10 Critiche al Femminismo

[Questo post è talmente lungo che non sentirete la mia mancanza per un bel po’]

I più attenti avventori di questo blog, avranno certamente notato che nell’ultimo anno ho scritto una caterva di post a sfondo vagamente femminista. Un po’ è stata colpa del mio compagno, che è piombato nella mia vita privandomi della singletudine e di quel ventaglio di succulenti casi umani che erano grande fonte d’ispirazione per questo blog. Un po’ è stata colpa del tempo che passa, e del bisogno disperato che ho di vedere l’utilità in ciò che faccio. Cinque anni fa vedevo una enorme utilità nel denunciare che gli uomini italiani non sapevano leccarci la figa. Oggi vedo una grande utilità nel parlare di donne, di società, di diritti, di educazione, di consenso, oltre che di sesso&amore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento però, sono obbligata a fare una brutale automarchetta: ho pubblicato un ebook, è un libretto agile ed economico, che raccoglie alcune riflessioni su un tema di cui si è molto dibattuto (spesso molto male) negli ultimi mesi. Il titolo è “MOLESTIE PER L’ESTATE – Le 7 volte che non ricordavo“. Lo trovate solo su Amazon e, se non siete dotati di lettore kindle, don’t panic! Potete scaricare qui l’app gratuita e leggerlo sui vostri device.

Ora che ho adempiuto al mio dovere di Wanna Marchi, veniamo alle 10 più comuni critiche mosse al femminismo.  Lo faccio perché alcune commentatrici hanno sollevato alcune legittime perplessità, che comprendo e che ho sperimentato in prima persona. Non ho sempre pensato a me stessa come a una femminista radicale, anzi. Nel 2013 scrivevo che non ero femminista e che le femministe mi stavano sul culo, perché loro s’erano beccate le minigonne e il libero amore, e noi la ceretta brasiliana e le cripto-checche metropolitane. Nel 2013 mi davano della femminista e io ne prendevo le distanze, e non ero molto diversa da voi che oggi mi scrivete “…non me ne vogliano le femministe, ma…“, come se il femminismo fosse una cosa altra, rispetto a voi. Come se non vi riguardasse dalla punta dei piedi alle doppie-punte che avete nei capelli. Non me ne vogliano, le donzelle che si sentiranno chiamate in causa riconoscendosi come autrici di quelle obiezioni, se il mio tono dovesse suonare un po’ secco. Lo faccio per andare al punto, e sono grata a chiunque alimenti questa conversazione.

Tornando a noi: se pensate che questo argomento sia noioso, avete ragione. Andatevi a leggere il più recente aggiornamento sul matrimonio Fedez-Ferragni. Fatelo, è vostro diritto. Non ha senso continuare, se il tema vi annoia.

Se siete giunte a questo capoverso, invece, vuol dire che possiamo entrare nel vivo:

1. “Perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna? Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?”

Essere solidale con un’altra persona solo in quanto donna è una cosa possibile nel caso in cui si capisca chiaramente il significato di essere donna. Quale, in altri termini, sia la storia delle donne. E poi quale sia la storia del femminismo. Quando è nato? Come? Per quali ragioni? Quali sono state le sue conquiste? Quali i suoi fallimenti? Se ti stai chiedendo perché dovresti fare la fatica di acquisire queste informazioni, la risposta è che queste informazioni parlano di me, di te, di tua madre, di tua nonna e della figlia stai crescendo o di quella che un giorno forse crescerai, o di quella che sta crescendo le tua migliore amica e dalla quale ami farti chiamare “zia”. Ecco, studiare qualcosa sul femminismo serve più del centocinquantesimo giocattolo che le regali. A voler ampliare ancora di più la prospettiva, però, puoi anche pensare che sapere qualcosa sulla storia delle donne, e sulla storia del femminismo, possa aiutarci a capire meglio la nostra attuale condizione. A fornirci una panoramica globale della situa(zione).

2. “Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo”

Anche a me sembra riduttivo! Sono completamente d’accordo. Proprio per questo mi disturba essere discriminata in quanto donna. L’intento non è distinguere gli esseri umani sulla base del genere, ma esattamente il contrario. Ora, il discorso è complicato assai, ma a qualunque latitudine tu ti ponga, se osservi il MONDO, le donne non se la passano benissimo da nessuna parte. Pensa: noi siamo quelle messe meglio. Potrei diventare ulteriormente noiosa, citando dati e ricerche, per dimostrare che non è una suggestione, ma un fenomeno sociale trasversale e documentato (da fonti come l’Unesco).

3. “Una donna ha sempre ragione solo perché donna? Mi sembra assurdo!”

Non penso di aver detto questo. Non penso che nessuna persona sensata lo direbbe. Tuttavia, accade spesso una donna abbia torto, solo perché donna; che menta, solo perché è donna; che sia opportunista, solo perché è donna; che sia puttana, solo perché é donna; che debba guadagnare meno di un uomo, solo perché è donna. Mi sembra che la società ponga sempre in dubbio la sua integrità, e la sua moralità, solo perché è donna. Accade spesso che le donne vengano lapidate, metaforicamente e letteralmente. Accade che vengano violentate, mutilate, ammazzate, sfigurate, stuprate, sfruttate a qualunque livello di qualunque società. Non faccio esempi per ogni esempio, perché se no non ne usciamo più. Ma basta che ci pensiate un po’, e vi verranno in mente.

4. “Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”

Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità. Cioè ovunque. E chi ci deve andare? Le nostre madri? Le ragazzine? Chi deve andare a lavorare laddove esistono ancora le disparità, se non noi? Gli uomini? E perché gli uomini dovrebbero occuparsi di eliminare una disparità o, chiamandola con un altro nome, un loro vantaggio? Perché dovrebbero rinunciare a una fettina del loro potere, per darne a noi? Perché gli uomini non sono avidi, potresti rispondermi e in quel caso io ti guarderei, ti sorriderei come se tu mi dicessi che credi a Babbo Natale e ti ricorderei che in America è stato eletto Donald Trump e in Italia, Matteo Salvini, e se questo ti pare un clima nel quale qualcuno possa occuparsi delle donne, se non nel ruolo di madri, mogli e troie, hai veramente un serissimo problema di ottimismo 🙂 Quanto agli applausi alle donne manager e a tutta la mitologia su chi “ce l’ha fatta”, cosa posso dirti? Forse non ci sarebbero se la realtà occupazionale fosse diversa. Se i tassi dell’occupazione femminile fossero diversi. Se il potere si aprisse alle donne o se le donne se lo prendessero, nessuno applaudirebbe una donna manager. Nessuno avrebbe motivo di farlo, nessuno guarderebbe con sufficienza quella che invece rinuncia alla carriera; nessuna donna in carriera si sentirebbe superiore o farebbe di tutto per ostentare la sua posizione di potere davanti alle altre. Insomma, ognuno farebbe che cazzo vuole. Quando le donne dicono di essere più forti/intelligenti/brave, vogliono solo dire: “Siamo forti/intelligenti/brave anche noi!”. Vogliamo esserci, come voi, perché ne abbiamo le capacità e le facoltàFinché esisteranno cose come “le quote rosa“, esisteranno donne che si vanteranno di essere più brave degli uomini. Infine, sulla donna manager rampante: pensa a quante gliene direbbe dietro la società se, per esempio, per fare carriera non facesse un figlio. Chiunque di noi, in questa cultura edificata integralmente sull’uccello, paga il prezzo di essere donna. Lo paghiamo in modi diversi, ma lo paghiamo tutte. Quanto più lo capiremo, tanto meno lo pagheremo. Se non l’hai visto, guarda Battle of Sexes. È un film carino, ispirato a una storia vera, ambientato negli anni ’70. È in tema ed è ancora attuale.

5. “Il problema di molte donne è che sono troppo competitive: il gattamortaggio, la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare, in particolare in ambito lavorativo”

Le donne, come tutti gli esseri umani, hanno anche atteggiamenti sbagliati, non c’è dubbio. Io stessa li ho criticati (e auto-criticati) in più occasioni (e su temi anche molto diversi). Per esempio, io sono entrata spesso in competizione con le mie amiche. Perché? Perché sono competitiva, e chi si somiglia si piglia, ed eravamo competitive e sì, ci siamo scannate, a volte ferite, ma anche molto amate.  E allora? Buttiamo al cesso il genere femminile, perché tanto noi donne siamo tutte stronze? Capite, non si può. I rapporti femminili sono un terreno delicatissimo e non solo in ambito lavorativo, quando c’è rivalità tra colleghe. Pensa che per moltissime donne uno dei nodi più irrisolti dell’anima è il rapporto con la propria madre. È tutto un casino intricato, se non decidiamo di scioglierlo. Per farlo, però, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri errori sono conseguenza di un’i-n-f-i-n-i-t-à di ingiustizie, più o meno evidenti, più o meno vergognose, più o meno naturalizzate, perpetrate per millenni ai danni delle donne. Tu dirai: vabbè, cosa c’entra con quella stronza della mia collega? C’entra, perché siamo in gara, in un circo costruito, gestito, pensato dagli uomini e per gli uomini. Come è potuto succedere? Perché il nostro genere non sa neppure di esistere, se non per le stronzate fallocentriche di cui ci occupiamo (le rughe, la cellulite, le diete per non ingrassare, le ricette per farlo mangiare e i pratici consigli per soddisfarlo a letto). Io non voglio la solidarietà femminile, voglio la consapevolezza femminile, che è tutta un’altra cosa.  Le donne, per quanto popolino il mondo dai tempi di Adamo e della più grande peccatrice della storia, non hanno mai creato – tranne che in rari casi – un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni (e sono esistite società matriarcali), ma un modello consolidato non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, per crearli. Ancora oggi, l’unica possibilità, è mutuare schemi maschili, accettarne le logiche perché sono le uniche che conosciamo, le uniche che esistano nella vita pubblica, sul lavoro e nel potere. Ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. L’immaginazione per pensare un’alternativa. La capacità di creare un pensiero diverso. Sembra difficilissimo, e forse lo è, ma vale la pena provare.

6. “Se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.”

Sì, l’idea è quella di sollevare il problema e dargli un nome, precisamente. Ma non è che il problema sorga nel momento in cui lo mettiamo in evidenza. Il problema esiste da prima. Da millenni. Inossidabile. Semplicemente, ora ne stiamo parlando.

7. “Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna.”

Beh sì, mi sembra giusto, anzi mi sembra il minimo di umanità. Non è che io, di fronte a un uomo vittima di un’ingiustizia, invece, me la goda. La solidarietà è un sentimento nobile, uno dei più belli, e per definizione una persona o ce l’ha in animo, o non ce l’ha. Tu però, in quanto donna, sei soggetta a delle discriminazioni, per il solo fatto d’essere donna. L’entità di queste discriminazioni, dipende dall’epoca, dal paese e dalla cultura in cui vivi. E non ti sembra una strana coincidenza? E non ti sembra un incredibile comune denominatore?! Nessuno pretende che dobbiamo starci tutte simpatiche, ma non vedo perché non dovremmo, tutte insieme, pretendere di essere pari, pretendere di accedere alle stesse opportunità, pretendere di ridiscutere gli argomenti dell’agenda collettiva e di evolverci in una direzione davvero nuova.

8. “Le donne in gamba sono capacissime di meritare la solidarietà e il rispetto per ciò che fanno e dicono, non perché donne.”

Ma chi sono le donne NON in gamba? Quelle che scopano per fare carriera? Quelle che vanno con gli uomini sposati? Quelle che tradiscono, quelle viziose, quelle che spendono, quelle che mentono, quelle che non cucinano, quelle che se ne vanno, quelle che si fanno il fidanzato dell’amica, quelle che si trastullano solo con i selfie, quelle che s’ammazzano di antidepressivi, quelle che parlano male di noi alle nostre spalle? Io non riesco a credere che ciascuna donna, persino la più stronza, non abbia qualcosa di importante, di unico, di potente dentro di sé. Che cazzo ti devo dire? Mi è venuta questa fede mistica, questa fiducia profonda nel genere a cui appartengo, che proprio non ho dubbi. E credimi, figurati se a me sono state simpatiche tutte le donne che ho incontrato sul mio cammino. Figurati se a tutte loro sono stata simpatica io! Eppure, dobbiamo smetterla di ricadere sempre nell’odiosa dicotomia delle sante e delle puttane, delle amiche e delle nemiche, delle giovani e delle vecchie, delle sposate e delle single, delle mogli e delle amanti, delle madri e delle nullipare. Dobbiamo smetterla di applicare il pensiero elementare e binario alla femminilità. Siamo molto più complicate (secondo Fiorella Mannoia). Molto più sofisticate (secondo me).

9. “Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?”

Nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci, che come saprai costituiscono le fondamenta della nostra cultura. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. D’altra parte, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente e richiedere tempo. Nel mentre ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro carattere, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni accolte e rispettate meglio, da tutti, uomini e donne.

10. “Perché le donne, protette dal femminismo, ormai frignano per qualunque cosa?”

Questa è una delle mie preferite. Dire che le donne sono PROTETTE mi suscita, come minimo, un sorriso sarcastico. Dove, esattamente, le donne sarebbero protette? In quale angolo del mondo non esistono discriminazioni? In quale paese del globo terraqueo non si rileva l’esistenza, più o meno istituzionalizzata, della violenza di genere? Quale aspetto della nostra vita non viene vivisezionato, giudicato e condizionato da una società che non ci corrisponde? Esistono organi internazionali che si occupano dei diritti civili delle donne e della parità di genere. Non è una “fisima”, non è una “pippa mentale” e non è un “piagnisteo”. Le donne non stanno frignando. Le donne stanno pensando, stanno parlando, stanno spiegando. Non dico dobbiate ascoltarle, o supportarle. Però, magari, su qualcosa hanno ragione e, nel dubbio, sarebbe carino non schernirle, non sminuire le loro istanze, chiedersi quali siano le loro ragioni, provando persino a scavare leggermente più in profondità.

11. (non è una domanda ma una riflessione con cui volevo salutarvi) “Le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top. Sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. ” […] “Mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna possa scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro”

Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing): le t-shirt da 400 dollari di Dior; la faccia di Frida Kahlo stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Alcune si stanno occupando anche di politica, di ambiente, di economia. Naturalmente sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale (fare le ribelli, le dure, le “donne con le palle”) è perché il femminismo ha bisogno anche di quel cuneo. Per cosa? Per scalfire la cultura in cui viviamo immersi fino al collo (e bada, la scalfisce solo). Ma sia chiaro: la causa femminista ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua.

A questo punto io vi saluto, sperando di riuscire a ritagliarmi qualche giorno di ferie e relax. Vi auguro di stare bene, riposarvi, abbronzarvi, mangiare bene, fare all’amore, viaggiare lontano ma pure vicino, bere buon vino, ridere e leggere 🙂

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

Christina-Paez

È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Le Mamme delle Single

Esiste una domanda che assedia l’animo, nel profondo, di tutte le madri delle donne single: perché mia figlia è single? Ci sono diversi livelli di apprensione in merito, naturalmente, che tendono a variare in base alla provenienza geografica e al rango sociale, ma il pruriginoso fenomeno, in termini macro, non risparmia nessuno.

Ho riscontrato la presenza di questo lancinante dubbio anche nell’animo di mia madre, che credo conversi all’occorrenza con mia zia di questa situazione, la quale zia ha lo stesso problema in famiglia: una figlia single che, di tanto in tanto, ha qualche frequentazione non ufficiale e tendenzialmente sbagliata con qualcuno di troppo vecchio, o troppo giovane, o troppo sposato, o troppo spiantato.

Nell’evoluzione del percorso di singletudine, l’approccio genitoriale nei confronti dello status sentimentale della progenie tende a subire delle modifiche, che possiamo riassumere in:

  1. Meglio oggi che tra 5 anni, adesso passa, sei giovane, goditi la vita, pensa a te (anche nella versione nazionalpopolare “il mare è pieno di pesci” e “si chiude una porta, si apre un portone”)
  2. Tranquilla, vedrai, arriverà quando meno te l’aspetti. Non ci pensare, sei giovane.
  3. Ma certo che arriverà. Non è facile perché tu hai bisogno di una persona molto intelligente. Ma sei giovane amore.
  4. Forse dovresti uscire di più
  5. O iscriverti a un corso
  6. Eh però anche tu devi predisporti
  7. Hai mai sentito parlare della legge dell’attrazione?
  8. Forse dovresti ridurre un po’ le tue pretese
  9. Io prego che trovi una brava persona!…che poi chi pregano? Dio? Cupido? Marta Flavi?
  10.  Eeee quel ragazzo? Quello che avevi incontrato a quell’evento 3 mesi fa? L’hai più sentito?
  11. Le tue amiche si sono sistemate: convivono, si sposano e tu no…
  12. Se non lo trovi forse è perché tu non vuoi trovarlo
  13. Noi alla tua età avevamo te…
  14. Io non riesco a capire perché: non ti manca niente, sei brava, sei bella…
  15. L’amore può arrivare a tutte le età, prendi Tizio, ha incontrato Sempronia a oltre 40 anni (insomma, assodato che non ti sposerai e non figlierai, speriamo almeno che trovi qualcuno con cui giocare a Bridge a 60 ani, come dice Mika, non “anni”).

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E qualunque cosa tu dica, qualunque statistica, percentuale, probabilità, testimonianza, raffinata analisi sociologica tu possa portare per spiegare e comprovare il fatto che essere single non fa di te una disabile esistenziale, né una donna mutilata nello spirito, né un’incompiuta fallita, essa risulta in definitiva inefficace.

Aivoglia a dire che vedete che uomini single non ce ne sono, e quelli che ci sono, sono sempre single per un motivo (compreso tra l’inchiavabile e il serial fucker).

Aivoglia a dire che moltissimi uomini sono gay.

Aivoglia a dire che è difficilissimo trovare qualcuno con cui incastrarsi e che nelle grandi città è più difficile che mai.

Aivoglia a dire che tutti questi che si sposano adesso, la metà sarà divorziata tra qualche anno, non perché tu sei stronza e gliela meni, ma perché questo dicono le statistiche. Ci auguriamo che non succeda mai ai nostri amici, ma quelli che divorziano sono pur amici di qualcuno.

Aivoglia a dire che in fondo l’amore non si cerca, che l’amore capita, si presenta, si coglie, si conquista, si custodisce, si alimenta, ma non è che decidi con l’interruttore di innamorarti. E che se c’è chi lo fa, tu non ci riesci.

Aivoglia a dire che stai facendo un sacco di cose stimolanti nella tua vita. E che forse una vita può essere ricca anche senza uno che ti butta la monnezza. E che speri di trovarlo, certo, ma che non ti piace sentirti socialmente deficitaria. Perché la tua vita, così com’è, anche da sola, è gagliarda abbastanza da essere vissuta. Quindi niente apprensione, niente compassione, niente giudizio. Al massimo un sincero augurio che capiti, se è ciò che vogliamo.

Perché, in fondo, siamo tutti diversi. E non vogliamo tutti le stesse cose.

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E di queste figlie single che la vita l’affrontano da sole c’è da essere più orgogliose che altro. Di queste giovani donne che difendono le proprie opinioni e le proprie idee, che vivono delle loro passioni, che sognano ancora, che sono piene di stimoli e curiosità. che hanno personalità e non lo nascondono, che viaggiano da sole per l’Italia e l’Europa e il mondo, che conoscono persone, che sanno parlare con tutti, che hanno visto quel film, o quella serie tv, o quel libro, o quel concerto, o quell’evento. Che parlano 3 lingue. Che fanno Pole Dance. Che hanno comprato quel vestito. Che hanno sempre qualcosa da fare. Che hanno paura e che la paura la superano, da sole. E che si rialzano ogni volta, quando cadono, perché sì, cadono spesso, e i lividi se li fanno da sole. Per carità, non è che vadano portate in trionfo come Giovanna D’Arco, non fanno altro che stare al mondo e vivere la vita che hanno, che in parte hanno scelto e in parte è capitata. Esattamente come tutti.

Essere single non è un handicap. E non è nemmeno un super-potere.

E’ semplicemente una condizione – tendenzialmente mutabile – della vita.

Proprio com’è mutabile essere in coppia.

Ma tutto questo pippone sappiate che è inutile e che l’unico modo che avrete per pacificare gli animi delle vostre famiglie è portare a casa un salvifico pene disceso dall’alto dei cieli a portare la pace nel vostro cuore.

ps: e comunque epic win per mio padre, uomo di pochissime e assennate parole, che mi ha detto, ma con dolcezza, giuro: “Prima eri anche un po’ cicciona, adesso magari incontrerai più facilmente qualcuno“.

Un po’ cicciona.

Niente, lo amo.

Ciliegie

Vedi, amarsi tra femmine è così complicato.

E io, per esempio, ti amo. Ti amo che tu sei un pezzo dell’anima mia e della mia carne. Ti amo che se tu stai male, io quel male lo sento dentro e addosso. Ti amo che saperti serena mi dà pace. Ti amo che se potessi ti conserverei come sei. Non ti farei invecchiare mai, ti terrei così: con la tua ruvidità, con i tuoi limiti, con quel congiuntivo che di tanto in tanto sbagli, con il tuo costante e screanzato criticarmi più o meno su tutto, con quella capacità di intuire il bene e il male a pelle, quella vita vissuta per istinto e ragione, quell’incredibile modo che abbiamo di essere antagoniste e complici, di farci male per farci bene, di intuirci senza fiatare.

Straordinariamente forte, tremendamente fragile, come sei.

Non lo so quanto siamo diverse e quanto siamo uguali, non l’ho capito mai. Quel che so è che tu la vita la vedi e la vivi da una prospettiva che io non sarò mai in grado d’avere. E mi scuso, mi scuso di aver pianto davanti a te per 2 giorni per un colore sbagliato dei capelli. Mi scuso di aver dato così tanta importanza a una cosa così stupida. Mi scuso di aver rovinato alcune delle ore che avevamo da passare insieme, per quell’insicurezza feroce che prende il sopravvento e diventa rabbia e tira giù tutto. E non fa più distinguere le cose serie dalle stronzate.

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Ma tu lo sai, io sono un’irrisolta. Sono un lavoro a tempo pieno, io. E sono pesante, insopportabile, spigolosa, stronza. Non è bello vivere con me, io lo so, io che con me ci convivo forzatamente. Io che a volte non la sopporto più questa ansia di vivere e di dimostrare, di spuntellare le caselle dell’anima: fatto, fatto, fatto. Il lavoro, l’indipendenza, l’amore. Dovrei prendermi a piccole dosi. Performerei meglio.

Sai, hai compiuto 57 anni e per la prima volta ho pensato davvero che saresti in età nipotabile. Mentre io non so ancora cosa minchia voglio dalla vita e intanto corro, tutta goffa, come se alla fine di questa maratona forsennata dovessi trovare la felicità, o la completezza. E a volte, correndo, sminchio il percorso. Lo rovino. Non mi godo il panorama.

Sai, noi dobbiamo star bene quando ci vediamo, perché per noi che viviamo lontani vedersi è un atto di volontà. E’ una corsa contro il tempo e contro due esistenze parallele, distanti 1000 km. E’ un put pourrì di weekend ritagliati, mentre a te la ricrescita bianca viene sempre più in fretta, mentre a me spuntano i capillari sulle beneamate cosce.

Ma soprattutto volevo dirti che io so che tu sai. Ma anche io so. So che sei stanca. E che sei stanca già da tempo. So che vorresti essere capace d’arrenderti, che sarebbe più facile, invece sei forte, anche tuo malgrado. So che ci sono sempre troppi ostacoli, so che non fai in tempo a superarne uno che ne compaiono altri. So che tu combatti da una vita, ma da una vita vera. E che più passa il tempo, più tutto è faticoso. E che le energie sono sempre di meno. E che qualsiasi banalità quotidiana si complica. So che non ricordi cosa sia una giornata senza dolori, o camminare senza incertezza, o allacciarsi le scarpe da sola, o fare un movimento senza fatica, o dormire una notte intera di fila. So che quelle medicine sono droga, lo vedo sul tuo volto, che si trasforma quando le prendi. So che hai meno pazienza e più bisogno di raccogliere le energie per te, per andare avanti. E prometto che imparerò a incastrarmi con te, anche così. Che imparerò a dare di più e prendere di meno. Che imparerò a ricordare, ogni volta che mi dici qualcosa di sbagliato, la donna straordinaria che sei e tutto quello che fai e che hai fatto sempre. Finché hai potuto. Tutto ciò che hai fatto e che io non saprei fare per metà. Non so fare. Non sto facendo.

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Vorrei solo tu sapessi, però, per capirci bene, che la tua stanchezza mi spaventa da morire.  Mi terrorizza. Mi fa incazzare. Perché forse c’è ancora in me quella bambina che aveva bisogno di sentirsi dire che ogni ciliegia era buona, prima di mangiarla. Perché tu la rassicurassi che mordendola non avrebbe trovato il verme dentro. E che tutto sarebbe andato bene.

Vedi, amarsi tra femmine è così complicato.

E io per esempio ti amo. Perché sei la più forte e più altruista che io abbia conosciuto mai. Perché sei autentica. Perché sei la volontà fatta donna. Perché hai costruito e difeso, amato e tutelato. Perché hai un’onestà che ti rende unica. Perché hai imparato da subito che le piccole cose sono conquiste e questa lezione l’hai rispettata sempre. Perché da bambina, in ospedale, giocavi con gli altri a indovinare le targhe delle auto che passavano, che guardavate da dietro il vetro, mentre vi annoiavate. E io non ti ho mai vista lì, ma ti vedo sempre. Per questi e per duemila altri motivi, sai, io ti amo.

Perché sei il modello migliore, la persona più bella, il riferimento sicuro e indiscusso, anche ora che sei più incerta.

Anche ora che sei stanca.

E io ti terrei così, come sei: con la tua ruvidità, con i tuoi limiti, con quel congiuntivo che di tanto in tanto sbagli, con il tuo costante e screanzato criticarmi più o meno su tutto, con quella capacità di intuire il bene e il male a pelle, quella vita vissuta per istinto e ragione, quell’incredibile modo che abbiamo di essere antagoniste e complici, di farci male per farci bene, di intuirci senza fiatare. Straordinariamente forte, tremendamente fragile, come sei.

E forse tutto questo è morboso. E’ così viscerale che fa male.
Ma io le vie di mezzo non le pratico.
E questo è l’unico modo che conosco, ed è l’unico che scelgo, per esserti figlia.