Amicizie Sentimentali

Ieri sera ho invitato un amico a cena. Ero reduce dal weekend dai miei, dal quale ero tornata, com’è uso e consuetudine, con abbondanti scorte alimentari, tra cui un tupperware pieno di polpette al sugo, pronte per essere condivise.

Nel bel mezzo della cena, il mio ospite ha nominato una delle mie amiche, che anche lui conosce, e che io non sento più. “Avete litigato?“, mi ha chiesto. “No“, ho risposto e ho sentito un discreto imbarazzo. Davvero non abbiamo litigato. Davvero non ci frequentiamo più. Davvero se qualcuno l’anno scorso avesse previsto che io e lei non ci saremmo più cagate, l’avrei trovato impossibile. Eppure, è successo.

1. IL VUOTO FORMATIVO

Finita la cena (sponsored by mia mamma, dunque buonissima), ho continuato a pensare a quel momento di acuto disagio che avevo provato, a quanto m’avesse turbata ammettere che quel rapporto fosse, come dire, naufragato. Così mi sono accorta che si parla moltissimo di cosa succede quando finisce un amore, ma mai di cosa succede quando finisce un’amicizia. Pensateci: almeno il 70% – non abbiamo dati scientifici ma la percentuale appare plausibile – dell’industria editoriale/musicale/cinematografica si fonda sul racconto del trauma scaturito dall’interruzione, dalla sospensione, dall’atrofia progressiva di un amore. Siamo così preparati a livello teorico, da aver messo in conto che le relazioni non sono mai definitive e da aver sradicato il mito dell’amore eterno; siamo riusciti persino a sconfessare uno dei principali comandamenti romantici con cui siamo cresciuti: “…e vissero per sempre felici e contenti“. MINCHIATE! Non è vero. Ormai lo sappiamo.

Tuttavia, il fatto che anche le amicizie finiscano rimane un fatto scarsamente dibattuto. Eppure, a esser sincera, non credo che sia un fenomeno molto più raro della fine degli amori. Non credo che quando il fraintendimento, il diverso investimento emotivo, la delusione, provengono da un amico siano meno dolorosi rispetto a quando provengono da un partner. Anzi. E allora, mi chiedo, perché siamo attrezzatissimi, abbiamo decine di manuali che ci spiegano cosa fare quando la nostra relazione va in frantumi e non abbiamo un cazzo, manco un tweet illuminante, che ci spieghi come elaborare un lutto amicale?

2. SFIGA D’AMORE vs SFIGA D’AMICIZIA

Sia chiaro, chiederselo è faticoso, molto faticoso. In un certo senso è come se esistesse una maggiore forma di pudore, rispetto ai fallimenti sentimentali. È come se, in altri termini, fosse socialmente più accettato il racconto delle proprie disgrazie amorose, rispetto a quello delle proprie crisi di amicizia. In amore ci sta (essere sfigati), l’immaginario collettivo è popolato da innumerevoli personaggi caratterizzati dalla sfiga amorosa e comunque accettabili, simpatici persino. Ma la sfiga d’amicizia è diversa: non esiste. Puoi non avere un partner, perché sei sfortunato; se invece non hai amici è perché sei uno stronzo.

3. TUTTE DONNE

E mentre riflettevo, scendevano lungo le sponde del mio torrente le spoglie di certe amicizie vitali delle quali nella mia vita non resta traccia. Di tutte le persone, in altre parole, che ho perso. Che, per una ragione o per l’altra, ho lasciato andare e che mi hanno lasciata andare. Di tutti quei rapporti che si sono stemperati nell’indifferenza apparente, a volte; nella ripicca sciocca, altre; nelle regolari pieghe dell’evoluzione, altre volte ancora. Legami intensi eppur estinti, spesso senza un vero casus belli, che lasciano dietro di sé una scia di ricordi più o meno sbiaditi, di quando si era più giovani, e si facevano cose, e si vedevano genti. I ricordi, gli oggetti prestati e mai ricevuti indietro, gli oggetti presi in prestito e mai resi, e i like su Instagram.

Del resto è da Instagram che apprendo se una s’è riprodotta, se l’altra s’è sposata, se l’altra s’è trasferita all’estero oppure se quell’altra continua ad andare ai concerti indipendenti.  Sarà un caso, davvero, ma sono tutte donne. Gli uomini non devono proprio essere capaci di una complessità del genere, senza offesa per i miei amici, che sono il mio campione di riferimento. Voglio dire: non giurerei di non aver mai perso un amico uomo, ma non me lo ricordo, quindi, se è successo, è stato piuttosto naturale, privo di pathos. Con i miei amici uomini ricordo di aver discusso, litigato, alzato la voce, sospeso le comunicazioni per mesi, questo sì; ma non ricordo di averli persi, se non in quota “crescita/cambiamenti della vita”.

4. L’AMICIZIA SENTIMENTALE

Ma con le donne, invece, con quelle s’apre un dedalo di amicizie che, a un certo punto, sono finite e la loro fine ha prodotto in me un variabile grado di malessere. A posteriori, a volte per ANNI, il solo sentirle nominare risvegliava in me il risentimento, la gelosia, la delusione, la recriminazione, la sintesi facile che “evidentemente non era un rapporto così importante” (praticamente come quando, con gli uomini, liquidiamo tutto con “la verità è che non gli piaci abbastanza“). Non è successo così tante volte, badate. Il fatto è che me le ricordo tutte. A volte, con alcune, proprio come con i tipi, la crisi si preannunciava su whatsapp, con doppie spunte senza risposta, con risposte che arrivavano a distanza di giorni, con le EMOTICON per chiudere i discorsi. Insomma, ci si riservava il trattamento, vicendevole e sciatto, che si sarebbe riservato all’ultimo dei Tinder Date.

Ebbene sì, Vosto Onore: l’ho fatto. Sì, Vostro Onore, l’ho subito. Sì, vostro Onore, ho avuto voglia di dire: oh ma  te lo ricordi quante belle serate abbiamo passato insieme? Quante risate, mamma mia. E poi quanto ci ha fatto bene condividere roba? E quanto ci siamo state simpatiche da subito, eh, te lo ricordi? E va bene che le cose cambiano, ma da essere culo e camicia a ignorarsi completamente, fammi un recap: come cazzo ci siamo finite? 

Certo, Vostro Onore che c’ho pensato. Il fatto però è che questo tipo di amicizia, una volta incrinato è difficile da ripristinare, nonostante molte buone intenzioni di “parlarsi” e “chiarirsi”, di “prendersi un caffè insieme, un giorno”. Il fatto però è che certi “perché” sono troppo faticosi da cercare e spiegare, e anche che certe amicizie rispondono alle logiche sentimentali pur non essendo rapporti d’amore in senso stretto: in quei casi non è facile rimanere amici, dopo. In quei casi, è ugualmente gravoso smaltire aspettative disattese, memorie, nostalgie, non-detti, souvenir delle vacanze insieme, fotografie e un numero imponderabile di amici in comune su Facebook. Il tutto, sempre e rigorosamente, ignorandosi.

CONCLUSIONI

Sarebbe facile concludere che, banalmente, queste non erano amicizie VERE. E in parte, forse, ci sta anche; però, come sempre, c’è molto di più. C’è che l’amicizia è un sentimento complesso come l’amore, c’è che è composta da tanti ingredienti: complicità, similitudine, affetto, compagnia, legittimazione, dipendenza, possesso, lealtà, supporto, fiducia, complementarità, comfort, circostanza. E tutti questi elementi si tengono in equilibrio insieme, consentendo al rapporto di continuare. A volte, però, le porzioni si sbilanciano, a volte l’affetto c’è ma non è l’ingrediente principe, l’elemento preponderante. A volte arriva qualcuno che ci piace di più.

Forse la ragione per cui non esistono manuali che spieghino come elaborare la fine di un’amicizia, è perché esistono già i manuali per elaborare la fine di un amore, e le cose non sono poi così diverse. Il fatto che a un certo punto non si stia più insieme, non vuol dire che non sia mai stato bello, unico, speciale stare insieme. Vuol dire solo che non ha funzionato per sempre.

POST-CONCLUSIONI

Per non intristirmi in questi pensieri, ho infine deciso di concentrarmi sulle amicizie presenti: quelle maschili, quelle femminili, quelle gay e quelle etero, quelle che hanno appena partorito, quelli che si sono sposati, pure gli altri che sono espatriati. Quelle che davanti al loro bambino ti chiamano “zia“, e la cosa suscita in te un misto di angoscia e felicità; quelle che ti passano ancora a prendere da casa per andare a bere nello stesso bar col dehor di plastica; quelle che ogni volta che transitano da Milano vogliono salutarti; quelle che a Milano vengono a trovarti; quelle che interrogano il tuo fidanzato come se fossero tua zia; quelle che a 33 anni iniziano un master; quelle che a 40 anni si iscrivono per la prima volta in palestra; quelle che hanno sempre un consiglio giusto da dare; quelle che hanno sempre bisogno di un consiglio giusto da ascoltare e non seguire. Quelle, insomma, della cui trasparenza non dubitiamo mai, nonostante i cambiamenti e le contingenze della vita.

La Gelosia Autoimmune

Il problema della gelosia è che essa è una specie di malattia autoimmune che, una volta contratta, può andare avanti tutta la vita. Una cosa che non ho mai avuto il privilegio di raccontarvi, a mia memoria, è che sono una persona gelosa. Ora, questo, finché conduco indisturbata la mia routine da single di vecchia data, lo capite, non è un problema di dimensioni rilevanti. Cioè è come un ragnetto nascosto dietro il mobile in un salone di 70mq. Chi se lo caga. Quello può anche starsene lì, tessere la sua ragnatela, ma io me ne dimentico persino.

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Unfortunately però, quando mi capita di frequentare qualcuno per un lasso di tempo che superi l’aperitivo, ecco che l’aracnide fa capolino. Io continuo a ignorarlo, dicendomi che sono grande e lui è piccolo, dicendomi che sono cambiata, che sono cresciuta, che non sono più quella ragazzina insicura che ha amato un homo puttanierens e ciò le ha causato irrimediabili ferite interiori. Che non ho più bisogno di controllare, che sono consapevole di chi sono e di quanto valgoH, che imparare a dare fiducia al prossimo è il presupposto di qualunque relazione e se questo non siamo capaci o disposti a farlo, forse non dovremmo neppure pensarci ad avere una relazione. Oppure dovremmo fregarcene, chessò. Sdrammatizzare il tradimento, non vivere con così tanta ossessione il feticcio dell’esclusiva sessuale o la paranoia dell’essere presi in giro. Insomma signori, posso ben gestire questo ragnetto. Certo, posso farlo.

E questa convinzione è valida, è solida, è importante. Finché, all’improvviso, il ragnetto non si rivela per quello che è: IT. Oppure La Cosa. Oppure Alien. Insomma una roba gigante, spaventosa, che trascende le mie oggettive possibilità di domarla. E questo non va bene, perché la gelosia è un sentimento deteriore, perché è uno dei più gravi peccati sentimentali, la gelosia. E, a quel punto, tra le nubi che offuscano la più cristallina delle relazioni, tra gli iperbolici dubbi e la paura di rivivere emozioni che ci hanno scorticati dentro riempiendoci di cicatrici mediamente ripugnanti, ecco cos’è che si fa?

Come minchia si gestisce la Gelosia Autoimmune (che, in quanto tale, non è nemmeno giustificata)? Perché non esiste un video-tutorial che ce lo insegni, il management della gelosia? Sì, ok, le solite menate politicamente corrette, va bene, ma quando sono lì che la palpebra mi balla, e la vena mi pulsa, e fumo una sigaretta dietro l’altra, e controllo l’orario chiedendomi come cazzo ci si possa ridurre con l’1% di batteria nel ventunesimo secolo inoltrato, che abbiamo pure le flebo per i telefoni, esattamente cosa devo fare per non dare di matto? E perché non è rientrato? E perché non mi scrive? Ecco, in quei momenti, quando ormai sappiamo che sono tutti sintomi di quella specifica patologia, del Sospetto Incontrollato della Qualunque, quando sappiamo che no, non è con quella tal dei tali, a fare le acrobazie su un materasso circolare, a acqua, ma siamo comunque preda di un inarrestabile turbamento, ecco, che cazzo si fa?

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Proviamo a rispondere:

  1. Respira. E mastica chewing-gum invece di fumare 20 sigarette in 1 ora, che non è il caso. Puoi anche sputarle appena hanno perso il sapore, le gomme, e ne metti in bocca un’altra. Puoi ruminare e non ammazzarti di nicotina. Che è meglio.

2. Niente. Non fare niente. Non scrivergli nulla che a te sembri “easy”. Perché NON sarà easy. Sarà come minimo una bacchetta passivo-aggressiva, una domanda inquisitoria travestita da domanda scanzonata e disinvolta.

3. ASSOLUTAMENTE NON CHIAMARLO. Per un duplice ordine di ragioni. Nel caso ti risponda, sembrerai comunque la femmina oppressiva che telefona per controllare. Voglio dire, è fuori con i suoi amici, sarà pur libero di passare 3 ore della sua vita senza contemplarti no? Se, invece, sciaguratamente non dovesse risponderti, è finita, lo capisci. Puoi salutare la tua salute mentale, e lottare invano contro l’impulso a chiamarlo ininterrottamente (nei miei periodi più bui, sono arrivata a fare anche 40 telefonate senza risposta e, solo ora, scrivendolo, nero su bianco, dopo 10 anni, m’accorgo di quanto fosse malato il tutto).

4. Ti direi anche di non stare lì a controllare l’ultimo accesso su whatsapp. Perché è una cosa che ti farà solo ribollire il sangue. Tanto più se dovessi vedere che accede e che non ti caga. Stai serena. Sta contattando gli amici con cui ha appuntamento, sta scambiando informazioni logistiche con gli altri, non ti sta mandando i messaggini coi cuoricini. Fattene una ragione e stai CALMA. Leggi un bel libro. Guardati Masterchef e alimenta fantasie erotiche con Bastianich e Cracco, insieme o in rapida successione, come preferisci. Drogati di Netflix. Fai quello che ti pare ma IMPONITI di distrarti.

5. Se proprio non riesci, come estrema difesa, metti il tuo telefono in modalità aereo, o spegnilo. Adotta una soluzione radicale. Taglia il problema all’origine. Se lui è assente, renditi più assente di lui. E stai buona.

6. Quando l’emorragia emotiva sarà rientrata, chiediti se c’è motivo di essere gelosa. È una persona ambigua che ti ha dato ragione di dubitare della sua trasparenza nei tuoi confronti? O gli stai cucendo addosso il ruolo che era di un altro? In questo ultimo caso, smettila. Comportati come una donna e non come una bimbaminchia. Nel primo caso, invece, se è plausibilmente un bugiardo (e ormai sei grande, gli strumenti per capirlo lucidamente ce li hai), renditi conto che c’è un problema e che devi affrontarlo, per il tuo benessere. E che non si risolve quando lui finalmente, rientrato a casa, ti scrive che uno pterodattilo gli aveva rubato il telefono, ma lui l’ha rincorso e con l’aiuto di una fionda è riuscito ad abbatterlo e a recuperare il suo smartphone e, finalmente, a ricontattarti.

7. L’indomani non fargli domande. Cioè, se vuoi fagliele, ma è giusto? Serve? Qual è il momento in cui devi far capire che sei psycho? Che sei quel genere di donna che controlla, verifica, mappa tutte le altre donne che possano a diverso titolo interferire con la sua vita?  Vuoi davvero spaventarlo? Vuoi davvero che ti consideri una donnetta media? Che si accorga che sei così poco self-confident? Attenzione, perché dimostrargli questo vuol dire dargli un consistente vantaggio su di te. Vuol dire mostrargli una vulnerabilità che non può aiutarti a risolvere, perché te la devi risolvere da te.

8. Vuoi davvero che inizi a giustificare l’orario in cui torna a casa? Sai che poi devi fare altrettanto? Sai che più domande inizi a fare e più te ne saranno fatte? Sai che se uno inizia a rinunciare a una parte della sua libertà, poi pure l’altro è chiamato a fare altrettanto? Sai che questo genere di rapporto non è sanissimo? Che le coppie migliori sono quelle che sanno condividersi nel rispetto degli spazi individuali? È questo ciò che vuoi? Trasformarti in una maniaca del controllo e del possesso?

9. Puoi anche farti venire un’embolia per l’ansia, ma non cambierà nulla. Non hai nessun potere, nell’immediato. Prova a usare la tua fervida immaginazione (quella che se esistessero gli Academy Awards per i Film Mentali tu faresti incetta come manco Ben Hur, o Titanic) per pensare a scenari positivi, e non necessariamente a catastrofi sentimentali, a fanta-universi post-nucleari popolati da zombie col cuore putrefatto; prova a pensare all’amore come a qualcosa di benefico e non a una lotta per la sopravvivenza.

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10. Scrivi alle tue amiche, non per ammorbarle ma per sapere come stanno. Evadi dalla bolla di disagio personale nella quale ti sei imprigionata, concentrandoti sugli altri invece che su te stessa e, nel frattempo, prendi atto. Registra. Regolati di conseguenza. Non ti caga quando è in giro? Bene, la prossima volta che esci, anche tu godrai meglio della compagnia delle persone con cui sei, senza pensare a mandare i messaggini a lui.

Ma, più d’ogni altra cosa, in generale, ricorda che la gelosia non è indice d’amore ma di insicurezza. Non esprime attaccamento ma sfiducia. Non genera fedeltà ma insofferenza, subordinazione a volte, allontanamento spesso. Persino incoraggiamento a tradire.

Ricorda che la gelosia è un sentimento comprensibile ma non encomiabile e che, nel tempo, essa ci fa apparire quanto di meno desiderabile agli occhi di chi, invece, vorremmo ci trovasse le più desiderabili tra i desideri tutti.

Non so se con voi funzionerà. Io comunque, quando ho le crisi, me le gestisco così.