Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

We want testosterone!

Ci sono certe cose che negli anni non cambiano.

Una di queste è il modo in cui mi sento gratuitamente fica quando Frecciagrossa mi scarrozza in motorino per Firenze.

Fin da quando avevo 19 anni e studiavo a Bologna, in quei tempi lontanissimi in cui vedersi ci costava 5 euri di regionale (contro gli attuali 53 euri di alta velocità), io amavo un sacco la vibrante sensazione del mio di-dietro adagiato sul sellino di Greg, che procedeva spedito nella brezza della primavera fiorentina, sul Lungarno, con il sole piantato in faccia e i colli in lontananza, e quella chiesa, che chiesa è, che abbiamo pure studiato a scuola, ma come minchia è possibile che io prendessi sempre 9 in storia dell’arte se ora non ricordo un beneamata fava?

Come quando ci siamo fatti insieme il piercing, all’orecchio lui e al naso io (un tremebondo brillantino che tutt’oggi adorna la mia narice destra), che io stavo a svenì, perché so una che il dolore lo regge un sacco bene.

Come quando mi ha schiavizzata per farmi fare le orecchiette fatte in casa (unico preparato che testimonia il mio essere vagina e terrona) per tutti i suoi coinquilini.

Come tutte le volte in cui lui si sveglia prima di me, prepara il caffé, io mi alzo miagolante e metto su “So What” di Miles Davis, e fuori c’è il sole, e decidiamo di andare in centro. Parcheggiamo Greg nei pressi del Duomo, guardiamo la cupola del Brunelleschi (sicuramente, almeno un 8 e 1/2 in storia dell’arte) e proseguiamo su Via de’ Calzaiuoli, per arrivare dritti in Piazza della Signoria, dove si erge maestoso Palazzo Vecchio.

Continuiamo giù per gli Uffizi, arriviamo sull’Arno, facciamo Ponte Vecchio. A volte, ci fermiamo a metà, scattiamo una foto, o guardiamo il panorama. Pochi secondi, tanto per, facciamo un commento razzista sui turisti giapponesi e riprendiamo la marcia. Arriviamo fino a Palazzo Pitti. E ci sediamo a terra, in discesa. Un tempo, A.S. (ante salutismo) fumavamo insieme, io e Frecciagrossa, a quel punto. Ad oggi, lo faccio da sola. Mentre lui mi racconta dell’ultimo flirt delle ultime 48 ore e io subisco un’illuminazione, chiarissima, e penso che nella prossima vita non solo vojo rinasce maschio, magro e superdotato. Vorrei pure esse finocchio. Il ché mi solleverebbe definitivamente dal peso di avere a che fare con le vagine, che francamente sarebbe non poca cosa.

Per pranzo andiamo ai Maledetti Toscani, una specie di salumeria tipica, dove ci fanno una schiaccia da farcire come ce pare e io so proprio felice della mia schiaccia con mortadella, mozzarella e salsa di carciofi da consumare sotto il pisello del David di Michelangelo. Poi, come da manuale, accompagno Frecciagrossa a comprare un gelato, prima che il suo umore vada in ipoglicemia isterica e, come sempre, gli anticipo che no, io non lo voglio, perché sono sazia, come non voglio una relazione sentimentale, d’altronde. Per sentirmi rispondere che tanto dico sempre così e poi lo prendo, il gelato. E, difatti, dopo pochi minuti: allora per me un cono piccolo, crema e nocciola, grazie, senza panna però.

A questo giro, per di più, era il compleanno di Frecciagrossa, che è il più vecchio, quello che per primo ha compiuto 27 anni in un anno in cui noi tutti compiremo 27 anni (ma io, più tardi di tutti). Per festeggiare siamo andati in un ristorante con i suoi amici, abbiamo magnato, bevuto e discusso sul resto della serata, optando in definitiva per lo YAG, locale naturalmente frocio (come i più sagaci potrebbero intuire leggendo specularmente il nome), dove in realtà volevo andare perché, anche se me viene un po’ male dirlo, non ero stata mai in un locale finocchio e già mi immaginavo situazioni da inferno dantesco, condito di sado-masochismo e promiscuità, oppure situazioni di estrema goliardia con Raffaella Carrà e la Rettore e addio mondo. In realtà, l’ambiente era più che altro Lady-Gaga-oriented ed era cosparso di manichini bianchi di corpi maschili, senza braccia, senza gambe, dai pettorali al pacco per intenderci, che si illuminavano di verde, azzurro e fucsia. Mentre ai due lati del locale, di fronte al bancone del bar, c’erano due ballerini cubisti albanesi alti 1 metro e 1 caciotta, che facevano mosse coordinate stile Veline di Striscia la Notizia, ma assai più ammiccanti.

A quel punto, però, la vagina se fa inevitabilmente du conti – naturalmente sbajiati – e pensa: allora noi vagine semo deppiù, tipo che per sette de noi ce sta n’omo. Se poi uno ce mette pure i froci e toglie quelli inchiavabili, lasciandoci pure de mezzo i fidanzati che tanto se sa che solidali nun semo, il risultato non cambia: quanto male semo ridotte?

E mentre questi pensieri osteggiavano il mio tentativo di sentirmi a mio agio in quel pout pourri di checce, devastata dal mal di piedi, mi gustavo Frecciagrossa in azione, attorniato da uomini diversamente eterosessuali incapaci di resistere al suo sex appeal.

Tra le frasi che decido di annoverare dopo questo weekend:

– “Io lecco tutto, anche le ascelle” by Frecciagrossa85

– “Uhm, ragazzini che giocano a calcio…interessante!” (per la famosa legge “mi piacciono tutti, dai 13 ai 45 anni”) by Frecciagrossa85

– “Con Vagina l’aspetto fisico non conta, se hai una buona dialettica, la sua vulva è per metà già tua” by Frecciagrossa85 al suo nuovo coinquilino etero, che avevo conosciuto da tipo…30 minuti. Forse meno.

Oggi so ripartita in alta velocità (per soli altri 53 euri), mi sono seduta al mio posto 61 nella carrozza 6 e ho aspettato, come sempre avviene quando si viaggia in treno, di incrociare lo sguardo di Ethan Hawke col quale iniziare una romanticissima relazione occasionale di 1 ora e 45 minuti. Niente. Intorno a me solo vagine.

A quel punto tutto è stato più chiaro: nell’imminente futuro bisogna riequilibrare il dosaggio ormonale del proprio micro-ambiente, perché semo vagine e We want testosterone.