed Eva): rischiamo di imbrigliare il potere dirompente di una nuova coscienza femminista nelle maglie della pop-culture? Stiamo forse creando un’onda anomala di dibattito senza approfondimento ed educazione? Una bolla di opinioni a buon mercato che non hanno base accademica (perché a volte l’accademia ci vuole eh) né potenziale formativo?

Mi sono risposta che la pop-culture va pure bene. È utile, forse persino necessaria per creare vivacità nell’ambiente, per avvicinare chi ha bisogno della sicurezza che solo un argomento trattato sulle cover per smartphone può garantire. E che tutto il resto è troppo impegnativo da conseguire, massì, accontentiamoci del merchandising del femminismo, invece di leggerlo, masticarlo, deglutirlo, digerirlo e infine, se siamo fortunate, cagarlo. Agghindiamoci da femminista gipsy, o da femminista BruceWillis, o da femminista intellettuale e tanto basta. Non importa imparare a pensare, agire e sentire da femminista. Il cervello e i contenuti sono sopravvalutati, non ci servono mica. La cultura e la conoscenza, decisamente non sono utili per accreditarci come POP-Feminist in grado di mietere migliaia di like.

Non leggetelo, questo libro perché poi forse avrete voglia di approfondire, capirete che alcune donne (che avremmo potuto essere noi, o le nostre madri, o le nostre figlie, o le nostre sorelle) sono state vittime di un crimine contro l’umanità proprio in quanto donne, giovani, ragazzine al limite dell’infanzia. Non leggetelo questo libro, perché potrebbe aprirvi la mente, interrogarvi su quante altre donne oggi vivano in condizioni inaccettabili, farvi pensare che siamo una collettività, un gruppo gigantesco che subisce violenza da secoli, a qualunque latitudine del globo terraqueo e a qualunque livello della scala sociale (è notizia della settimana scorsa che persino le suore di clausura di Pamplona si sono indignate per l’ennesima ingiustizia giudiziaria a seguito di uno stupro di gruppo, tanto per non citare un caso italiano o americano).

Insomma: non leggetelo, Figlie del Mare, perché leggere questo romanzo è un atto femminista e potrebbe indurvi a pensare che si possa fare di meglio; e che essere femministe col culo degli altri potrebbe non essere abbastanza.

Leggere questo romanzo è un fatto. Non è una t-shirt, un meme, una gif.

È un’azione culturale che rischierebbe di insegnarvi qualcosa.

È un pericoloso gesto politico che vi porterebbe con la mente lontano.

E col cuore, incredibilmente vicino.

Ci siamo capite?

***

Io mi sono sempre opposta a questa storia delle magliette, di dover fare le mie magliette, di diventare una maglietta, perché a un certo punto bisogna fare le magliette; perché Memorie di Una Vagina è un brand che ci starebbe benissimo su una maglietta, eccetera, eccetera…ma se lo fa Christian Dior, stamparci il femminismo su tessuto, allora posso farlo anche io. 

E cosa scriverci sopra, lo decido io.