Le 5 Resistenze da Single

“Come si fa?”, mi ha chiesto un’amica che da un paio di mesi è alle prese – pure lei – con una specie di relazione propriamente detta. “Come si supera la paura di essere invasi, di perdere i propri tempi e i propri spazi, la propria vita da single che tutto sommato va pure bene? La paura di essere di nuovo fregati, di ritrovarsi di nuovo a pezzi? Come si fa a proteggersi senza chiudersi a riccio, precludendosi la possibilità di stare di nuovo bene in due?”. “Tu ce l’hai fatta”, mi ha detto. “Magari hai qualche dritta da darmi”, ha concluso. Io ce l’ho fatta. A fare cosa, le ho chiesto? A non farmi più seghe mentali? A non avere più paura? A non inciampare un giorno sì e l’altro pure nella difficoltà che rappresenta includere una persona, invece che escluderla? No, non ce l’ho fatta. Ci sto provando, che è molto, molto diverso.

Come si fa a non concentrarsi sui difetti invece che sui pregi, per procurarsi la scusa necessaria a restare nella propria comfort-zone (salvo che poi,  a volte, ci sta pure una bella dose di discomfort in quella zona, però almeno è un discomfort che ci è familiare, che abbiamo più o meno imparato a gestire e quindi ci pare comunque più tollerabile)? Come si fa, eh, eh? Perché uno la fa facile. Uno pensa che il problema, la parte difficile, sia trovarlo un esemplare di pene sapiens decente (o perlomeno con un indice di casumanità abbastanza ragionevole da renderlo papabile). E beh sì, è difficile eccome. Ma non è la parte più difficile, perché poi, quando lo trovi, ammesso e non concesso che non sia la solita truffa, ebbene lì inizia la vera partita. E, fatevelo dire, la disciplina è faticosa. Lo ribadisco: FATICOSA! Ed è così faticosa perché qualunque single di vecchia data non può non inciampare nelle 5 Resistenze da Single.

1. DIVENIRE & ESSERE –> guardiamo in faccia la realtà: non siamo più ragazzine e, salvo frequentare un minorenne, è possibile che anche il nostro Campione non lo sia. Questo, se da un lato è un bene perché ci dota di quella fantomatica esperienza che dovrebbe tutelarci da un ampio spettro di fregature, vuol dire pure che abbiamo tutti la nostra storia, il nostro bagaglio di relazioni, la nostra cronologia di fallimenti, un ampio inventario di errori già commessi, di malintesi e ferite che ci portiamo necessariamente appresso. Non solo: abbiamo anche i nostri impegni, le nostre ambizioni, le idee, i traguardi, i mutui, i contratti. Da adulti dobbiamo conoscerci in un senso diverso. A differenza di quando avevamo 20 anni (che tutto sommato ci accoppiavamo con più flessibilità e ci univamo senza troppa fatica) la proporzione tra il divenire e l’essere è invertita. Per carità, eravamo anche allora, e diventiamo anche adesso, ma siamo persone costituite molto più di quanto lo fossimo prima. I nostri ego sono edificati (non sempre a norma, infatti a volte crollano) e le persone che siamo, spesso lo siamo diventate da sole. Con il prezioso contributo di terzi (e quarti, e quinti, e sesti), ma il perimetro della nostra identità non è stato dettato da un partner, non si è definito in contiguità a quello di un’altra persona a cui ci legava una relazione sentimentale apparentemente “definitiva”. Insomma, siamo ciò che siamo, coi nostri pregi, le nostre storture e i nostri irrisolti. Comprenderci e renderci intelligibili a un altro essere umano è impresa tutt’altro che banale.

2. LA LOGISTICA –> Al netto dell’enorme dispiego di forze emotive, empatiche e psicologiche (che assorbiranno ore di vita in dialoghi sfiancanti, infarciti di riflessioni intro ed esterospettive), c’è proprio che bisogna avere la capacità e la voglia di adattarsi. Se sei abituata ai tuoi famosi “spazi“, non ti viene facile cederli. Se sei abituata ad avere il tuo TEMPO per te, a disporne al 100%, è evidente che anche una riduzione del 30% sarà rilevante nell’economia della tua vita. Per dirla facile: quelle ore passate a snocciolare intere stagioni di serie tv, a leggere libri speditamente, a condurre interminabili sessioni di whatsapping con le tue amiche alla sera, a farti la manicure e la pedicure serenamente, ebbene tutte queste attività – soprattutto all’inizio – sembrano svanire dalla tua quotidianità. E sarà destabilizzante. E varrà per il tuo equilibrio circadiano/alimentare/intestinale/sociale e in alcuni casi persino professionale (perché voglio vederti al meeting delle 9 dopo che hai fatto le 3 di notte a fare all’ammore di mercoledì sera travolta dall’impeto della prima passione). Il risultato sarà che avrai arretrati di tutto (email e mutande da lavare), ti parrà ci sia più caos di prima, ti sentirai in una specie di ipotiroidismo esistenziale costante. Però ci sarà anche altro di mezzo, quindi tendenzialmente procederai.

3. LA NEGOZIAZIONE –> un altro dato di fatto, quando sei una donna adulta single, è che nelle tue precedenti relazioni non hai trovato la formula giusta, l’alchimia necessaria alla sopravvivenza del rapporto. Quasi tutte, infatti, abbiamo vissuto parentesi oscure nelle quali siamo state donne-zerbino e altre in cui siamo state donne-tiranne. E la soluzione del rebus – questo è un dato – non l’abbiamo mica trovata. Sedendoci al tavolino di una nuova relazione, dunque, dovremo capire quanto di noi siamo disposte a cedere e quanto a trattenere. Quali parti della nostra individualità dobbiamo assolutamente presidiare nonostante l’insinuazione del Maschio e cosa, invece, possiamo rielaborare insieme. Ora, detta così pare una faccenda complicatissima, e in parte lo è, ma non vorrei scoraggiarvi. Di fatto, oltre alla razionalità, ci guida anche l’istinto. Ed è vero pure che a forza di fare pratica, si impara. E che, altra cosa importante, questo negoziato non è unilaterale. Se il Candidato ha le carte in regola, possiamo aprire la trattativa con lui e usare tutti gli strumenti in possesso di entrambi per condurla a buon fine.

4. IL RISCHIO –> Sì, iniziare una nuova relazione è rischioso, certamente lo è. D’altra parte la cosa più rischiosa che possiamo fare con la vita è viverla. E vivendola, ci esponiamo al pericolo di danneggiarci e danneggiare, di collezionare nuove delusioni e di procurarne, di perdere quell’ultimo barlume di fiducia nel genere umano che – a torto o a ragione – continuiamo a nutrire. Lo sappiamo bene perché le contusioni ce le portiamo addosso. E qualcuno si porta addosso quelle che gli abbiamo elargito noi. Potremmo dire che a un certo punto si tratta di “scegliere” se rischiare o meno, ma la verità è che nei casi migliori non si sceglie nemmeno. Nei casi migliori si asseconda la vita e basta, cercando di non auto-boicottarsi troppo, con la consapevolezza della fallibilità che ci distingue ma con la speranza che si possa incontrare un buon compagno con cui fare squadra almeno per un po’. Abbiamo la sfortuna, ma secondo me è un privilegio, di non credere più alle favole, di aver debellato le tracce disneyane dalla nostra identità, di aver assistito alla fine dell’eternità. Abbiamo, in altri termini, gli strumenti per valutare, e per capire, l’altro e noi stesse (perché poi oh, magari ci sta che la dimensione di “coppia” proprio non ci calzi, tipo i jeans skinny, bisogna averci la conformazione fisica per starci dentro, altrimenti ti ci senti ineluttabilmente a disagio).

5. IL MAGO OTELMA –> proprio perché ormai sappiamo come gira il mondo, poiché abbiamo visto fiumi e affluenti di merda scorrere sui letti della nostra vita, quando ci fermiamo a pensare con lucidità al fatto che stiamo mettendo la nostra felicità (perlomeno una porzione di essa) nelle mani di un altro essere umano (peggio mi sento, un uomo), sotto l’egida della relazione eterosessuale monogama ed esclusiva, è chiaro che un brivido di terrore non possa che percorrerci la spina dorsale. Buona parte della mia vita sentimentale, per esempio, si è fondata su schemi ricorsivi, dinamiche pluri-collaudate da tutte le disfatte amorose che mi hanno vista partecipe e interprete (in ruolo offensivo o difensivo, non è rilevante). Insomma, sono l’indovina della tragedia, precorro le malefatte, le intuisco, le realizzo, le subisco. Ho il potere divinatorio di individuare subito il marcio e concentrarmici. Se ho sbagliato in passato, sbaglierò di nuovo. Se hanno sbagliato con me in passato, continueranno a sbagliare. Ora, questo in parte è plausibile, ma solo in parte. Non è mica detto che ciò che è accaduto debba ripetersi. Non è mica detto che le persone siano tutte uguali, che sottoposte alle stesse sollecitazioni rispondano in maniera identica. Non è detto che noi stesse non siamo cresciute, anzi. E non è detto neppure che questa relazione sia comprata al grande magazzino dell’amor pubblico e non piuttosto cucita su misura sulle due persone che la pongono in essere, una storia unbranded, fuori dalle etichette dell’amor borghese.

Insomma, le domande che mi ha posto la mia amica non mi sono parse banali, né puerili. Esse hanno, anzi, messo in luce una serie di meccanismi di auto-difesa che io stessa distinguo in me stessa. E non so se alla fine sia riuscita a risponderle come avrebbe voluto, perché non conosco soluzioni infallibili, formule vincenti, brevetti segreti. So solo che ci provo. Con trasparenza, con fiducia, con onestà. Dicendo ciò che penso, senza l’idea di dover dimostrare qualcosa, di dover aderire a un’immagine formale, di dover riempire la casella vuota nella vita di un altro. Dicendo ciò che penso, anche delle mie difficoltà e dei miei limiti, con la franchezza che userei con un amico, un pari, un socio, un adulto, un compagno. E per il momento va bene così.

 

 

Tradimento: da Guerra e Pace a Noi

Uno degli aspetti positivi delle serie tv, quelle che ti prendono bene voglio dire, è che quando finiscono vivi una crisi d’astinenza tale da iniziare a documentarti sui fatti a cui sono ispirate, sul periodo storico di riferimento, oppure sui libri da cui sono tratte. Mi è successo ai tempi di Romanzo Criminale (quando ho dato fondo a tutti i possibili documentari sulla Banda della Magliana), mi è successo con Narcos (dal quale sono finita a pormi interrogativi sulla storia dell’America Latina, ingiustamente trascurata da noi eurocentrici) e mi sta succendendo anche con Guerra e Pace, la serie prodotta da BBC e messa in onda da LaEffe (canale 139 di Sky, il venerdì sera dalle 21.10), che ripropone in chiave televisiva le vicende narrate nel romanzo di Tolstoj.

La serie, di per sé, ha raccolto l’entusiasmo di pubblico e critica, promossa come la migliore trasfigurazione televisiva dell’opera letteraria (considerata a sua volta, in maniera piuttosto trasversale, il miglior romanzo di sempre). Voi sapete che sono analfabeta e che faccio purtroppo una vergognosa fatica a leggere, quindi non credo che mi avventurerò realisticamente nelle millemila pagine piene di nomi russi che vabbeh-addio (sebbene Feltrinelli, per l’occasione, rilanci una versione economica del capolavoro). Però, è un fatto che in UK, dopo la messa in onda della serie, il romanzo sia entrato per la prima volta nella classifica dei libri più venduti.

Guardando le prime puntate di Guerra e Pace non ho potuto non riflettere su quanto l’amore, come leva delle relazioni umane, sia cambiato da un lato, ma rimasto uguale dall’altro. Come se gli ingredienti fossero sempre gli stessi, elaborati in maniera differente: intrigo, desiderio, passione, aspettativa, idealizzazione, attesa. E, anche, tradimento.

Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) - (C) BBC - Photographer: Mitch Jenkins
Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) – (C) BBC – Photographer: Mitch Jenkins

Ora, se in Guerra e Pace uno si ciulava (o tentava di) la moglie (o promessa sposa) di un altro, finiva che i contendenti si sfidavano a duello con le pistole e alle volte ci scappava pure il morto. Certo va considerato che, a quei tempi, si reputavano fidanzati per un bacio a stampo, perdevano la brocca per una punta di lingua e ci si sposava senza aver neppure consumato (con un partner spesso deciso dalle famiglie rispettive, in virtù dei vantaggi economici che il matrimonio avrebbe procurato). E, sebbene all’epoca non ci fossero i social network, se due se la intendevano, prima o poi la cosa veniva fuori.  Insomma, i rumors giravano anche allora.

Così mi sono chiesta cosa e quanto sia cambiato, da allora, dall’800 a oggi, nella nostra concezione e gestione del tradimento (salvo che, se oggi ci scappa un morto, lo consideriamo un caso di cronaca nera e non la normalità).

Non molto, a ben vedere. Innanzitutto, si fa presto a dire tradimento, come se i tradimenti fossero tutti uguali, come se non esistessero contorni soggettivi al concetto di tradimento e come se le persone non manifestassero diversi margini di tolleranza rispetto allo stesso. E no, non mi sto riferendo al sempreverde “il pompino non è tradimento“. Mi sto riferendo al fatto che – per quanto fastidioso e doloroso sia subirlo – esistono individui capaci di razionalizzarlo meglio di altri (che nel frattempo si armano per mettere in atto un’offensiva fisica nei confronti del partner fedifrago). Ma anche al fatto che intorno ai tradimenti si esprimono sempre moltissimi giudizi, con una facilità d’analisi spesso frettolosa, si attribuiscono responsabilità e colpe in maniera automatica e si trascura quanto, invece, l’argomento sia pernicioso e sfaccettato.

Ma cosa intendiamo per diversi tipi di tradimento? E sono essi, tutti, ugualmente imperdonabili?

1. Tradimento Platonico –> il partner intrattiene una fitta corrispondenza, talvolta intima, con una persona dell’altro sesso, sebbene con essa non abbia mai fatto nulla di fisico. Non è necessario che arrivi a scrivere sconcezze e a inviare porno-selfie, perché ci sia la sensazione di tradimento. Ci si può sentire traditi anche di fronte a una grande complicità, al buongiorno e alla buonanotte inviati all’altro come a noi, alle confidenze, al fatto che il partner sembri comunicare con più piacere con l’altro che non con noi. È sufficiente, in altri termini, che il partner stabilisca un legame di intesa con una terza persona, senza la nostra approvazione (o consapevolezza), per creare in noi i sintomi delle corna.

2. Tradimento Occasionale –>  la sbandata, la scappatella, del tipo che lei non te la dava da 6 mesi ed è arrivata Jessica Rabbit che ti ha circuito e violentato e a un certo punto tu non hai resistito. Oppure che lui ti trascurava da una vita, non ti appagava, non ti faceva sentire sufficientemente donna-donna-donna-con-la-gonna-gonna-gonna e tu hai valutato opportuno indulgere alla avances del collega del terzo piano. Il tradimento occasionale (spesso ritorsivo) succede ed è possibile che la situazione si riproponga giacché il tradimento è un po’ come le droghe: basta rompere il ghiaccio e superare lo scoglio morale iniziale (non credete MAI, anche se a volte ci si crede, al “Non capiterà mai più”). Una simpatica variante del Tradimento Occasionale è il Tradimento Superficiale, ovverosia il “ci siamo solo baciati” che, ammesso e non concesso sia vero, dona un’altra sfumatura ancora e solleva ulteriori quesiti: un bacio è tradimento?

3. Tradimento a Pagamento –> additato dai più come la forma più abietta di infedeltà, con implicazioni morali che conducono dritti all’inferno alla sinistra del Diavolo, in realtà presenta numerosi e sottostimati vantaggi: niente complicazioni, niente coinvolgimento, niente rischi di scleri e, non meno importante, sesso protetto. Semplice evacuazione con gnocca preposta allo scopo di appagare le fantasie del cliente. C’è il consenso tra le parti. C’è una transazione. Con la escort non si manderà i messaggini della buonanotte, né la chiamerà di nascosto dal cesso di casa dei suoceri dopo il pranzo di Natale. Chiaro è che in questo ragionamento non rientrano le donne che sono schiave della prostituzione, che sarebbe ben altro discorso.

4. Tradimento Seriale –> è quello che non ce n’è, per stare con un traditore seriale o devi accettarlo o devi essere tu un/a Inconsapevole Integrale (laddove l’Inconsapevole Integrale altro non è che una figura mitologica di uomo/donna ontologicamente ignaro/a di natura, comportamenti e abitudini del partner). Il Traditore Seriale non cambierà mai, non si limiterà mai, forse solo a volte e comunque con moltissima fatica. No way. Questo tradimento può persino sfiorare la patologia e nessuno, non i figli, non la casa cointestata, né le famiglie, né gli amici, né il Labrador, potrà arginarlo. Può sovrapporsi al tradimento a pagamento ma non è detto, perché talvolta è mosso da un latente e insaziabile bisogno di conferme. Oppure da un’incontenibile passione per il mambo orizzontale,  purtroppo spesso non condivisa abbastanza chiaramente con il partner ufficiale.

5. Tradimento Sentimentale –> una delle peggiori forme di tradimento, in cui non si instaura solo una relazione sessuale con un’altra persona, ma le si offre se stessi, in salsa romantica. Si creano rapporti paralleli che coesistono a fatica, che sono destinati quasi sempre a finire in maniera dolorosa per qualcuno, o per tutti. Questo è IL tradimento tout court, quello per eccellenza, quello che danneggia realmente, materialmente, economicamente ed emotivamente gli astanti coinvolti. Ma 1 volta su 100 finisce anche con un happy ending.

Esistono traditori che sostengono che il tradimento sia una cosa sana, che il segreto delle coppie felici sia praticare sesso extra-coniugale e avere piccole avventure clandestine, che offrono passione e tensione erotiche come in una relazione di lunga durata è facile che non ci siano più. Per tornare a casa, poi, e guardare più serenamente lo sceneggiato (Guerra e Pace, naturalmente) in tv. Alcuni sostengono che l’importante sia solo non farsi scoprire.

Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)
Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)

I traditi, per contro, sostengono che il tradimento faccia male. Sempre. E comunque. Che non importa di che tipo sia. Che chi tradisce viene prima o poi scoperto. O che il partner comunque se ne accorge. I traditi sostengono che il tradimento andrà sempre a ledere qualcosa di molto profondo dentro di noi, che tocca sì l’amore, ma anche il rapporto con noi stessi. Che il tradimento ci investe, interessa tutto il nostro ego e tutta la nostra sfera emotiva, sradicando le presunte certezze di cui avevamo bisogno. Facendoci sentire vulnerabili e feriti proprio dove avremmo voluto, invece, sentirci protetti e forti.

Ora, guardandola dall’esterno, possiamo ipotizzare che il motivo per cui il tradimento ci risulta così insopportabile, oggi come ai tempi di Tolstoj, è la menzogna che esso implica. La presa in giro e la conseguente compromissione del rapporto di fiducia tra i due compagni; ma anche l’impossibilità culturale di concepire una relazione in cui l’esclusiva sessuale non sia necessariamente sinonimo, presupposto e conditio sine qua non dell’amore. La confusione, stringente e innaturale, della monogamia con il sentimento.

Forse (e dico forse) se riuscissimo a evolvere la nostra concezione di relazione amorosa (alcuni ci provano, impostando una “coppia aperta” ma non è una pietanza per tutti i palati, e non è detto comunque che funzioni); se riuscissimo a non pretendere di bastare a un partner per tutta la vita, o a pretendere che ci basti solo lui; se non drammatizzassimo troppo la nostra fallibilità umana; se ci impegnassimo a essere onesti, con noi stessi e con i nostri amanti; se guardassimo quali e quanti ingredienti compongono una relazione, al netto della fedeltà formale sul materasso, e di quante emozioni diverse, è fatta la felicità; se nel sesso leggessimo meno peccato e più libertà, se lo pensassimo come espressione di sentimenti diversi, poliedrici come noi siamo, in quanto creature complesse, se ci evolvessimo al punto di saper amare e sentirci amati affrancandoci dal possesso (reale o apparente), forse il tradimento assumerebbe un valore diverso e meno nocivo, nella nostra emotività.

Dico FORSE non a caso. Poiché, come sempre, lo scarto tra la teoria e la pratica è determinante. E, tra il dire e il fare, io mi sono sempre rivelata una terrona gelosa. Però mi fa riflettere, questa similitudine, tra noi e i protagonisti di un romanzo ambientato più di duecento anni fa.

Attorno a un tema che, ciò va detto, nei secoli non è passato di moda mai.

15 Tipiche Frasi da Maschio

L’amore è un casino, le relazioni dovrebbero essere a pieno diritto inserite tra le discipline olimpioniche e quelli che riescono a farle funzionare davvero, in maniera più sana che malata, dovrebbero essere insigniti di una medaglia al valore. Perché il rapporto tra uomini e donne è complesso, lo è tra gli esseri umani in generale, figurarsi tra due entità formalmente ascritte allo stesso regno animale ma sostanzialmente diverse. E, sia chiaro, questo non vale solo all’inizio delle relazioni, quando è tutto da capire e da vivere, da scoprire e da definire. Dopo è anche più difficile perché, superata la luna di miele, il fomento e l’esaltazione amorosa, la vita va avanti. Gli eventi si compiono e spesso prescindono dal nostro volere. Si cambia, e la sfida diventa restare insieme, attraverso quei cambiamenti. Adattarsi e incastrarsi, sopravvivere, accettare il tedio, reinventarsi, essenzialmente trovare un equilibrio e riuscire a farlo in due.

In questo accidentato ma anche esaltante (…) percorso emotivo, spesso, diciamo e ci sentiamo dire frasi che sono quanto mai rivelatorie del fatto che ehi-forse-no-forse-stai-facendo-un-investimento-emotivo-del-cazzo. Però, insorditi dall’amore (che a quanto pare invalida molti sensi, a parte la vista, per cui ci persuadiamo per esempio del fatto che un primate sia bellissimo), non ce ne rendiamo conto e a fronte di questi sgradevoli input non generiamo il più saggio e auspicabile degli output (ossia “Vai a defecare”).

Facciamo alcuni esempi e mettiamo in chiaro che sì, ok, questo è un blog con una prospettiva femminile ma è assodato che fenomeni del genere si verifichino anche al contrario. Chi di noi non ha mai proferito le celebri formule “Non sei tu, sono io” oppure “Meriti di meglio, qualcuna che riesca a vivere una storia al 100% e io ora non riesco perché purtroppo sono ancora coinvolta dal mio ex tossicodipendente, ricercato, stupratore seriale di babbuini“? Tutte, quindi sì, non è che noi siamo sempre le sante e gli uomini sempre gli infami, sì, sì, lo sappiamo già, grazie, ora possiamo entrare nel dettaglio delle frasi che ci siamo sentite dire? Grazie assai.

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1. Ti voglio bene –> questa va benissimo se avete 16 anni o se a pronunciarla NON è uno per cui state sotto come una miniera di zolfo da quando Natalia Estrada era ancora sposata con Giorgio Mastrota. Attenzione, esiste anche una pericolosa variante che è “Ti sono molto affezionato“, che è a sua volta perfetta se siete un bulldog francese, un canarino, un pesce rosso o un gatto persiano esotico (avete presente quelli buffissimi che pare abbiano sbattuto il muso contro una parete di cemento armato? ecco quelli). No santo cielo, non stiamo dicendo che vogliamo che gli uomini ci dichiarino amore eterno al primo bicchiere di vino. E sì, lo sappiamo, l’amore si dimostra, non si dice. Certo. Tuttavia se stiamo con qualcuno per anni e questo non riesce a dirci che ci ama, la cosa non è che ci faccia strippare di entusiasmo. Specialmente se noi lo guardiamo e ci immaginiamo che faccia avrà da vecchio, quando i nostri figli saranno all’università a studiare, chessò, medicina o ingegneria.

2. Forse mi stai dando troppa importanza –> hai ragione, scusami. Ci frequentiamo, scopiamo, usciamo, parliamo, ridiamo, andiamo al cinema, conosco i tuoi amici e tu conosci i miei, ma sì, hai ragione tu, non vorrei mai ti venisse l’ansia e pensassi che ti sto sopravvalutando, considerandoti un maschio bianco, in età adulta, in salute, capace di intendere e di volere. Perdonami, mi impegnerò a trattarti per quello che sei: un pene con attaccate due braccia e due gambe.

3. Sono fatto così –> questa è la Wish You Were Here delle frasi di merda, l’immancabile, intramontabile evergreen nel quale tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattute. Talvolta può essere seguita da “Sono fatto male, come sono fatto male”. Ricordate di trattenere qualsiasi impulso a esercitare su di lui i frutti del vostro corso di kick-boxing. Voi siete comunque contrarie alla violenza fisica.

4. Ci stiamo solo frequentando –> questa era molto à la page anni addietro. Oggigiorno non c’è nemmeno più bisogno di esplicitare simili concetti, la cui espressione può facilmente essere affidata a quel fertile terreno per le paranoie tra uomo e donna: whatsapp. Le doppie spunte blu senza risposta, in un senso o nell’altro, dicono più di mille parole. Ma anche le spunte grigie, con il tipo (o la tipa) online da ore, che tuttavia non si degna di visualizzare e rispondere. Gli orari di accesso e una serie di altri strategici indizi che ci consentono di dire, attraverso questa digitale forma di comunicazione non verbale: a me, di te, fotte sega.

5. Sto molto bene da solo –> quintessenza del paraculismo, questa frase viene proferita soprattutto all’inizio, sovente accompagnata da locuzioni accessorie, importanti per amplificare e sottolineare il messaggio subliminale (se vuoi si ciula, poi anche ciao) del tipo “È un periodo un po’ così” e “Ho bisogno dei miei spazi“, detta come se i suoi spazi fossero la Polonia e voi foste Hitler nel 1939. Anche nella variante “Ho bisogno dei miei tempi” che, per piacere, non mettetegli prescia al ragazzo, il cuore è come l’intestino: c’è chi ce l’ha pigro, chi ce l’ha lento, c’è chi ha bisogno del bifidus actiregularis e chi soffre di meteorismo sentimentale e ogni volta che apre bocca è come se facesse una scoreggia.

6. Si è scaricata la batteria —> anche questa è stata un must della nostra giovinezza, spesso alternata con “Non c’era campo” ed evolutasi poi in “Ho finito i giga”.  Per carità, non è detto che siano sempre affermazioni false. Ma noi sappiamo quanto vorticoso può diventare il moto centripeto delle nostre ovaie di fronte a simili esternazioni, specialmente se c’era in sospeso un “ci vediamo”, “ti faccio sapere”, “ci aggiorniamo dopo”.

7. È un cesso, non mi piace —> nei casi migliori viene detta su un esemplare random di vagina che piace notoriamente a tutti, ma proprio a tutti tipo la pizza, gnocca superior, di quelle che quando passano per strada trascinano con sé una scia di sguardi ammaliati di uomini che vorrebbero sdraiarle e di donne che vorrebbero rubare loro l’identità. Ma a lui no, a lui non piace. Di faccia è carina ma è cicciona o, nei casi più esilaranti, “è TROPPO MAGRA“. Si tratta dei momenti in cui il maschio crede così fortemente nelle proprie facoltà da decidere arbitrariamente di poterci prendere per il culo. Viceversa, nei casi più macabri, la suddetta frase viene proferita in merito a quella con cui lui si metterà dopo essere stato con voi. Tipo “Ti piace quella, lo so” – “No, non mi piace, è brutta di faccia”, questo finché non si misero insieme e vissero felici e contenti, prima che lui la tradisse, come ha tradito tutte le donne prima di lei e come tradirà tutte quelle che a lei seguiranno.

8. Ti stai facendo un film —> spesso completata dal “sei pazza”, che notoriamente è la prova incontrovertibile del fatto che no, non sei pazza, forse ci stai vedendo giusto.  Se, per caso, arriva a essere aggressivo con versi endecasillabi tipo “Hai rotto il cazzo”, arricchiti dal rinforzativo “è solo un’amica/collega” potete giocarvici le Louboutin. Avete ragione voi.

9. Non sono pronto per una relazione seria —> Povero cucciolo d’uomo. Hai solo 38 anni del resto. Sei piccolo. È giusto. Scusami, non volevo gravare sulla tua già complicatissima esistenza con la mia presenza. Guarda, chiamami quando hai l’esigenza di fare alle tue gonadi ciò che si fa a inizio inverno ai radiatori. Nessun problema. Let’s take it easy. Tranqui, non mi disturberà che domani incontrerai un’altra e ci andrai a convivere e la chiederai in moglie nel giro di 1 mese. Figurati. All the best a entrambi.

10. Non è scattata la scintilla —> e le farfalle nello stomaco le senti? E le campane in testa? E le mezze stagioni esistono ancora? Cosa mi dici, a questo punto, di Venezia? Secondo te, il troppo stroppia? Ma soprattutto: hai 15 anni? O forse non sono abbastanza bella? Mio dio, scusami se non sono Eva Riccobono.

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11. I patti erano chiari —> Certo, lo sapevi. “Io non ti ho mai promesso nulla” (ciò che diceva a letto non conta ovviamente, poiché coitus vincit omnia). Lo sapevi che aveva qualche tipo di handicap. Lo sapevi che non era monogamo, lo sapevi che aveva un’altra relazione, lo sapevi che era un bugiardo fedifrago seriale. Lo sapevi, te lo dice, lui è uno stronzo, non puoi aspettarti che uno stronzo si trasformi in un muffin al cioccolato.

12. La mia ex… —> Qualunque frase che includa “la mia ex”, specialmente se viene fuori al primo appuntamento, è come una sirena dei pompieri in mezzo al traffico: fate largo e lasciatelo andare via.

13. Calmati –> Ok, adesso puoi iniziare a innervosirti sul serio.

14. Stai facendo tutto da sola –> Che già è di per sé una frase di discutibilissimo gusto, nel senso che se stiamo discutendo no, non sto facendo tutto da sola, come minimo mi stai rispondendo e non lo stai facendo in modo appropriato. Tuttavia, non essendoci notoriamente limite al peggio, è facile che essa venga immediatamente integrata da: “Hai il ciclo?“, come se avere il ciclo ti rendesse necessariamente un cerbero a 3 teste con il quale è impossibile intrattenere alcuna forma di civile dialogo. Il ché è parzialmente vero, certo, ma anche quando abbiamo il ciclo viviamo nel mondo, usciamo, lavoriamo, interagiamo con esseri umani terzi. Quindi non è che siccome ho il ciclo, ho sicuramente torto. Esistono discussioni in cui io posso essere mestruata e tu puoi comunque essere un pirla. Questo sia chiaro.

15. Ti amo a modo mio —> Qualcuno ha avuto da ridire su questo punto, sostenendo che si ama per forza a modo proprio. No, babies. Si ama in un modo condiviso, l’amore presuppone un destinatario, una controparte, qualcuno a cui quell’amore deve essere trasmesso, secondo un codice e dei canali che gli siano comprensibili. Si ama nel modo nostro, e nel modo dell’altro. Perché l’amore è un incontro, perché se quell’amore non riusciamo a esprimerlo è un sentimento abortito e storpio,  un esercizio edonistico e narcisistico, è un vezzo stilistico, è retorica, suggestione, masturbazione, quello che ve pare, ma non è amore.

E poi, al netto di queste frasi universali, ognuna di noi ha una sua specifica casistica. Personalmente annovero nel mio album degli orrori sentimentali chicche come “Aspettami ma non aspettarmi” (?), “Devi accettare...” (devo?!) e, dulcis in fundo, “Ti ho messa in panchina”.

…che poi, se hai Maradona in squadra e lo metti in panchina, il problema è che sei proprio un allenatore di merda.

“Cara Cornuta” in arrivo

*Quello che segue è un sintetico estratto di alcune conversazioni che ho avuto negli ultimi mesi, a seguito di domande come: “Beh? Allora? Che ci racconti?”, poste da amici e parenti.

***

E niente, sto scrivendo un ebook.

Ma come un ebook??

Sì sì, ma per me stessa, cioè non per un editore…

Ah…

Sì, è una cosa indipendente, niente di importante…

E che genere è? Qual è il titolo?

Si chiama “Cara Cornuta – Manuale di Sopravvivenza al Tradimento

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] ma è tipo il blog?

Sì e no. E’ più tipo un’operetta di sociologia spiccia che, accanto alla parte manualistica sul management delle corna, si lancia in un’analisi (pure quella spiccia) sul tradimento, sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla’amore, sulla sessualità, sull’onestà. Però insomma ho cercato di rendere il tutto leggibile, sai per non ammorbare il prossimo mio…

Ammazza, sembra interessante…di sicuro andrà bene!

Oddio, io mica tanto convinta. Però penso che potrebbe far discutere. Penso che potrebbe aprire un dialogo interessante, quello sì, al femminile e non solo per raccontarci le tecniche depilatorie, o le paturnie sentimentali, o le bizzarrie sessuali del nostro ultimo partner (tutti comunque rispettabilissimi argomenti).

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Penso che “Cara Cornuta” possa aprire un confronto più alto, più lucido e più critico sulla nostra emancipazione, sulla nostra femminilità, sulla consapevolezza che abbiamo di noi stesse, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero. Penso che il testo possa dar vita a uno scambio, a una riflessione propriocettiva ed esterocettiva sul nostro ruolo di donne, in senso collettivo, lato, di genere, in senso quasi politico, passami il termine…

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] e quando esce?

Appena riesco a finire tutto, direi entro metà luglio, al massimo…la cover ce l’ho già! Stiamo raffinando gli ultimi dettagli, ma è fichissima! L’ha disegnata una mia amica, che è un’artista, ma un’artista vera di quelle che un giorno puoi vantarti dicendo “io l’ho conosciuta” [che si chiama Elena Borghi, la quale oltre a essere una sopraffina paper designer è pure divertente, acuta, brillante e il bello è che non la sto sviolinando…nel caso vogliate constatare da voi, la trovate qui].

Bene, bene, avvisami quando esce eh…

Sì figurati, lo scriverò urbi et orbi quando sarà disponibile.

Ma dove lo troverò?

Su Amazon, essenzialmente. Volevo metterlo anche sugli altri store digitali, ma non c’ho il tempo, non ci riesco a fare tutto, non ci sto dietro, sto infognatissima, non vado in palestra da quando Fabrizio Frizzi e Rita dalla Chiesa stavano ancora insieme.

Ma comunque tu potresti trovarlo un editore…

Forse sì, ma per ora va bene così. Cioè io non ho bisogno di vedermi stampata in libreria, non che il mio ego non ne trarrebbe indiscusso giovamento, però la cosa che mi interessa di più è essere letta, non essere vista. Mi interessa arrivare alla gente e alla gente preferisco chiedere 3 euro invece di 13. E preferisco farlo da me, in self-publishing.

E’ una scelta giusta nel tuo caso, secondo me, il self-publishing. Ma senti come la metti con la pirateria? Cioè la gente scarica gli ebook, tipo i film, se li passano…

E vabbé, pace all’anima. Ognuno fa come crede. Se la gente lo compra e premia le nottate che ho passato a scriverlo, sono contenta. Se la gente lo scarica, ci inciampa, lo trova stampato in una fogna di Calcutta e se lo legge, e trova di pagina in pagina un motivo per arrivare alla fine, per me va comunque bene. Anche se naturalmente quelli che lo compreranno li apprezzerò molto di più.

E quanto è lungo?

Sono circa 60 pagine word…

Sarà una scrittura all’uso tuo…ci andrai giù pesante…

No, non ci vado giù particolarmente pesante. E’ un testo con delle finalità costruttive, di base.

E mercato ce n’è…

Diciamo che è un argomento controverso e spinoso, ma sensibile per molti.

Ma non hai paura dei giudizi?

Vengo giudicata costantemente per qualsiasi aspetto della mia personalità, del mio aspetto, della mia storia e della mia vita. Stronza, zoccola, cessa, pezzente, terrona, cinica, complicata, spigolosa. Che sarò giudicata, per questo ebook come per tutto il resto, lo metto in conto. Metto in conto che qualcuno mi insulterà. Metto in conto che qualcuno dirà che quelle pagine sono solo monnezza e che avrei potuto anche dormire la notte invece che scriverle. Metto in conto che il tema non susciterà simpatia e che se avessi parlato di cellulite invece che di corna avrei incontrato un plauso più trasversale. Ma penso che alle donne servano più queste riflessioni che quelle sui loro fastidiosi inestetismi cutanei. E io l’ho scritto così, Cara Cornuta, da donna a donna, come faccio sempre su questo blog, da anni. Questo sì, questo nell’ebook è proprio uguale al blog.

E in quanto tempo l’hai scritto?

Tre mesi, circa. Negli avanzi di tempo, di notte, alienandomi nei weekend.

Ma sei contenta?

Sono a pezzi, ma Sì, sono contenta.

Questione di Monogamia Vaginale

Sono anni che rifletto sulla questione monogamia versus poligamia.

Ci rifletto da quando sono stata amante, da quando sono stata cornuta, da quando sono stata infedele, da quando ho studiato scienze delle merendine e nell’esame di sociologia ho capito che quasi tutto ciò che ci insegnano essere “naturale”, è semplicemente un innesto culturale che condizionerà la nostra intera vita. Questa teoria mi ha sedotta al punto che ho deciso che anche la divisione dei generi sessuali è culturale, non naturale. Pertanto se prima del concerto degli Arctic Monkeys c’ho da pisciare e al bagno delle vagine c’è troppa coda, posso andare in quello dei cazzetti, rigorosamente in apnea e guardando fisso per terra.

Dopo anni di riflessione e di etnometodologia applicata alle mie relazioni e flirt, sono addivenuta a una serie di  banalissime conclusioni:

1. La monogamia è una piaga sociale

2. Il connubio “amore&monogamia” è un falso storico

3. La situazione peggiora di generazione in generazione, come per il mercato del lavoro: massimo sforzo, minima resa.

4. I rapporti fondati sulla monogamia, nel lungo periodo, non possono che condurre all’insoddisfazione o alla menzogna (leggi “mi scopo un travone sulla circonvalla e poi torno a casa da moglie e figli”).

La nostra natura non è evidentemente monogama e noi sprechiamo la vita nel vano tentativo di convivere con la cintura di castità che c’abbiamo nel cervello e di convincerci che sia la cosa giusta. Va anche detto che c’è una radicale difficoltà nel conciliare queste idee con la prassi quotidiana, robe del tipo: “sì ok, la monogamia è una stronzata ma se scopro che ti scopi una modella di paese, ti faccio il culo a paiolo”, oppure “non riuscirò mai a guardarti negli occhi e a dirti che sì, ti amo, ma vorrei un sacco chiavarmi l’idraulico” (per questo ed altre contraddizioni, sono chiusa in me stessa a deliberare).

Il punto a cui voglio arrivare, però, è un po’ più in là e ci arrivo perché ho frequentato – per una intensa 4 giorni – una prostata apparentemente brillante, dove per prostata intendo un cazzetto over35 (nel caso specifico di 36 anni, per i 37).

La Prostata in questione aveva i numeri giusti per creare una discreta fascinazione adolescenziale in me (ok, una tumultuosa fascinazione adolescenziale). Dalla coniugazione del congiuntivo, all’essere completamente diverso da tutto ciò che c’è stato prima, al riaccompagnarmi a casa in macchina, passando per le cene fuori, il vino, un libro da leggere anche se non leggo, un uso sconsiderato della prima persona plurale, due mani grandi, una dichiarata volubilità, una buona posizione professionale, un iPad collegato allo stereo, una notevole capacità dialettica, un ego ipertrofico, un sorriso strappamutande, un apparato emotivo problematico, un apparente approccio-kleenex all’universo vaginale. Insomma, uno di quelli con cui “te la do hic et nunc”. Poi se vede.

Il ché non avrebbe fatto la benché minima piega ai miei occhi, se non fosse che la Prostata, dalla prima sera si è dichiarata non-monogama e la mia risposta, lineare, lì per lì, tra un limone e l’altro, è stata qualcosa tipo: “Io non chiedo e non offro la monogamia”.

Tuttavia IoNonSonoMonogamo non deve avermi ascoltata, probabilmente per problemi legati alla circolazione e all’afflusso dell’ossigeno in parti altre del corpo, al punto che in 4 giorni ha sentito la necessità di ribadire la sua non-monogamia almeno altre 4 volte.

Ora, siccome sto cercando di diventare un nuovo genere di vagina, di quelle che non emettono sempre sentenze lapidarie sulla base di poco materiale di studio, di quelle che per almeno un nanosecondo mettono in discussione se stesse prima di additare gli altri, ecco, mi sono fatta delle domande. E mi sono anche data delle risposte.

E mi sono detta che no, che non ho fatto nulla per lasciare intendere che io cercassi una solida relazione monogama. Poi sì, sapere che siamo in fila fuori dalla sua porta, con il numerino in mano, ad attendere il nostro turno per essere chiavate, può non entusiasmarmi, in quanto vagina. Ma queste sono questioni di forma, che solo le prostate più di classe sanno cogliere.

La verità è che dopo 4 giorni, ciò che mi aspetto è piacevole compagnia senza impegno. La verità è che io non credevo alla monogamia di chi diceva di amarmi, di conseguenza cosa ti induce a credere che possa interessarmi la monogamia di una persona che nella mia vita è più giovane dell’ultimo numero della settimana enigmistica (che, per di più, non ho comprato mai perché io con l’enigmistica mi snervo)?

Allora ho pensato che ci sia proprio un limite culturale su questo. Che ci sia questa idea sessista piuttosto conciliante per cui io vagina sono monogama e, secondo te, metto su un vassoio il mio essere offerto incondizionatamente alla tua immensa persona. Mentre tu, prostata/cazzetto, sei un viveur, segui il tuo istinto, ami le belle donne, non sei monogamo perché, secondo te, la tua monogamia va guadagnata mentre, sempre secondo te, la mia è gratuita, in pronta consegna per il tuo ego, non appena deciderai di schioccare le dita.

Ironia della sorte, la mia più grande ambizione nella vita non è accasarmi con una prostata che mi sia fedele. Ironia della sorte io non sono una tabula rasa che aspetta d’esser riempita dal primo che passa, io non sono cresciuta sulle pale di fico d’india, io non sono una provinciale del cazzo che pensa che “stiamo insieme” solo perché sua prostaticità mi ha invitata a passare la notte da lui e a dormire nel suo alquanto scomodo letto.

Il mio provincialismo esiste, ma è altrove. E, a dirla tutta, è pure bello.

Purtroppo, per quanto io cerchi di diventare un nuovo genere di vagina, resto petulante, permalosa, pesante, cicciona e stronza. E non farò finta di non esserlo per compiacere una prostata.

Nemmeno se la Prostata c’ha la vasca idromassaggio.

Disse la pasionaria del vaginismo. 

Single vs Accoppiati – Arriva il Singles’ Revenge Day

Avere degli affairs sentimental-sessuali è fondamentale da un punto di vista sociale, prima ancora che emotivo.

Se sei single, la gente ti incontra e vuole, sostanzialmente, sapere se stai chiavando e con chi.

Questo tipo di indagine può essere condotta in diversi modi e diversi toni che variano a seconda del grado di confidenza che si ha con l’interlocutore.

Se il rapporto è, ad esempio, professionale ma confidenziale, la domanda viene posta come: “Beh? Ci sono novità?” accompagnata da tono languido e occhio vispo.

Se rispondi “No”, l’interlocutore si abbandona a esternazioni imponderabili, che oscillano tra la manifesta delusione e l’incredulità di circostanza. A quel punto, di solito, conviene aggiungere: “No, niente di particolare”, così che l’interlocutore possa sprofondare compiaciuto nell’idea di te impegnata in frenetiche sessioni hardcore fetish con Rocco Siffredi.

Quando il rapporto è intimo, invece, la domanda diventa più diretta: “Stai scopando come un riccio?”.

Il problema si pone soprattutto con quelle persone che hai sempre viziato con succulenti particolari sulla tua attività e che adesso, a prescindere, non accettano una risposta negativa. E’ più forte di loro.

Come nel caso del mio  amico Braciola che, come da manuale, in una piazza gremita di un centinaio di persone mi ha chiesto:

“Stai trombando?”

“No…”

“Dai, non dire cazzate”

“No, davvero, non sto trombando…”

“Dai, tanto non ti credo, dimmi con chi…” (è discreto, il mio amico Braciola)

E a quel punto poco conta che io gli dica: no ma sai, m’ha intervistata Vanity Fair, no ma sai sono in contatto con un editor, no ma sai sono presa bene, no ma sai sto crescendo e facendo il punto di me stessa, no ma sai voglio stare sola.

Niente. Tutto ciò non ha alcuna importanza. Lui vuole sapere soltanto se sto trombando. Ha proprio voglia di avere la sua razione di porcaggine amichevole, che ha sempre avuto e della quale non intende fare a meno. Se poi ci metto qualche dettaglio sconcio, lo rendo proprio un uomo felice. Lo rassicuro. Gli faccio capire che, nonostante l’incedere del tempo e le delusioni sentimentali, insomma, la ciola mi piace ancora. E lui è più contento.

Al di là di del caso specifico, è innegabile che la vita sessuale dei single sia un argomento assai ghiotto per amici  e conoscenti. Perché sì, ok, la vita da single c’ha tanti contro, ma c’ha anche diversi pro e uno di questi è la libertà di scoprire e di vivere ciò che si vuole (nella mente degli accoppiati; “perdersi in turbinii libidinosi senza precedenti”). Per contro sì, certo, la coppia offre sicurezza, ma segna comunque un lento declino verso la monotonia, lontano da quell’intrigo e quella trasgressione che, sempre nella fantasia degli accoppiati, sono lì, alla mercé nostra. A un tiro di schioppo. A uno schioppo di cosce.

E così, per caso, ho una folgorazione: capisco che dobbiamo divertirci con quest’arma, dobbiamo usarla a nostro vantaggio, con particolare accanimento su quel genere di coppia che si struscia e si limona in faccia a noi anche se ci siamo mollati da 24 minuti con il più grande amore della nostra vita.

Per nessun motivo particolare, se non il puro gusto di far ricordare che anche la loro scelta ha un costo.

E così, per caso, decido che venerdì 20 aprile 2012 sarà il mio personale Single Revenge Day, giorno in cui, io, single farò rosicare tutti gli accoppiati che incontrerò sul mio cammino.

Tecnicamente, direi che i single di tutto il mondo dovrebbero partecipare al Singles’ Revenge Day, per prendersi ciò che spetta loro di diritto: la loro sacrosanta rivincita emotiva. Indipendentemente dal fatto che siano single felici o disperati, indipendentemente dal fatto che abbiano 5 partner diversi a settimana o che non battano chiodo dai tempi in cui Sara Tommasi era ancora vergine.

Dovrebbero, in tale data, far sì che nella mente dei loro interlocutori accoppiati campeggi una sola domanda:

(La partecipazione al Singles’ Revenge Day è gratuita, non richiede iscrizione, né patti di sangue, né donazioni seminali. Si apprezzeranno, al massimo, coloro i quali, partecipando, avranno successivamente il buon gusto di condividere con noialtri gli esiti del loro esperimento sociale)

Come fare?

E’ sufficiente lasciar intendere (con gli strumenti più idonei all’interlocutore) che noi, single, siamo reduci da uno di quegli eccitanti incontri clandestini su cui loro amano stuzzicarsi la memoria. Ma non dev’essere un gioco accomodante per risvegliare in loro appetiti naturalmente sopiti dal regime del coito matrimoniale standard. Non dobbiamo essere i cari, vecchi amici single che mettono un po’ di pepe nelle piccole fantasie di coppia stanca e consolidata. Nossignore. Dobbiamo proprio essere impietosi (lo so, ma sono le regole del gioco), dobbiamo prendere la mira ed essere implacabili.

Qualcosa come (parlerò al vaginale, per semplicità):

“no niente, insomma, ho conosciuto ieri sera questo tipo a cena, amico di amici, avrà avuto sulla 40ina, moro, alto, secco ma ben messo. abbiamo iniziato a parlare e non puoi capire quanto mi piaceva…”

“ah, bene…è single?”

“no, in realtà no” (questo urta sempre molto gli amici accoppiati, c’è una comprensibile solidarietà tra classi emotive)

“ah…e la fidanzata non c’era?”

“no…”

“e dov’era?”

“ma non lo so…comunque, alla fine della cena si è proposto di accompagnarmi a casa e io ho accettato, ma lungo la strada abbiamo deciso di andare a bere qualcosa…siamo andati al Frizziellazzi…è stato fantastico e io più lo guardavo più avevo una voglia feroce di farmelo” (sensazione che, 9 su 10, l’interlocutore non prova più per il proprio partner dai tempi in cui ci si diplomava in sessantesimi)

“mh…” (sarà il massimo dell’empatia che vi regalerà l’interlocutore accoppiato)

“eh niente….”

“ci sei andata?”

“siiiiii” (direte voi, con aria giuliva e insopportabile. un po’ trasognata, anche)

“ma dai!!! e com’è stato?” (l’interlocutore accoppiato lì capirà che dovrà censurare il suo rodimento di culo inconscio ed essere felice per voi che siete, dopotutto, single e che provate la triste ebbrezza di svegliarvi soli e sregolati la domenica mattina)

“e niente…è stato leggendario, io ti giuro, a un certo punto non capivo nemmeno più cosa mi stesse facendo”

“ahahahah” riderà amaramente l’interlocutore accoppiato. E poi, infingardo, cercherà di minare la vostra pace dei sensi con la sibillina domanda: “E vi rivedrete?”

Voi lì sarete bravi, non mostrerete la benché minima traccia di mestizia sul volto, neanche un accenno di pentimento o senso di colpa (che vale di più per le vagine), e direte: “Ma non lo so. Non credo. Non mi importa. E’ stato così incredibile che, credimi, anche se non dovessi vederlo mai più, so felice d’averlo visto almeno una volta! Cioè, non desideravo così tanto qualcuno da un sacco di tempo!”

“Beh, bello!” dirà l’interlocutore accoppiato fortemente tentato di chiedervi qualcosa di più specifico. Ma non lo farà. Per auto-conservazione. Quindi dovrete intercettare questa sua debolezza e attaccare con:

“E poi ce l’aveva…enorme

“ahahah ma dai! Ma tipo?”, vi chiederà.

Voi lì mimerete una dimensione, ma restate nel regno della dignitosa credibilità, niente eccessi da freak di motumbiana memoria (i cazzetti, su questo punto possono mimare la dimensione delle bocce).

“OOhhhh” farà l’interlocutore accoppiato, con forzato stupore.

“Lo so, ti giuro, non posso ripensarci che se no me tocca strigne le cosce (‘che me diventa de marmo’ per i cazzetti)”

“Beh mi fa piacere, ti ci voleva proprio” e con questa bassa osservazione (“ti ci voleva proprio”), l’interlocutore  accoppiato ancora non sa d’essersi condannato al rush finale di rodimento di culo:

“In compenso oggi sono a pezzi”, direte voi “non ho dormito un cazzo”, continuerete

“Siamo stati a fa robba fino alle 6 del mattino, ho dormito 1 ora e mezza e poi me so svejata per annà a lavoro!”

Detto ciò, dovrete passargli la palla e chiedergli: “A te, invece, come va con Medioman/Mediowoman?”

Nella pochezza della sua risposta, nella noia che a rivoli verrà fuori dalle sue parole stentate, voi potrete considerare conclusa la vostra missione.

L’interlocutore accoppiato non potrà far altro, a fine serata, che tornare a casa e litigare col proprio partner.

Per nessun motivo, naturalmente. Tranne quello di essere sempre lo stesso da anni.

Consiglio conclusivo: per salvare l’amicizia con l’interlocutore accoppiato, il giorno dopo chiamatelo e confessate di aver inventato tutto perché stavate partecipando a un esperimento sociale, a un gioco. Rassicuratelo. Fategli sentire che lui, con la sua convivenza e la sua forzata monogamia, è migliore di voi, che siete single, soli e tristi e che partecipate a giochi per single, soli e tristi.

 

Fotografia 1 by Piolzam