Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
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Mayday abbiamo un Gay

Un mio amico mi ha contattata oggi per commentare il coming-out di Monsignor Charamsa, che se adesso anche i preti iniziano a fare coming out è l’inizio della fine.

Il mio amico non è omofobo, è un eteroindifferente, per cui gli omosessuali potrebbero esistere come no, non lo disturba che ci siano ma non è nemmeno sensibile alle loro rivendicazioni. Ha una specie di tolleranza nichilista che viene alterata per lo più dall’attenzione mediatica che – giustamente – alcuni eventi riscontrano, come per esempio un Monsignore che indice una conferenza stampa per dichiarare la propria omosessualità.

Perché, a onor del vero, c’è una diffusa e malcelata perplessità nei confronti della Minaccia Gay.

Insomma, facessero pure quello che vogliono in camera da letto, a me non interessa, ma non capisco perché fare tanto baccano, sono una lobby ormai potentissima, sono promiscui, sul lavoro sono delle checche isteriche, non puoi muovere una critica senza essere tacciato di omofobia, se non sei finocchio non sei nessuno, pensa al povero Guido Barilla che non è libero di scegliere il suo cazzo di target senza che persino Cher esca da un sarcofago per fare un tweet e spalargli merda addosso. Adesso vogliono sposarsi, poi vorranno i figli, poi riscriveranno i libri della storia omosessuale, e faranno scuole per omosessuali, perché guarda che loro si ghettizzano

Questa è una sintesi di un sentire piuttosto comune. Sono cose che molti pensano e magari non dicono, oppure dicono con troppa leggerezza. E per certi aspetti alcune di esse non sono nemmeno false, secondo me, al massimo parziali.  Però mi piacerebbe analizzarle un po’ più da vicino, bypassando allegramente tutte quelle ovvietà perbeniste e inalienabili sul fatto che gli esseri umani dovrebbero avere pari diritti e opportunità di essere se stessi, nel rispetto altrui, su tutti i piani del vivere sociale condiviso, ok? Facciamo che questo è già chiaro a tutti.

Detto ciò, i gay non sono una lobby, sono una comunità, o una community se più vi piace. Una delle poche che esistono ancora, in cui il senso di appartenenza è forte. Una delle pochissime che riescono a convivere sui social ma anche nella realtà. Hanno organizzato un Pride M-O-N-D-I-A-L-E, vorrei ricordarvi. Non è impresa da poco, ma è anzi la dimostrazione dell’esistenza di un network vivo, attivo, capillare e solido. Non solo. Intelligente, giovane, capace di lavorare sulla cultura e di indurla, passo dopo passo, a una salutare metamorfosi, che la avvicini alla naturalità delle cose, che allarghi le maglie di una società arcaica, che la renda attuale, che la renda pluri-sessuale, senza giudizio di merito. Con una sensibilità umana rinnovata, nella quale le persone siano più libere di aderire a se stesse e non solo nei cessi delle discoteche fatte apposta per loro, ma anche al supermercato, anche ai colloqui scolastici, anche davanti a un tizio che li dichiari “marito e marito” e “moglie e moglie“, se proprio ci tengono a fare questa cosa antiquata di sposarsi.

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Fanno baccano perché hanno diritto e ragione di farlo. Perché nella società non sono tutti eteroindifferenti, o friendly, esistono delle cose imbarazzanti come Le Sentinelle o i Family Day. Rendiamocene conto. Fanno baccano perché sono stati stigmatizzati per qualche secolo di troppo (e lo sono ancora, in certi contesti). E se facciamo proprio fatica a capire perché sono così attivi sul tema, proviamo a pensare se fossimo stati noi i devianti/deviati. Cioè pensa se a te proprio ti piaceva la fregna, ma tutti ti dicevano che era contronatura, e tu magari di una fregna ti innamoravi e non potevi viverci alla luce del sole, con gli stessi diritti degli altri, e te ne vergognavi, e avevi paura di dirlo alla tua famiglia, e ai tuoi amici, e gli altri a cui piaceva la fregna erano fatti oggetti di scherno, e vivevi per anni fingendo di essere una cosa che non eri e tutto questo perché gli altri non possono accettare che tu ami quella fregna? Ecco, non avresti avuto anche tu voglia di poter amare chi te pareva, dando a quell’amore la dignità di tutti gli altri amori?

E certo, l’omosessualità è sdoganata ormai, quasi una moda, ok. Ma ricordate che ci sono posti, non troppo lontani, dove vengono ancora discriminati, picchiati, messi in galera, ammazzati. Così, per avere le idee chiare. E forse alcuni di loro ostentano così tanto la propria omosessualità (quell’ostentazione che urta la nostra sensibilità borghese) perché altri sono ancora obbligati a nascondersi. E poi, per carità, se un vostro amico gay vi ha sfrantecato le palle con le fotografie dei peni degli altri su Grindr, glielo potete pure dire, che ha cacato il cazzo, e se è intelligente non la prenderà per omofobia.

Fanno baccano perché si stanno semplicemente prendendo un pezzo di civiltà che spetta loro e noi stiamo faticando enormemente a concederglielo. Ma questa conquista che stanno attuando, i Minacciosi Gay armati di camicie floreali ed eccentrici accessori, vorrei sottolineare, non è mai “violenta“: è la prima pacifica (e quindi più lenta) rivoluzione che viviamo. E viviamo in un mondo che si è edificato su stragi, guerre e sangue. I Pride, invece, sono FESTE, sono parate, c’è musica, colore, vita, si balla, ci si diverte. Magari l’ISIS minacciasse il mondo con le Drag Queen.

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Per il resto è vero, alcuni sono checche isteriche (o lesbiche camioniste, ok), alcuni sono stronzi, alcuni sono promiscui. Ma anche io che sono una donna etero sono a mio modo isterica, stronza e promiscua. Cosa c’entra? Dobbiamo davvero parlare del livello di salute sessuale e sentimentale dell’occidente etero? Forse è meglio di no, non ne usciremmo così vincitori.

Ed è vero che quando dici qualcosa sui gay ti esponi sempre alla duplice possibilità di diventare Lady Gaga oppure Hitler. Però ci sta. Va bene così. E non voglio dirvi che i gay sono persone adorabili, come se fossero dei gatti persiani. Voglio dirvi che ho conosciuto e che conosco delle persone, alcune delle quali sono gay (quasi tutti uomini e poche donne), e non è vero che sono sempre tutti simpaticissimi o sensibilissimi, esattamente come gli etero. Ma che il mio bilancio personale è senza alcun dubbio positivo, per via delle risate, della leggerezza, della profondità, dell’empatia, del cinismo ma anche dell’umanità che sono casualmente riuscita a incontrare nella quasi totalità dei gay che ho conosciuto. E per il resto, la promiscuità, l’amore, le emozioni, le relazioni, ve lo giuro che siamo proprio uguali. Che amiamo proprio allo stesso modo. Che soffriamo, speriamo, cresciamo insieme, uguale.

E che non esiste nessun motivo sano di mente per non dare all’amore diritto di essere.  

Quindi, rilassiamoci tutti, e godiamocelo questo Lutero-Charamsa (o “Don Finocchia” come l’ha ribattezzato il mio amico gay Giovanni) che viene a spaccare la nostra Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa. Una Chiesa che ha rimosso il gay, ma ha occultato eserciti di preti pedofili per decenni.

Godiamoci lo scisma tra passato e futuro, il mondo sta cambiando, sì, mettiamoci l’anima in pace, questo virus dell’omosessualità non si cura, capite quanto mi fa piacere a me che sono donna, etero e single, e i migliori so sempre froci!, però è così. Tocca accettarlo.

Godiamoci per qualche minuto la fantasia di una nuova Chiesa, che sia vicina alle persone di oggi, che apra un dialogo anche con gli outsider, in questo mondo di outsider. Perché, vedete, io in Chiesa non ci vado manco se mi paghi e mi sento l’Anticristo, ma se esistesse una Chiesa dove la sessualità non è un peccato; dove la mia stessa natura non è una colpa; se fosse un luogo in cui aiutarsi, conoscersi, fare comunità; se il suo capo fosse una persona che regolarmente espleta le sue umane funzioni con un compagno o una compagna, o per lo meno non fosse pressato da un innaturale voto come quello della castità; se invece dell’Alleluja o quelle canzoni deprimenti, si ascoltasse Material Girl di Madonna, beh io ci andrei nella Parrocchia Finocchia.

E finalmente avrebbe senso quel modo di dire che usava sempre mia nonna per definire gli omosessuali: “Appartengono alla parrocchia“.

Froci Apparenti

Le vagine, quando sono alle prime armi sentimentali, hanno una straordinaria proprietà che sono destinate, per misericordiosa bontà divina, a perdere nel tempo: la capacità scriteriata di sprecare anni appresso a soggetti palesemente e ferocemente sbagliati.

Qualcuno potrebbe dire che fa parte della crescita, che vagina consapevole lo diventi proprio per tutto quello che hai vissuto, inclusi gli errori, soprattutto gli errori anzi, che vengono decantati a destra e a manca come l’elisir segreto dell’umanità più gagliarda.

Solo che, per quanto sia figo sbagliare, ci sono errori ed errori, non si può fare di tutte le cazzate un fascio, e la posta in gioco per mandare a mignotte il nostro buon senso si alza sempre di più. I mean: non basta più che tu sia molto più vecchio o molto più giovane, che tu sia un bastardo, che tu sia l’uomo di un’altra, che tu sia l’amico del mio ex, che tu sia il mio padrino di cresima (è un’iperbole ovviamente, non sono cresimata). No. Serve di più. Lo spazio per più di un coito settimanale, nella nostra vita, va guadagnato. Viceversa, abbiamo ben altre robe da fare, si capisce, sai, gli amici, Milano, il lavoro, la palestra, la casa, il blog, voglio dire, si sa come son diventate le vagine da quando si sono emancipate e hanno smesso di pelar patate e lavar pavimenti tutto il dì, no?

Ecco. Ma soprattutto, onore al merito, sviluppiamo un certo fiuto per i cazzetti, simile a quello che i bussinessmen sviluppano per gli affari. Diventiamo le Gordon Gekko del sentimento, lo capiamo subito se uno ci garba o no, se uno è stronzo o no, se uno è  spostato di mente o no. Poi, al massimo, possiamo dimenticarlo, possiamo cadere nei tranelli orditi dal nostro vaginismo ma, di base, l’imprinting iniziale non sbaglia mai. Tant’è vero che, di solito, entro i primi 20 minuti dall’incontro, scriviamo a qualcuno – che sia la migliore amica, l’amico frocio, la nonna – cose come “Mi piace da morire, mi userà e mi butterà via come un kleenex ma ciò nulla conta“, oppure “E’ sbagliatissimo, vojo morì“.

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Nella fattispecie, il primo sms che ho scritto dopo l’incontro con Dylan è stato al nostro unico amico in comune e il testo recitava: “Ma è frocio o etero?”. Perché a me pareva visibilmente frocio. Il tizio mi ha risposto che no, che era un “etero spianato”, allora mi son fidata con riserva. Quando poi l’ho sentito manifestare atavica gratitudine nei confronti della sacra virtù femminile, sperticandosi in spregiudicatissimi cunnilingus, ho deciso che sì, che magari era solo un Frocio Apparente, uno che diceva cose come “gioia”, “tesoro”, “micetta”, “graziosa”, “ti adoro”, uno che mi dava della “bellezza felliniana” con la stessa adorazione che certi gays nutrono per Lady Gaga, che mi riempiva di complimenti e mi baciava come se non ci fosse un domani. E, tutto sommato, potevo farmelo andare bene, anche se squittiva invece di ridere, voglio dire.

Allora me so impegnata, del resto era alto 1.90, quindi in nome della sua statura fisica ho cercato di non pensare ai 1000 motivi per cui non avrebbe potuto essere il padre dei miei figli (1.000 motivi che non cito, per deontologia vaginale), che a noi vagine l’idea di come saranno i nostri figli ci parte di default, anche con uno con cui flirtiamo da 3 ore, è proprio come lo screensaver sul computer, anche se non ce ne accorgiamo, anche se non abbiamo spirito materno, anche per puro narcisismo.

Ho cercato di non chiedermi che tipo di disturbo nascondesse, Dylan, ho cercato di distrarmi dall’idea del pubblico ludibrio cui l’avrei esposto se l’avessi portato giù con me nelle Puglie, per i suoi modi così smaccatamente wannabesodomita. Ho cercato di dimenticare che a me, concettualmente, piace il maschio rude, il maschio che sia maschio, quello che la virilità ci sprizza da tutti i pori e quando mi bacia mi punge con la barba e io mi lamento che mi fa male e mi lascia la pelle arrossata di passione. Mi sono concentrata a non pensare che a me piace l’uomo rude, quello che mi fa sentire piccola e in balìa del suo patriarcale potere, quello che mi riduce alla mia femminilità più essenziale, che mi spoglia di tutte le sovrastrutture vaginali, quello che assottiglia pericolosamente la distanza tra testa e ventre, che mi fa dimenticare le mie posture e che neautralizza tutti i miei artifici genitali.

Mi sono applicata a non pensare a niente di tutto questo, perché il temerario Dylan Dog era così adorabile con me, così carino, premuroso e generoso, che cosa doveva significare quel velato atteggiamento da Drag Queen che manifestava?

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E poi quella carineria, quel dormire da me dopo aver amoreggiato per andar via alle 7 del mattino, nel freddo e nel gelo, a cavallo di un mini pony. Quelle telefonatine quotidiane, e i messaggini, e mi manchi, e io ti manco, e sarà anche stucchevole ma se uno alto 1.90 con due braccia che se ne va la luce mi dice che gli manco io me lo prendo, che gli manco. E ti accompagno in aeroporto, ma no, lascia stare, vengo a salutarti in pausa pranzo, ma no tranquillo non riesco ho il volo, d’accordo allora vengo a prenderti in aeroporto, ma non ti preoccupare, no ci tengo, vengo a prenderti per forza o in aeroporto o in stazione.

OCCHEI.

Naturalmente, dopo l’atterraggio ricevo l’sms in cui mi comunica che è troppo ubriaco per guidare e non verrà. E si scusa.

L’indomani aggiunge che si è visto con un’altra, che l’ha fatto bere e che si sentiva in colpa.

E vaneggia. “Ti prego perdonami, mi sento un puttaniere della peggior specie”.

OCCHEI.

Ora, a parte che se vuoi fare la troia, per piacere falla senza rimorsi e con quella sana fierezza impunita che contraddistingue le vere sgualdrine.

Secondariamente, come posso spiegarti che io dopo 2 settimane non ho niente da perdonare a nessuno? Che per me puoi scoparti chi ti pare ma che di un coglione che dica 50 volte che farà una cosa e poi non la fa, ecco, come dire, non mi interessa. Manco per scoparci. Perché, del resto, posso accettare molte cose, tesoro-gioia-amore-grazioso-adoro, incluso che tu sia il replicante di Alfonso Signorini imprigionato in un corpo da figo. Posso accettare anche che quando il tuo membro alloggia nella cavità orale di una vagina tu dica cose come “Pompami, sì dai” che io ho pensato “COOOOOSA? Ma che sei? Un salvagente? La ruota di una bicicletta?”

Ecco, posso accettare molte cose.

Però no, non un pacco del genere, al mio rientro dalle ferie, il primo dell’anno, sotto la pioggia.

Cioè: SUCA. SUCA proprio. SUCA intensamente assai.

Gayezza e dintorni

Ho passato un weekend gaio.

Frecciagrossa è stato da me, a Milano, che è venuto a fare un torneo di pallavolo gaio, perché i gaii sono alquanto iperattivi, e tonici, e ossessivi maniaci dell’ordine, e si autoconservano bene, i gaii. E Frecciagrossa è storicamente un gaio iperattivo, nel senso che è uno stalker di quelli che in vacanza ad Amsterdam a 20 anni, dopo una serata di sconvolgimento e 5 ore di sonno, alle 09.30 è capace di svegliarti, impietoso, dicendoti: “Pssst!!! In piedi!”, perché c’è da andare a vedere un minchia di mulino a 40 km dalla città oppure, chessò, i quadri di Rembrandt.

E’ arrivato venerdì sera e l’ho accompagnato a questo aperitivo gaio in un locale in culo ai lupi, talmente in culo ai lupi che se sbagli strada finisci sulla A1, ti allunghi e arrivi a Bologna in tempo per la Fujiko Night all’Estragon.

Sono arrivata in questo posto a puttana ladra, con lui che mi diceva “ma sì, è sempre pieno di tantissime vagine, tutti portano le loro amiche etero” e io “ok…”.

Inutile dire che ero l’unica vagina e che mi sono sentita come la negra (e io dico “negra” perché “nera” è troppo posticcio) che durante l’Apartheid decise di sedersi sull’autobus nel posto riservato ai bianchi, con l’unica differenza che quella negra lì fece scalpore, mentre io ero più o meno invisibile. No, non del tutto invisibile. Tecnicamente a un gruppetto di gaii sono apparsa un evento talmente paranormale che hanno voluto scattarmi una fotografia. Probabilmente per testimoniare il fatto che noi vagine ancora non ci siamo estinte. Ci sono i panda. Poi i koala. Poi le vagine.

Ho bevuto il mio vodka lemon, mentre Frecciagrossa non smetteva di smanettare su Grindr, e Bender, e Scruff, e Romeo. Perché, e questo chiunque abbia un amico frocio lo sa, bisogna accettare che l’interloquio con l’amico gaio sia puntualmente inframmezzato – con cadenza di una volta ogni 10 minuti bene che vada – dalla parentesi flirtomane.

“Oh m’hanno scritto in 12!”

“Oh, ma ce ne sono un macello…mmmh, carino lui”

“Oh, guarda questo!”

Il fenomeno si moltiplica in modo esponenziale quando ci sono più froci nello stesso ambiente. Senza accorgersene, si ritrovano tutti a smanettare su Grindr, chiedendosi cose tipo “Ma tu chi sei?”  “Io sono Shiro” – “Io invece sono Legolas” – “Ma guarda, dice che siamo distanti 430 metri, e invece siamo vicini, ahahah” .

Grindr e simili, sostanzialmente, sono app che sfruttano il gps per localizzare i froci in zona (e mi auguro non ci siano omofobi nazisti alla lettura). La schermata iniziale offre tutte le informazioni di base: età, altezza, peso e una frase di presentazione, in cui dire quanto sei simpatico e solare. Grindr è utilissimo, funziona bene ed è una fucina di sesso facile a continua disposizione, in qualunque punto d’Italia o del globo terracqueo tu possa trovarti. D’accordo, certi gaii dicono: “No ma non è solo per scopare, serve anche a conoscere gente”. Infatti. Anche i club privée servono a conoscere gente.

Grindr è talmente utilizzato che è parte integrante della vita di molti gaii, al punto che quando li inviti a uscire dovresti dire: “Usciamo stasera, io, te e Grindr?”. Grindr è talmente utilizzato che nella prossima vita io voglio essere quella che Grindr lo inventa e ci si fa un sacco di soldi, senza concepire nulla di nuovo, mettendo semplicemente insieme tecnologie già esistenti e frocizzandole.

Incuriosita, bevendo il mio vodka lemon, ho inforcato gli occhiali, pensando: “Ma sì, ma tanto so tutti froci” e ho iniziato a scorrere i profili di Grindr insieme a Frecciagrossa. E mi sono smarrita tra addomi scolpiti, mutande aderenti che lasciavano pochissimo spazio alla fantasia, froce perse e ragazzi “normalissimi”, di quelli che vanno in giro in maglietta, jeans, all star, capello spettinato, un sacco carucci, che sarebbero le froce insospettabili, quel patrimonio di peni ingiustamente sottratto al mercato vaginale, per intenderci. E poi, su Grindr, dopo che hai guardato le info di base, c’è la chat. Il cui scambio medio di solito è:

“Bello”

“Grazie, anche tu”

“A o p?”

Questa domanda sarebbe l’equivalente di quello che negli anni duemila, nelle chat miste, era “m o f?”, solo che invece che chiederti se c’hai la sorca o l’augello, qui ti chiedono se sei A(ttivo) o P(assivo). Che poi quasi tutti sono versatili, il ché significa che un po’ lo prendono, un po’ lo danno. Par condicio. Mi pare pure giusto.

Immediatamente dopo, di solito, arriva la foto del pisello, preso dalle angolazioni più improbabili per sfruttare al meglio l’effetto prospettico. Posto che, come io e Frecciagrossa conveniamo, comprendere da una foto la portata di un membro virile non è cosa semplice, nel senso che spesso paiono meglio di quanto non siano, alcune di queste foto ti fanno proprio rosicare e ti fanno pensare che no, non è giusto, e che tutto sommato certi piselli importanti servirebbero più alle vagine, che il punto G ce l’hanno. Perché sì, il punto G esiste, e il fatto che i cazzetti non siano capaci di trovarlo e stimolarlo non significa che sia una specie di Mostro di Loch Ness a cavallo tra fantasia e realtà. Esso c’è.

I contatti su Grindr spesso finiscono in incontri. Non è stato questo il caso, per Frecciagrossa, perché c’ero io, l’appendice amica con quel brutto handicap della vagina, stigmatizzante agli occhi del crogiuolo di gaii che ci circondava.

Resta il fatto che non smettevo di pensare che loro, i gaii, hanno una straordinaria libertà che noi etero chiamiamo “promiscuità“. Perché fatichiamo a comprenderla, fatichiamo a padroneggiarla, fatichiamo ad ammettere che siamo noi che non riusciamo ad essere ugualmente spregiudicati e onesti, noi che viviamo nella nostra gabbia dorata presuntamente monogama, tenutari autoproclamati dell’unica formula di amore e relazione e sesso sano.

E che forse, in fondo, quel Grindr un po’ lo invidiamo, a livello teorico. Non potremmo usarlo in quanto tale, non noi vagine, per esempio, perché noi vagine in realtà poi vogliamo che il cazzetto ci porti a cena, che ci offra da bere, che ci faccia ridere, che sia colto, insomma, non è che ci basti una fotografia delle sue parti genitali, salvo casi proprio clamorosi. Però, a livello teorico, la serenità con cui i gaii possono incrociarsi, sperimentarsi, proteggersi perché non sono mica cretini – e sono anzi più furbi di una marea di etero in questo – è una roba che mette a nudo i convenevoli degli etero. I limiti culturali. La barriera cognitiva per cui il sesso fine a se stesso resta sempre un po’ un’attività squalificante, un gradino sotto al “fare all’amore” modellando un vaso di ceramica sulle note di Whitney Houston, per dire.

Io non lo so dove stia la verità, ma quello che vedo è che questi gaii sono organizzati, iperattivi, tonici, dinamici, consapevoli. Vedo che si divertono, che vivono incontri occasionali e che creano rapporti più solidi. Vedo che sono capaci di vivere relazioni esattamente come noi, ma che lo fanno con più sincerità. Vedo che hanno una coscienza sociale, dei problemi e dei vantaggi del proprio gruppo, più forte di quella degli etero, parcellizzati nell’individualismo antagonistico del mors tua-vita mea.

Poi, certo, ci sono le sfrante che sfarfallano con le mani e urlano “adooooooroooooo” ovunque, ci sono quelli che si sentono inspiegabilmente stocazzo solo perché lo pijiano ar culo, ci sono quelli che in quanto froci hanno la presunzione di poter dire qualunque cosa e che in camera c’hanno il poster di Aldo Busi.

Ma cosa c’entra.

Esistono anche le vagine stupide che inducono alla misoginia, ma ciò non significa che il genere vaginale globalmente inteso non sia un genere meraviglioso.