La Fine della Singletudine

Una delle cose più singolari che ti capitano quando ti ritrovi a vivere una diciamo-relazione, dopo lustri che eri ufficialmente single, sono le reazioni di chi hai intorno. Sia chiaro, i problemi veri sono altri. Voglio dire: ci sta che una mentre è presa a combattere con il doppio spazzolino, il doppio shampoo, il doppio balsamo, il doppio phon, perché non è che ogni sera posso fare un trasloco e uscire col trolley, per non parlare del bioritmo alterato e tutti gli altri cazzi, ecco ci sta che una non stia lì a pensare a come reagiranno gli altri a questo cambiamento strutturale della sua identità single. Finché le cose non succedono e tocca fare i conti con la cosiddetta “Fine della Singletudine” (che, questo amo ricordarlo, non è mai una situazione definitiva, essere single ed essere coppia sono semplicemente due condizioni transitorie che capita di esperire nella liquidità delle relazioni contemporanee, fine). Ad ogni modo possiamo stilare un agile compendio delle reazioni a cui capita di andare incontro:

1. I Parenti 

Palesemente terrorizzati all’idea che tu morissi da sola divorata dagli acari, i tuoi parenti sono semplicemente felici; sono proprio inequivocabilmente felici; ti vedono felice, quindi sono felici, quindi tu vedi loro essere felici e pensi che sia giusta la cosa che stai facendo, e si crea questo circolo virtuoso nel quale dopo 10 minuti simpatizzano già per lui – l’eroico e prode maschio che si sta sobbarcando il rischio di avere a che fare con te, indomabile e recalcitrante femmina ribelle, e dispensano a te pillole di saggezza sull’essere brava, tenertelo buono, che sembra un bravo ragazzo e altre considerazioni del genere. Se lui è sveglio può comprarsi il favore dei familiari davvero con poco: piccoli accorgimenti come la buona educazione, l’igiene, fare domande, sorridere e soprattutto MANGIARE tanto.

2. Le amiche accoppiate

Ti guardano con tenerezza e sorpresa, come se fossi un furetto che ha preso la patente, per capirci. O, più semplicemente, come se finalmente anche tu fossi arrivata nell’età adulta che, per essere sancita, evidentemente abbisogna della presenza di un pene al tuo fianco. Welcome darling, adesso anche tu puoi unirti al club del rotolo-della-carta-igienica, partecipare alle dissertazioni sull’asse del cesso, oppure dare il tuo contributo in quelle gag da coppie COSìDIVERTENTI nelle quali si raccontano aneddoti buffi dell’uno e dell’altro. Insomma, avete capito, quel sandraeraimondismo pluricollaudato che ti garantisce di sembrare una “bella coppia simpatica e affiatata”. Naturalmente sei già molto in ritardo, cioè presentare un uomo mentre le altre sono sposate e gravide, lo capisci, è come laurearsi fuori-corso. Brava eh, meglio tardi che mai, ma sai abbiamo un baby-shower da organizzare adesso.

3. Gli amici accoppiati 

Sanno che siete agli inizi e che scopate tantissimo, patiscono pensando che loro sono ormai irregimentati nel sesso-al-weekend-se-non-ci-sono-impegni-più-urgenti, vi invidiano bonariamente e sperano vi passi in fretta quell’appagamento insopportabile che trasudate, quella sfacciata complicità che la felicità vi dona. Quella luce fastidiosa, di chi s’illude che resterà sempre così.

4. Gli amici storici

Si preoccupano dell’andamento della relazione e dei suoi tempi (che se sono troppo rapidi poi tu ti secchi, che pure con la palestra fai lo stesso, o ci vai sempre o non ci vai mai, e pure col cibo, che sei disordinata nell’anima, noi ti conosciamo, poi ti senti oppressa ed è finita), sono speranzosi, a volte un po’ gelosi (“Ma quindi ora sei in modalità boyfriend only?“, oppure “Adesso non mi farai più le coccole“, “Sei viva?“, “Sei morta?“, “Sei sparita?“). Perché questo un po’ va detto: il tempo si riduce, le abitudini un poco cambiano. Quindi laddove prima eri più o meno sempre reperibile, all’inizio di una storia entri in una specie di modalità aereo. Ti dedichi alla persona nuova con la quale stai condividendo la vita, lo spazio, il tempo, salvo novità eclatanti che richiedano la tua attenzione tempestiva. E di questo, sorprendentemente, la gente si accorge.

5. Le amiche single

Sono le più delicate, in questa fase; esse ti guardano con incredulità e un pelo di diffidenza. Tutto si riassume in una sola domanda: “Com’è possibile? Com’è successo? Allora esistono degli uomini normali?”. Ecco, le amiche single per me sono le più delicate perché le domande che mi pongono loro sono le stesse che mi pongo io. Le cose che loro non si spiegano, sono le stesse che non mi spiego io. E la verità è che – per il momento – risposte definitive non ne ho. Quello che posso dire, quello che ho detto ieri a una di loro che mi ha scritto, è che con questa persona sto semplicemente bene. E non saprei spiegare in che modo ci siamo trovati, e com’è possibile che io l’abbia accolto, e non saprei dire se semplicemente erano maturi i tempi, o se sarà l’ennesimo fuoco di paglia, un ulteriore buco nell’acqua trivellata dai fallimenti amorosi della mia vita; e che semmai mi spaventa la banalità di questo stare bene, che non è perfetto ma è reale; e che mi ero anche persuasa di non meritarmela neppure questa felicità, che fosse impossibile per me, che non avrei neppure saputo immaginarmelo un compagno, non ero neppure più capace di dire che requisiti dovesse avere, sapete quando facciamo quelle liste di come ci piacerebbe fosse il nostro uomo ideale? Ecco io non ero più capace di fare neppure quella cosa lì. Io non sapevo neppure più immaginarlo ma, se di immaginarlo fossi stata capace, forse l’avrei immaginato così com’è. E questa cosa non avrei potuto saperla, se non ci fossi inciampata. Se non gli avessi dato la possibilità di conoscermi e farsi conoscere. Se non avessi ammesso l’eccezionale ipotesi che le cose possano succedere, all’improvviso (…che poi improvviso un cazzo, che qua s’aspettava da lustri un po’ di aria buona). Ecco, alle amiche single, alle commilitone, alle compagne di lotta, alle braccia che c’hanno consolate, alle orecchie che c’hanno ascoltate, agli occhi che hanno letto tonnellate di messaggi di uomini improbabili, a quelle che hanno spartito con noi speranze e inquietudini, possiamo dare questo: la testimonianza. A volte le cose succedono e lasciarle succedere è bellissimo.

Incasinato, ma bellissimo.

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

Elio, ti amo

Sono innamorata.

Ebbene sì, finalmente. Finalmente perché quando si è innamorati la vita pare diversa, meno peggio, più meglio, insomma come ve pare, comunque è una cosa più godibile, la vita, quando si è innamorati, questo voglio dire.

Uno potrebbe obiettare che la stagione in cui ci si innamora è la primavera, mica l’autunno. E invece no, noi bellezze invernali, anche note come quelle-che-so-mejo-vestite, ecco noi ci innamoriamo a ottobre, quando inizia a venir giù la pioggia, quando starnutiamo, quando tutti si lamentano der freddo e l’amore si inzia a fare sotto le coperte.

Era un po’ di tempo, in effetti, che ci pensavo, a lui, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco quanto effettivamente potesse essere il nuovo destinatario di tutto il mio inespresso amore. Finché non ho guardato Faccia d’Angelo. Sì, la miniserie prodotta da Sky Cinema sulle imprese della Mala del Brenta e di Felice Maniero, interpretato proprio da lui, dal mio neo-amore Elio Germano.

Ora, premesso che io sono l’incarnazione di tutto ciò contro cui i puritani insorgono ogni volta che in Italia si produce una serie del genere, cioè, sì, quelli che dicono che non è giusto farle queste serie perché si mitizzano i malavitosi. Ecco, dunque, posto che una cosa è la fiction e altra è la storia, ecco, diciamolo: io li amo. Tutti. Ho amato la Banda, come i più assidui frequentatori vaginali sanno. Ho amato Vallanzasca. E ora, ora amo lui (nonostante l’accento veneto).

Questa volta, però, è diverso. Questa volta sentivo che il mio trasporto emotivo non era per il semplice personaggio, era proprio per il suo interprete. Allora sono andata a guardare Mio Fratello è Figlio Unico che non avevo visto mai. E lì ho preso il caposotto. Non so come dirlo diversamente: io lo amo. Voglio consacrare la nostra unione con Diaz, ma ho già scelto.

E non vorrei che si minimizzasse questo mio trasporto. Non lo amo perché è famoso, lo amo perché è bravo. Lo trovo, anzi, oggettivamente bruttarello, roscio, con la pelle biancabianca e imperfetta, glabro. Ma niente. Lo amo. E questo è un amore straordinariamente puro perché nasce solo dal suo talento, non dal suo aspetto. Lo amo per i ruoli che interpreta, per le dichiarazioni che fa quando ritira i premi, lo amo perché è un artista e non un divo, lo amo perché è una persona e per questo riesce a dar vita a tanti personaggi. Lo amo perché è uno che lavora su di sé e che non ha niente a che spartire con certi suoi coevi decerebrati che se la menano manco fossero Marlon Brando e invece avrebbero da imparare anche, chessò, da Martufello. Lo amo perché è così tanto di sinistra che potremmo litigare. Lo amo perché è uno semplice, perché ha gli occhi profondi e una faccia che parla anche quando sta zitto.

Lo amo che proprio soffro all’idea che non lo avrò mai. Lo amo che se ce l’avessi di fronte potrei non dire nulla, o sicuramente nulla di intelligente. Lo amo perché dice “Tresette” mentre notoriamente si dice “Tressette”. Lo amo perché è così avanti che non c’ha nemmeno una pagina Facebook. Lo amo perché mi piace così tanto che non riuscirei nemmanco ad andarci a letto, per quanto mi piace, che finirei a farci l’amore, che ho di nuovo 14 anni, sono di nuovo vergine e ho di nuovo paura di quanto male mi farà, la prima volta con Elio. Lo amo che quasi penso che se avrò un figlio maschio lo chiamerò Elio, il ché mi rende alla stregua di quelle madri raffinate che chiamano il figlio Ridge, per intenderci.

Insomma, sono profondamente innamorata. E poco conta che io, di fatto, non lo conosca. Io lo so com’è. Lui non sa come sono io, il ché non può che giovare alla nostra relazione.

Senza contare che, periodicamente, innamorarsi è una cosa salutare, ci rimette in pace col nostro io, che ci fa sentire più vivi, più aperti ad accogliere il mondo esterno. E piuttosto che spasimare per un qualsivoglia indegno cazzetto a caso, sticazzi, io spasimo per uno che non incontrerò mai, totalmente fuori dalla mia portata, ma così straordinariamente brillante e insieme normale, da meritare tutte le mie intime premure.

Poi, va da sé, me lo chiedo, se sia intellettualmente accettabile a quasi 27 anni innamorarsi platonicamente di un attore.

E ho il sospetto di no.

Ma intanto lo amo. Con viva partecipazione, aggiungerei.

Perché il pensiero che nel mondo esista qualcuno che possa farmi perdere la testa, così affascinante da pietrificarmi, da rendermi una piccola caricatura di me stessa, ravviva il mio impolverato vaginismo.

E questo è un bene.

Ps: caro Elio, io sono sicura che tu sia una persona così sana da non googlarsi. Tuttavia se tu, o il tuo migliore amico, o Valerio Mastandrea, doveste scovare questo post, sappi che, in primo luogo, per l’appunto, ti amo e ti ringrazio di ricordarmi che anche io posso andarmene sotto di brutta maniera per qualcuno. In secondo luogo vorrei dirti che sono meno idiota di quanto ti appaia in questo momento. Ma lo so, non abbiamo futuro. Io vivo a Milano e ho un brutto culo.

Momentaneamente tua,

Vagina

Io sono una Falena, semmai

Ho capito che per noi vagine, lo sfarfallìo è una componente fondamentale della vita emotiva.

Vuoi la primavera, vuoi che siamo vagine dududu in cerca di guai, vuoi che siamo dolcemente complicate, vuoi che tanto sai che quassù, male che ti vada (grazie Califano, l’autostima di intere generazioni di zie e mamme ti saluta),  avrai tutta me, se ti andrà, per una notte, sono tua (per una notte ho detto, a cazzé, non per dieci minuti, capimose).

Insomma, per noi vagine lo sfarfallìo è una componente fondamentale della vita emotiva.

Immediatamente dopo, però, ho riflettuto su quanto questo termine, “sfarfallìo“, mi irriti, perché di me posso accettare molte cose – alcune anche faticose da ammettere – ma no, non di essere una farfalla che sfarfalla.

Del resto le parole, per certi aspetti, so come l’uomini. Lo capisci subito se c’è feeling, se ti ci rispecchi, se quella parola ti rappresenta e in che misura, e quando la scegli, prima ancora d’averla pronunciata, t’abbandoni a una specie di preliminare dialettico e quando c’arrivi, quando finalmente la dici, vivi ogni volta un piccolo amplesso perché sai d’aver scelto la più giusta, la più appropriata, la più tua (questo discorso era solo per dimostrare che devo farla finita con i cocktail a stomaco vuoto, con il bioritmo invertito, con le patatine all’aceto balsamico).

Detto ciò, a me la parola “sfarfallìo” m’infastidisce, piuttosto profondamente. Perché “sfarfallìo” rimanda a un’idea di frivolezza, di vanità fine a se stessa, di leggerezza, persino un po’ musicale. Lo “sfarfallìo” parrebbe quel moto superfluo e superficiale, approssimativo e senza coerenza, che ti porta un po’ di qua, un po’ di là, dove il vento ti spinge, e con esso gli aromi di un vaginismo esile.

E più ce penso, più capisco che no, che io sono una falena, semmai.

Non sono leggera, non sono agile, non sono primaverile. Posso accettare di “sfalenare” o, volendo, lo “sfalenìo nello stomaco”. Ma lo “sfarfallìo”, proprio no.

Io sono una falena, semmai.

Sono nera e volo di notte e taglio l’umidità con le ali. Mi avvicino ai lampioni soli, che son lì da anni, che tante ne han viste e tante ne hanno da raccontare. Vado alla luce perché è nella luce che, per contrasto, vivo. Dormo di giorno e mi perdo nel buio, sbatto le ali più forte, non sono graziosa, nememno aggraziata, quando mi vedi il primo istinto è di uccidermi con una Dottor Scholl’s tarocca, con la gomma della suola consumata.

Io sono una falena, semmai, perché sono fastidiosa. Perché mi cacci e torno, e se non torno continui a percepirmi e senti il mio ronzìo attorno. Io sono una falena, se permetti, perché assecondo la mia natura e non ho paura della tua mira. Perché non sono qui per piacerti. Perché amo volare tra la luce e l’ombra.

Perché amo l’ambiguità, l’incertezza, l’errore.

Io sono una falena, perché non posso fare a meno d’esserlo.

E tu, per vedermi, devi fissare la luce e ciò che di me vedi sono solo i contorni.