Nottetempo

Mi sono svegliata tardi. Troppo tardi per andare a fare colazione al bar. Voglio dire: ci vuole una bella faccia tosta a presentarsi al bar alle 12.30 di lunedì mattina e chiedere un cappuccio e una brioche. Persino io ho abbastanza pudore da non farlo, come se farlo fosse una specie di mancanza di rispetto nei confronti dei proprietari che – come tutte le sante mattine degli ultimi venti o trent’anni – si sono alzati presto per alzare le saracinesche, scaldare la macchina dei caffè, aprire i battenti della loro attività di fronte all’inizio di una nuova settimana. La gente fa presto a giudicare, a portare sul cazzo chi sembra abbia un privilegio, ignorando quasi sistematicamente che qualunque privilegio un costo ce l’ha. Per esempio, la vita da free lance disorganica che mi consente lussi come svegliarmi alle 12 di lunedì mattina, di andare in palestra alle 15, di fare regolarmente la cacca nel mio bagno ogni qualvolta lo stimolo s’affacci al mio pigro intestino, un costo ce l’ha.

Mi sono svegliata tardi, mi sono alzata, ho fatto la pipì, ho guardato la cesta della biancheria che è quasi in procinto di straripare, ma ha vissuto tempi peggiori. Mi sono lavata le mani scrutandomi nello specchio e accorgendomi che la rivoluzione ormonale che mi aveva portata ad avere ben cinque (CINQUE!) brufoli in contemporanea la settimana scorsa, forse è terminata. In compenso mi è scoppiato un capillare nell’occhio destro. Bene. Molto bene. Colpo d’aria? Pressione? Troppe sigarette? Troppi caffè? Un male incurabile e letale di cui morirò prematuramente?

Mi sono spostata in cucina. Una bottiglia vuota di Menabrea da buttare nel vetro. La moca sul fornello coi residui del caffè di ieri. Un cartone della pizza che ho ordinato per cena. Nessun piatto da lavare. Non male, anche la cucina ha vissuto tempi peggiori. Ho provato un pur minimo moto di orgoglio per me stessa, per questo fatto che sto riuscendo a essere più ordinata, se non con i ritmi circadiani almeno con la casa, a “tenerci un po’ di più”, come direbbe mia madre, che sulle faccende domestiche prova con me lo stesso tipo di frustrazione che deve aver provato il mio professore di matematica al liceo. Sciacquo la moca, butto la posa del caffè nell’umido, riempio di acqua la base e procedo con le operazioni in maniera automatica, assente. Ho un dolore alla spalla sinistra, dev’essere stata la posizione in cui ho dormito, penso, mentre aspetto che la miscela erutti riempiendo la stanza del profumo del buongiorno, sebbene sia ora di pranzo. Figata l’età adulta, mi dico, mentre sotto i nuovi libri che ho comprato e che non vedo l’ora di leggere, scorgo l’ultimo bollettino delle spese condominiali da pagare.

Non è colpa mia se mi sono svegliata così tardi. È che non ho chiuso occhio, stanotte. Ho visto l’alba sorgere, la luce filtrare attraverso la tenda, prima di riuscire a crollare. Erano le 6 passate. Mentre mi giravo da una parte e dall’altra,  ho anche pensato che avrei potuto non dormire affatto. Se fossi stata capace di essere insonne per un’altra ora, sarei potuta andarci eccome al bar, alle 7.30. Avrei anche potuto scegliere tra tutti i gusti di brioche. Però poi, a un certo punto, mentre sentivo i primi rumori della vita che si rimetteva all’opera (la serranda della signora del terzo piano che s’alzava, le automobili per la strada, gli uccelli che cinguettavano), finalmente, mi sono addormentata. Quando una nuova giornata iniziava per il resto dell’umanità, la mia volgeva al termine.

Non posso neppure dire di aver fatto tardi dopo un appuntamento focoso. Ce l’avevo un appuntamento, ieri sera, in effetti. L’ho paccato. Non posso dire di aver lavorato, letto, stirato indumenti, fatto il cambio di stagione, scritto. Sono semplicemente stata nel letto a pensare a tutte le cose che devo fare. Devo cucinare di più, mangiare meglio e tre volte al giorno (come fai a rispettare gli orari dei pasti, se non rispetti quelli del sonno?). Devo tornare dal parrucchiere, devo rifare la pulizia dei denti. Dovrei vendere quelle scarpe di Michael Kors che ho indossato una sola volta (comprate dicendomi “Vabbè, dai, è un 39 ma mi sta comodo”, per poi indossarle una volta, morire di mal di piedi e decidere che non le avrei usate mai più). Devo prenotare il treno per tornare giù a Pasqua. Devo rispondere a duemila email. Devo aggiornare il blog. Devo ricollegarmi al mondo e capire cosa succede. Devo sollecitare i pagamenti arretrati perché ho l’estratto conto che ogni volta che lo consulto mi insulta. Devo decidere cosa indossare al matrimonio a maggio. Devo farmi fare delle foto, delle foto decenti. Devo andare in palestra, cazzo.

E poi, come sempre, ho iniziato a fantasticare su una vita meravigliosa nella quale mi alzo ogni mattina alle 7, dalle 8 alle 10 faccio sport per essere tonica, dalle 10 alle 12 lavoro, dalle 12 alle 13 mi preparo un pranzo sano, dalle 13 alle 14 mangio, dalle 14 alle 15 lavo i piatti, stendo una lavatrice (che ho intelligentemente attaccato subito dopo la palestra), passo lo swiffer, pulisco i sanitari, e poi dalle 15 alle 19 continuo a lavorare. Dalle 19 alle 20 mi preparo ed esco, faccio vita sociale. E questo pensiero fa ripartire l’ansia. La vita sociale, il salone del mobile, gli appuntamenti che ho in settimana, i soldi, il tempo che quando ce l’hai a disposizione comunque non basta mai, e ancora non capisco come sia possibile.

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

Perché sì, insomma, i sogni sono desideri come cantava la Fata Madrina, ma sono pure responsabilità. Ti espongono all’urgenza di provarci, al rischio di fallire, alla complicatissima gestione delle critiche, alla versione più estrema del tuo perfezionismo. Ti spingono a ridosso dei tuoi limiti, ti impongono di uscire dalla tua comfort zone, ti fanno crescere, e tenderti, e vibrare, e un po’ tremare.

Comunque oggi passo in farmacia e compro qualcosa per dormire. Giuro.

 

Il sedatol dopo Priscilla

So appena rientrata a casa.

So annata a vedé un musical, che io i musical li odio, perché mi mettono proprio in imbarazzo. Cioè tutta quella gente che inizia a ballà sulla sedia, a cantà, a batte le mani a tempo de Gloria Gaynor, un lo so, ma a me me mette proprio a disaggio con due G. Dev’esse perché io un riesco a ballà a meno che non abbia assunto sostanze psicotrope – solo che lì poi c’è il rischio che le mie inibizioni s’abbassino troppo e inizierei a ballà come una sgualdrina, il ché rimarrebbe comunque alquanto disdicevole. Dev’esse che so grassa o che i coretti me fanno venì la pelle d’oca, una specie di sensazione al limite tra il piacere e il disgusto.

Comunque stasera so annata a vedé Priscilla La Regina del Deserto al Teatro Ciak, che era il regalo di Natale che c’ha fatto il mio figherrimo cliente, che invece che propinarci la cena aziendale ingessata, ci porta a vedé i musical con le drag queen in cui si parla di cazzi e prepuzi. Che dopotutto male non fa. In realtà lo spettacolo m’è piaciuto, ho pure colto il piedino infingardo, l’ho colto in fragrante, il traditore, muoverse a ritmo di It’s raining man. Ad ogni modo, guardavo sti omaccioni fisicati e sculettanti, immersi tra piume di struzzo e paiettes, e pensavo quanto sarebbe stato fico portarci Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, a vedé uno spettacolo così. Io credo che sarebbe morto di desiderio per Felicia, che nel film è interpretata da Guy Pearce. Guardavo la scenografia e i costumi, seduta tra le persone con cui lavoro e a cui sono tutto sommato affezionata e pensavo che stavo bene. Pensavo che quella musica così trash me riempiva, non completamente, ma abbastanza da non pensà ad altre stronzate. Pensavo che tutta quella gente con cui lavoro me stima e me riempie de complimenti: “ottimo vagina”, “fichissimo vagina”, “bel colpo vagina”…e io vojo bene a chi me fa li complimenti, se sa.  

E in un martedì sera qualsiasi, guardavo il soffitto altissimo del Teatro Ciak di Milano e iniziavo a pensare che, in effetti, era una situazione figa. E che, in qualche misura, la vita che vivo non è così distante da quella che vorrei vivere.

E adesso, che sono a casa, mi prenderò una pasticca e andrò a dormire.

Ebbene sì, ho ceduto all’aiuto omeopatico-assolutamente-naturale per collassare la notte. L’ho capito stamattina, che dovevo fare qualcosa. L’ho capito perché ho aperto gli occhi alle 09.30 dopo la solita nottata insonne. M’è preso un colpo, me so catapultata goffamente giù dal letto, inciampando nelle scarpe che la vagina single e disordinata che è in me aveva disseminato tra letto e scarpiera. Me so lavata denti e faccia, infilata un tubino nero con cui stavo molto figa – per quanto io possa esserlo – me so messa le scarpe nuove e via. Me so fiondata a prende un taxi. Il tutto per arrivà in ufficio con 1 ora di ritardo.

E me so detta che no, che un va bene così. E che dovevo correre ai ripari. Quindi in pausa me so armata di tanto coraggio e mi sono diretta in farmacia.

Lungo il tragitto pare che mi abbia incrociata una mia collega e che io non solo non l’abbia vista ma non l’abbia nemmeno sentita quando m’ha chiamata “Vaggì!”. Niente. Dice che ero completamente assorta nei miei “pensieri”.

E pure questo, un va bene. Vojo dì, metti che per strada me saluta Edward Norton, io che fo’, un je risponno?

Sono entrata in farmacia e ho detto:

“Vorrei della valeriana”

“Ok, solo valeriana o qualcosa di più specifico?”

“Non lo so…non ho mai preso qualcosa per dormire e voglio dormire”

“Va bene…”

“E’ un periodo di insonnia”, ho detto

“Ma insonnia con pensieri o senza pensieri?”, m’ha chiesto la farmacista

“Con pensieri…” e devo averlo detto con una faccia sulla quale si capiva tutto, perché la vagina col camice bianco mi è stata solidale e m’ha risposto: “Naturalmente”. Come se in poche parole io le avessi raccontato una storia lunghissima e lei avesse compreso tutto.

In sostanza, m’ha dato un pacchettino dove sopra ce sta scritto, niente popo de meno che: SEDATOL, che me fa tanto pensà a un anestetico pe cavalli ma quella no, quella è la chetamina ed è una merce che non tratto. 

Il SEDATOL, invece, è un mix di passiflora, valeriana, melissa, biancospino e melatonina.

E adesso, drogata in quel modo domestico socialmente accettabile di cui parlava Marc Renton, vado a collassare.

è che sono una stronza viziata

Ultimamente mi dicono tutti che ho gli occhi tristi.
Io rispondo: “No, è che non dormo”.
Il ché è vero. Che non dormo, intendo.
Forse anche che ho gli occhi tristi è vero.
Certo è che dormire 3-4 ore a notte da oltre du mesi e tesserarsi al partito “Io mi sveglio troppo tardi al mattino per truccarmi” decisamente non aiuta.

Non è che io non dorma perché non mi piace dormire. Io non dormo perché non ci riesco e non ci riesco perché ho mille pensieri del cazzo, perché penso alle occasioni che ho perso invece che pensare a quelle che ancora devo cogliere. E allora io me ne sto pure sotto il mio piumone sintetico a girarmi e rivoltarmi, al buio del primo vero gelo milanese…e penso. Penso che il mio ex c’avrà già n’artra, che è sicuro, che è sempre stato così, perché sempre nella mia vita sono stata così criminosamente presuntuosa da:

– lasciarli
– pensare che si sarebbero circoncisi senza anestesia pur di non perdermi
– accorgermi che non era così
– impazzire all’idea che non mi trovassero così unica e irripetibile come credevo io
– essere rimpiazzata in du giorni
– vederli convivere con la donna della propria vita entro e non oltre 6 mesi dalla nostra rottura
Poi mi cheto, penso che devo essere matura e mi metto a pancia in su. Respiro profondamente.
E penso che se lui, d’altra parte, trova una che è capace a renderlo più felice di quanto non l’abbia reso io, beh, è giusto così, perché io a lui gli voglio bene e voglio che sia felice, e poi la legge è uguale per tutti, basta rispettare i diritti altrui, non si devono avere pregiudizi, ognuno può professare la propria religione e non esistono più le mezze stagioni.
Niente, ancora insonnia. Allora mi metto a pancia in giù. E provo a contare le pecore, che quando ero piccola la Vagina Maestra diceva che si faceva così. Ma io non sono mai riuscita a prender sonno contando le pecore, anche perché che minchia voleva dire contare le pecore? Cioè cosa facevano queste pecore? Pascolavano? Le facevo uscire o entrare dal recinto? A me, così, creativamente, piaceva immaginarle che saltavano un muretto a secco con un ulivo alle spalle. Il ché, pur risultando discretamente bucolico, rimaneva assai dinamico e poco idoneo al collasso mentale. In sostanza facevo una gran fatica a contarle. Mio padre, invece, sempre quando ero piccola, nel disperato tentativo di indurmi alla pennica pomeridiana (perché per il genitore meridionale il massimo optional che si può avere in un figlio è la capacità di dormire il pomeriggio togliendosi dalle palle per un par d’ore) si inventava la favola di Cecco-Rivolta-che-rivoltava-i-maccheroni. Solo che, a me, quella narrazione orale deliberatamente improvvisata m’appassionava  così tanto da svegliarmi ancor di più, piuttosto che farmi addormentare.
Insomma, è sempre stato difficile, a quanto pare.
Inoltre, quando condividi con il resto del mondo la tua capacità a dormire, si verifica quello strano fenomeno per cui chiunque ti propina il suo antidoto, che oscilla dal rimedio della nonna all’oppiaceo, passando per dodici milioni di stronzate omeopatiche. Il top è stato quando la mia collega mi ha suggerito: “Prendi il LEXOTAN, qualche goccina e vai liscia”.
CoooooSA? GIAMMAI! Io non assumerò mai uno psicofarmaco (perché questo sembrerebbe, dal nome) per dormire, a costo di diventare schizofrenica e iniziare a parlare con il mio alter ego immaginario, controparte femminile di Tyler Durden che sarà mora, ricca e col culo a mandolino!
Diamine, io sono terrona e non prenderò MAI una medicina per dormire e non andrò mai in analisi, perché come al sud sanno tutti benissimo, solo i pazzi fanno queste cose.
In realtà io il mio rimedio ce l’avrei pure, l’ho capito quando GuruVagina ha compiuto 29 anni e noi siamo andati a festeggiarla in un posto molto milanese, in una zona molto milanese di Milano, una zona molto deca-glam (il ché significa “questo quartiere faceva cagare ma ci abbiamo costruito delle case senza pareti con grandi vetrate che chiamiamo loft ed è diventato figo). Il posto in questione era una libreria, dove però si beveva vino. Ecco io quella sera, ed è stata l’unica sera da ottobre ad oggi in cui mi è successo, alle 23 sono andata a dormire, avvinazzata e felice. Dopo dieci minuti forse facevo la bolla al naso, dritta, fino al mattino.
In realtà mi basterebbe avvinazzarmi ogni sera, per dormire. Ci penserò.
…poi mi metto di lato e conto le pecore che non mi hanno fatta addormentare mai. Finché mi arrendo a un’altra nottata insonne, votata ai miei pensieri fuori tempo e fuori luogo…ma dopotutto non è colpa mia se la cosa che vorrei di più è sentirmi stretta da lui e dondolata piano piano, come quando ci mettevamo a letto, come l’unico uomo che sia stato capace di farmi addormentare tra le braccia sue, io che non avrei dormito mai tra le braccia di nessuno mai. Non è colpa mia se ciò che vorrei più di ogni altra cosa è fargli le carezze sulle guanciotte molli e riempirgli il viso di baci, piccoli, fitti fitti, anche sulle palpebre socchiuse mentre si rannicchia a me, nell’illusione patetica e disperata di poter cancellare gli errori, di poter tornare indietro, di poter far meglio tutto quello che ho fatto di merda. Di non perderlo mai più. Di dimostrargli come non ho saputo fare mai quanto fosse speciale per me. Forse unico, forse irripetibile.
Ma questo, come direbbe lui, è feticismo del rapporto, e conta poco.
La verità, come direbbe lui, è solo che sono una stronza viziata che rivuole quello che ha perso.
Io non cambierò mai, come direbbe lui.
 Sì, dev’essere questo. Dev’essere che sono una stronza viziata. Sicuramente non sono innamorata di lui.
E’ che sono solo una stronza viziata.
E poi dev’esserci già n’artra, perché è sempre stato così.
Ma ciò che conta è che io stasera vado a cena fuori con l’unico amico “imprenditore” che ho. E siccome paga l’impresa sua, io stasera mi avvinazzo. Di brutto.
E poi, finalmente, dormo.