PopSex – 1. La Riappropriazione della Patata

Era un po’ che da queste parti, complici le grandi rivoluzioni copernicane che hanno interessato la mia umile esistenza (tipo l’uscita del romanzo e l’inizio di una relazione), non si parlava di quei temi scottanti che mi sono valsi in più occasioni l’epiteto di “sex blogger” (che poi magari in certi periodi scopassi pochissimissimo, era un di cui). Dunque è bene recuperare il tempo perduto e ricominciare a discettare sui massimi sistemi genitali, sulla sessualità sana e su quella zoppicante, sui tabù e sui preconcetti che ancora costituiscono la nervatura di una sfera tanto fondamentale e tanto complessa quale l’accoppiamento biblico. Colgo l’occasione, dunque, per inaugurare una nuova rubrica di post osceni (la cui lettura è vivamente sconsigliata a ciellini, neocatecumenali e legionari di Cristo) e realizzata in collaborazione con Pleasure4You, un nuovo sexy shop online straordinariamente sguarnito di tette culi nel lay-out, ma ricco di idee per insaporire la sessualità (individuale, di coppia, di gruppo, trasversale, orizzontale, di capo sotto). Diamo dunque il via alla prima puntata di Pop-Sex in cui affronteremo un argomento alquanto intimo: la riappropriazione della patata. Ma andiamo con ordine.

La settimana scorsa chiacchieravo con un amico che mi raccontava i problemi sessuali con la sua fidanzata (non chiedetemi perché, nella mia vita è sempre stato così: sono sempre stata gratuitamente considerata una fonte attendibile di consigli, senza aver nessun titolo ufficiale per dispensarne). Mi ha raccontato che lei non si masturba e che non se la guarda neppure, la patata, il tubero, la cozza, la passera, la baggiana, insomma come preferite appellarla.  Cioè che non se l’è guardata MAI. “Impossibile”, ho risposto. Non perché io stia lì a contemplarmela manco fosse la extended edition director’s cut di Titanic, ma perché semplicemente nella vita mi è capitato di guardarmela, di esserne naturalmente curiosa.

La cosa, però, mi ha colpita, così mi sono documentata un po’ e ho scoperto che è estremamente comune che le donne non abbiano cognizione neppure dell’aspetto della propria vulva. Che spesso ne siano imbarazzate, se non disgustate. Che preferiscono non saperla, ignorarla, fare come se non fosse loro, dimenticarla persino. Si capisce pure che a quel punto, la nostra povera consorella, a sentirsi trattata in questo modo, è facile che NON si trasformi in quello straordinario e ingegnoso strumento di piacere che può essere; d’altra parte chi di noi, non sentendosi accettato, riuscirebbe a dare il meglio di sé? Partiamo dall’assunto che una donna che non ama la propria patata, una donna che – peggio ancora – si vergogna della propria patata (del suo aspetto, dei suoi odori, dei suoi umori), è raro che sia libera, capace di godere il sesso in modo pieno, sano, consapevole. Ciò, che ai maschietti piaccia oppure no, sconviene anche a loro. Perché una donna che si ama, è una donna che ama meglio. E l’amore per se stessa, per il proprio corpo, passa anche dall’accettazione del proprio aspetto…pure di quello vaginale.

Mi sono chiesta: perché per gli uomini il cazzo è un trofeo e per noi donne la vagina è ragione di imbarazzo? Possiamo provare a rispondere con l’anatomia. Da un lato bisogna ammettere che per i maschi, almeno questo, è più semplice. Hanno tutto lì, a portata di mano, evidente, esplicito, sotto i loro occhi ogni volta che fanno semplicemente pipì. Non devono mica andare in esplorazione, armarsi di specchietto, scostare, divaricare, scorgere, scappucciare cose piccolissime. Poi arriva l’età dell’eccitazione sessuale e, pure in quel caso, per i maschi è tutto alquanto evidente. Non oso immaginare cosa provino, la prima volta che il fringuellino gli si desta, che non risponde alla loro volontà, fa un gesto plateale e inaspettato. Però, voglio dire, una volta svelato l’arcano, per loro è molto chiaro cosa succede quando provano del desiderio (pure cosa fare per inseguirlo, a suon di rasponi segreti chiusi al cesso). Per noi donne, il primo atto inconsulto della nostra patata, sono le mestruazioni. Cioè la prima azione autonoma che la nostra inquilina del piano di sotto intraprende è SANGUINARE a nostra insaputa e insozzarci senza preavviso. Praticamente un tradimento. E di certo non ci è chiaro cosa succede, invece, quando quella s’infatua. La sentiamo un po’ agitata, lo intuiamo, ma boh, è tutto un mistero. Poi qualcuno inizia a spiegarci qualcosa, proviamo a documentarci ma ciò che apprendiamo teoricamente della nostra patata è davvero confuso, ne leggiamo e ci sembra di leggere il funzionamento di un reattore nucleare. Clitoride? Imene? Uretra? Vagina? Punto G? Orgasmo clitorideo? Orgasmo vaginale che però ce l’hanno solo alcune, non è di serie in tutte le donne. Gesù che difficoltà.

D’altro canto, al di là dell’anatomia, esistono pure diversi fattori culturali. In prima istanza, come sempre, il sesso è peccato e – per quanto appaia più sdoganato, mentre disquisiamo di vibratori di design come fossero borse di Chanel – la verità è che scarseggia ancora molto la consapevolezza del sesso, l’educazione al contatto e alle emozioni (che ne sono ingredienti fondamentali) e che esiste ancora – tangibilissimo – lo stigma della sessualità femminile libera (lasciatevelo dire da una che di sesso scrive da anni). In secondo luogo, noi donne siamo educate a non piacerci, fin dalla più tenera età, e se già siamo abituate a non farci piacere parti più esplicite del nostro corpo, figurarsi quella parte lì. Perché i genitali, si sa, a primo acchito non sono mica belli (pensate alla prima volta che avete visto o toccato un pisello e ditemi se non vi ha suscitato la stessa sensazione di avere a che fare con un’anguilla putrefatta), solo che poi nel tempo ci si abitua, come con il sushi, che la prima volta ti fa schifo e poi dopo diventi addicted. E poi, diciamolo, la verità non è come l’immaginazione. Magari la patata è tutta chiusa, magari è slabbrata, magari non è più quella di una 16enne, magari è tutta pelosa che manco ci vedi niente, magari è depilata e irritata, magari è violacea, magari è irregolare, magari è semplicemente una parte di te che non sei abituata a vedere. E devi prenderci confidenza.

Insomma, per una donna, prendere e guardarsi in faccia – in quella faccia! – è un atto quasi rivoluzionario e, come tutte le rivoluzioni, richiede coraggio. Ma va fatto, perché averci confidenza con la propria consorella è importante. Con il suo aspetto e con la sua interiorità. Con la sua forma e con la sua sostanza. Perché quella ha e deve avere un ruolo centrale nella nostra dimensione intima, non possiamo disconoscerla, se non a patto di abdicare a una fetta (grossa e succulenta) della nostra femminilità. E io questo, amiche care, come sapete, non ve lo consiglio affatto. Vi consiglio, al contrario, di guardare il video con cui vi lascio in chiusura – che fa riflettere – e pure di fare un giro da queste parti così iniziate a farvi solleticare perlomeno la fantasia (e poi, possibilmente, il resto).

Sempre vostra,

Vagi

10 ragioni per regalare Sex Toys

Il Natale si avvicina e, con esso, si avvicina la psicosi dei regali di Natale.

L’anno scorso ho cercato di evangelizzare colleghe e amici sull’inutilità di questo folle sbattimento pre-festivo, comunicando che NON avrei fatto regali a nessuno, e che ovviamente non ne volevo. Roba che, in confronto, il Grinch è un eroe positivo e Mr. Scrooge è il nonno che tutti avremmo voluto avere.

Il risultato di questa mia policy è stato che ho ricevuto ugualmente i regali, non avevo nulla per ricambiare, mi sono sentita una merda e ho capito che, niente, il regalo di Natale s’ha da fare (per carità, ho parzialmente riedificato la mia immagine dopo le feste regalando a destra e a manca taralli e salumi pugliesi, santo capocollo di Martina Franca, appositamente importati in Lombardia), però insomma, lì per lì, non è stato fichissimo essere a mani vuote.

Che poi, sia chiaro, a me all’inizio piaceva pure fare i regali di Natale. Ho regalato: collane, bracciali, orecchini, creme, scrub, eco-saponette con le erbe cipolline del Mar Baltico, smalti, profumi, sciarpe, borse, magliette, candele, libri, film, cd, calze misto cachemire, pregiate conserve alimentari, tisane assurdamente costose, cover per cellulari, vini, cravatte, dopobarba, guanti con i quali funziona il touch screen dello smartphone, tazze, tazzine, ciotole, ricettari, agende, moleskine, pupazzetti, portachiavi, massaggi e smartbox. E sono fisiologicamente giunta a un punto della mia vita in cui non so più che minchia regalare.

Così sono addivenuta alla conclusione che forse dovrei regalare dei sex toys. Ci lavoro, li conosco, li provo, li testo. Ce n’è per qualsiasi gusto e di qualsiasi fascia di prezzo. Ce n’è da usare da sole, ce n’è da usare col partner, ce n’è da usare col trombamico. I sex toys sono come l’oro: puoi farne a meno ma se ce l’hai è meglio (capite che avere le riserve auree non guasta, offre sicurezza, solidità, serenità).

FORM 2 di JimmyJane

E anche come tipologia di regalo, se ci pensate, non è male:

1.Un sex toy non è banale. È un regalo originale con cui è impossibile passare inosservati. E con buona probabilità non l’avete mai regalato (e lei non l’ha mai ricevuto). Quindi non vi replicate e avete una scarsa probabilità di regalarle un doppione.

2.Non ci sono le taglie, quindi non rischiate di sbagliare e la vostra amica non dovrà tornare in negozio con lo scontrino di cortesia a cambiare il regalo.

3.Se non le piace il colore, non è un problema, tanto non deve indossarlo pubblicamente (o comunque non si vede)

4.Se non si abbina al mobilio, non è un problema, tanto non è un soprammobile (anche se alcuni sono talmente di design che potrebbero esserlo)

5.Lo ordinate online e vi arriva a casa, o in ufficio (tanto i pacchi sono perfettamente anonimi). Ciò vi salverà dalla ressa nei negozi, dalla coda alle casse e dalla sensazione di contribuire biecamente al becero consumismo festivo

7.È rilassante come un massaggio alla Spa, ma si può riutilizzare infinite volte

8.Fa bene al corpo (perché, come amo dire “il rabbit arriva dove nulla di umano può arrivare“), fa bene allo spirito, distende i nervi, ringiovanisce la pelle, migliora l’esperienza sessuale e rinforza la consapevolezza del proprio piacere. Se i sex toys millantassero di combattere anche la ritenzione idrica, probabilmente li useremmo tutte.

9.Se è single, le regalerete un bel diversivo per quei momenti ultra-ormonali in cui una vorrebbe tantissimo che Michael Fassbender (ma anche il pakistano delle rose) bussasse alla porta e ciò non succede. Se è accoppiata, invece, le regalerete un po’ di pepe per ravvivare il talamo nuziale che, com’è sacrosanto e normale che sia, dopo un po’ tende a subire l’Effetto Law & Order: piacevole per carità, ma le puntate seguono tutte pedissequamente lo stesso format da almeno 10 stagioni.  Se è etero, va bene. Va bene anche se la vostra amica è lesbica. Va bene anche se è vostra cugina. Vostra zia. O vostra nonna. Anzi, loro apprezzeranno ancor di più.

10.Quando lo spacchetterà, se è una donna normalmente integrata nel proprio contesto storico e culturale, riderà. Riderà davvero. I suoi occhi luccicheranno di sorpresa, curiosità e anche un po’ di imbarazzo. E non vedrà l’ora di provarlo. E con il vostro semplice “pensiero di Natale” le avrete regalato un sacco di emozioni. E l’avrete resa bella, come solo le donne divertite sanno essere.

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Il vero punto, al massimo, è scegliere QUALE tra l’ampia offerta di sex toys. Dal dildo ai vibratori classici, che sono gli evergreen con cui comunque non sbagliate mai, a tutti i modelli del genere rabbit (che sono più costosi perché più sofisticati, quindi più importanti come regali), ai massaggiatori esterni, le sfere, i vibratori clitoridei, i plug per il B-side, i bullet (che non amo) e i vibratori che stimolano il punto G. Ora, sta a voi calibrare in base al grado di confidenza che avete (che comunque si presuppone essere medio-alto), e alle informazioni di cui disponete, quale scegliere.

Io ve ne segnalo 3 che secondo me possono essere perfetti, non troppo invasivi, piuttosto trasversali e che non creeranno eccessivo imbarazzo nel caso in cui venissero scartati in presenza di altre persone:

FORM 2 di JIMMYJANE

Un massaggiatore esterno, impermeabile e ricaricabile, talmente bello e piacevole nelle linee e nei materiali, che pare di avere in mano un iPhone. Perfetto da usare da sole, ma anche in coppia, versatile e capace di donarci quel genere di placido benessere di cui abbiamo tutte in fondo bisogno.

TRANSFORMER di PICOBONG

Lo dice il nome: è il sex toy più trasversale che ci sia. Perfetto per giocare da sole ma anche con il partner. Lei e lui. Lei e lei. Lui e lui. Avvertenze prima dell’uso: sappiate che se verrà messo in scena in presenza di un uomo, esso non resisterà alla tentazione di giocarci per qualche minuto come se fosse un manubrio, un bracciale, un fucile, eccetera. A me ha ricordato le collane della Breil, quelle che andavano di moda assai nei primi anni duemila, che erano tipo il tubo della doccia e si mettevano un po’ come si voleva.

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Questo è ideale per le colleghe stressate (ma anche come strenna natalizia nelle aziende ad alta predominanza vaginale): un mini-vibratore da borsa che – udite, udite – è anche una penna usb (e tramite la usb si ricarica). Insomma, il vero must have prima di tutte le riunioni importanti.

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Se a questo punto siete convintissime anche voi di regalare un sex toy per Natale, vi ricordo che acquistandoli dal sito Ohhh, devolverete il 10% di ciò che spendete alla LILA – Lega Italiana Lotta contro l’Aids.

Ma solo se usate questo link qui!

Mi raccomando e…buono shopping natalizio a tutte!

ps: vorrei dirvi che regalare sex toys può essere anche un modo per conquistare qualcuno, ma non ho esperienze positive in merito, giacché una volta regalai delle cremine stimolanti a uno che mi piaceva, e quello le usò da solo. O comunque non con me.

De Masturbationis

Mi chiama l’altro giorno il mio amico Drugo, che è tipo il mio corrispondente dalla terronia, uno dei miei pochi amici rimasti giù. Mi chiama (tecnicamente mi manda note audio, perché se a me uno mi chiama, non rispondo, ma a priori, anche fosse Barack Obama) per dirmi che la sera prima aveva avuto una conversazione allucinante con una sua conoscente e che avrebbe troppo voluto che ci fossi stata anche io, “così, per evangelizzarla insieme”.

La suddetta conoscente, circa 30enne, laureata in nonsocché, sosteneva che masturbarsi faccia male alle donne, che non è giusto farlo, che può rendere più difficile godere poi col sesso normale, senza contare quel problema della cecità che, presto o tardi, inevitabilmente arriva, a forza di sgrillettare.

La cosa mi ha scioccata al punto che ho iniziato a riflettere non solo su quanto ci siano donne con il cervello ottenebrato da troppe minchiate e troppe poche minchie, ma anche sul fatto che le donne hanno un rapporto peculiare con l’autoerotismo, una specie di approccio ambivalente e quasi sempre sovraccarico di un giudizio morale, anche inconscio.

Foto di Sebastiano Pavia - No, non sono io.
Foto di Sebastiano Pavia – No, non sono io.

Banalmente: un uomo dirà con scioltezza che si è fatto una “sega pazzesca” o un “segone” pensando a questa o a quella (eventualmente infarcendo la narrazione di dettagli più espliciti e coloriti, e menzionando all’occorrenza la pirotecnica produzione di fluidi organici a km zero). Una donna, non dirà quasi mai una cosa simile o assimilabile.

E non è che si tratti di una pura questione di pudore, perché le donne non sono mica tutte pudiche, e anche quelle che ti raccontano i più raccapriccianti dettagli delle loro avventure di letto, con perizia e puntualità, praticamente una coito-cronaca, con note di merito e di demerito (sì, uomini, sappiate che quando uscite da casa nostra, una didascalica descrizione delle vostre arti amatorie viaggia nell’etere in almeno triplice copia diretta al whatsapp di: miglior amico finocchio, amica single, amica d’infanzia sposata che si chiede perché non trovi anche tu un bravo ragazzo come è successo a lei); anche quelle che ti dicono quanti sfinteri hanno concesso e per quante volte, le posizioni che preferiscono, le pratiche che accettano, il numero di orgasmi che hanno raggiunto (una volta una mia amica mi disse di averne avuti 32, che santalamadonna, ma com’è possibile? E poi come fate, voi che li contate gli orgasmi? Cos’è che c’avete davanti: un foglio excel, un abaco, li segnate tipo i punti del calcio balilla? Li tenete a mente? No, perché io già non sono buona a contare da lucida, figurati nel mezzo di un multi-amplesso. Se mai lascio che a contare sia lui, per narcisismo). Fatto sta che pure quelle che parlano di tutte ste robe, di autoerotismo non fanno mai la minima menzione.

E io non faccio eccezione perché, per esempio, ogni volta che vado a farmi la pulizia dentale, oppure un’otturazione, torno a casa con gli ormoni in subbuglio per tutto il giorno a causa dell’altissimo livello di manzitudine del mio dentista. Non posso farci niente, è quel tipo d’uomo con l’aria da bravo ragazzo che se lo porti a casa tutti ti fanno la ola per il colpaccio che hai fatto, ma che è chiaro che non è affatto bravo ragazzo. Alto, atletico, con i capelli, gli occhiali e un sorriso naturalmente perfetto, che mentre ti sferraglia deciso in bocca e tu sei lì in una condizione di sottomissione totale, e anche un po’ di paura,  e il suo ginocchio tocca il tuo fianco e il suo avambraccio robusto sfiora il tuo seno mentre opera, e ti dice delle robe tipo “Brava”, “Bravissima”, “Apri di più”, che io penso sempre “madresantissima”. Ecco io ho raccontato tutto questo alle mie amiche, sì certo, ma mica racconto se poi penso al dentista mentre vivo una sessione d’amore col mio rabbit.

ok il dottor ross non era un dentista, ma fate come se

Questo perché l’autoerotismo è uno degli ultimi tabù che abbiamo, nonostante le 6 stagioni di Sex and the City. Forse perché lo troviamo inconsciamente una pratica solitaria, triste, un po’ degradante, per cui ti fai da sola delle robe che dovrebbe farti un uomo, e questo ci priva di una cosa di cui abbiamo emotivamente e socialmente bisogno come dell’ossigeno: la legittimazione virile.

E ciò che ci sfugge, tuttavia, è che praticare autoerotismo è importante, specialmente per una donna. Perché vuol dire dare cittadinanza alla propria sessualità, vuol dire ammettere la possibilità di una libido consapevole e indipendente, che c’è, che esiste, e che non è solo una conseguenza del dovere sessuale nei riguardi di un pene. Vuol dire conoscere il proprio corpo e imparare a condividerlo meglio, vuol dire non smettere di essere curiosi, non stancarsi di provare sensazioni nuove, non essere censorie nei confronti del gioco che nel sesso c’è e deve esserci, affinché esso resti una vitale e sana attività, sia in termini fisici che emotivi. E tutto questo, che sembra ovvio, scontato, nel 2015, in realtà non lo è abbastanza e ve ne renderete conto anche voi quando una vostra amica single e bona (ndr) vi confesserà che non tromba da 3 anni e che per questo si è praticamente riverginizzata. Non trombare per 3 anni non va bene nemmeno se c’hai più sex toys che scarpe, sia chiaro (e di questo ne riparleremo), ma amputarsi l’eros e non masturbarsi nemmeno è pure peggio.

Inoltre non sono così persuasa del fatto che masturbarsi con un cazzo di gomma sia più triste che andare a letto con uno dei tanti uomini interrotti con cui possiamo sciaguratamente trovarci a giacere. Né penso che l’autoerotismo competa con una sessualità condivisa con un partner (nota per il mio futuro fidanzato: dovremo parlare di come gestire il mio rapporto col rabbit). Non penso nemmeno che i sex toys possano minare la complicità di una coppia, quanto al contrario arricchirla e vivacizzarla.

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Insomma, amiche, single o accoppiate che siate, provate. Masturbatevi e fatelo bene. Giocate con i vostri partner, e fatelo con gioia e leggerezza. E se volete comprare degli oggettini per farlo (sì, ricordate che le zucchine non sono pensate per quello scopo, nemmeno le banane, nemmeno i tubetti del balsamo – come faceva Manuel Agnelli nel suo Il Meraviglioso Tubetto), ecco usate questo link, perché per i mesi di novembre e dicembre, il sito Ohhh (con cui sto collaborando, alcuni di voi avranno già letto la vicenda del racconto erotico) devolve il 10% delle vendite ai miei amici della LILA – Lega Italiana Lotta contro l’Aids.

Ma SOLO se acquistate da qui.

E ricordate, un antico proverbio maori recita:

“Se le donne si masturbassero di più fisicamente e meno mentalmente, la loro vita (e quella degli altri) ne trarrebbe straordinario giovamento.”

 

Noi masturbiamo

Le Vagine sono naturalmente e geneticamente predisposte alle pugnette mentali. Questo è noto. Negarlo sarebbe ipocrita.

Certo, crescendo cerchiamo di contenerci perché a forza di “sei pazza” e “sei paranoica”, dopo i 23-24 anni, capiamo che dobbiamo sostanzialmente sbattercene preventivamente e che la cosa più saggia che possiamo ripetere a noi stesse è “sticazzi“.

Resta il fatto che noi, naturalmente, se non dovessimo adeguarci agli standard relazionali e sociali correnti, potremmo soffocarci di masturbazioni mentali e si capisce perché, in quella fase della vita in cui in noi è più forte la dimensione naturale rispetto a quella culturale, ovverosia la giovinezza, masturbiamo qualsiasi cosa. Masturbiamo una frase. Masturbiamo un gesto. Masturbiamo un non-gesto. Nelle mie performance migliori sono riuscita a masturbare anche “l’intenzione del tono”. Non è fiction, l’ho fatto sul serio. E non a 15 anni. L’ho fatto in età cosiddetta adulta, dopo già un lungo percorso formativo di auto-castrazione caratteriale. L’auto-castrazione caratteriale dovrebbe servire a diventare meno rompicoglioni (e a farsi meno pugnette) ma, di solito, funziona come quella che viene praticata agli animali domestici: l’istinto non lo perdono e si ritrovano a simulare atti osceni con un cuscino, oppure a stuprare un vecchio orsacchiotto di pezza. Nello stesso modo noi ci ritroviamo a masturbare “l’intenzione del tono”.

Non è colpa nostra. Noi masturbiamo. Ci sforziamo di non farlo e, più cresciamo, più pretendiamo da noi stesse di non masturbare. Quando eravamo piccole ci sentivamo libere di farlo. Quando eravamo piccole, in fondo, era tutto più semplice. Potevamo ammorbare un’amica per ore perché quel tipo 3 anni più grande, 2 giorni prima, ci aveva fatto uno squillo alle 22. Che va ricordata, questa cosa qui, che ora ci pare inverosimile, nell’era degli smarfon e della messaggistica istantanea gratuita ma, nei primi anni duemila, i giovani dotati di cellulare (che se eri un fico c’avevi l’Ericsson t10, se eri mainstream c’avevi il nokia3310 e se eri uno sfigato c’avevi l’Alcatel), si corteggiavano con gli squilli. Ci si squillava. Così. Per dire “guarda, ti penso”. L’sms, invece, implicava già un interesse più radicato e impegnativo. A dire il vero, all’epoca, la nostra psiche era legata a doppio filo alle onde elettromagnetiche dei nostri cellulari perché, allora, si creavano fragorosissime interferenze tra il cellulare e qualunque altro apparecchio elettronico nel raggio di 45 km e, in pratica, gli squilli si preannunciavano da soli, e noi si iniziava a palpitare prima ancora che gli squilli di fatto arrivassero. Esiste un intero x-file relativo alle adolescenti che se ne andavano in paranoia quando il rumore da onde elettromagnetiche si rivelava un falso allarme e, drammaticamente, non arrivava né lo squillo, né l’sms. Peggio ancora, quando arrivavano e non erano gli squilli o gli sms desiderati.

Quando eravamo più giovani, ci sentivamo libere di assecondarci e di dare spudoratamente importanza alle cose e alle persone sbagliate. Ci sentivamo libere di rispondere a un sms con una email lunga 3 pagine word. E non avevamo paura di sembrare così maledettamente patetiche. Quando eravamo più giovani, eravamo vulnerabili ma con una forza straordinaria, con una voglia devastante di vivere, di scoprire, di bruciarci, di sperimentare. Non avevamo paura di cercare le emozioni. Di prenderci quello che volevamo, giusto o sbagliato che fosse. Anzi, se era sbagliato, era meglio. E non davamo scadenze, nemmeno quando avremmo voluto darne. Ed eravamo talmente desiderose di scoprire che sapore aveva il mondo e di che materia eravamo fatte, che trovavamo in noi la pazienza di costruire qualcosa anche con i cazzetti più improbabili.

Quando eravamo più giovani, urlavamo, piangevamo, ridevamo, ripetevamo sempre le stesse cose, costruivamo castelli e giravamo interi sceneggiati sul nulla, o poco più. Ma tutta quella masturbatoria e inutile fatica ci permetteva, in qualche modo, di sentirci assai vive.

Oggi siamo cresciute. Non masturbiamo più. Non pubblicamente. Ci limitiamo. Ci sfoghiamo da sole, nell’0vatta fradicia del nostro vaginismo più intimo, dando quasi sempre la colpa al premestruo.

E’ che, di fatto, a un certo punto della vita succede che non possiamo più masturbare, se non risultando dei casi umani. Il punto di rottura, la linea che segna il confine tra quando si può e quando non si può più è sottile e spesso non la vediamo nemmeno. Ci limitiamo a oltrepassarla e ci ritroviamo ad essere semplicemente disinteressate: a non urlare più, a non scrivere più email lunghe 3 pagine word per nessuno, a piangere molto meno, a ridere molto meno, a raccontare molto meno, a montare canadesi che ci ospitino per una notte, invece che costruire castelli. Abbiamo altri interessi. Altre priorità.

Succede e basta.

Ma siccome la tendenza alla masturbazione la conserviamo, perché noi masturbiamo, a volte ci proviamo, con le vagine amiche, ad imbastire un tavolo di masturbazione, in assenza di un cazzetto fisso da ammorbare con le nostre insane paturnie. A volte, sì, con le vagine amiche, ci proviamo, lo facciamo dissimulando, in maniera poco diretta perché a farlo direttamente ci sentiremmo sfigate. Diciamo frasi tipo: “No, non l’ho più visto. Ma guarda non capisco perché continui a contattarmi a vuoto. Cioè, vuoi vedermi? Dillo. Non ti piaccio? Mollami. Ma non continuare a contattarmi senza che ne venga nemmeno fuori una scopata”.

A quel punto, di solito, speriamo che la vagina interlocutrice raccatti questa palla e spenda almeno 5-10 minuti in un’attività di masturbazione condivisa socialmente utile.E noi, in quel momento, sappiamo benissimo che poniamo una questione che non esiste, che se con un cazzetto non ti ci vedi è perché, semplicemente, non vi piacete abbastanza. E sappiamo benissimo che a nessuno degli  attori frega un cazzo. E sappiamo benissimo che è tutto privo di contenuti, che si parla del niente. E tutto sembra posticcio, e i tira-e-molla da liceale non interessano, e che siamo in un’età in cui le persone vanno a convivere, costruiscono progetti di vita e le questioni di lana caprina con i cazzetti disadattati potevano andar bene 10 anni fa. Non oggi.

Ma le vagine più sensibili, a quel punto, dovrebbero capire, dovrebbero prestarsi a questo volontariato personalizzato, a questa specie di mutua solidarietà, in un circolo virtuoso in cui oggi capita a me e domani a te. O ieri a te, non importa, si tratta di 10 minuti in cui bisogna, semplicemente, sfoderare il repertorio delle frasi di circostanza che TUTTE abbiamo per queste situazioni e metterle sul tavolo +  aggiungere una considerazione ad hoc, specifica per la questione posta. Il mio repertorio prevede: “Sbattitene”, “No, vabbé, ma è un coglione”, “Se ti devi bagnare, fatti una doccia” (nel senso di “se devi peccare, fallo fino in fondo”) e “Questo cazzetto ha senso se apporta un beneficio alla tua vita, viceversa piscialo”

Perché, in verità, quando poniamo una questione inutile, una volta al mese, stiamo spendendo il nostro bonus masturbazione sentimentale che, di tanto in tanto, anche se nella nostra vita non c’è nulla di sentimentale, ci serve a fingere di non aver completamente anestetizzato una parte di noi. Forse perché siamo talmente oneste da non dover simulare né orgasmi, né completezza. Forse perché sappiamo ammetterlo, a volte, che ci mancano l’intrigo, la fascinazione, la curiosità. Forse perché sentirci sedotte ci confermerebbe che siamo capaci di aprire ancora una fessura, un piccolo squarcio nella nostra cortina di ferro emotiva.

Forse nelle masturbazioni inutili, c’è solo la memoria di quelle ragazzine che spasimavano per le onde elettromagnetiche dei cellulari, di quelle che non avevano paura di sbagliare e che nella loro bulimia di vita hanno divorato tutto ciò che potevano mordere. Con tutta la pelle. Con tutta la mente. E forse in quelle masturbazioni inutili, c’è tutta l’impazienza di chi, in fondo, ha ancora urgenza di vivere.

Di vivere cose da ricordare.