Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

15 Cose di quando Dimagrisci

L’altra sera mi sono sentita dire una frase che, vi giuro, nessuno mi aveva mai detto nella vita: “Tu sei magra, puoi mangiare quanto vuoi”.

Ommioddio. Ma come ti viene in mente di dirmi che sono magra, sei impazzito?

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti: ho perso peso negli ultimi 2 anni. L’ho perso perché un endocrinologo-nutrizionista mi ha detto che per capire se la mia tiroide poteva tirare a campare nonostante la sua Sindrome di Hashimoto (da me ribattezzata “Sindrome di Hiroshima”) dovevo provare a seguire un regime alimentare diverso da quello di un lottatore di Sumo.

Così, motivata dalla preoccupazione che il mio sistema endocrino se ne stesse andando definitivamente in vacca, ho preso sul serio la dieta, l’ho abbinata a una moderata e ragionevole attività aerobica e ho perso circa 20kg (raggiungendo quello che, con una certa scaramanzia, può essere definito il mio “peso forma”).

E ad oggi devo condividere alcune cose che oggettivamente cambiano, nella vita e nel rapporto con gli altri, quando dimagrisci:

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  1. Le persone che per anni hanno parlato di quanto fossi grassa e/o ingrassata, iniziano a parlare di quanto tu sia dimagrita. Presto inizieranno a parlare del fatto che sei dimagrita troppo.

2. Tua madre al telefono inizia a chiederti con un filo di apprensione se hai cenato, cosa hai mangiato, se hai qualcosa da mangiare. Non te lo chiedeva, prima. Lo vedeva dal tuo sovrappeso che magnavi. Magari di merda, ma magnavi.

3. Tuo padre dice che ti sei fatta “piccolina-piccolina” quando ti abbraccia, anche a te che piccolina-piccolina non lo sarai mai. Oppure dice che non ce n’è rimasto, di te, come se ti avessero appena salvata da un campo di deportazione per obesi.

4. Tua zia arriva persino all’invettiva con “ti sei fatta brutta“, “hai fatto la faccia da vecchia“, “stavi meglio prima“, che mò dove sono finite quelle belle guance rotonde che ti sei portata per 27 anni? Nelle parole di mio cugino la delusione umana, invece, si manifesta in “Non sei più Sua Suinità“.

5. I colleghi ti chiedono come hai fatto, quale portentoso trucco ti abbia permesso di deperirti. Mah, niente, ho smesso di mangiare il Mc Donald, le Più Gusto, piatti da 250 grammi di pasta, pizza 3 volte alla settimana. Niente di trascendentale. Cose che avrei potuto arrivarci anche da sola, ecco. Poi aggiungici che sono permanentemente stressata, che non dormo, che fumo e capisci perché paro the walking dead.

6. A un certo punto tutti ti dicono insistentemente “Adesso basta dimagrire” come se tu stessi perdendo peso tipo Pannella quando lotta per la legalizzazione delle sostanze cannabinoidi, ma non è quel che accade, puoi giurarlo che ti pesi, che lo sai, che sei stabile e che comunque non vai nemmeno in palestra da 3 mesi (in realtà).

7. Gli uomini ti dicono che ti trovano in forma. Pure quelli che non sentivi da una vita, ti scrivono, apposta per dirti che sei in forma, che il sottotitolo in genere è “ora che non sei più cicciona, mi ti baccaglierei”.

8. Gli amici gay ti dicono che sei bona, oppure faiga, oppure “stai benissimo” quando fino all’anno prima eri “bella obesa così come sei“.

9. Le amiche ti dicono “vorrei le tue gambe“, che tu le guardi, loro parono Fiona May dei tempi d’oro, toniche come il marmo, e stanno a guardare le caviglie tue che sono così sottili. Vabbeh. La prossima volta propongo il baratto: le mie caviglie per il tuo culo, voglio vedere che mi rispondono.

10. Le persone non ti riconoscono più facilmente. È un fenomeno inspiegabile, perché di fatto hai intrapreso una dieta, non subito una plastica facciale. Tipo che a me un giorno non mi ha riconosciuta la signora del tabacchi dietro l’angolo che mi vede da anni, tutti i giorni. Evidentemente la grassezza era l’elemento caratterizzante della mia immagine.

11. Le commesse nei negozi ti rispondono con incredulità quando chiedi la taglia, perché continui a chiedere una L e quelle ti fanno “LA EEELLLEEEEEEE?”. No, è vero. Una M. Ma per me già chiedere la L è un downgrade, considerato che per alcuni anni della mia vita quando mi chiedevano la taglia rispondevo “La più grande che avete”, al fine di non incorrere nella perplessità sui loro volti, circa le mie chance di entrare nel capo che volevo provare.

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12. Se manifesterai di essere a tuo agio con il tuo corpo e con il tuo peso, nonostante le tue imperfezioni, la gente ti dirà che fai la figa, che sei vanitosa, che sei narcisista, che sei cambiata. Che sì, graziarcazzo che sono cambiata, ho perso 1/4 del mio peso corporeo, c’ho la pelle molle e appesa, se vogliamo dirla tutta, ma non è che me la tiro. Semplicemente, mi vergogno meno di prima se sono in costume, non chiamo la Gestapo se qualcuno mi scatta una foto al mare e mi sento meglio nelle mie forme. Fine. E’ una cosa bella, alla quale è giusto tendere anche se non si è Bianca Balti e che si può fare, lo testimonio, si può trovare un punto di equilibrio nel rapporto con la propria immagine. Persino con la cellulite, con la ciccia che resta dove resta (tipo nell’internocoscia che proprio ciao), con le imperfezioni cutanee e con tutti quei cazziemmazzi che finiscono per renderci donne normali.

13. Qualcuno ti farà notare con infinito tatto che non hai più tette e non hai più culo.

14. Se ti definirai “grassa” la gente che ti ha definita “grassa” per una vita ti dirà “Ma grassa coooooooosa?”. In buona sostanza ciò che è successo è che hai perso il titolo e, anche se non sei magra, non puoi più definirti grassa (pur avendo militato per tutta la vita nella legione dell’adipe), senza incorrere nel biasimo degli interlocutori. I quali forse pensano che l’esser grassi sia un fatto puramente estetico, solo fisico, e ignorano che invece è un modus vivendi e pensandi che ha investito la tua vita per 25 anni, un habitus che ti rimane a lungo addosso e che cambiare la percezione e la consapevolezza di sé richiede tempo.

15. Ma soprattutto, quando sarai a letto con un aitante maschio e quello farà per sollevarsi tenendoti in braccio, attorcigliata a lui come un koala al suo eucalipto, tu avrai incontrollabili picchi d’ansia pensando che come minimo gli esce un’ernia che lo renderà permanentemente invalido, praticamente paralizzato e non importa che non sia così, tu ti irrigidirai tutta, terrorizzata, e la Kim Basinger che è in te lascerà inesorabilmente il posto all’Anna Maria Barbera latente (Sconsolata, per chi non la ricordasse).

Insomma, è un processo lento quello di accettazione del cambiamento. Auguriamoci solo che, una volta abituata, una non si ritrovi a riprendere tutti i kg persi. Perché, come molte di noi sanno, i kg in eccesso sono come gli uomini stronzi: il vero problema non è disfarsene, ma imparare a non ricarderci mai più.

 

 

Vagine Grasse si Nasce

Nel mio ufficio, a Vaginaland, è arrivata qualche mese fa una vagina cicciona come me. E io sono stata contenta, quando l’ho vista, perché, finalmente, non sarei più stata in minoranza etnica. Roba che, se potessi, io negli annunci per le stagiste ci metterei “10 kg di sovrappeso costituiscono requisito preferenziale”. Ma poi credo che l’ArciFiga mi si rivolterebbe contro tacciandomi di discriminazione nei confronti della topa e organizzerebbe un FigaSecca Pride sotto la finestra del mio ufficio. E nun me pare il caso.

Ad ogni modo, dicevo, ero felice di questo rinforzo che la divina provvidenza aveva deciso di concedermi, per aiutarmi nel ruolo di rappresentante delle vagine cosiddette curvy. Se non fosse che, un mesetto fa, guardo la schiscia (che sarebbe il pranzo triste portato da casa e mestamente consumato sulla scrivania di fronte al computer, leggendo vanityfair.it e commentando le corna di Robert Pattinson con le colleghe vagine) di questa nuova tipa e vedo che mangiava 2 fette di tacchino e 4 pomodori pachini. E mi è presa male. E mi sono accorta, una volta ancora, neanche fosse necessario, di quanto sia dura la vita da grassa.

Anche, semplicemente, a livello semantico. Quelle come me vivono un’esistenza costellata di attributi, vezzeggiativi e diminutivi che tentano, ipocritamente, di rendere più accettabile il giudizio estetico della società.

Quando dico “quelle come me” penso a tutte quelle vagine che sono cresciute portando sulla propria pelle l’onta di aggettivi come:

Paffutella – Rotonda – Rotondetta – Cicciottella – Formosa – Formosetta – Morbida – Burrosa – Pienotta – Robusta – Grassottella

…e via così.

Ora, siccome in questa sfilza di attributi c’è qualcosa di profondamente odioso e rivoltante per le vagine, qualcosa che ci trascende e che va ben oltre tutta la razionalità e la consapevolezza dei pregi e dei difetti che possiamo avere, arriva un momento nella nostra vita in cui decidiamo di iniziare a definirci “grasse” preventivamente. Prima ancora di dover sorbire quel lungo elenco di definizioni che ci misurano col centimetro e quantificano la nostra appetibilità sulla grande bilancia della macelleria vaginale.

A quel punto, davanti a un “sono grassa” (declinato nei modi più disparati, uno dei miei evergreen è “non sento freddo, ho l’adipe che mi protegge“) – badate, detto come constatazione non come lamentela – si va socialmente incontro a uno specifico range di risposte:

“Ma che dici!!! Grossezza è mezza bellezza” –> che di solito te lo dice la zia terrona che ti ama da quando eri una polpetta di 3kg e che nutre nei tuoi confronti una latente gratitudine perché nessuno sa sublimare le sue doti culinarie come fai tu, che ogni volta che vai a pranzo a casa sua mangi come una cinghialessa.

“Non sei grassa, hai l’ossatura grossa”, anche nella variante “Non sei grassa, sei così di costituzione” –> che di solito te lo dice la Vagina Maestra, specialmente quando sei adolescente e c’ha la fissa che qualunque adolescente sia a rischio anoressia. Che, nel mio caso, sarebbe stato più facile diventare campionessa di Decathlon, che anoressica, per intenderci.

“Ma che scema” –> che di solito te lo dice una conoscente, colta alla sprovvista, che non sa bene cosa rispondere e non vuole, per un misto di solidarietà vaginale e autoconservazione, pestare merdoni su un argomento così delicato

“Tu sei bella così come sei” –> che di solito te lo dice un’amica che ti vuole tanto bene. Del resto, se Gisele Bundchen pesasse 80 kg, sarebbe bellissima lo stesso. Solo che non sarebbe Gisele Bundchen.

“Tu stai bene così, come Adele” –> che di solito te lo dice il tuo capo, il tuo cliente, il genitore di un amico, insomma qualcuno a cui non puoi rispondere come vorresti, e tendenzialmente vorresti rispondere come si risponde dalle mie parti: “ngulacitemmuert” (alla lettera: nel colon di chi è recentemente venuto a mancare nella tua famiglia) che noi tendiamo a prendercela pure con i morti, non abbiamo pietà nemmeno per quelli. Non per niente. Ma avrò almeno QUATTRO kg meno di Adele.

Tutto ciò per quanto riguarda le risposte femminili.

Esistono poi le risposte maschili, che di solito sono:

1. “Non capisci un cazzo” –> Che è quella che apprezzo di più, che oltre a rassicurarmi mi fa sentire anche un po’ redarguita, mi fa sentire molto piacente nelle mie forme da Giunone sotto cortisone e mi lascia percepire che il mio interlocutore, così spregiudicato, abbia due palle così. Che poi magari non ha, ma lì per lì, per tipo 4 minuti, posso illudermi che le abbia. Tendenzialmente, questo soggetto ha buona possibilità di segnare in porta.

2. “Ma no, Vagi, non è che sei grassa. E poi se vuoi dimagrire puoi iscriverti in palestra o fare attenzione all’alimentazione” –> Sbagliato. Questo lo dice il cazzetto che ti conosce ma non troppo, a cui non l’hai mai data e che non la disdegnerebbe, e che un po’ ci spera che tu prima o poi, nell’obnubilamento etilico possa rilassare gli adduttori e abbandonarti al suo fascino latino.

3. “Ma va, non sei grassa” –> Che di solito te lo dice quel fidanzato che sta con te perché sei chiavabile, divertente e devota, chiedendosi quante settimane ancora resisterà prima di scoparsi una pertica col culo a mandolino.

4. “Ma no, sei dimagrita” con sorriso sarcastico –> lo dice il cazzetto a cui non l’hai mai data e che sa che mai gliela darai. Presumibilmente, ello non la vuole nemmeno, perché è giusto porre il caso che uno possa non volerla, se no ci dicono che siamo sessiste e presuntuose, a non contemplare l’ipotesi che esistano cazzetti che non ci si chiaverebbero manco sotto tortura e che tra la nostra vagina e un gulag, sceglierebbero il gulag.

5. “Le tue tette stanno sempre meglio” –> che di solito me lo dice il mio storico amico Braciola, quello che si ostina a pettinarsi facendosi il crestino, fissandomi le sise.

6. “Tu sei bella obesa così come sei” –> che di solito lo dice Frecciagrossa85 che, del resto, è il mio amico finocchio.

Ma la più poetica della mia vita è stata mia nonna. 

Che quando sei una piccola grassa senti questa frase in bocca a chiunque, tutti ti dicono: “Eh, ma ora che dai lo sviluppo…”, come se tu dovessi diventare improvvisamente Kate Moss al primo ciclo mestruale. Cosa che mi ricorda altre figure retoriche tipiche della giovinezza come “gli spacciatori che ti danno la droga gratis per fartela provare” che sarà che a Taranto manco i pusher hanno lo spirito imprenditoriale, ma io non ho mai ricevuto cadeau di hashish fuori scuola, per dire.

Comunque, dicevo, la più poetica fu mia nonna che, dopo il mio “sviluppo”, a seguito del quale mi seccai un po’ ma si trattò di un effetto ottico temporaneo, mi guardò, poi guardò mia madre e le fece, nel suo dialetto:

“Chissì nò s vò azzcchnì”, o una cosa del genere. Alla lettera: questa non vuole dimagrire. Nel senso che io non ero destinata a dimagrire. Nemmeno dopo l’atteso e trepidato “sviluppo”. Questo per dire che il mio era un destino segnato, e così quello di tante altre  vagine. E per quanto cercare di cambiare sia lecito [non v’immaginate quanti buoni propositi fallimentari c’ho per settembre], la verità è che a volte grasse si nasce.

E farci pace, con questo, senza sconfinare nell’auto-indulgenza patologica, è giusto.

Specie perché fighe si può esserlo anche da grasse. Lo stesso. Se non di più.

Perché non dipende dai chili in senso stretto.

E finché non lo capiremo noi, non possiamo pretendere lo capiscano i cazzetti, la società, le aziende e quei froci impuniti degli stilisti.

La Cellulite è una Malattia. Come l’omosessualità.

Ho scoperto di essere malata. L’ho scoperto grazie allo spot di Somatoline che, nella sua totale inefficacia comunicativa,  vince il premio come metodo di auto-diagnosi più avanguardistico.

Faccio un breve (e sul breve, mento) antefatto:

Io sono grassa e lo sono sempre stata, anche se ante-Milano lo ero molto meno. Gli inquirenti stanno ancora cercando di capire come sia possibile che in questa città in cui regnano la magrezza, il fitness e l’abnegazione alimentare, in cui si vive costantemente affamati, dinamici, stressati, in cui tutti parono corde tese di violoncello, ecco gli inquirenti indagano sulle cause dei miei 8 kg in più presi in soli 3 anni. Brancolano nel buio, perché comunque le forze dell’ordine sopraggiunte nella mia vita non erano preparate, hanno compromesso la scena del delitto e inquinato alcuni importanti indizi. Bruno Vespa, in studio, ha un plastico di Slimer (in foto, il plastico) per discutere con Crepet della sconcertante somiglianza che si è manifestata tra me e il blob verde negli ultimi 3 anni.  Fatto sta che al momento i sospetti ricadono quasi totalmente sulla sedentarietà del mio stile di vita.

Tuttavia, dicevo, io sono grassa e lo sono sempre stata. Prima, quando ero convinta d’esserlo molto, lo ero molto meno. E ogni volta che guardo le foto anche di soli 4 anni fa, una piccola Kate Moss dentro di me muore di dolore.

Ma, in verità, non ho mai voluto essere magra. Il passepartout della mia coscienza è sempre stato ciondolarmi tra la 44 e la 46 (infatti ora patisco perché ciondolo tra 46 e 48, ma questo è un altro discorso).  Non ho mai voluto essere magra perché dopotutto mi sono sempre piuttosto accettata e mi sono sempre trovata piuttosto chiavabile. Oltre al fatto che Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, mi ha sempre detto “tu sei bella obesa così come sei” e io gli ho sempre creduto. Inoltre, dall’età di 13 anni ho iniziato a costuirmi una serie di sovrastrutture intellettuali che legittimassero la mia grassezza e per circa un decennio il mio cavallo di battaglia è stato: “non posso essere magra, se fossi pure magra, sarei perfetta“. Com’era bello quando per sentirsi quasi perfetti era sufficiente prendere 8 a scuola; o fumare una bomba nella Clio annata ’98 del tuo cazzetto preferito – 7 anni più grande di te – sulle note di Frank Zappa mentre la luna scendeva e la notte passava su quella scogliera cosparsa di fazzoletti bianchi e di bambini mai nati; oppure struggersi l’anima guidando sulla litoranea d’inverno – che è assai più bella della litoranea d’estate – nella vecchia Punto XS grigio-topo di tuo padre. Praticamente è l’unica cosa XS che io abbia mai indossato nella vita, la vecchia macchina de mi padre.

Però c’è sempre stata una cosa di cui sono andata fiera nella mia grassezza: la mia assenza di cellulite. Cioè questo esser corpulenta ma liscia, senza buchi e bucce d’ananas su cosce e culo.

Fino all’altro giorno.

Quando ero in ufficio, a Vaginaland, quella terra di nessuno popolata di ormoni e di vagine che si occupano di pubbliche relazioni + una vagina segretaria che ricorda piuttosto fedelmente un pittbull lesbica. Ero in ufficio e in uno di quei momenti di svacco ovarico, è venuta Zia Vagina nella mia stanza a dire che aveva preso una decisione importante: farsi dei fanghi contro la cellulite, nemico che lei già combatte con aquagym e sci di fondo. Ora, Zia Vagina è molto ma molto bella. Poi sì, io l’adoro e quindi me pare ancora più bella. Ma comunque è bella assai. Dentro e fuori. E’ forte e fragile. Cioè è una che Platone potrebbe mettere pure nell’iper-uranio nella sezione “vagine“. Quindi io le ho risposto, semplicemente: “tu sei matta”. La mia stagista, invece, che è tipo magrina magrina, bellina bellina, sofisticatina sofisticatina, le ha risposto che lei, piuttosto, le consiglierebbe di investire 500 euro (!) per 15 massaggi, come ha fatto lei qualche anno fa. Allora ho pensato a queste adolescenti milanesi che vanno a farsi 15 massaggi a 18 anni per levar via la cellulite. Perché aveva iniziato a prendere la pillola, che le aveva fatto venir fuori le tettine, il culetto, ma pure la cellulite. Alché, io le ho detto: “Ecco, perché forse la cellulite fa parte della femminilità, no?”.

Solo che poi so tornata a casa, me so spogliata pe farmi la doccia serale che è uno dei 7 piaceri della vita e, a differenza di tutte l’artre sere, me so guardata allo specchio in HD (cioè con gli occhiali). E, ahinoi, l’ho vista.

Sulle mie pingui cosce. Ovunque disseminata. Come se sulle mie rotondità ci fosse stata un’esplosione atomica di ritenzione idrica.

Cellulite.

Fortemente turbata mi sono data alle mie attività serali, ho cucinato, lavato i piatti del giorno prima e, nel mentre, sono inciampata nell’auto-diagnosi di Somatoline.

“LA CELLULITE è UNA MALATTIA”

E in quel momento ho sentito chiaramente, in me, delinearsi che tipo di vagina sto diventando. Una vagina che non è contenta d’avè la cellulite, come nessuna. Una vagina che si sente in colpa quando vede vagine molto più belle e toniche di lei preoccuparsi delle proprie minime imperfezioni. Ma, fondamentalmente, una vagina che pensa, e lo pensa davvero, che se le persone- sì, con un occhio all’alimentazione e a un minimo de sport da fare innanzitutto per salute – accettassero meglio il naturale decorso del tempo, accettassero come naturale il manifestarsi della cellulite, la perdita dei capelli, la comparsa delle rughe o della panza, capendo che essere attraenti non sta in niente di tutto questo, ecco e se riservassero altrove le proprie energie, forse saremmo tutti un po’ più cessi, ma vivremmo tutti in un posto migliore.

ps: Somatoline, vaffanculo, comunque. Tu e i tuoi creativi.