Questione di Target

Si è verificato un evento paranormale di recente: mi è piaciuto un tipo.

Un tipo da jeans e t-shirt, un tipo da concerto al Carroponte, uno del genere “maschio etero inequivocabile“, di quelli che giocano a calcetto e che hanno la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

Mi piaceva lui e mi piacevano le nostre conversazioni ricche di allusioni e doppi sensi. Mi piaceva scoprirci lentamente. Mi piaceva che avessimo amici in comune. Mi piaceva non aver mai visto una foto del suo pene via whatsapp. Mi piaceva che era nordico e diverso da me, perché è challenging uno nordico e diverso da me. Mi piacevano gli occhi nerissimi che, secondo la mia alterata e delirante sensibilità vaginale raccontavano di lui molto più di quanto non facessero le sue parole. Mi piaceva la sua riservatezza sul passato. Mi piaceva la sensazione che si potesse parlare con lui prima e dopo il sesso. Mi piacevano le cose che diceva. Mi piacevano le cicatrici che non vedevo ma che intuivo. Infine, mi piaceva il fatto che mi piacesse perché, diobbuono, a me non piace mai nessuno.

Mi piaceva e quando siamo andati a letto insieme ho avuto una sensazione bizzarra: come se lo volessi davvero. Come se non mi importasse di una performance da Brazzers. Come se avessi proprio voglia di stare con lui, qualunque cosa fosse.

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Mi piaceva e l’ho assecondato, senza forzare nulla. E non per una mera questione di strategia, non perché tutti mi hanno svangato le ovaie con questa storia che se fai la femmina alpha li spaventi, te li magni, metti in discussione la loro virilità. Come se poi una femmina alpha non fosse al tempo stesso una femmina beta, una femmina teta e una femmina omega. No. Il motivo per cui ho voluto lasciarlo fare, non condurre, non assumere la mia proverbiale vena totalitaria, è che per la prima volta dopo ere geologiche mi sono chiesta cosa volesse lui, oltre a chiedermi cosa volessi io. Senza bisogno di dimostrare un cazzo. Solo di esserci. Esserci per condividere qualcosa. Una bottiglia di vino. Una playlist. Una discreta dose di fluidi organici. Un concerto. Un po’ di malinconia. Una cena. Qualche risata. Fin quando ci fosse andato.

E in tutto questo mi sono fatta un film meraviglioso, coadiuvata da uno struggente premestruo, sul fatto che a un certo punto è normale andarci piano. Sul fatto che abbiamo tutti le nostre escoriazioni nell’anima. Sul fatto che forse non abbiamo nemmeno bisogno di raccontarcele, perché le conosciamo già, anche se sono diverse, che in fondo sono tutte uguali.

Insomma, stavo per salpare nelle acque del vaginismo estremo, quando mi sono accorta che questo tipo che mi piaceva così eccezionalmente aveva un macroscopico difetto: non gli piacevo altrettanto.

L’evidenza ha naturalmente suscitato in me un passeggero disappunto ma, contravvenendo a uno dei postulati fondanti del vaginismo, non mi sono fulminata i neuroni per capire la recondita e imponderabile ragione in virtù della quale costui non fosse letteralmente impazzito di fascinazione per me.

Cosa importava, del resto, della causa, se l’effetto era quello? Cosa importava se non ero abbastanza, oppure se ero troppo, oppure se ero assai meno figa di tutte le altre che aveva in ballo, oppure se non era il momento giusto per condividere sudori e pensieri? Cosa importava se dopo esserci toccati, baciati, spogliati, scivolati l’uno nell’altra, il massimo di cui riuscivamo a parlare era Expo2015?

Così ho capito che in questa giostra individualista ed egoriferita, che è la singletudine metropolitana, comprendere il target è fondamentale. Un po’ come nel lavoro: puoi presentare il progetto più straordinario, ma se non è un progetto centrato, il cliente non avrà mai budget, il fee non lo porterai mai a casa e avrai solo sprecato tempo ed energie sul tuo timesheet sentimentale.

E il tempo è un bene prezioso. Più di qualsiasi uomo.

Persino di uno del genere “maschio etero inequivocabile” con la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

 

ps: intanto ho parlato dell’Amore Iperconnesso qui!