Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

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È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Vuoi tu prendere Netflix…

Una delle caratteristiche dei buoni propositi è essere, con un discreto margine di attendibilità, disattesi.

Uno dei miei buoni propositi per il 2016, a parte smettere di fumare e tutte quelle menate lì, era “uscire di più“. Dico “era” non a caso, di già, oggi, 19 gennaio, perché già so di essermi auto-boicottata. Disgraziatamente nei primi giorni dell’anno ho infatti iniziato il mio mese di prova gratuita di Netflix (per chi se lo stesse chiedendo, no, Netflix non mi ha pagata per questo endorsement).

Netflix, dicevo. Ora, qual è il problema di Netflix, per chi ancora non fosse a conoscenza di questa nuova sostanza stupefacente che pone la definitiva pietra tombale sulle mie possibilità di intrattenere una vita sociale che rasenti per lo meno la sufficienza. Che sia al di qua, per intenderci, della linea immaginaria che divide gli esseri umani integrati, dagli alienati. Il problema di Netflix è che ti propone una grande quantità di SERIE TV (mentre sui film siamo messi decisamente peggio). E ci sono tutte le stagioni, e filano giù come un buon bianco fresco quando ci sono 40 gradi all’ombra e un tasso di umidità del 50%. Non solo, quando l’episodio finisce, in pochi secondi parte direttamente il successivo. Il risultato finale è praticamente come farsi una pera, anzi un flebo, per ore, sul divano, fino a crollare tramortita a notte fonda. Non solo. Le serie che ci sono sono fighe. Per esempio c’è tutto Breaking Bad, che dovrei recuperare. C’è tutto How I Met Your Mother, che dovrei recuperare. E c’è già stata (perché me la sono già ingozzata) NARCOS, una serie sulle vicende di Pablo Escobar che, come è noto, quando c’è la malavita di mezzo (vedasi Romanzo Criminale) io vado in dipendenza immediata.
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NARCOS è bellissima, per metà in lingua originale, come le serie (e i film) dovrebbero essere, perché sono più vere, più realistiche, meno posticce (e, in genere, molto più efficaci – tipo Friends in lingua originale è un altro pianeta). Senza contare che un altro paio di stagioni e puedo hablar espanol muy bien. Ecco Narcos è quel genere di serie per cui posso serenamente boicottare qualunque cena con amici, qualunque soggetto del Tinder, qualunque evento per il quale mi sono accreditata per 2 ma a cui non andrà nessuno. Potrei persino smettere di farmi i baffetti dall’estetista, così, per puro spirito di emulazione. Ed è naturalmente ambientata in Colombia, il ché mi ha indotta a scrivere, dopo anni, al mio amico colombiano (se vogliamo trovare in Netflix una funzione socializzante e aggregante).

Al mio amico colombiano dicevo sempre che la Colombia è famosa per la cocaina e lui mi rispondeva che gli italiani sono famosi per esserne consumatori. Faceva parte del mio network londinese, ai tempi, lui, quando in una realtà evoluta come quella anglosassone non potei fare altro che socializzare con i terroni del mondo, principalmente sudamericani e turchi. Jae lo conobbi alla scuola di inglese, iniziammo lo stesso giorno, appena lo vidi mi parve spocchioso, quindi diventammo ottimi amici. Esercitavamo l’idioma a suon di birre tracannate al pub, ma anche in mezzo alle vie residenziali del nostro quartiere, in lattina, con Andrés dal Venezuela, e Oscar e Fredy. Alla base del nostro rapporto c’era la semplicità di comunicazione: ciò che non riuscivamo a dirci in inglese, provavamo a dirlo in spagnolo, o in italiano, e in qualche maniera, in itagnolo ci si capiva sempre.

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Mi soprannominò subito Miss Pomodoro e mi insegnò parole spagnole fondamentali come “porro” (canna) e “fojar” (chiavare).

L’ultima sera che uscimmo insieme, prima che io ripartissi, mi disse con grande sincerità e trasparenza, con un discreto sentimentalismo latino, che c’era questa ragazza (che ero io) che gli piaceva tantissimo, che era funny, and crazy, and sunny (si vede che ai tempi dovevo essere così) e mi chiese di baciarlo. Di dargli solo un bacio, just a kiss, no more, perché entrambi eravamo fidanzati e fare di più sarebbe stato “sbagliato”. Voleva un bacio Jae, che sarebbe rimasto lì, nella storia, perché – entrambi lo sapevamo – non ci saremmo più rivisti. Come a suggellare quell’amicizia, quella serata, quei mesi passati insieme. Non lo baciai, tuttavia, perché eravamo entrambi fidanzati (e io ero immeritatamente fedele al pene di allora). Inoltre, non era sexy.

Ora è medico, è sposato e credo abbia anche prole. Gli ho riscritto, grazie a Narcos, per sapere come sta. Per farmelo dire da lui e non dalle foto sul suo profilo. E mi chiedo a chissà quanti amici mi verrà voglia di scrivere, quando avrò del tutto azzerato le mie facoltà interpersonali dopo un inverno in compagnia del solo Netflix, il quale (complici la pioggia, il freddo e la mia sostanziale misantropia)  avrà facilmente la meglio sugli esseri umani.

Al massimo, quando avrò dato fondo allo streaming, organizzerò dei gruppi di auto-aiuto e disintossicazione, con soggetti umani afflitti dalla mia stessa patologia (giacché, questo comunque si sappia, non sono la sola, come testimoniato dalla pagina Facebook “Stare in casa is the new uscire“).

Buona alienazione da Netflix a tutti.

Approcci Analogici

Esiste un luogo comune piuttosto diffuso (assai disdicevole per le single) secondo il quale bisogna “viaggiare comodi”. Non avrei nulla in contrario se per viaggiare comode non finissimo ad andare in stazione con i leggins contenitivi e le ballerine, completamente struccate, con i capelli sozzi e legati, le unghie mangiucchiate e sfaldate, senza smalto, ma con un monociglio da far spavento all’unica pelliccia che Marina Ripa di Meana non si vergogna di indossare.

E’ esistito un periodo della mia vita in cui sono stata anche io di questo avviso, e in cui andavo in aeroporto quasi in vestaglia di flanella e pantofole di spugna. Fino al giorno in cui su un volo MilanoTaranto (o meglio, Bari, perché noi l’aeroporto a Taranto ce l’abbiamo ma le nostre autorità preferiscono non farcelo usare) incontrai uno dei miei ex, compagno di classe per giunta, di Taranto, che tornava a casa pure lui, rampantissimo marketing manager sarcazzo, prodigiosamente soddisfatto per la sua giovane età, sempre stato un inguaribile ottimista-liberista, pure a 15 anni del resto, che, guarda il caso, aveva il posto proprio accanto al mio. Che, guarda il caso, ero un cesso con la catena, quel giorno. E ci sono poche cose che mi disturbano come incontrare un ex ed essere un cesso con la catena. Forse è un po’ la sindrome da splendida-splendente combinata con il tipico coefficiente “renditi-conto-di-cosa-hai-perso-stronzo“, che è un coefficiente di serie, agisce sempre, anche quando in realtà la stronza sono stata io.

Comunque sia, quella carrambata mi ha insegnato una preziosa lezione da single: quando si viaggia bisogna essere guardabili, perché non sai mai chi puoi incontrare. Che non significa partire con il tacco 12 e due colli da 20 kg da trascinare. No, non rischiate la vita per nessuno, nemmeno per Brad Pitt in Vento di Passioni. Però raggiungete la soglia minima di gradevolezza, questo sì amiche, il giusto equilibrio, niente tacco ma un filo di trucco per intenderci, è fondamentale, fidatevi.

E questo per me è stato un mantra. Perché ti acchitti per andare in aeroporto? Perché non sai mai chi ci incontri. Poi mettici che da pischella ho visto Prima dell’alba e quindi è una vita che mi aspetto di trovare Ethan Hawke su un Frecciabianca, e il gioco è fatto.

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Ho creduto in questa idea, instancabilmente, anche quando i vicini di viaggio sono stati ingombranti, maleodoranti, logorroici. Ci ho creduto quando russavano. Ci ho creduto quando i loro figli tiravano calci contro lo schienale del mio sedile. Ci ho creduto quando squillavano le suonerie inaudite dei loro inauditi cellulari nokia del 2001, svegliavandomi dopo appena 10 minuti di agognato abbiocco. Ci ho creduto quando hanno trangugiato 15 panini incartati con la carta stagnola, mentre io avevo fame e nulla da mangiare. Ed era troppo tardi o io ero troppo stanca per accettare un tramezzino di cartone della carrozza ristorante di Trenitalia. Ci ho creduto persino quando hanno applaudito dopo l’atterraggio. Insomma, anche quando avrei potuto perdere la fede, ho continuato a credere nella validità del mio principio. E i fatti mi hanno, infine, dato ragione.

Succede che torno da un weekend fuori, di sera. Atterro, prendo la navetta e mi siedo sul posto esterno, quello che da sul corridoio. Un tipo arriva e mi chiede se è occupato quello accanto, il posto vicino al finestrino, sul quale io avevo naturalmente scaraventato la giacca e la mia borsa-container da 118 kg. Sì, gli dico, e raccolgo i miei pezzi. Quello fa, scambiando la mia borsa per un borsone (giustamente): “Vuoi che te lo metta su?” indicando i portabagagli in alto. Rifiuto. Ringrazio. E il mio cervello elabora l’evento straordinario che si è appena verificato: un uomo attraente e gentile, con barba e camicia, mi si è seduto accanto.

Di lì a poco l’uomo attraente e gentile, con barba e camicia, attacca bottone, chiedendomi qualcosa di insulso sull’itinerario della navetta, a cui non so naturalmente rispondere. E io assisto a quello che sembra essere un vero e proprio, ormai mitologico, approccio analogico.

Dopo un po’  viene fuori che lavoriamo in campi affini, lui a un livello estremamente più fico del mio come quasi tutti gli uomini del settore con cui mi capita di interloquire. Parliamo di lavoro. Parliamo di opportunità. Parliamo di scelte generazionali. Parliamo di Dubai. E tutto in modo gradevole, tra il serio e il faceto, come si conviene a una conversazione sull’Orio Shuttle a mezzanotte. Parliamo di ricerche di mercato, e app, e stratup. E io sono stanca ma lui mi sta parlando di una nuova ricerca che hanno fatto, non so chi,  una cosa tipo Google, che in Italia non è ancora arrivata ma che lui ha già visto i risultati, perché sai, lavora a Londra.  Finché non viene fuori che era di ritorno da un weekend giù, che quando sei terrone e qualcuno ti dice che sta tornando da giù, ti si accende proprio una nuova luce dentro, è come se finalmente ti rilassassi e il tuo corpo iniziasse a pensare: tu-terrone-io-terrona-noi-amici. Infatti gli chiedo prontamente: “Giù dove?”. “Puglia”. Uau. Evviva. Epifania.

Morale della favola: pugliese di Ostuni,  di ritorno da una visita alla sua famiglia, di passaggio a Milano, attraente e gentile, con la barba e la camicia, età indefinita tra i 30 e i 40 ma più verso i 40, non tanto alto, moro al limite col Maghreb, mi imbrocca (o si lascia imbroccare). Per un momento vedo tutto il nostro felice e ruggente futuro passarci davanti: io che mi trasferisco a Londra e inizio a scrivere Memories of a Pussy, lui che lavora, io che esploro la città e fiuto le tendenze, e poi le feste un po’ dai suoi, un po’ dai miei, un po’ in vacanza, sì insomma, tutto fila, io ho anche già gli amici a Londra, ottimo.

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La navetta arriva in Stazione Centrale, è tardi e lui mi dice che avremmo potuto continuare a parlare per altre 3 ore, mi chiede se l’indomani sarò a un evento importante del nostro settore di lavoro e gli dico di no (ovviamente). Cerca frettolosamente il bigliettino da visita, non lo trova e decide di lasciami il suo numero,  così, a voce, ex abrupto, alla vecchia maniera, stile primi anni duemila. E io, dopo secoli di militanza tra egofroci milanesi e milanesizzati, che già whatsapp è una comunicazione troppo intima, ecco io resto piacevolmente sbigottita. Gli chiedo quale sia il suo nome, per memorizzarlo, perché ancora non lo so (mentre lui, il mio, almeno me l’ha chiesto).

E ci salutiamo così, poi, senza conoscere i rispettivi cognomi, senza scambiarci il contatto su Facebook, senza frugare online per scoprire chi è quell’uomo attraente e gentile, o quella vagina simpatica coi capelli da pazzah, che ha viaggiato accanto a noi per un’ora.  Alla fine lo memorizzo in rubrica con il suo nome e al posto del cognome scrivo “Ostuni“. Lui mi salva con il mio nome e al posto del cognome scrive “Taranto“. E tutto questo mi fa quasi sentire come Kelly Taylor e Dylan McKay.

Torno a casa pensando che sicuramente è sposato con una che vive a Londra e fidanzato con 2 che vivono a Milano, e che molto probabilmente non ci sentiremo e non ci vedremo mai più. Ma che comunque, di sicuro, ho fatto bene a darmi quella passata di trucco prima di partire.

E anche che, a volte, addirittura, gli approcci analogici possono capitare ancora.

Sono in via d’estinzione, tipo il Toporagno d’acqua di Sumatra, ma esistono.