Gelosia e PsychoMilf

Mi piacerebbe essere una persona migliore e dirvi che non sono affatto gelosa, che per me le persone affatto gelose sono privilegiate, sono esseri umani superiori, come quelli che mangiano e non ingrassano, come quelli che hanno pochi peli, come quelli che ogni sera riescono ad addormentarsi entro la mezzanotte.

Ciò che posso dirvi, piuttosto, è che la mia gelosia è migliorata, che ci ho lavorato, che sono cresciuta, che sono più consapevole e più sicura di me. Il ché, per carità, è vero. Non sono più una di quelle che guardano il telefono, che scippano le password, che si infiltrano negli account altrui, che passano con la macchina a controllare che il tipo sia dove dice di essere. Non faccio più interrogatori col faro puntato in faccia, non conosco più vita-morte-e-miracoli di qualunque donna interagisca col mio compagno; non mi succede più, ogni volta che non mi risponde per mezz’ora, di pensare che stia facendo un ripasso del kamasutra con un’altra. Un’altra qualsiasi. Una ventenne senza rughe, una 50enne con le labbra rifatte, una 30enne di quelle secche e stilose che lo seduca parlandogli dell’ultimo aggiornamento software che ha fatto.

Insomma, queste cose non mi capitano più. O meglio, quando capitano, riesco a governarle prontamente. Ripasso mentalmente i comandamenti dell’antigelosia e mi calmo:

  1. La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore
  2. La gelosia è solo sintomo di insicurezza
  3. La gelosia è il modo migliore per indurre al tradimento
  4. La gelosia è una roba che ti rende repellente
  5. Se ci pensi, sei figa, non hai motivo di sentirti tanto insicura
  6. Se ci pensi, lui non ti dà ragione di dubitare della sua sincerità
  7. Se ci pensi, non è giusto rompergli i coglioni a causa dei tuoi traumi pregressi
  8. Se ci pensi, siete felici e scopate un sacco
  9. Se ci pensi, è un uomo intelligente, non trattarlo da coglione
  10. Se ci pensi, anche lui potrebbe pensare le stesse identiche cose di te (questa vale soprattutto per “Ma lui ha tradito la sua ex”. Perché, tu sei sempre stata Santa Maria Goretti?)

Di solito, di fronte a questi 10 comandamenti, la micro-crisi di gelosia rientra. Che poi, a voler essere pignoli, uno dovrebbe precisare che esistono tanti tipi di gelosia, mica una sola. E che non è neppure del tutto vero che la gelosia è imputabile alla sola carenza di autostima, perché francamente una può pure averci un’autostima discreta, ma certe volte le cose si incasinano e basta, va bene che sei figa ma il mondo è pieno di donne più fighe e più interessanti di te,  questo è giusto ricordarlo sempre, e di uomini più fighi e più interessanti del tuo partner, e nessuno di noi è naturalmente monogamo, e allora cosa vieta che quello inciampi in un’altra? E che si può fare quando ne trova una che, semplicemente, gli piace e lo attizza più di te? O che semplicemente, se tu sei imbattibile, rappresenti per lui la succulenta tentazione della novità? Un cazzo, te lo dico io, non si può fare un cazzo, a parte sperare che lui ci ami con entrambe le sue parti anatomiche rilevanti (cervello e uccello) e che faccia il possibile per non ferirci troppo. E quindi insomma, esiste pur sempre un irriducibile margine di feroce casualità nel tradimento, e di imponderabile irrazionalità nella gelosia. Possiamo consolarci pensando che, in fondo, lui corre lo stesso identico rischio, e che tutto sommato è una scommessa per entrambi. Ed è giusto così. Ma la gelosia è un tema assai complesso e assai caro per me, potrei tenervi qui per ore e non mi sembra il caso, piuttosto ne riparleremo in futuro. Per ora, invece, vorrei raccontarvi una roba che m’è successa, a proposito di gelosia e che è stata altamente formativa, perché va bene non essere gelosi, ma va bene pure essere bene attenti al partner.

La settimana scorsa io e il mio Cavaliere dello Zodiaco veniamo invitati a cena da una coppia di suoi conoscenti, su una terrazza, fuori Milano. Figata, penso tra me e me. Arriviamo e scopro che a cena siamo in sette. Gli altri hanno 50 anni. Il mio compagno ne ha 40. Io ne ho 30 (32, per l’esattezza, ma vi sto dicendo le fasce anagrafiche, tipo l’Istat). A parte noi, un’altra coppia e 3 single, divisi tra 2 donne e un uomo. Le due single 50enni sono molto diverse tra loro e naturalmente la mia attenzione viene rapita da quella che chiameremo d’ora in avanti PsychoMilf: milanesissima, capelli rossi, ossa lunghe e forme longilinee da adolescente. Tette sode opera di molta palestra o di un buon chirurgo. O di entrambi. Bisogno disperato di essere al centro dell’attenzione.

Nel corso della serata mi hanno colpita alcune delle sue dissertazioni, come per esempio: “Nelle serie tv si parla ovunque di droga, sembra quasi istigazione!” – “Beh credo che anche nella realtà si consumi molta droga”, rispondo. “Sì ma prendi Narcos! La parola cocaina viene ripetuta non so quante volte!“, mi fa e io a quel punto rinuncio a risponderle perché altrimenti dovrei segnalarle che Narcos racconta la storia di Pablo Escobar, e dunque è abbastanza ovvio che si parli di cocaina. Che se fosse stata una serie su Mozart si sarebbe parlato di pianoforte, insomma.

Mentre ciò accadeva, il mio compagno, che ha una tendenza innata a flirtare con chiunque, ma soprattutto con le sciure, nel senso che l’ho proprio visto sedurre mia madre e mia zia e ho capito tutto, si lasciava scappare cenni di approvazione verso la PsychoMilf. Cose tipo sorridere alle sue battute, oppure dirle “Grande!” dopo un suo commento. Ora, io so che diceva “Grande!” nello stesso identico modo in cui lo avrebbe detto al mio amico Ruggiero di Taranto, ma il problema è che aveva di fronte una PsychoMilf e non il mio amico. E c’era una considerevole differenza.

La serata è andata avanti snocciolando perle straordinarie, col provincialismo qualunquista di chi vuole suonare mondano, che riassumerei più o meno così: “Non so se avete mai sentito parlare del mio amico Fleming, che suonava con mio marito, che rullava le canne a occhi chiusi mentre guidava a 180km/h a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile tornare da Courmayeur, perché noi eravamo giovani e rock, mentre i ragazzi di oggi guarda, a proposito io mi sono sempre piaciuta molto, piaccio anche agli amici di mio figlio guarda, io non capisco cosa ci trovino in una signora come me, sì sì, abito in Area C, certo, però vado spesso in vacanza a Bali, sono così belle lì le persone guarda, così educate, così disponibili, sapessi, pure i bambini che ti portano le valige. E poi ogni anno incontro il mio caro amico ambasciatore del Burkina Fasu, ma sai che lì sono più organizzati di noi? In Italia bisognerebbe reintrodurre il servizio militare, perché era molto utile per mescolare i ragazzi del nord e quelli del sud…comunque io a-d-o-r-o Nina Zilli”. 

Eccetera.

Ecco, in mezzo a questa delirante overdose di parole, gli altri commensali erano persone gradevoli e simpatiche. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto vino, abbiamo rollato un paio di canne (i cinquantenni di oggi non sono più i cinquantenni di una volta), e abbiamo continuato a parlare, e a ridere. A un certo punto, mi alzo per andare a urinare nelle sedi appropriate, torno in terrazza e assisto alla scena della PsychoMilf intenta a mostrare al mio compagno un tatuaggio sull’avambraccio, che si era fatta di recente. Mi avvicino mentre lei gli srotola sette metri di arto superiore sul tavolo e due delle sue dita piene di anelli, distrattamente, sfiorano una coscia di lui, sul jeans. Il tutto, ammorbandolo sulle turbe psichiche del designer che le aveva fatto il disegno del tatuaggio.

Conservo quello che a me sembrerebbe un invidiabile contegno (perlomeno per i miei standard), mi avvicino, estraggo una sigaretta dalla borsa, prendo l’accendino e mi allontano sul terrazzo. Lui mi segue, senza che glielo chieda, assecondando quel salvifico istinto di sopravvivenza maschile, tanto prezioso per il funzionamento delle relazioni. Quando siamo appartati a sufficienza mi chiede cosa succeda, gli dico niente, insiste, gli dico qualcosa di acido, non capisce, sono nervosa, si mette sulla difensiva, lo bacio, sorride. Gli dico che mi piacerebbe poter fare la prossima pipì senza temere di tornare in terrazza e trovargli la PsychoMilf in braccio. La chiamo proprio così: PsychoMilf. Lui ride, dice che non capisce. Gli faccio notare che forse anche a lui darebbe fastidio tornare dal cesso e vedere la mia mano sulla coscia di un altro. Ce la fa. Capisce. I neuroni si connettono. Evviva. Dice che non aveva capito un cazzo e aggiunge che non ne poteva più di quelle pugnette sul designer che le ha fatto quel tatuaggio che comunque fa cagare (effettivamente, faceva cagare). Dice che quando sono tornata ha pensato che fossi FINALMENTE arrivata a salvarlo. Ci baciamo ancora, con la lingua, come i teen-ager. D’altra parte, rispetto al resto dei commensali, lo siamo. Nel complesso, tutta la scena, che la PsychoMilf osservava, è stata la risposta più chiara alla sua intraprendenza: non una coppia che s’allontana e parla fitto fitto e litiga tentando di mantenere il decoro. Al contrario, una coppia che si allontana, e parla, e ride, e si bacia. Da quel momento in poi, passiamo il resto della serata a parlare con l’altra metà del tavolo; la PsychoMilf si dedica, a quel punto, finalmente, al single 50enne che era di sua competenza. Quando andiamo via, ci chiede come possiamo fare per restare in contatto. Lo chiede a lui, notare bene, non a me. Lui glissa e me la sbologna. Le do i miei contatti, la saluto caramente e vado via. Non accetterò la sua richiesta di amicizia per ovvie ragioni.

Tornando a casa, penso che tutto sommato l’ho gestita bene. Che non ce l’ho con la PsychoMilf, che mica era stata tutta un’iniziativa sua. Che pure lui doveva aver ammiccato a sua insaputa (io lo faccio spesso, ammicco e non sempre ne sono cosciente). Ho pensato che se il mio compagno avesse incontrato la PsychoMilf quando era single, le cose sarebbero andate in maniera diversa: avrebbero parlato tutta la sera, lei avrebbe progressivamente aumentato il contatto corporeo, avrebbero flirtato, avrebbero bevuto, lei avrebbe pensato che un bel ragazzo di 40 anni era proprio ciò che le ci voleva, lui avrebbe pensato che era vecchia ma tutto sommato scopabile, sarebbero andati via insieme, avrebbero forse valutato di fermarsi a bere una cosa in un altro locale strada facendo, e poi avrebbero diviso un taxi, e avrebbero limonato sotto casa di uno o dell’altra, e avrebbero scopato, e sarebbe stata una scopata mediocre dopo troppe bottiglie di vino bevute. Sarebbe andata così, perché quando si è single va così. Perché così si fa, quando non si ha niente da perdere: si beve per scopare, si scopano sconosciuti, si viene senza intimità e a volte senza neppure vera attrazione. Non è sempre così, ma spesso è così. E quando ci ripensiamo, racimoliamo ricordi di performance che avremmo preferito risparmiarci.

In tutto questo, avrei voluto dire alla signora PsychoMilf che io sono stata single per un milione di anni, e sono andata a milioni di cene, feste, matrimoni, compleanni, eventi in cui ero da sola, seduta a capotavola, proprio come lei l’altra sera. So benissimo com’è essere single, ne conosco il bello e il brutto, è una condizione esistenziale che ho letteralmente perlustrato per un lungo periodo della mia vita, parlandone ampiamente con altre donne single di ogni provenienza ed età. D’altra parte, so altrettanto bene come si provocano gli uomini altrui, poiché l’ho fatto, e so anche per quali ragioni si fa.

Mi creda, signora PsychoMilf, ammiro il fatto che lei non sia lì a occuparsi della menopausa ma lotti con tutta se stessa per restare giovane, desiderabile, competitiva. Ammiro la sua dedizione alla causa, che non so se avrei in egual misura e, le giuro, non c’è sarcasmo nelle mie parole. Al suo posto forse farei altrettanto, in un modo diverso. Probabilmente avrebbe potuto starmi molto simpatica, avrei potuto raccogliere le sue confidenze, e confrontare le mie opinioni da 30enne con le sue da 50enne, come spesso mi capita di fare con le donne, indifferentemente più adulte o più giovani di me. Solo che purtroppo, io questo compagno l’ho aspettato a lungo, e al momento mi sembra abbastanza giusto per me, e io ero convinta che non potesse esistere qualcuno giusto per me, qualunque cosa significhi esattamente. Insomma, se quel fesso flirta e non lo sa, se è così narcisista da non accorgersi che tra un po’ lei gli si spalma addosso come una noce di burro sulla fetta biscottata, se è così vanesio da cadere dal pero quando gli faccio notare che tra un po’ era seduto più vicino a lei che vicino a me, io cosa posso farci? Di base, poi, appena gliel’ho fatto notare, si è fidato, mica m’ha dato della pazza visionaria. Non l’ha più cagata di pezza e ha chiarito senza dubbio la sua posizione, dandole praticamente le spalle per il resto del tempo e lei lo scuserà se è stato scortese, mi creda, di solito non lo è, è solo che si è fidato di quel che gli ho detto.

Davvero signora, è un ottimo compagno, ma è uomo, è umano e non è perfetto. E non lo so cosa sarebbe accaduto se quella sera io non ci fossi stata, e non mi interessa, nel senso che non è quello il punto. Il punto è che c’ero, e se ci sono, le mani lei se le tiene in tasca, sul tavolo, in borsa, dove meglio preferisce, ma non sulle cosce del mio compagno. E poi sa, signora PsychoMilf, pure a lui è capitato di vedermi flirtare. Anche in quel caso, dopo, ne abbiamo riso. Siamo fatti così, in questo equilibrio qua, simili e fin troppo trasparenti con l’altro, ma mi sembra che ci amiamo molto, e allora quando io vedo le sue nocche dove non dovrebbero essere, non posso farci nulla, mi sale il crimine, viene fuori la nera del ghetto, mi trasformo in Stella from the blocks, chiamo in causa le mie radici di Taranto Vecchia, non so dirle cosa succeda esattamente, ma io la guardo e penso solo: LEVATI DAL CAZZO. ORA.

Non so se possa capirmi, signora PsychoMilf, ma è una cosa strana quella che provo, a metà tra l’istinto primitivo della difesa e la cura e la delicatezza della protezione. È che di questo rapporto proprio mi interessa, e dunque ci sto attenta. E non potrò proteggerlo per sempre, e non potrò proteggerlo da tutto, e non è neppure ciò che intendo fare h24, tutti i giorni della mia vita, presidiare con attenzione felina la mia relazione. Mi fido della mia relazione. Ciononostante, lei si levi cortesemente dal cazzo.

Poi, il giorno che diventiamo una coppia aperta, le facciamo sapere.

E meno male che comunque non sono più così tanto gelosa.

Amicizie Sentimentali

Ieri sera ho invitato un amico a cena. Ero reduce dal weekend dai miei, dal quale ero tornata, com’è uso e consuetudine, con abbondanti scorte alimentari, tra cui un tupperware pieno di polpette al sugo, pronte per essere condivise.

Nel bel mezzo della cena, il mio ospite ha nominato una delle mie amiche, che anche lui conosce, e che io non sento più. “Avete litigato?“, mi ha chiesto. “No“, ho risposto e ho sentito un discreto imbarazzo. Davvero non abbiamo litigato. Davvero non ci frequentiamo più. Davvero se qualcuno l’anno scorso avesse previsto che io e lei non ci saremmo più cagate, l’avrei trovato impossibile. Eppure, è successo.

1. IL VUOTO FORMATIVO

Finita la cena (sponsored by mia mamma, dunque buonissima), ho continuato a pensare a quel momento di acuto disagio che avevo provato, a quanto m’avesse turbata ammettere che quel rapporto fosse, come dire, naufragato. Così mi sono accorta che si parla moltissimo di cosa succede quando finisce un amore, ma mai di cosa succede quando finisce un’amicizia. Pensateci: almeno il 70% – non abbiamo dati scientifici ma la percentuale appare plausibile – dell’industria editoriale/musicale/cinematografica si fonda sul racconto del trauma scaturito dall’interruzione, dalla sospensione, dall’atrofia progressiva di un amore. Siamo così preparati a livello teorico, da aver messo in conto che le relazioni non sono mai definitive e da aver sradicato il mito dell’amore eterno; siamo riusciti persino a sconfessare uno dei principali comandamenti romantici con cui siamo cresciuti: “…e vissero per sempre felici e contenti“. MINCHIATE! Non è vero. Ormai lo sappiamo.

Tuttavia, il fatto che anche le amicizie finiscano rimane un fatto scarsamente dibattuto. Eppure, a esser sincera, non credo che sia un fenomeno molto più raro della fine degli amori. Non credo che quando il fraintendimento, il diverso investimento emotivo, la delusione, provengono da un amico siano meno dolorosi rispetto a quando provengono da un partner. Anzi. E allora, mi chiedo, perché siamo attrezzatissimi, abbiamo decine di manuali che ci spiegano cosa fare quando la nostra relazione va in frantumi e non abbiamo un cazzo, manco un tweet illuminante, che ci spieghi come elaborare un lutto amicale?

2. SFIGA D’AMORE vs SFIGA D’AMICIZIA

Sia chiaro, chiederselo è faticoso, molto faticoso. In un certo senso è come se esistesse una maggiore forma di pudore, rispetto ai fallimenti sentimentali. È come se, in altri termini, fosse socialmente più accettato il racconto delle proprie disgrazie amorose, rispetto a quello delle proprie crisi di amicizia. In amore ci sta (essere sfigati), l’immaginario collettivo è popolato da innumerevoli personaggi caratterizzati dalla sfiga amorosa e comunque accettabili, simpatici persino. Ma la sfiga d’amicizia è diversa: non esiste. Puoi non avere un partner, perché sei sfortunato; se invece non hai amici è perché sei uno stronzo.

3. TUTTE DONNE

E mentre riflettevo, scendevano lungo le sponde del mio torrente le spoglie di certe amicizie vitali delle quali nella mia vita non resta traccia. Di tutte le persone, in altre parole, che ho perso. Che, per una ragione o per l’altra, ho lasciato andare e che mi hanno lasciata andare. Di tutti quei rapporti che si sono stemperati nell’indifferenza apparente, a volte; nella ripicca sciocca, altre; nelle regolari pieghe dell’evoluzione, altre volte ancora. Legami intensi eppur estinti, spesso senza un vero casus belli, che lasciano dietro di sé una scia di ricordi più o meno sbiaditi, di quando si era più giovani, e si facevano cose, e si vedevano genti. I ricordi, gli oggetti prestati e mai ricevuti indietro, gli oggetti presi in prestito e mai resi, e i like su Instagram.

Del resto è da Instagram che apprendo se una s’è riprodotta, se l’altra s’è sposata, se l’altra s’è trasferita all’estero oppure se quell’altra continua ad andare ai concerti indipendenti.  Sarà un caso, davvero, ma sono tutte donne. Gli uomini non devono proprio essere capaci di una complessità del genere, senza offesa per i miei amici, che sono il mio campione di riferimento. Voglio dire: non giurerei di non aver mai perso un amico uomo, ma non me lo ricordo, quindi, se è successo, è stato piuttosto naturale, privo di pathos. Con i miei amici uomini ricordo di aver discusso, litigato, alzato la voce, sospeso le comunicazioni per mesi, questo sì; ma non ricordo di averli persi, se non in quota “crescita/cambiamenti della vita”.

4. L’AMICIZIA SENTIMENTALE

Ma con le donne, invece, con quelle s’apre un dedalo di amicizie che, a un certo punto, sono finite e la loro fine ha prodotto in me un variabile grado di malessere. A posteriori, a volte per ANNI, il solo sentirle nominare risvegliava in me il risentimento, la gelosia, la delusione, la recriminazione, la sintesi facile che “evidentemente non era un rapporto così importante” (praticamente come quando, con gli uomini, liquidiamo tutto con “la verità è che non gli piaci abbastanza“). Non è successo così tante volte, badate. Il fatto è che me le ricordo tutte. A volte, con alcune, proprio come con i tipi, la crisi si preannunciava su whatsapp, con doppie spunte senza risposta, con risposte che arrivavano a distanza di giorni, con le EMOTICON per chiudere i discorsi. Insomma, ci si riservava il trattamento, vicendevole e sciatto, che si sarebbe riservato all’ultimo dei Tinder Date.

Ebbene sì, Vosto Onore: l’ho fatto. Sì, Vostro Onore, l’ho subito. Sì, vostro Onore, ho avuto voglia di dire: oh ma  te lo ricordi quante belle serate abbiamo passato insieme? Quante risate, mamma mia. E poi quanto ci ha fatto bene condividere roba? E quanto ci siamo state simpatiche da subito, eh, te lo ricordi? E va bene che le cose cambiano, ma da essere culo e camicia a ignorarsi completamente, fammi un recap: come cazzo ci siamo finite? 

Certo, Vostro Onore che c’ho pensato. Il fatto però è che questo tipo di amicizia, una volta incrinato è difficile da ripristinare, nonostante molte buone intenzioni di “parlarsi” e “chiarirsi”, di “prendersi un caffè insieme, un giorno”. Il fatto però è che certi “perché” sono troppo faticosi da cercare e spiegare, e anche che certe amicizie rispondono alle logiche sentimentali pur non essendo rapporti d’amore in senso stretto: in quei casi non è facile rimanere amici, dopo. In quei casi, è ugualmente gravoso smaltire aspettative disattese, memorie, nostalgie, non-detti, souvenir delle vacanze insieme, fotografie e un numero imponderabile di amici in comune su Facebook. Il tutto, sempre e rigorosamente, ignorandosi.

CONCLUSIONI

Sarebbe facile concludere che, banalmente, queste non erano amicizie VERE. E in parte, forse, ci sta anche; però, come sempre, c’è molto di più. C’è che l’amicizia è un sentimento complesso come l’amore, c’è che è composta da tanti ingredienti: complicità, similitudine, affetto, compagnia, legittimazione, dipendenza, possesso, lealtà, supporto, fiducia, complementarità, comfort, circostanza. E tutti questi elementi si tengono in equilibrio insieme, consentendo al rapporto di continuare. A volte, però, le porzioni si sbilanciano, a volte l’affetto c’è ma non è l’ingrediente principe, l’elemento preponderante. A volte arriva qualcuno che ci piace di più.

Forse la ragione per cui non esistono manuali che spieghino come elaborare la fine di un’amicizia, è perché esistono già i manuali per elaborare la fine di un amore, e le cose non sono poi così diverse. Il fatto che a un certo punto non si stia più insieme, non vuol dire che non sia mai stato bello, unico, speciale stare insieme. Vuol dire solo che non ha funzionato per sempre.

POST-CONCLUSIONI

Per non intristirmi in questi pensieri, ho infine deciso di concentrarmi sulle amicizie presenti: quelle maschili, quelle femminili, quelle gay e quelle etero, quelle che hanno appena partorito, quelli che si sono sposati, pure gli altri che sono espatriati. Quelle che davanti al loro bambino ti chiamano “zia“, e la cosa suscita in te un misto di angoscia e felicità; quelle che ti passano ancora a prendere da casa per andare a bere nello stesso bar col dehor di plastica; quelle che ogni volta che transitano da Milano vogliono salutarti; quelle che a Milano vengono a trovarti; quelle che interrogano il tuo fidanzato come se fossero tua zia; quelle che a 33 anni iniziano un master; quelle che a 40 anni si iscrivono per la prima volta in palestra; quelle che hanno sempre un consiglio giusto da dare; quelle che hanno sempre bisogno di un consiglio giusto da ascoltare e non seguire. Quelle, insomma, della cui trasparenza non dubitiamo mai, nonostante i cambiamenti e le contingenze della vita.

La Gelosia Autoimmune

Il problema della gelosia è che essa è una specie di malattia autoimmune che, una volta contratta, può andare avanti tutta la vita. Una cosa che non ho mai avuto il privilegio di raccontarvi, a mia memoria, è che sono una persona gelosa. Ora, questo, finché conduco indisturbata la mia routine da single di vecchia data, lo capite, non è un problema di dimensioni rilevanti. Cioè è come un ragnetto nascosto dietro il mobile in un salone di 70mq. Chi se lo caga. Quello può anche starsene lì, tessere la sua ragnatela, ma io me ne dimentico persino.

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Unfortunately però, quando mi capita di frequentare qualcuno per un lasso di tempo che superi l’aperitivo, ecco che l’aracnide fa capolino. Io continuo a ignorarlo, dicendomi che sono grande e lui è piccolo, dicendomi che sono cambiata, che sono cresciuta, che non sono più quella ragazzina insicura che ha amato un homo puttanierens e ciò le ha causato irrimediabili ferite interiori. Che non ho più bisogno di controllare, che sono consapevole di chi sono e di quanto valgoH, che imparare a dare fiducia al prossimo è il presupposto di qualunque relazione e se questo non siamo capaci o disposti a farlo, forse non dovremmo neppure pensarci ad avere una relazione. Oppure dovremmo fregarcene, chessò. Sdrammatizzare il tradimento, non vivere con così tanta ossessione il feticcio dell’esclusiva sessuale o la paranoia dell’essere presi in giro. Insomma signori, posso ben gestire questo ragnetto. Certo, posso farlo.

E questa convinzione è valida, è solida, è importante. Finché, all’improvviso, il ragnetto non si rivela per quello che è: IT. Oppure La Cosa. Oppure Alien. Insomma una roba gigante, spaventosa, che trascende le mie oggettive possibilità di domarla. E questo non va bene, perché la gelosia è un sentimento deteriore, perché è uno dei più gravi peccati sentimentali, la gelosia. E, a quel punto, tra le nubi che offuscano la più cristallina delle relazioni, tra gli iperbolici dubbi e la paura di rivivere emozioni che ci hanno scorticati dentro riempiendoci di cicatrici mediamente ripugnanti, ecco cos’è che si fa?

Come minchia si gestisce la Gelosia Autoimmune (che, in quanto tale, non è nemmeno giustificata)? Perché non esiste un video-tutorial che ce lo insegni, il management della gelosia? Sì, ok, le solite menate politicamente corrette, va bene, ma quando sono lì che la palpebra mi balla, e la vena mi pulsa, e fumo una sigaretta dietro l’altra, e controllo l’orario chiedendomi come cazzo ci si possa ridurre con l’1% di batteria nel ventunesimo secolo inoltrato, che abbiamo pure le flebo per i telefoni, esattamente cosa devo fare per non dare di matto? E perché non è rientrato? E perché non mi scrive? Ecco, in quei momenti, quando ormai sappiamo che sono tutti sintomi di quella specifica patologia, del Sospetto Incontrollato della Qualunque, quando sappiamo che no, non è con quella tal dei tali, a fare le acrobazie su un materasso circolare, a acqua, ma siamo comunque preda di un inarrestabile turbamento, ecco, che cazzo si fa?

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Proviamo a rispondere:

  1. Respira. E mastica chewing-gum invece di fumare 20 sigarette in 1 ora, che non è il caso. Puoi anche sputarle appena hanno perso il sapore, le gomme, e ne metti in bocca un’altra. Puoi ruminare e non ammazzarti di nicotina. Che è meglio.

2. Niente. Non fare niente. Non scrivergli nulla che a te sembri “easy”. Perché NON sarà easy. Sarà come minimo una bacchetta passivo-aggressiva, una domanda inquisitoria travestita da domanda scanzonata e disinvolta.

3. ASSOLUTAMENTE NON CHIAMARLO. Per un duplice ordine di ragioni. Nel caso ti risponda, sembrerai comunque la femmina oppressiva che telefona per controllare. Voglio dire, è fuori con i suoi amici, sarà pur libero di passare 3 ore della sua vita senza contemplarti no? Se, invece, sciaguratamente non dovesse risponderti, è finita, lo capisci. Puoi salutare la tua salute mentale, e lottare invano contro l’impulso a chiamarlo ininterrottamente (nei miei periodi più bui, sono arrivata a fare anche 40 telefonate senza risposta e, solo ora, scrivendolo, nero su bianco, dopo 10 anni, m’accorgo di quanto fosse malato il tutto).

4. Ti direi anche di non stare lì a controllare l’ultimo accesso su whatsapp. Perché è una cosa che ti farà solo ribollire il sangue. Tanto più se dovessi vedere che accede e che non ti caga. Stai serena. Sta contattando gli amici con cui ha appuntamento, sta scambiando informazioni logistiche con gli altri, non ti sta mandando i messaggini coi cuoricini. Fattene una ragione e stai CALMA. Leggi un bel libro. Guardati Masterchef e alimenta fantasie erotiche con Bastianich e Cracco, insieme o in rapida successione, come preferisci. Drogati di Netflix. Fai quello che ti pare ma IMPONITI di distrarti.

5. Se proprio non riesci, come estrema difesa, metti il tuo telefono in modalità aereo, o spegnilo. Adotta una soluzione radicale. Taglia il problema all’origine. Se lui è assente, renditi più assente di lui. E stai buona.

6. Quando l’emorragia emotiva sarà rientrata, chiediti se c’è motivo di essere gelosa. È una persona ambigua che ti ha dato ragione di dubitare della sua trasparenza nei tuoi confronti? O gli stai cucendo addosso il ruolo che era di un altro? In questo ultimo caso, smettila. Comportati come una donna e non come una bimbaminchia. Nel primo caso, invece, se è plausibilmente un bugiardo (e ormai sei grande, gli strumenti per capirlo lucidamente ce li hai), renditi conto che c’è un problema e che devi affrontarlo, per il tuo benessere. E che non si risolve quando lui finalmente, rientrato a casa, ti scrive che uno pterodattilo gli aveva rubato il telefono, ma lui l’ha rincorso e con l’aiuto di una fionda è riuscito ad abbatterlo e a recuperare il suo smartphone e, finalmente, a ricontattarti.

7. L’indomani non fargli domande. Cioè, se vuoi fagliele, ma è giusto? Serve? Qual è il momento in cui devi far capire che sei psycho? Che sei quel genere di donna che controlla, verifica, mappa tutte le altre donne che possano a diverso titolo interferire con la sua vita?  Vuoi davvero spaventarlo? Vuoi davvero che ti consideri una donnetta media? Che si accorga che sei così poco self-confident? Attenzione, perché dimostrargli questo vuol dire dargli un consistente vantaggio su di te. Vuol dire mostrargli una vulnerabilità che non può aiutarti a risolvere, perché te la devi risolvere da te.

8. Vuoi davvero che inizi a giustificare l’orario in cui torna a casa? Sai che poi devi fare altrettanto? Sai che più domande inizi a fare e più te ne saranno fatte? Sai che se uno inizia a rinunciare a una parte della sua libertà, poi pure l’altro è chiamato a fare altrettanto? Sai che questo genere di rapporto non è sanissimo? Che le coppie migliori sono quelle che sanno condividersi nel rispetto degli spazi individuali? È questo ciò che vuoi? Trasformarti in una maniaca del controllo e del possesso?

9. Puoi anche farti venire un’embolia per l’ansia, ma non cambierà nulla. Non hai nessun potere, nell’immediato. Prova a usare la tua fervida immaginazione (quella che se esistessero gli Academy Awards per i Film Mentali tu faresti incetta come manco Ben Hur, o Titanic) per pensare a scenari positivi, e non necessariamente a catastrofi sentimentali, a fanta-universi post-nucleari popolati da zombie col cuore putrefatto; prova a pensare all’amore come a qualcosa di benefico e non a una lotta per la sopravvivenza.

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10. Scrivi alle tue amiche, non per ammorbarle ma per sapere come stanno. Evadi dalla bolla di disagio personale nella quale ti sei imprigionata, concentrandoti sugli altri invece che su te stessa e, nel frattempo, prendi atto. Registra. Regolati di conseguenza. Non ti caga quando è in giro? Bene, la prossima volta che esci, anche tu godrai meglio della compagnia delle persone con cui sei, senza pensare a mandare i messaggini a lui.

Ma, più d’ogni altra cosa, in generale, ricorda che la gelosia non è indice d’amore ma di insicurezza. Non esprime attaccamento ma sfiducia. Non genera fedeltà ma insofferenza, subordinazione a volte, allontanamento spesso. Persino incoraggiamento a tradire.

Ricorda che la gelosia è un sentimento comprensibile ma non encomiabile e che, nel tempo, essa ci fa apparire quanto di meno desiderabile agli occhi di chi, invece, vorremmo ci trovasse le più desiderabili tra i desideri tutti.

Non so se con voi funzionerà. Io comunque, quando ho le crisi, me le gestisco così.