Come Gestire una Non-Relazione

Un paio di giorni fa sono inciampata in un articolo dell’Huffington Post sulle non-relazioni. Poche ore dopo mi ha chiamata una mia amica, per aggiornarmi sugli sviluppi della sua più recente non-relazione che dura ormai da un trimestre (il ché, per gli standard milanesi, ha quasi dell’eccezionale). Così ho pensato che fosse giunto il tempo di parlare di questo fenomeno relazionale: le non-relazioni [precisiamo subito che quando si parla di non-relazione non ci si riferisce alla cosiddetta “trombamicizia“, che rappresenta piuttosto uno status temporaneo, un momento di magico e transitorio equilibrio, in cui ambo gli astanti sono disposti a godersela senza particolari complicazioni di sorta. Il tutto prima che uno dei due perda la brocca per l’altro].
A voler essere pignoli, infatti, bisogna puntualizzare che il mondo non si divide soltanto in single e accoppiati. Esiste, a ben vedere, un folto sottobosco di non-single e non-accoppiati, nel quale si rifugiano non solo gli amanti di contrabbando che vivono relazioni clandestine, ma anche tutte quelle persone che sono all’inizio di una relazione potenziale o presunta, che però non viene definita ufficialmente tale.  Rapporti che non ricevono etichetta alcuna, perché noi siamo la generazione di “ehi le etichette si mettono ai barattoli, non alle persone (o ai sentimenti)“.
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Succede così che la questione della nomenclatura del rapporto, ridotta a poco più che una roba da burocrati del sentimento, non venga minimamente affrontata. Eppure, l’emotività spesso sfugge a queste posture squisitamente intellettuali e può crearci qualche difficoltà nella gestione della non-relazione che, teoricamente, ci aspettiamo di vivere con la più totale disinvoltura perché sai-noi-siamo-gente-di-mondo, ma talvolta ci causa qualche forma di disagio.
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Proviamo quindi a stilare alcuni consigli utili per gestire queste non-relazioni e per dar loro la chance di evolversi in qualcosa di più oppure di perire miserevolmente.
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1. Parola d’ordine: pazienza. Calma. Slow down. Lo so. C’abbiamo fretta. Tic tac, tic tac. Lo so, vorresti un casino andare a quel prossimo matrimonio e avere il tuo +1. Lo so, vorresti dire a tua madre che hai la ragazza, ok. Ma dovete avere pazienza. Siamo adulti e abbiamo i nostri complessi bagagli da portare al seguito. Dopo un paio di mesi non sai ancora cosa ci sia nel bagaglio del tuo non-partner. Puoi intuirlo o capirne un pezzo ma è un pezzo piccolo. Quindi al tuo non-partner devi darci tempo. Le cose buone ne richiedono. E la gatta frettolosa fa i figli ciechi (per il mio abuso di proverbi, fate le vostre rimostranze a mia madre)
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2. È vero, siamo adulti e non abbiamo più bisogno di millemila anni per capire se quella persona ci piace (ciò apparentemente giustificherebbe quei fenomeni paranormali di ultratrentenni che si incontrano, dopo 3 mesi convivono, dopo 10 mesi si sposano). Però, essendo adulti, sostanzialmente più completi rispetto a quanto lo fossimo 10 anni fa, prima di impegnarci consapevolmente in una relazione propriamente detta, ci pensiamo di più. Non vuol dire che quella persona non ci piaccia. Vuol dire che dobbiamo capire se siamo in grado di farle spazio nella nostra già edificata vita. Dobbiamo capire se essere due invece di uno è compatibile con noi stessi. Con il modo in cui siamo. Con tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito per stare al mondo da soli. Con tutti gli impegni che abbiamo preso. Con quella vita che abbiamo impostato e vissuto per anni, single come eravamo, perché scusa-sai-ma-non-potevo-mettermi-in-stand-by-finché-non-arrivavi-tu.
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3. Se non facciamo spazio nella nostra vita, vuol dire che quella persona non ci piace abbastanza? Probabile. Ma non è detto. Prima di decretarlo, prendiamo e concediamo il tempo necessario, di cui al punto uno.
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4. Il tempo non lo decidiamo soltanto noi. Lo decide pure l’altro. E no, non deve essere un tempo indeterminato, naturalmente, perché sì, hai ragione, il tempo passa.  Ma deve essere un TEMPO, in un’epoca in cui siamo abituati al non-tempo. L’abbiamo parcellizzato, ottimizzato, atomizzato, creando micro-rapporti, contatti simultanei, costanti e superficiali. Se uno non ci scrive per 5 ore sbrocchiamo. Se non si fa sentire per 1 giorno è uno stronzo. Ma 5 ore e 1 giorno sono una nullità, in termini di tempo, e da questa nullità noi facciamo dipendere la vita e la morte di questi rapporti (del tipo “ha visualizzato 3 ore fa e non mi ha risposto: TAGLIATEGLI LA TESTAAAA). Questa è un’aberrazione di cui siamo vittime, il non-tempo non può che generare non-relazioni. Perché se il non-partner che ha osato non scriverci per un paio di giorni, fa una cosa amarcord come farci una telefonata dopo 3 giorni (che sarebbe una cosa di per sé carina, che sarebbe stata la normalità 10 anni fa) quello ci trova come minimo letalmente offese perché non ha passato le precedenti 48 ore a mandarci messaggini. Eddai. Essù. Di cosa stiamo parlando?
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5. Nel frattempo, mentre stiamo a vedere la vita come va, se questa non-relazione s’accede e c’incendia o se fa la fine di un cerino del campo santo, se proprio fate fatica ad avere pazienza: distraetevi. Non vi fissate. Non siate pesanti. Non chiedete risposte. Non pushate. Non pretendete conferme. Semplicemente vivete, cazzo. Conoscetevi. Conoscete tutto, anche le sue micro abitudini, i suoi toni, il suo modo di fare, i suoi ritmi. Scopritelo e comprendetelo, poi valutate se vi garba oppure no. Ma di base se non siete disposti a comprendere un altro essere umano all’infuori di voi stessi, è inutile anche che pensiate di avere una relazione.
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6. Dedicatevi a voi. Proseguite con la vostra vita. Con i vostri progetti, i vostri sport, i vostri impegni, i vostri viaggi, i vostri rapporti. Uscite con gli amici, siate attivi e positivi e non appendete il vostro umore all’atteggiamento di una persona che solo lo scorso inverno non sapevate nemmeno esistesse sul globo terraqueo.
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7. Proseguite anche con i vostri flirt, che non vuol dire datela via come se faceste volantinaggio, o diffondete il vostro seme nell’ambiente come fosse uno spray. Più semplicemente, vuol dire: non dimenticate che nel mondo esistono altri esseri umani, che il non-partner non è il solo e neppure l’ultimo. Di fatto, finché non decidete insieme di investire coscientemente il vostro capitale emotivo reale in questo rapporto, finché non siete concordi sul fatto che sia un investimento sensato, allora è corretto distribuirete i rischi (lo so, sembra cinico, ma sì, in effetti lo è)
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8. Naturalmente però, anche se differenziate, se il non-partner vi piace, spererete comunque che la cosa vada in porto. Affinché al porto abbia la possibilità anche solo di attraccare, e non naufraghi al largo, dovete sapercela condurre, la nave. In altri termini, dovete essere piacevoli. Dovete essere appetibili. Dovete essere desiderabili. Il ché ci conduce al nono punto, che è il più critico.
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9. Per essere desiderabili, dovete trovarvi desiderabili. Dovete crederci, che lo siete. Dovete fare pace con la merda che avete, perché di sicuro ne avete e ne avete più di quanta ne aveste a 22 anni, per il banale fatto che siete più vecchi. E spesso la merda ce la portiamo dai 5 anni di età, e poi se ne aggiunge altra e altra ancora, ed è inevitabile che sia così. È la monnezza della nostra vita, alcuni la gestiscono meglio e altri peggio, certi la riciclano per bene e certi altri sono Napoli (state calmi, amici napoletani, non è razzismo, è solo che vi ricordate quando non si parlava d’altro che della monnezza a Napoli? Ecco. Prendetevela con i media. Certo, Napoli non è solo quella e neppure quella di Gomorra, del resto io vengo da Taranto dove c’è la diossina, vivvubbbì). Dicevo, tutti abbiamo la nostra monnezza e dobbiamo gestirla e smaltirla e non possiamo pensare che un partner, chiunque esso sia, venga a fare il Bertolaso nell’anima nostra. Quindi no. Che tu sei dolcemente complicata a quello non interessa. Che tu hai paura dell’abbandono a quello non gliene frega. Se sei insicura del tuo corpo, se sei frustrata dal lavoro, se sei arrabbiata come una faina, quello non ti prende. Ma giustamente, perché dovrebbe prendersi un pacco? Tu sei un pacco? No che non lo sei. E allora non venderti come se lo fossi. Non fargli vedere in primis la tua monnezza. Che non vuol dire truffarlo, ma vuol dire NON far sì che lui ti veda attraverso la lente che usi tu. Lascia che scelga lui la lente attraverso la quale guardarti. E prova a mostrare le cose migliori di te. Non dico ostentarle, ma dagli la possibilità di vederle. È come quando fai una foto e ti metti dal profilo migliore. Non è che ti fai la foto per venire intenzionalmente un cesso, né diventerai Sharon Stone (quella di Basic Instinct). Però provi a farti carina. Provate a farvi carini per l’altro. A esserlo. A dare, oltre che a pesare quanto ricevete. Vigili sul fatto che sia vicendevole, certo, ma senza sfociare nella patologia.
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10. Scegliete i vostri confidenti e non seguite consigli a caso. Per carità, sfogatevi pure, ma fate ciò che il vostro buonsenso vi suggerisce. Il buonsenso ce l’avete eh. Guidate, lavorate, votate, ogni giorno prendete delle decisioni. Quindi ne siete equipaggiati. Semplicemente: usatelo. E non fatevi condizionare da ciò che dicono terzi. Né quando eccedono in entusiasmo, che già vi vedono con il brillocco al dito, né quando (spesso per protezione nei vostri confronti) vi scoraggiano. Perché la verità brutale è che state parlando con chi? Con un’amica che nella sua vita è stata single 1 ora in tutto? Una che gli uomini li gestisce da dio, per carità, ma nel suo modo, col suo aspetto, con il suo carattere, non col vostro. E voi siete persone diverse. Con chi ne parlate, con la vostra amica sposata che non sa nemmeno quale sia l’icona di Tinder? Con il vostro amico gay che ha una vita sessuale che è un mattatoio? Con quell’altro che non ha mai avuto una relazione che sia durata più di 2 mesi? O con quella che vi impartisce lezioni di vita mentre è la fidanzata cornuta o l’amante di qualche altro? Per carità, sono tutte persone che possono dirvi cose intelligenti, illuminanti, profonde o utili. Ma un conto è ascoltare, un conto è seguire. Io, per esempio, parlo sempre con mia madre, non seguo mai i suoi consigli (purtroppo), ma ascolto sempre le sue intuizioni (e poi penso che aveva ragione lei e, ogni volta, glielo dico; o me lo dice lei, che me l’aveva detto dal primo momento).
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Concludo con un rimedio della nonna, per i momenti di crisi:
Quando io mi trovo in queste situazioni, sul terreno di una non-relazione, quando ho voglia di dire e spiegare, quando ho voglia di fare a un uomo uno di quei discorsi pesantissimi vaginali che nessun pene sopporterà mai, scrivo. Scrivo lunghe missive, convinta che le spedirò l’indomani. Il giorno dopo le rileggo e mi accorgo che NO WAY, che sono over-emotiva  e che ovviamente non le spedirò. Ma scriverle mi è servito, non solo come sfogo, ma come misura, chiara e inequivocabile,  della mia assurda pesantezza.
Alla fine salvo un 20% di quello che ho scritto (il nucleo valido, l’istanza vera, ripulita dalle assurdità vaginali) e ne parlo – se mai – a voce con l’interlocutore (oppure produco una versione editata della prima stesura, molto più sintetica ed efficace).
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Lo so, lo so, è proprio un rimedio della nonna.

Ma, a volte, i rimedi della nonna funzionano ancora.

[SessuOhhhlogismi 1] – Le 10 Tipologie di Limone

[Gentilissimi, inauguriamo oggi SessuOhhhlogismi, una nuova rubrica nella quale parleremo di argomenti a vario titolo pruriginosi, senza timori e senza pudori, come siamo soliti fare. Per trasparenza vi informo del fatto che si tratta di una rubrica sponsorizzata. Il perché della sponsorship lo trovate sommariamente espresso qui, mentre il link a chi ci consente di fare questa proficue chiacchiere, lo trovate qui]

 
Sessuohhhlogismi2

Baciare è una cosa semplice, che non tutti sanno fare.

Il bacio, o come amiamo chiamarlo confidenzialmente “limone”,  è il biglietto da visita, il kick-off della vostra tresca, la stretta di mano al colloquio di lavoro. È la prima impressione che fate. Per carità, non è davvero la primissima, perché prima di infilarsi le rispettive lingue nelle reciproche cavità orali, ci sono altri input che riceviamo e che mandiamo. Prima del gusto e del tatto, ci sono altri sensi che esprimono il proprio voto (o il proprio veto), come la giuria di un talent, e dicono “per me è sì”, “per me è no”, “sei fuori”, “attacca”. Banalmente, la vista ci dice se quella persona ci piace esteticamente. Se ci piace la sua copertina. Se ci piace come ride, come si muove, com’è vestita. Poi c’è un altro giudice, apparentemente innocuo ma fondamentale, ed è l’olfatto. Come dire: la persona non deve puzzare, che sia per lo meno inodore, se profuma è meglio. Se profuma di borotalco o di Le Male di Jean Paul Gaultier fa ulteriore differenza. E al netto dei profumi artificiali da uomo che non deve chiedere mai, o da diva che si fa un bagno di bellezza nell’oro fuso, deve garbarci l’odore della sua pelle, quello dei suoi capelli e ci saranno altri odori che dovranno garbarci, ma su quello arriveremo più avanti.

Non meno importante, anche se ingiustamente trascurato, è l’udito. Perché se uno parla in falsetto, oppure urla, oppure si esprime per ultrasuoni che non si capisce una minchia di ciò che dice (a meno che non siate dei delfini), oppure se una ride come una gallina sgozzata, questo può influenzare la percezione che ne abbiamo. Così come, una bella voce, una bella dizione o un accento che ci sia particolarmente congeniale (tipo il romano, su di me), una risata piacevole e femminile, una tonalità maschia e profonda, possono sortire effetti inversi.

Tutto questo per dire che il limone non è il primo approccio sensoriale che abbiamo, ma è l’entry level del contatto erotico tra due corpi. Ed è per questo che ha una sua speciale importanza. Un buon limone, infatti, è una condizione necessaria (perché se non ci troviamo bene a limonare, come faremo a trovarci bene su tutto il resto, gioia mia?!), ma non sufficiente (state buoni, aspettate a stappare la bottiglia di Veuve Cliquot che tenevate in dispensa per le grandi occasioni; il mondo è pieno di gran limonatori, progettati per creare nel partner aspettative destinate a essere disattese).

Per carità, non intendiamo alimentare ansia da prestazione sui limoni (già vi vedo, che vi infilate un cucchiaio in bocca e ci date giù di lingua per prendere il giusto ritmo centrifugo), perché il punto non è questo. Limonare è bello, trasversale, democratico, universale, easy-going e, nel bacio come in tutto ciò che pertiene l’esperienza sessuale condivisa, non si tratta tanto di tecnica quanto della capacità di intercettare le velocità, i ritmi e i gusti dell’altro. Ciononostante, però, proviamo a distinguere le varie tipologie di Limone che, almeno una volta nella vita, è capitato a tutti noi di esperire:

1. Fido-Lemon –> Sono quei limoni a seguito dei quali, con immensa grazia, devi asciugarti i residui della sua saliva con la manica della maglia. O un telo da doccia. O un phon.  Quei limoni che se potessi geologalizzarti la bocca e fargli capire esattamente dov’è situata, lo faresti. Che no, ei, guarda che quello è il mento, aspetta, no, sono le narici. E intanto continua a sciropparti dagli zigomi alle clavicole come fosse un San Bernardo. Talvolta il Fido-Lemon può essere assimilabile a un peeling. Anche a uno scrub, se la lingua è rasposa.

2. Lecter-Lemon –> Sì, sono carini i morsetti, uuuh, quanto mi vuoi, ma se non mi stacchi il labbro come Mike Tyson strappava padiglioni auricolari, te ne sono grata. Sinceramente.

3. Trivella-Lemon –> Stiamo limonando, non ci stiamo facendo una tracheoscopia con la lingua, quindi, se puoi, non sentirti come Indiana Jones nel Tempio Maledetto, non c’è nulla che tu debba trovare in fondo al mio esofago, calmate n’attimo.

4. Bimby-Lemon –> È quello che ti sbatte con la lingua come manco un robot da cucina, una frusta elettrica, un minipimer. Praticamente uno che con la lingua potrebbe preparare anche l’impasto della ciambella, montare il bianco d’uovo per il tiramisù, cucinare e soffriggere. Fa tutto lui, con multivelocità e movimenti perfettamente ellittici che non cessano fino al momento in cui non lo disattivate staccandogli la spina.

5. Rino-Lemon –> Nulla contro i nasi importanti, per carità, conferiscono personalità al volto, ci mancherebbe. Solo che se guidi un suv non puoi comportarti come se avessi la smart. Per cui quando lambisci l’aria con il tuo aggraziato nasino francese o quando, nel climax del limone, decidi di cambiare inclinazione della tua testa, ti prego solo di sincerarti che questa manovra non mi renda orba.

6. Stinky-Lemon –> Eh. Questo è terribile e imponderabile. Non lo scopri finché la tua faccia non è a pochi centimetri dalla faccia dell’altro e, di solito, quando si è ormai giunti in quel pericolosissimo territorio, diventa estremamente complesso tirarsi indietro. Ormai sei in ballo e devi ballare. Anche se quello si è scolato una tanica di Tavernello prima dell’appuntamento. Anche se ha pasteggiato a base di 25 varietà diverse di cipollotti e aglio bianco polesano. Anche se ha fumato 30 sigarette (ci penso sempre, quando bacio un non-fumatore, che deve avere la sensazione di leccare un posacenere). Lo stinky-lemon è una specie di libidocida chimico. E, soprattutto, la benamata fiatella non guarda in faccia a nessuno e non fa favoritismi. Non riusciremmo a trovarla attraente (né alla lunga sostenibile) neanche in Ryan Gosling.

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7. Lazy-Lemon –> Sarebbe il fuoco che non s’accende, il fiore che non sboccia, lo starnuto che non arriva. Questo genere di limone un po’ svogliato (quello che fai con l’amico del tipo con cui la tua amica sta facendo il Cirque du Soleil nella stanza affianco) è caratterizzato da una moderata divaricazione labiale, un dispiego assai economico di quel prezioso muscolo meglio noto come lingua e da ripetute interruzioni, secondi di recupero consigliati dal lemon-trainer tra una serie e l’altra di baci. Un limone singhiozzante, che tipicamente non alimenta il desiderio di partire per la missione tra le lenzuola.

8. Party-Lemon –> Il limone festaiolo, quello che di solito viene dopo un numero superiore a ENNE cicchetti o cocktail, quello che di solito non gode del minimo senso della decenza ed è spesso privo della pur minima traccia di romanticismo. È un limone hic et nunc che non tiene conto del passato né del futuro. Purtroppo spesso non tiene conto nemmeno del presente. E cioè di chi stai limonando davvero. E come. In presenza di chi.

9. Pity-Lemon –> Anche noto come “limone per sfinimento“, di solito è quello che fai con qualcuno che ti è stato alle calcagna per tutta la sera per premiarne la tenacia, anche se sai che non ci sarà futuro (ma nemmeno nelle immediate ore successive); oppure con quello che è carinissimo sulla carta e tu vorresti tanto che ti piacesse, ma già sai che non ti piace, però fai una piccola prova del 9 per esserne proprio sicura. Il Pity-lemon si rifà, infatti, alla nobile etica di “un limone non si nega a nessuno” e spesso è il movente degli scheletri che conserviamo nell’armadio delle nostre conquiste.

10. Liuk –> È il limone quello BELLO. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che ha gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si fa in due e ci si trova, e allora le labbra, e le lingue, e le salive, e i corpi, diventano un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne. E lascia presagire orizzonti di piacere. E fa venire voglia di continuare, e continuare, e continuare come quando si aveva 15 anni e si era seduti sulle panchine della Villa Comunale, e niente avrebbe potuto fermarci. Fino a consumarsi. Fino ad arrivare alla parte più golosa: la stecca di liquirizia.

Detto ciò, chiudiamo con qualche utile consiglio:

  • portate sempre con voi delle mentine o dei chewing gum (io ci penso sempre, se sono con uno e quello si mette una mentina in bocca io mi aspetto di essere limonata entro e non oltre un quarto d’ora)
  • “ascoltate” il corpo dell’altro e il modo in cui l’altro vi bacia, va bene essere decisionisti, ma è importante sintonizzarsi sulla giusta lunghezza (non sto alludendo a ciò che pensate) d’onda
  • usate le mani, mentre vi baciate, non restate come dei trimoni: toccatevi le guance, toccatele il collo, passetegli una mano tra i capelli (se ne ha) e poi fatela scendere sul petto, e voi uomini abbracciateci, prendeci, cingetevi a noi, che non vuol dire necessariamente appoggiarci il pacco barzotto, ma vuol dire farci capire che di noi avete voglia. Voglia davvero.

E adesso prendete e limonatene tutti.

E approfittate che siamo anche in primavera.

[Se vi va di leggere le altre cose che ho scritto per Ohhh, le trovate qui!]

 

Le 2 Fasi dell’Amante

L’altra sera ero a cena a casa della mia amica Janis, che è una che se vi dico gagliarda, vi dico poca roba. Ce la raccontavamo, bevendo e magnando, quando mi dice che era andata a cena con delle sue amiche la sera prima e che, delle 5 persone sedute a tavola, erano in 3 ad avere una relazione stabile con un uomo impegnato. Il dato era assolutamente in linea con la mia tesi per cui più della metà delle donne è in maxi-offerta convenienza “2×1”, se non “3×1”. Alcune lo sono consapevolmente, altre lo sospettano, alcune vivono nel mondo della frutta candita e lo ignorano completamente.

Così ho deciso di superare la ritrosia che mi suscitava l’argomento e di parlarne, perché sono abituata a fare così, a parlare delle cose anche quando sono scomode, piuttosto che far finta che esistano solo le donne “felici e accoppiate” e poi, sull’altra sponda del fiume, quelle un po’ buffe e simpatiche e single. Che nessuna di noi è solo l’una o solo l’altra, che la femminilità è una roba assai più complessa e lo sappiamo già.

Dunque: essere amante. Io lo sono stata nella mia vita, più di una volta. Lo sono stata da innamorata persa, soffrendo che manco li cani, e lo sono stata sportivamente. Sono anche stata tradita. Ho anche tradito. Ho costruito, ho distrutto e ho praticato quasi tutte le posizioni del Kamasutra Sentimentale che vi possano venire in mente. Parlo, dunque, in virtù di esperienza personale e di testimonianze dirette di persone a me vicine.

Partiamo dal presupposto che essere amanti capita. Succede, banalmente. Come capita di cadere o di scuocere la pasta. E capita in continuazione. Capita, non a tutte, ma a molte. E sì, sarebbe bello se noi donne fossimo solidali, se facessimo cartello contro le continue e sfacciate avances degli uomini impegnati. Sarebbe bello se fossimo sempre capaci di resistere (anche quando siamo vulnerabili, anche quando siamo stanche, anche quando pensiamo che la nostra indipendenza sia al tempo stesso la nostra solitudine e scegliamo di vivere da donne libere e dunque di assecondare liberamente la nostra natura). E sarebbe bello anche se qualcuno ci desse una medaglia al traguardo per aver tenuto su le mutande per tutta la vita con qualunque uomo che fosse, a qualunque livello, impegnato con altra donna, dalla condivisione del talamo nuziale a quella della tessera Fidaty dell’Esselunga (poi però magari allestiamo un pool di psicologi e assistenti sociali che spieghi che il problema non è solo la responsabilità dell’amante, ma soprattutto la co-responsabilità del marito/fidanzato).

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Per cui, con il benestare di tutte le bravissime, santissime, morigerate e integerrime colleghe vagine che non si sono mai trovate in una posizione simile e mai vi si troveranno, mi sembrava interessante parlare di una condizione che noi donne spesso ci troviamo a vivere, ovvero quella di amante.

L’esperienza di essere amante è psico-antropologicamente costituita da 2 Fasi distinte: Fase Top e Fase  Bottom. Sia chiaro che dalla nostra analisi escludiamo le liason ludiche, più o meno occasionali e circoscritte, tenendo in esame invece quelle situazioni in cui una ripetuta serie di liason ludiche origina una vera e propria relazione parallela (in genere è una relazione se vi sentite frequentemente e se copulate con cadenza più o meno regolare).

FASE TOP –> è la prima, l’inzio, di variabile durata, in genere non supera i 10 mesi. La tentazione, il flirt, l’adrenalina, il cedimento. L’eccitazione. La trasgressione. La passione. In questa fase essere amante è gagliardissimo. Lui ti desidera da impazzire, sei tutto ciò che gli manca nella quotidianità, sembra che siate anime gemelle con cui la vita ha giocato, facendovi incontrare troppo tardi. Ma meglio tardi che mai. Libido. Hotel di lusso. Weekend fuori. Quanto sei sgamata tu, hai capito tutto, ti prendi il meglio: cene fuori, regali, sesso pazzesco e non devi nemmeno ascoltarlo la sera quando ti ammorba parlandoti dei problemi che ha avuto a lavoro!

FASE BOTTOM –> Non ti risponde al telefono, sparisce nei weekend, quando ne hai bisogno non c’è. Sei stupida. Meriti di più. Ti accontenti di poco. Quando avrai la tua famiglia? Perdi ancora tempo.  Sei entrata nella norma. Non hai un cazzo di eccezionale. Sei la seconda e vieni dopo le serate in famiglia, dopo il corso di equitazione di GianGiorgio Maria, dopo le vacanze a Cortina. Sai che vivo in questa situazione. Comprendimi. Dammi tempo. La lascerò. Con te sarà diverso. Piangi. Soffri. Lui è solo un cagasotto. Lo ami. Ti detesti. Lo detesti. Le tue amiche scelgono abiti da sposa. Tu sei l’altra. E’ una bella merda essere amante in questa fase.

Ciò che i più ignorano è che le due fasi sono immediatamente attigue. Non esiste, infatti, nessuna amante che sarà per sempre alle stelle e nessuna amante che sarà da principio alle stalle. Prima c’è il Top. Poi c’è il Bottom. E’ inevitabilmente così. E lo stesso uomo che ti aveva fatta sentire la donna più fottutamente agognata di questo pianeta marcio, potrebbe farti sentire la più disgraziata delle vagine del terzo mondo emotivo. Succede e basta, come naturale evoluzione di questo tipo di rapporti.

Esiste un momento, tuttavia, in cui potete ancora salvarvi, che è come alzarsi dal tavolo da gioco quando si è in attivo, per non perdere Filippo con tutto il panaro: quando vi dice “Ti amo” la prima volta. Dovete raccattare armi e bagagli e mollare. Perché è finita la partita, si è aperto al sentimento. Voi vi sentirete un po’ spaventate, sovreccitate, come delle Cenerentole post-moderne e disilluse che per un secondo muoiono dalla voglia di credere ancora alla Fata Turchina. Col cazzo! Armi e bagagli e mollare!

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Niente stronzate come “La mia vita”, “La tua vita”, “E’ un momento difficile”, “Voglio viverti” che a me “Voglio viverti” proprio mi faceva uscire il sangue dal naso. Se mi vuoi vivere, vivimi. Sai dove sono. Regolati di conseguenza. O pensi di vivermi tutta la vita nello sgabuzzino con gli ospiti di là?

Sia chiaro che per recidere a cavallo delle due Fasi, quando sarete all’apice, dovrete essere decise. Tagliare sul suo “Ti amo” vi sembrerà duro e insensato, vi sembrerà di squagliarvela proprio nel momento in cui il vostro clandestino amore da Uccelli di Rovo potrà spiccare il volo. Minchiate. Pochi tentennamenti, di grazia, perché appena lui percepirà che vi state allontanando, che non siete più il suo gingillo h24, appena sentirà di non avere più mandato sulla vostra vita e sulla vostra sessualità, rilancerà. Con cose clamorose, tipo: “Me ne vado di casa” e, qualora non bastasse: “Vorrei un figlio da te”. Non cascateci, altrimenti affonderete nella Fase Bottom. E tenete a mente che, mentre ve lo dice, sta per fecondare la moglie, l’altra, la prima, quella ufficiale, quella che lui (qualora sposato) – in piena capacità di intendere e di volere – ha scelto come compagna di vita, sancendolo davanti alla legge.

Morale della favola: essere amanti capita, perché sappiamo che capita. Quello che possiamo fare, qualora ci si trovi nella situazione, è tenere alta la guardia per non sfociare nella Fase Bottom. Avere la forza di mordere la vita e proseguire.

Fiduciose del fatto che, se quell’uomo davvero ci piace e se lui davvero ci ama, perché alcuni forse a volte ci amano davvero, capirà che vita vogliamo vivere e si adopererà per costruirla e viverla.

Così come verrà: con i suoi limiti, e le sue imperfezioni, e le sue incoerenze.

Con noi.

In settimana. Nel weekend. A Capodanno. E a Ferragosto.

 

ps: qui ho parlato degli Addii al Nubilato, tra l’altro. 

Questione di Target

Si è verificato un evento paranormale di recente: mi è piaciuto un tipo.

Un tipo da jeans e t-shirt, un tipo da concerto al Carroponte, uno del genere “maschio etero inequivocabile“, di quelli che giocano a calcetto e che hanno la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

Mi piaceva lui e mi piacevano le nostre conversazioni ricche di allusioni e doppi sensi. Mi piaceva scoprirci lentamente. Mi piaceva che avessimo amici in comune. Mi piaceva non aver mai visto una foto del suo pene via whatsapp. Mi piaceva che era nordico e diverso da me, perché è challenging uno nordico e diverso da me. Mi piacevano gli occhi nerissimi che, secondo la mia alterata e delirante sensibilità vaginale raccontavano di lui molto più di quanto non facessero le sue parole. Mi piaceva la sua riservatezza sul passato. Mi piaceva la sensazione che si potesse parlare con lui prima e dopo il sesso. Mi piacevano le cose che diceva. Mi piacevano le cicatrici che non vedevo ma che intuivo. Infine, mi piaceva il fatto che mi piacesse perché, diobbuono, a me non piace mai nessuno.

Mi piaceva e quando siamo andati a letto insieme ho avuto una sensazione bizzarra: come se lo volessi davvero. Come se non mi importasse di una performance da Brazzers. Come se avessi proprio voglia di stare con lui, qualunque cosa fosse.

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Mi piaceva e l’ho assecondato, senza forzare nulla. E non per una mera questione di strategia, non perché tutti mi hanno svangato le ovaie con questa storia che se fai la femmina alpha li spaventi, te li magni, metti in discussione la loro virilità. Come se poi una femmina alpha non fosse al tempo stesso una femmina beta, una femmina teta e una femmina omega. No. Il motivo per cui ho voluto lasciarlo fare, non condurre, non assumere la mia proverbiale vena totalitaria, è che per la prima volta dopo ere geologiche mi sono chiesta cosa volesse lui, oltre a chiedermi cosa volessi io. Senza bisogno di dimostrare un cazzo. Solo di esserci. Esserci per condividere qualcosa. Una bottiglia di vino. Una playlist. Una discreta dose di fluidi organici. Un concerto. Un po’ di malinconia. Una cena. Qualche risata. Fin quando ci fosse andato.

E in tutto questo mi sono fatta un film meraviglioso, coadiuvata da uno struggente premestruo, sul fatto che a un certo punto è normale andarci piano. Sul fatto che abbiamo tutti le nostre escoriazioni nell’anima. Sul fatto che forse non abbiamo nemmeno bisogno di raccontarcele, perché le conosciamo già, anche se sono diverse, che in fondo sono tutte uguali.

Insomma, stavo per salpare nelle acque del vaginismo estremo, quando mi sono accorta che questo tipo che mi piaceva così eccezionalmente aveva un macroscopico difetto: non gli piacevo altrettanto.

L’evidenza ha naturalmente suscitato in me un passeggero disappunto ma, contravvenendo a uno dei postulati fondanti del vaginismo, non mi sono fulminata i neuroni per capire la recondita e imponderabile ragione in virtù della quale costui non fosse letteralmente impazzito di fascinazione per me.

Cosa importava, del resto, della causa, se l’effetto era quello? Cosa importava se non ero abbastanza, oppure se ero troppo, oppure se ero assai meno figa di tutte le altre che aveva in ballo, oppure se non era il momento giusto per condividere sudori e pensieri? Cosa importava se dopo esserci toccati, baciati, spogliati, scivolati l’uno nell’altra, il massimo di cui riuscivamo a parlare era Expo2015?

Così ho capito che in questa giostra individualista ed egoriferita, che è la singletudine metropolitana, comprendere il target è fondamentale. Un po’ come nel lavoro: puoi presentare il progetto più straordinario, ma se non è un progetto centrato, il cliente non avrà mai budget, il fee non lo porterai mai a casa e avrai solo sprecato tempo ed energie sul tuo timesheet sentimentale.

E il tempo è un bene prezioso. Più di qualsiasi uomo.

Persino di uno del genere “maschio etero inequivocabile” con la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

 

ps: intanto ho parlato dell’Amore Iperconnesso qui!

Nati negli anni novanta

Ho scoperto che nel mondo esistono persone nate negli anni novanta.

Questa, che a uno sguardo superficiale potrebbe apparire una banalità, è stata un’autentica epifania, per me, che sono sempre stata la più piccola (e viziatissima, ca va sans dire) della famiglia; per me che ho sempre frequentato persone più grandi, che da quelli più grandi c’era sempre un sacco da imparare, musica da ascoltare, stupefacenti da sperimentare, locali da scoprire, film da imparare a memoria, viaggi da intraprendere e sogni di gloria da alimentare. E poi il grande vantaggio di frequentare amici più grandi, era essere sempre la più giovane, quella che aveva più tempo per fare tutto, quella che poteva vedere le cose prima che le cose succedessero, attraverso le esperienze degli altri, che poi era tutto un gioco prospettico, però secondo me la prospettiva è importante, ecco.

Fino al giorno in cui ho dovuto fare i conti con la dura realtà e realizzare, non senza dolore e sbigottimento, che il genere umano aveva perpetrato la propria riproduzione impunemente, anche dopo il 1985. Ho, dunque, accettato l’esistenza, per esempio, di persone nate nel 1987, nel 1988 persino, ma non avevo mai pensato che un giorno, alla veneranda età di 27 anni, chiedendo alle persone intorno a me di che anno fossero mi sarei sentita rispondere: “1990”, “1991” e, nel caso più estremo “1993”.

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Dico, son robe che una ci rimane. Nel senso, quando noi urlavamo che qualcuno aveva ucciso l’uomo ragno, oppure che Marco se n’era andato e non tornava più e il treno delle settettrenta senza lui, insomma, questi non esistavano ancora. Oppure erano in piena fase di svezzamento. E adesso non sono mica dove dovrebbero essere, ovvero alle scuole medie. No, no. Sono intorno a noi. Vanno all’università. Tempo zero ce li ritroveremo anche negli uffici.

Del resto per me, come contatto con le nuove generazioni, era sufficiente incrociare i ragazzini usciti da scuola che ti dicono cose come “Scusi, signora” che la prima volta che ti succede ti trasformi in una scultura di Skopas prima ancora che l’ultimo sibilo di gioventù si estingua a ridosso delle loro infantili labbra sozze di latte materno.

Invece, di recente, m’è capitato proprio di parlarci, con questi giovani esemplari di homo sapiens, e ho pensato che in effetti non è così male virare sulle nuove leve, a volte, che hanno cose meno anzianoidi da dire e da fare, che vivono fasi esistenziali sulle quali noi, dall’alto della nostra navigata esistenza, possiamo dispensare consigli. Insomma, ho pensato che tutto sommato bisogna essere aperti, accettarli, includerli alle bene e meglio. Mi ero quasi auto-convinta finché non si sono verificati due eventi mediamente incresciosi:

1. Ho avuto come l’impressione di flirtare con un 20equalcosenne. Non perché mi piacesse, ma perché sentirlo sproloquiare su come si fa godere una vagina, mi ha innescato dentro un incauto moto benefattore, per fargli capire come davvero funzioniamo e per urlargli: “Smettila di ucciderti di pugnette su YouPorn”. Tutto ciò mi ha portata a sentirmi prematuramente una Milf. Il ché, si capisce subito, non va bene. Lo so, il toy boy va di moda. Ma io non sono Demi Moore.

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2. Una sera, mentre si parlava di età, che io chiedevo alla fidanzata di un mio amico quanti anni avesse, e quanti anni avesse l’amica sua, perché questa storia qui è bizzarra, che finché siamo noi a metterci con quelli 8 anni più grandi ci pare regolare, quando poi lo fanno i nostri amici, i nostri coevi, che si mettono con quelle più piccole, ci pare strano. Perché la coerenza è un valore fondante della Vagina, questo si sa. Del resto, succedeva anche a scuola. Perfetto sbavare a 14 anni per quelli di quinto. Contro-natura quando noi eravamo in quinto e quelle del secondo anno sbavano per i nostri compagni di classe. Ad ogni modo, dicevo, ero lì e ci chiedevo quanti anni avessero, e quelle mi dicono qualcosa tipo “ventidue”, alché io inizio una filippica da vecchia megera sul quanto siete giovani, voi che siete giovani, che bella la gioventù, godetevela che non torna, che meraviglia l’università, sapete ai miei tempi, noi che abbiamo combattuto la seconda guerra mondiale, poi un giorno ti svegli che c’hai 27 anni e nemmanco sai perché blabla.

Finché una delle pischelle mi fa:

“DAI.

NON SEI VECCHISSIMA”

Vecchissima.

V e c c h i s s i m a.

Vecchissima?

Ai miei tempi, i giovani si esprimevano meglio.

Naturalmente ritratto tutto.

I nati negli anni novanta non vanno frequentati.

Evitateli. Emarginateli. Praticate anche atti di nonnismo, se ritenete.

Cordialmente,

V.

Flirtare riduce il colesterolo

Qualche giorno fa riflettevo sul flirt.

Ci riflettevo procedendo tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che non mi piace nessuno, mai (il ché, per fare una puntualizzazione squisitamente intellettuale, potrebbe anche coincidere con il mio non piacere a nessuno mai, per dire). Riflettevo sul fatto che non flirto abbastanza (sì, sì, vagine femministe post-sessantottine che strillate al mondo che voi sole con la vostra vulva ci state bene e che nulla vi affascina quanto il vostro utero, sì, ok, datevi pace). Riflettevo sul fatto che flirtare di più gioverebbe al mio vaginismo e che mi piacerebbe un sacco inciampare in un cazzetto che abbia almeno conseguito la triennale in flirt. Di fatto gli unici uomini con cui flirto sono quelli con cui mi relaziono per lavoro, che fa parte dei giochi, ma non bisogna eccedere, di solito, in quei casi lì, che rimarrebbe, a rigor di logica, poco professionale.

Dicevo, riflettevo sulla natura indiscutibilmente salutare del flirt. Il flirt è una cosa meravigliosa. Il flirt è bene ed è sempre auspicabile. Il flirt è emotivamente sostenibile, fisicamente stimolante, socialmente accettato, politicamente emancipato. Flirtare è bello. Il flirt gratifica lo spirito, risveglia i sensi e riduce il colesterolo. Il flirt, qualora accoppiati, non è mancanza di rispetto nei confronti del partner, se moderato, s’intende. Il flirt, nella giusta misura, aiuta anzi ad essere partner migliori, ci fa sentire ancora competitivi e desiderabili. Naturalmente bisogna cercare di non prenderci troppo gusto, col flirt extra-coniugale, se no si casca in quella ragnatela di valori indotti dalla quale è difficile poi divincolarsi.

In  generale, il flirt è il migliore afrodisiaco del mondo. Il flirt è il preliminare intellettuale e fisico. Ci fa venire il friccicorìo, ci fa bramare l’altro, ci fa pregustarne la pelle e l’aroma, la voce e il respiro, che, per capirci, è un po’ quello che succede quando sentiamo il rumore e l’odore della cipolla che soffrigge in padella: ci viene fame di qualcosa di unto e bisunto.

Ma c’è di più. L’insostenibile importanza del flirt è la più grande differenza che intercorre tra la sessualità maschile e quella femminile. Il resto sono quasi sempre stronzate. NON è vero che abbiamo bisogno di 90 minuti di preliminari e di 45 minuti di coccole dopo. Tutto è relativo.  Per esempio: se siete una capra con i preliminari ma siete, in compenso, dotati del nostro pene gemello (perché più che le anime gemelle, secondo me, esistono i genitali gemelli), al diavolo il vostro grossolano tentativo di solleticarci punti che sono a centimetri luce da dove vi affaticate: ottimizzate, fate altro, santo durex! Noi capiremo.

Se avete un cetriolino sottaceto ma siete straordinariamente bravi con altre parti, più o meno ovvie, del vostro corpo, procedete. Se siete dei velociraptor dell’orgasmo e i vostri spermatozoi usano casco e cintura di sicurezza perché in 20 secondi vengono sparati in orbita, esplorate soluzioni alternative, abbiate fantasia, ricorrete ai sex toys che no, non sono la manifestazione in jelly di Satana (magari anche qualcosa di farmacologico, nei casi più cronici, non guasterebbe).

Perché tutto questo, in fin dei conti, è accessorio (naturalmente se ce l’avete grosso, turgido e fiero, durate 2 ore, suonate la vagina a ritmo di punto G e sapete – dico sapete – praticare un cunnilingus, è meglio).

Ciò che è tuttavia fondamentale per noi vagine e che ancora oggi, nel 2012, sfugge a molti cazzetti, è che tutto si disputa molto prima, proprio sul terreno del Flirt. Perché se i portatori di fava possono attivare l’augello più o meno per qualunque vagina, nel senso che fatto “x” l’asse della fighezza e “y” l’asse dell’intelligenza, il cazzetto può chiavare tutti i 4 quadranti (come da grafico), ecco per le vagine è diverso.

Per le vagine il Flirt è la “n” potenza che moltiplica l’attrazione, che ci fa stringere le cosce, mentre chiacchieriamo davanti a una birra doppio malto. E’ il coefficiente di zoccolaggine che si attiva e ci fa prudere le labbra mentre ci fate fare un’altra risata e riuscite a piazzare un complimento straordinariamente cucito sul nostro vaginismo che in pratica, prima ancora che la birra sia diventata calda noi abbiamo già deciso che ve la daremo. O che, per contro, non vi daremo mai nemmeno la mano.

Dopo di ché, dopo il Flirt, nel caso in cui ci sia un seguito, tutte quelle macroscopiche differenze di genere nella sessualità si assottigliano, fino a svanire, nel compimento di un desiderio nato ore, giorni, settimane prima, tra le pieghe di una conversazione brillante, tra un vivace scambio di battute tra serio e faceto, che scadeva in doppi sensi, in risolini prurigginosi, per tornare, poi, a galla, negli occhi lucidi e vivi.

E la cosa migliore che possa succedere, è che due flirtatori autentici si incontrino. Attenzione, non si parla di flirtatori professionisti. I flirtatori professionisti sono come i pornodivi con le palle depilate. Sono patinati. Sono posticci. Qui si parla di amateur, di passione verace, sana, autentica, per il flirt, anche fine a se stesso. Perché il flirt è bello e non fa male a nessuno. E posto che flirtare bisogna saperlo fare, che è questione di predisposizione, che flirtare è una dote e che il flirt è come la luccicanza, o ce l’hai o non ce l’hai, ci sono margini di miglioramento anche per i casi più disperati.

Ma il punto (interrogativo), su cui riflettevo pochi giorni fa, tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che a me non piace nessuno mai, è: sarà mica che il momento più piacevole per flirtare è quando si è impegnati?

No perché, nell’ultima era zoologica in cui sono stata accoppiata  mi pareva che il mondo fosse il mio personale flirt mancato.

E ora, che sono single, non trovo una testa che incontri la mia pelle e una pelle che incontri la mia testa.

Quando invece, del sano flirt non protetto, gioverebbe molto al mio vaginismo.

Quindi cazzetti, per piacere, imparate a flirtare.