Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
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La Gelosia Autoimmune

Il problema della gelosia è che essa è una specie di malattia autoimmune che, una volta contratta, può andare avanti tutta la vita. Una cosa che non ho mai avuto il privilegio di raccontarvi, a mia memoria, è che sono una persona gelosa. Ora, questo, finché conduco indisturbata la mia routine da single di vecchia data, lo capite, non è un problema di dimensioni rilevanti. Cioè è come un ragnetto nascosto dietro il mobile in un salone di 70mq. Chi se lo caga. Quello può anche starsene lì, tessere la sua ragnatela, ma io me ne dimentico persino.

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Unfortunately però, quando mi capita di frequentare qualcuno per un lasso di tempo che superi l’aperitivo, ecco che l’aracnide fa capolino. Io continuo a ignorarlo, dicendomi che sono grande e lui è piccolo, dicendomi che sono cambiata, che sono cresciuta, che non sono più quella ragazzina insicura che ha amato un homo puttanierens e ciò le ha causato irrimediabili ferite interiori. Che non ho più bisogno di controllare, che sono consapevole di chi sono e di quanto valgoH, che imparare a dare fiducia al prossimo è il presupposto di qualunque relazione e se questo non siamo capaci o disposti a farlo, forse non dovremmo neppure pensarci ad avere una relazione. Oppure dovremmo fregarcene, chessò. Sdrammatizzare il tradimento, non vivere con così tanta ossessione il feticcio dell’esclusiva sessuale o la paranoia dell’essere presi in giro. Insomma signori, posso ben gestire questo ragnetto. Certo, posso farlo.

E questa convinzione è valida, è solida, è importante. Finché, all’improvviso, il ragnetto non si rivela per quello che è: IT. Oppure La Cosa. Oppure Alien. Insomma una roba gigante, spaventosa, che trascende le mie oggettive possibilità di domarla. E questo non va bene, perché la gelosia è un sentimento deteriore, perché è uno dei più gravi peccati sentimentali, la gelosia. E, a quel punto, tra le nubi che offuscano la più cristallina delle relazioni, tra gli iperbolici dubbi e la paura di rivivere emozioni che ci hanno scorticati dentro riempiendoci di cicatrici mediamente ripugnanti, ecco cos’è che si fa?

Come minchia si gestisce la Gelosia Autoimmune (che, in quanto tale, non è nemmeno giustificata)? Perché non esiste un video-tutorial che ce lo insegni, il management della gelosia? Sì, ok, le solite menate politicamente corrette, va bene, ma quando sono lì che la palpebra mi balla, e la vena mi pulsa, e fumo una sigaretta dietro l’altra, e controllo l’orario chiedendomi come cazzo ci si possa ridurre con l’1% di batteria nel ventunesimo secolo inoltrato, che abbiamo pure le flebo per i telefoni, esattamente cosa devo fare per non dare di matto? E perché non è rientrato? E perché non mi scrive? Ecco, in quei momenti, quando ormai sappiamo che sono tutti sintomi di quella specifica patologia, del Sospetto Incontrollato della Qualunque, quando sappiamo che no, non è con quella tal dei tali, a fare le acrobazie su un materasso circolare, a acqua, ma siamo comunque preda di un inarrestabile turbamento, ecco, che cazzo si fa?

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Proviamo a rispondere:

  1. Respira. E mastica chewing-gum invece di fumare 20 sigarette in 1 ora, che non è il caso. Puoi anche sputarle appena hanno perso il sapore, le gomme, e ne metti in bocca un’altra. Puoi ruminare e non ammazzarti di nicotina. Che è meglio.

2. Niente. Non fare niente. Non scrivergli nulla che a te sembri “easy”. Perché NON sarà easy. Sarà come minimo una bacchetta passivo-aggressiva, una domanda inquisitoria travestita da domanda scanzonata e disinvolta.

3. ASSOLUTAMENTE NON CHIAMARLO. Per un duplice ordine di ragioni. Nel caso ti risponda, sembrerai comunque la femmina oppressiva che telefona per controllare. Voglio dire, è fuori con i suoi amici, sarà pur libero di passare 3 ore della sua vita senza contemplarti no? Se, invece, sciaguratamente non dovesse risponderti, è finita, lo capisci. Puoi salutare la tua salute mentale, e lottare invano contro l’impulso a chiamarlo ininterrottamente (nei miei periodi più bui, sono arrivata a fare anche 40 telefonate senza risposta e, solo ora, scrivendolo, nero su bianco, dopo 10 anni, m’accorgo di quanto fosse malato il tutto).

4. Ti direi anche di non stare lì a controllare l’ultimo accesso su whatsapp. Perché è una cosa che ti farà solo ribollire il sangue. Tanto più se dovessi vedere che accede e che non ti caga. Stai serena. Sta contattando gli amici con cui ha appuntamento, sta scambiando informazioni logistiche con gli altri, non ti sta mandando i messaggini coi cuoricini. Fattene una ragione e stai CALMA. Leggi un bel libro. Guardati Masterchef e alimenta fantasie erotiche con Bastianich e Cracco, insieme o in rapida successione, come preferisci. Drogati di Netflix. Fai quello che ti pare ma IMPONITI di distrarti.

5. Se proprio non riesci, come estrema difesa, metti il tuo telefono in modalità aereo, o spegnilo. Adotta una soluzione radicale. Taglia il problema all’origine. Se lui è assente, renditi più assente di lui. E stai buona.

6. Quando l’emorragia emotiva sarà rientrata, chiediti se c’è motivo di essere gelosa. È una persona ambigua che ti ha dato ragione di dubitare della sua trasparenza nei tuoi confronti? O gli stai cucendo addosso il ruolo che era di un altro? In questo ultimo caso, smettila. Comportati come una donna e non come una bimbaminchia. Nel primo caso, invece, se è plausibilmente un bugiardo (e ormai sei grande, gli strumenti per capirlo lucidamente ce li hai), renditi conto che c’è un problema e che devi affrontarlo, per il tuo benessere. E che non si risolve quando lui finalmente, rientrato a casa, ti scrive che uno pterodattilo gli aveva rubato il telefono, ma lui l’ha rincorso e con l’aiuto di una fionda è riuscito ad abbatterlo e a recuperare il suo smartphone e, finalmente, a ricontattarti.

7. L’indomani non fargli domande. Cioè, se vuoi fagliele, ma è giusto? Serve? Qual è il momento in cui devi far capire che sei psycho? Che sei quel genere di donna che controlla, verifica, mappa tutte le altre donne che possano a diverso titolo interferire con la sua vita?  Vuoi davvero spaventarlo? Vuoi davvero che ti consideri una donnetta media? Che si accorga che sei così poco self-confident? Attenzione, perché dimostrargli questo vuol dire dargli un consistente vantaggio su di te. Vuol dire mostrargli una vulnerabilità che non può aiutarti a risolvere, perché te la devi risolvere da te.

8. Vuoi davvero che inizi a giustificare l’orario in cui torna a casa? Sai che poi devi fare altrettanto? Sai che più domande inizi a fare e più te ne saranno fatte? Sai che se uno inizia a rinunciare a una parte della sua libertà, poi pure l’altro è chiamato a fare altrettanto? Sai che questo genere di rapporto non è sanissimo? Che le coppie migliori sono quelle che sanno condividersi nel rispetto degli spazi individuali? È questo ciò che vuoi? Trasformarti in una maniaca del controllo e del possesso?

9. Puoi anche farti venire un’embolia per l’ansia, ma non cambierà nulla. Non hai nessun potere, nell’immediato. Prova a usare la tua fervida immaginazione (quella che se esistessero gli Academy Awards per i Film Mentali tu faresti incetta come manco Ben Hur, o Titanic) per pensare a scenari positivi, e non necessariamente a catastrofi sentimentali, a fanta-universi post-nucleari popolati da zombie col cuore putrefatto; prova a pensare all’amore come a qualcosa di benefico e non a una lotta per la sopravvivenza.

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10. Scrivi alle tue amiche, non per ammorbarle ma per sapere come stanno. Evadi dalla bolla di disagio personale nella quale ti sei imprigionata, concentrandoti sugli altri invece che su te stessa e, nel frattempo, prendi atto. Registra. Regolati di conseguenza. Non ti caga quando è in giro? Bene, la prossima volta che esci, anche tu godrai meglio della compagnia delle persone con cui sei, senza pensare a mandare i messaggini a lui.

Ma, più d’ogni altra cosa, in generale, ricorda che la gelosia non è indice d’amore ma di insicurezza. Non esprime attaccamento ma sfiducia. Non genera fedeltà ma insofferenza, subordinazione a volte, allontanamento spesso. Persino incoraggiamento a tradire.

Ricorda che la gelosia è un sentimento comprensibile ma non encomiabile e che, nel tempo, essa ci fa apparire quanto di meno desiderabile agli occhi di chi, invece, vorremmo ci trovasse le più desiderabili tra i desideri tutti.

Non so se con voi funzionerà. Io comunque, quando ho le crisi, me le gestisco così.

Io Viaggio da Single 1 – Madrid

La prima volta è sempre così: non sei davvero sicura che ti sia piaciuto, ma senti che vuoi rifarlo subito, appena possibile, perché hai la sensazione che più lo farai, più ti piacerà. Vale per il sesso e vale anche per i viaggi da sola.

Vorrei raccontarvi tantissime cose su Madrid, la città che ho visitato lo scorso weekend, ma tutto sommato sono informazioni che potete benissimo trovare altrove, quindi proverò a parlarvi di cosa significhi, per una vagina single 30enne, terrona trapiantata a Milano, viaggiare da sola  senza un pretesto tipo andare a trovare un amico expat, andare a fare un corso di aggiornamento o partire per lavoro. Intendo proprio prenotare un periodo di tempo libero da passare fuori, da sola, per visitare un posto nuovo, e camminare e perdersi per le strade di una città tutta da scoprire.

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Premetto che ci ho pensato a lungo, prima di fare questo test (perché di test trattavasi e, in quanto test, non è che vado a farlo in Perù), perché avevo molte ritrosie: metti che ti scippano, metti che ti stuprano, metti che è triste, metti che non conosci nessuno, metti che ti deprimi, metti che ti viene un chitemmorto e hai bisogno di aiuto, and so on. Poi però, a un certo punto, ho pensato che non avevo più voglia di aspettare, incastrare, proporre, adattarmi, e che se c’è una cosa eccellente in questo specifico momento della mia vita da single è proprio la libertà di prendere e andare, senza chiedere il permesso o attendere nessuno (specialmente l’uomo della mia vita che, se esiste, evidentemente non viaggia su un agile destriero quanto su una testuggine affetta da una grave dipendenza dagli oppiacei). Così ho prenotato, volo e ostello, e sono partita.

Sissignori, ostello. Viaggiare da soli significa non dividere i costi. Pertanto, se siete ricche e potete pagarvi in toto il vostro luxury hotel di design, molto bene. Se non lo siete, l’ostello è una buona alternativa, se ne trovano di decenti, carini persino e con camere private (io, per esempio, ho preso la camera privata, perché va bene la spending review ma ognuno ha i suoi limiti e il mio limite non contempla la possibilità di dormire con 7 sconosciuti sopportandone rumori, odori e presenza). Il bagno era condiviso (“tanto comunque in vacanza non cago”, mi sono detta, prima di partire), ma veniva pulito 2 volte al giorno (lo dico per via di quella tipica germofobia italica che fa parte del nostro igienico standard culturale) e vi assicuro che ho trovato sorprese più sgradevoli nel cesso dell’ufficio che in quello dell’ostello (anche perché, in linea di massima, chi viaggia in ostello tende a essere particolarmente rispettoso degli ambienti in comune, ivi incluso il cesso). Insomma, dormire in ostello si può fare e se ce la faccio io, che ho la capacità di adattamento di un tricheco all’Equatore, può farcela chiunque. Nello specifico, ho alloggiato al Mad4You Hostel, che è molto pulito, con uno staff giovane e super-disponibile, aree in comune tra cui un patio interno attrezzato e una cucina che non ho naturalmente mai utilizzato (di grazia, non cucino a Milano ti pare che devo cucinare a Madrid). La colazione era inclusa nel prezzo, ma io ho preferito farla fuori, in un café adorabile dietro l’angolo, che si chiama Toma Café, di cui ho apprezzato la qualità del cappuccino, il repertorio musicale e il wifi gratuito.

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Detto tutto ciò, però, sarei falsa se non dicessi che in alcuni momenti ho provato sentimenti contrastanti, verso questo “lonely traveling“. Sarei falsa se non dicessi che al terzo giorno, dopo un imprevisto sul quale non vi tedio, ho iniziato a pensare che io tutta questa generale fascinazione per il viaggiare da soli come degli stronzi, non la comprendo e non la condivido poi tanto; che bello eh, per carità, di fare si fa, ma io preferisco viaggiare in compagnia; che io vivo da sola e faccio sempre quello che mi pare e che non ho certo bisogno di andare in culo al mondo per scoprire me stessa, che la conosco già a Milano, io, me stessa; e poi sì, bello fare sempre quello che voglio io. Ma tanto anche con un fidanzato, si farebbe quello che voglio io. E allora? E allora meglio viaggiare con un fidanzato che da sola, no?

Insomma, quello che voglio dirvi, amiche, è che ho avuto un attacco di vaginismo, perché l’ho avuto. E a un certo punto, complice una condizione meteorologica non favorevole (praticamente ha piovuto come manco a Londra a novembre), ho pensato che avrei preferito essere a Milano, con il mio MacBook Pro e il mio abbonamento a Netflix e la mia terza stagione di Californication con David Duchovny. E so che questo mi fa sembrare poco cool ma sticazzi, questa è la verità.

Tuttavia quel momento è passato. E ho camminato. Camminato come un’ossessa. Ho fatto fotografie e ricominciato. Mi sono fermata a fare merenda con Churros e cioccolata calda e sono ripartita. Ho battuto la città in lungo e in largo, per le grandi arterie che la attraversano e che le conferiscono il sapore delle grandi metropoli internazionali, come la Gran Via, Calle Mayor o Calle de Alcala, attraverso le piazze più note, da Sol a Plaza Mayor, passando per Plaza de Santa Ana, scendendo fino al Mercato di San Miguel (dove mi sono ingozzata di Croquetas), e risalendo per piccoli vicoli stretti (perché Madrid è in salita e discesa, e i miei polpacci al secondo giorno gridavano già vendetta), fino alla Catedral De La Almudena e al Palacio Real, per poi tagliare da Plaza De Oriente e l’Opera, bere un bicchiere di vino tinto con un Boccadillo de Jamon e proseguire. Perdermi per le stradine del quartiere universitario, che brulicano di vita e gioventù, entrare in una libreria, fermarmi in una boutique vintage sulla strada del rientro e provare un turbante, due turbanti, tre turbanti, perché volevo tantissimo comprare un turbante. Ma purtroppo, con un turbante in testa, sembro un condom e ciò mi ha indotta a desistere.

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Quel momento è passato, da solo. È passato con la pioggia della sera. Ha lasciato le strade dell’anima bagnate, e la voglia di uscire e andare a cenare a La Taberna della Daniela, da sola, sì, da sola, embé, cenare da soli non è in fondo più triste che cenare in coppia senza guardarsi, e senza avere più nulla da dirsi.  È passato in una chiacchiera con tale 20enne bionda from Toronto che era lì post-laurea a farsi il giro dell’Europa. E con un giornalista 30enne che era a Madrid per seguire so io quale torneo di tennis. E con la cena insieme ad Andrés, il mio amico venezuelano, conosciuto a Londra 10 anni fa e che da 7 anni vive a Madrid, che ho rivisto ed è stata subito carramba. E con le patatas bravas mangiate insieme a Cecilia, mia concittadina che vive e lavora a Madrid. E con la visita al museo del Prado, e le pinturas negras di Goya che sublimano e mostrano il genio e il tormento dell’artista, il buio oltre la tecnica. E con l’ultima passeggiata attraverso Plaza Mayor, la sera, mentre nel cielo buio spiccavano, come lucciole posticce, quelle robe lanciate per aria dai cingalesi. E con la sensazione di esserci e di farcela, di bastarsi e di guardare il resto, guardare tutto, oltre le aspettative e oltre i limiti, dopo l’umido della pioggia, sui mattoni lucidi della notte, tra gli artisti di strada e i senegalesi che vendono borse tarocche, e i turisti, e i madrileni. 

Quel che resta, ora che sono tornata, è la gioia di essere andata, di aver visitato un posto nuovo e di esserne tornata arricchita di stimoli e spunti, di aver superato il limite emotivo che avevo, di aver vinto la paura indistinta che nutrivo. Paura di essere palesemente e dichiaratamente sola. Di giudicare e condannare quella solitudine.

Speriamo che non mi trovo male, con me“, avevo detto a un amico, la sera prima di partire.

Forse è questo il senso del viaggiare da soli: che il compagno di viaggio con cui riuscire ad andare d’accordo, sei tu. E che la persona che impari a conoscere meglio durante la vacanza, di cui scopri nuovi aspetti, o di cui ne ricordi altri vecchi, che avevi dimenticato, sei sempre tu. Lontana dalle sovrastrutture della quotidianità, dai ruoli e dalle posture.

Aperta al fascino di tutto ciò che intorno c’è. Delle stradine del Barrio de Malasana, delle saracinesche dipinte, dei murales, dei balconi con sopra la qualunque, dei vecchi seduti sulle panchine, dei garbanzos con la carne e della tortilla, degli innumerevoli “Do you speak english?” – “Un poquito”, del verde curato, della pulizia, delle fontane, delle ceramiche, dei prosciutti appesi, delle vetrine piene di ventagli, dei negozi di souvenir e dei palazzi enormi, dei taxi economici, delle persiane, delle insegne luminose, dei mendicanti e dei sorrisi che, sul mio cammino, ho incrociato.

Quel che resta, ora che sono tornata, è la voglia di scegliere la prossima meta.

 

Vuoi tu prendere Netflix…

Una delle caratteristiche dei buoni propositi è essere, con un discreto margine di attendibilità, disattesi.

Uno dei miei buoni propositi per il 2016, a parte smettere di fumare e tutte quelle menate lì, era “uscire di più“. Dico “era” non a caso, di già, oggi, 19 gennaio, perché già so di essermi auto-boicottata. Disgraziatamente nei primi giorni dell’anno ho infatti iniziato il mio mese di prova gratuita di Netflix (per chi se lo stesse chiedendo, no, Netflix non mi ha pagata per questo endorsement).

Netflix, dicevo. Ora, qual è il problema di Netflix, per chi ancora non fosse a conoscenza di questa nuova sostanza stupefacente che pone la definitiva pietra tombale sulle mie possibilità di intrattenere una vita sociale che rasenti per lo meno la sufficienza. Che sia al di qua, per intenderci, della linea immaginaria che divide gli esseri umani integrati, dagli alienati. Il problema di Netflix è che ti propone una grande quantità di SERIE TV (mentre sui film siamo messi decisamente peggio). E ci sono tutte le stagioni, e filano giù come un buon bianco fresco quando ci sono 40 gradi all’ombra e un tasso di umidità del 50%. Non solo, quando l’episodio finisce, in pochi secondi parte direttamente il successivo. Il risultato finale è praticamente come farsi una pera, anzi un flebo, per ore, sul divano, fino a crollare tramortita a notte fonda. Non solo. Le serie che ci sono sono fighe. Per esempio c’è tutto Breaking Bad, che dovrei recuperare. C’è tutto How I Met Your Mother, che dovrei recuperare. E c’è già stata (perché me la sono già ingozzata) NARCOS, una serie sulle vicende di Pablo Escobar che, come è noto, quando c’è la malavita di mezzo (vedasi Romanzo Criminale) io vado in dipendenza immediata.
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NARCOS è bellissima, per metà in lingua originale, come le serie (e i film) dovrebbero essere, perché sono più vere, più realistiche, meno posticce (e, in genere, molto più efficaci – tipo Friends in lingua originale è un altro pianeta). Senza contare che un altro paio di stagioni e puedo hablar espanol muy bien. Ecco Narcos è quel genere di serie per cui posso serenamente boicottare qualunque cena con amici, qualunque soggetto del Tinder, qualunque evento per il quale mi sono accreditata per 2 ma a cui non andrà nessuno. Potrei persino smettere di farmi i baffetti dall’estetista, così, per puro spirito di emulazione. Ed è naturalmente ambientata in Colombia, il ché mi ha indotta a scrivere, dopo anni, al mio amico colombiano (se vogliamo trovare in Netflix una funzione socializzante e aggregante).

Al mio amico colombiano dicevo sempre che la Colombia è famosa per la cocaina e lui mi rispondeva che gli italiani sono famosi per esserne consumatori. Faceva parte del mio network londinese, ai tempi, lui, quando in una realtà evoluta come quella anglosassone non potei fare altro che socializzare con i terroni del mondo, principalmente sudamericani e turchi. Jae lo conobbi alla scuola di inglese, iniziammo lo stesso giorno, appena lo vidi mi parve spocchioso, quindi diventammo ottimi amici. Esercitavamo l’idioma a suon di birre tracannate al pub, ma anche in mezzo alle vie residenziali del nostro quartiere, in lattina, con Andrés dal Venezuela, e Oscar e Fredy. Alla base del nostro rapporto c’era la semplicità di comunicazione: ciò che non riuscivamo a dirci in inglese, provavamo a dirlo in spagnolo, o in italiano, e in qualche maniera, in itagnolo ci si capiva sempre.

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Mi soprannominò subito Miss Pomodoro e mi insegnò parole spagnole fondamentali come “porro” (canna) e “fojar” (chiavare).

L’ultima sera che uscimmo insieme, prima che io ripartissi, mi disse con grande sincerità e trasparenza, con un discreto sentimentalismo latino, che c’era questa ragazza (che ero io) che gli piaceva tantissimo, che era funny, and crazy, and sunny (si vede che ai tempi dovevo essere così) e mi chiese di baciarlo. Di dargli solo un bacio, just a kiss, no more, perché entrambi eravamo fidanzati e fare di più sarebbe stato “sbagliato”. Voleva un bacio Jae, che sarebbe rimasto lì, nella storia, perché – entrambi lo sapevamo – non ci saremmo più rivisti. Come a suggellare quell’amicizia, quella serata, quei mesi passati insieme. Non lo baciai, tuttavia, perché eravamo entrambi fidanzati (e io ero immeritatamente fedele al pene di allora). Inoltre, non era sexy.

Ora è medico, è sposato e credo abbia anche prole. Gli ho riscritto, grazie a Narcos, per sapere come sta. Per farmelo dire da lui e non dalle foto sul suo profilo. E mi chiedo a chissà quanti amici mi verrà voglia di scrivere, quando avrò del tutto azzerato le mie facoltà interpersonali dopo un inverno in compagnia del solo Netflix, il quale (complici la pioggia, il freddo e la mia sostanziale misantropia)  avrà facilmente la meglio sugli esseri umani.

Al massimo, quando avrò dato fondo allo streaming, organizzerò dei gruppi di auto-aiuto e disintossicazione, con soggetti umani afflitti dalla mia stessa patologia (giacché, questo comunque si sappia, non sono la sola, come testimoniato dalla pagina Facebook “Stare in casa is the new uscire“).

Buona alienazione da Netflix a tutti.