Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

schermata-2016-10-13-alle-01-02-14

E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.

Dimagrire con l’elettroshock

Sono a dieta da circa 4 mesi.

Sotto le minacce di un pool di medici, sono stata sottoposta a un nuovo regime alimentare a base di fibre, vitamine e proteine. Carboidrati moderati. Pasti regolari. Grassi ridotti. Addio Coca Cola. Addio Mc Bacon Menù grande con una vaschetta di maionese. Addio formaggi. Addio panna. Addio besciamella. Addio patatine Più Gusto al pomodoro, mi mancate, mi mancate tanto.

Essere a dieta non è semplice, sia chiaro, è uno sbattimento logistico-organizzativo non indifferente: plan alimentare da fare, verdure da comprare e da cucinare, pranzo da portare in ufficio e via discorrendo; il tutto senza nemmeno contare la sconfinata mestizia dei cibi consumati. E risparmiamoci la storia della “dieta non mortificante” che per me è leggendaria più o meno quanto quella del “carcere rieducativo”.

In più, se vivere in un regime ipocalorico è un sacrificio per tutti, per noi meridionali lo è ancora di più. Non lo capisci mai con tanta chiarezza come quando abbandoni Milano e parti per la Puglia o, chessò, l’Abruzzo (dove sono stata di recente, per la precisione a Vasto  – qui dove alloggiare – e posso confermarvi che anche l’Abruzzo ne sa che ne sa). Sono proprio questi, dicevo, i contesti più propizi per arrendersi alla disarmante evidenza: sono un’obesa imprigionata nel corpo di una vagina a dieta.

Mi sono infatti resa conto di 5 indiscussi fattori che complicano inesorabilmente l’intento di dimagrimento e che conto di condividere seriamente con il mio nutrizionista al prossimo controllo: 

1. Dimagrire al sud è impossibile. Puoi resistere finché  mangi a casa con i tuoi, quello sì, e comunque tra grosse difficoltà. Ma la prima volta che esci nel mondo, che vai a pranzo dai parenti, o a cena al ristorante e ordini gli antipasti misti terra e mare, o la prima volta che i tuoi amici magnano un panzerotto fritto come snack alle 3 di notte, ecco capisci che pretendere di dimagrire è talmente velleitario che avresti più probabilità di arrivare a Sharm El Sheik a nuoto.

2. Al sud abbiamo un rapporto religioso e morboso con il cibo. E’ qualcosa di ancestrale e inspiegabile, una spinta irrazionale che induce le donne meridionali a cucinare per 7 persone come se cucinassero per il raduno nazionale dei Suini Anonimi, tutti operati di bypass gastrico. Nel senso che non è ragionevole un menù con: pasta al forno (condita con sugo, mozzarella, melanzane, carne macinata, mortadella e un paio di autobotti di olio) + arrosto di carne (capocollo & bombette in doppia variante: piccanti e ripiene di provolone e salame piccante) + vino casereccio in quantità + torta salata con carciofi + frittata + peperoni arrostiti + melanzane arrostite + fiori di zucchina fritti + insalata + nodini di mozzarella + burratine + scamorza affumicata + pane + dolce + caffé + ammazzacaffé. Praticamente un suicidio assistito. Se a Jonestown fossero stati pugliesi, si sarebbero ammazzati di parmigiana di melanzane e calamari fritti.

3. Il fatto è che per noi terrons il cibo è gratificazione allo stato puro e questa cosa è fortemente connaturata al nostro modus pensandi. Per questo motivo la zucchina lessa ci ferisce emotivamente, in profondità. Essa è contraria a tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto. A Milano, per esempio, è diverso. Qui la gente si gratifica comprandosi le Luis Vouitton e considera il cibo puro carburante. Esso viene assunto non per il piacere che procura ma per le proprietà nutritive che ha, tipo le medicine. Il paradosso si raggiunge quando ti dicono che il riso in bianco con il parmigiano è “buonissimo”. Da me, il riso in bianco con il parmigiano è ciò che mangi quando stai male, ma proprio male brutto, dalla gastroenterite acuta in sù. E, quando lo mangi, i commensali ti guardano con compassione e provano più pena per te che per il cane di Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi. E non esiste nessun altro motivo al mondo (a parte una giornata/nottata passata sul cesso) per cui possa venirti in mente di mangiare riso in bianco con parmigiano. C’è anche da dire che qui a Milano ci si cura mediamente di più, la gente si fa le analisi del sangue nel tempo libero (un po’ tipo “Che hobbyes hai?” – “L’ipocondria”), e così scopri i valori del tuo sangue e te ne vai più facilmente in fissa con l’idea di essere sano. Mentre da me si va dal medico quando hai la gamba rotta, un dolore che non ti fa dormire la notte, una vertebra che se ne è andata in giro per i cazzi suoi. Le analisi del sangue si fanno ogni 15 anni, quindi giù a scofanarsi l’universo commestibile come se non ci fosse un domani. Poi magari sei a dieta e dimagrisci pure, ma fai oggettivamente il triplo della fatica perché sei in un contesto culturale in cui il cibo è sdoganato come pura forma di edonismo.

4. Il cibo per noi è convivialità. Per carità lo è anche al nord. Ma è un po’ come il sesso. Ci può essere il rapporto normale, composto, mediamente appagante e socialmente accettabile (l’aracera arrosto con spinacini di contorno e un calice di vino bianco) che fai a Milano. E poi c’è il rapporto lussurioso e peccaminoso, nocivo e ridondante, così animalesco che torni a casa con i lividi e i muscoli indolenziti, che più ne hai e più ne vuoi (la tipica abbuffata meridionale alla quale non puoi sopravvivere senza un digestivo Brioschi). Il problema è che quando sei cresciuta con il secondo genere di esperienza sessuale e alimentare, ti viene difficile poi trovare ugualmente appagante la normo-trombata senza infamia e senza lode. Cioè, l’accetti, va bene, devi pur sempre alimentarti, ma ti resterà dentro il germe dell’ingordigia, pronto a risvegliarsi da un momento all’altro.

dieta2

5. E poi c’è tutto il fattore umano, che non è trascurabile: io so che la ferisco per davvero, mia zia, se non mangio le prelibatezze che ha comprato e cucinato apposta apposta per me. Ma anche un po’ la madre di Frecciagrossa se non onoro le sue sacre carteddate natalizie. Diventi una specie di cuspide sociale, non sei né del Nord (perché non sarai mai una che a pranzo mangia 2 litri di tisana drenante) e non sei del Sud (perché hai deciso che dopo un primo e un secondo non mangerai 15 tipologie di salamino buonissimo, assaggialo che è favoloso, mena che mò ti trovi, quando ti ricapita?) Ecco, possiamo dire che il “quando ti ricapita?” riassume perfettamente il ricatto emotivo a cui amici e parenti ti espongono: automaticamente pensi che non ti capiterà per mesi e quindi t’abbotti come una giovane scrofa in fame chimica.

Considerate, quindi, tutte le difficoltà culturali e sociali, e anche il fatto che la goduria alimentare è parte integrante del nostro habitus terrons, forse la soluzione migliore per consentire a noi vagine meridionali di dimagrire definitivamente dovrebbe essere (oltre a non tornare a casa per almeno un anno) praticarci l’elettroshock. La lobotomia. L’ipnosi. Qualunque cosa che ci permetta di dimenticare una volta per tutte il sapore della puccia, della cassata, del gateau di patate, dei tubetti con le cozze, delle mozzarelle in carrozza, del pane fresco inzuppato nell’olio dei peperoni alla scacchiata, tutto in quantità inumane . Qualunque cosa possa convincerci che il cavolfiore cotto al vapore è buono. Davvero molto buono. Tipo gli hambuger di soia.

E che tutto sommato non c’è questa grande differenza tra uno yogurt vitasnella e la nutella.

O che la focaccia con le cipolle e le olive nere non è poi così tanto più gustosa di un cracker di riso…

Sì.

Ne sono sempre più convinta: elettroshock is the way!

 

Amore Terrons

Esiste una legge socio-fisica secondo la quale per ogni figlio terrons espatriato, esistono due genitori terrons che – finché ne avranno i mezzi e la salute – un paio di volte all’anno si imbarcheranno su qualche genere di aereo low cost e/o carro bestiame (di quelli che Trenitalia tipicamente adibisce al collegamento del florido Nord con il profondo Sud), e verranno a trovare noi, pezzi de core prematuramente strappati all’habitat natìo per approdare qui, nelle austere terre settentrionali, che ci hanno adottati senza amarci mai davvero.

Nel mio caso specifico, poi, le cose funzionano un po’ all’incontrario, cioè che io sono stata letteralmente spinta ad andare via, altrimenti figurati, a questa ora qui mi diletterei felicemente in faccende domestiche e cazzeggio esistenziale, facendo la dama di compagnia di qualche ruggente tarantino, senza nessun tipo di problema etico a riguardo, nel mio ruolo di impenitente bambocciona imprigionata nel corpo di una moderna schiava in carriera.

Ma non è questo il punto. L’oggetto del contendere è che i miei sono stati qui da me la settimana scorsa e l’occasione è stata propizia per mettere a punto i postulati fondamentali che, come tutti i terrons sanno, regolano e scandiscono le visite genitoriali al Nord.

meridionali

1. Far trovare sempre la casa in ordine – Punto di fondamentale importanza per offrire ai genitori l’illusione che la loro pargola sia diventata una donnina in grado di badare a se stessa, capace di scandire sapientemente il ritmo delle lavatrici, di cucinare manicaretti che nemmeno Wilma De Angelis dopo un Master da Suor Germana, e di spendere il suo tempo casalingo in un ambiente salubre, a prova di ispezione dei NAS.

2. Far trovare sempre la casa in ordine, invano – Di fatto, non ha alcuna importanza che tu abbia invaso l’Uzbekistan e deportato 10 volenterosi individui che ti hanno disinfettato l’immobile prima dell’arrivo della famiglia. L’illusione di ordine e igiene dura circa un quarto d’ora, dopo di ché, l’intransigente occhio materno s’attiva e inizia a vedere che lì, in quell’angolo, a quattro metri d’altezza, vai dritto fino alla seconda traversa, poi gira a destra, ecco lì c’è quella ragnatela che bisognerebbe togliere. Poi bisognerebbe lavare le tende. Poi bisognerebbe fare i vetri. A questo ultimo giro la Vagina Maestra s’è superata quando ha detto: “Bisognerebbe imbiancare”. Perché non radere la casa al suolo e ricostruirla dopo una disinfezione a base di napalm, a questo punto.

3. Fare la spesa hard core – Il giovane terrons si trasforma in un concorrente di Pazzi per la Spesa e, persuaso del fatto che il mondo stia andando incontro a un’apocalisse nucleare, approfitta della presenza dei genitori per comprare e trasportare qualsiasi categoria merceologica incontri sul suo cammino: fustini di Dixan come se dovesse lavare tutte le divise della nazionale di Rugby; ettolitri di detersivo per stoviglie come se facesse il lavapiatti a Versailles; rifornimenti da 400 scatolette di tonno per sfamare il quartiere. E via discorrendo.

4. Fare i lavoretti domestici – Esiste tutto un campionario di bizzarre attività che al terrons non verrebbe in mente di compiere nel suo esiguo tempo libero e che pone in essere solo ed esclusivamente in presenza dei genitori, una su tutte: lo sbrinamento del freezer. Il mio freezer ha un livello di congelamento inversamente proporzionale a quello dei ghiacci polari. Più quelli si sciolgono, più il mio freezer diventa un blocco monolitico nel quale si incastonano verdure surgelate e Tupperware di ancestrale memoria.

5. Consumare cibo terrons – Qualsiasi genitore terrons in trasferta da un figlio terrons avrà in valigia almeno un genere alimentare non autoctono, illecitamente immesso oltre il Po’, sottovuoto o mediante apposita borsa termica imbottita di ghiaccio sintetico. Un formaggio, un pacco di taralli, del pane, della focaccia, dei salumi. Questa dinamica si fonda su due fenomeni speculari e complementari: da un lato la convinzione genitoriale che al Nord non esistano esercizi commerciali preposti alla vendita di generi alimentari. Dall’altro il desiderio del figlio terrons di gustare in terra straniera quei sapori che richiamano alla  mente il luogo di origine. Oltre al fatto che sì, il rapporto qualità/prezzo è imbattibile e che la carne che mi porta mio padre, quella del mio macellaio, è più buona e questo è indiscusso perché lo dico io.

6. Consumare cibo esotico – La cena fuori – preferibilmente offerta dai figli – è un caposaldo di ogni visita genitoriale. Soltanto un terrons emigrato può capire quale soddisfazione dia un padre terrons che chiede di andare a cena al fusion perché vuole il Pad Thai, o una madre terrons che mangia gli uramaki con le bacchette. Vero scambio culturale, non c’è che dire.

7. Fare una gita – Secondo caposaldo imprescindibile di qualsiasi visita genitoriale è la scampagnata fuori porta. Quel genere di velleità da vacanziero del weekend che ti induce a visitare posti come Como o Pavia, o altre cittadine provinciali che avresti benissimo potuto non vedere mai nella vita. Eppure non importa. C’è il genitore terrons, che pure che ha viaggiato per tutta Europa, tu devi portarlo a spasso.

8. Andare all’Ikea – L’incubo dell’uomo contemporaneo dai tempi de La Cosa di Carpenter in poi si concretizza puntualmente: la Missione Ikea, rigorosamente al weekend. Non è necessario che ci sia qualcosa di preciso da acquistare, l’Ikea saprà intercettare un bisogno che non ti eri mai accorta di avere – tipo un utensile che ti permetta di grattarti la schiena e al tempo stesso scolare la pasta – e ti proporrà di soddisfarlo a un prezzo assolutamente competitivo. E così, tra orde di bambini annegati in vasche di palline colorate e spaccio illegale di polpette svedesi, riesci sempre a tornare a casa con 12 candele Tindra nuove, il tuo ottavo plaid e un par di cuscini in più.

9. Armadio Perfetto – Una cosa che qualunque terrons (meglio se vagina) sa, è che la propria strategia di conservazione degli indumenti negli appositi cassetti e armadi è agli occhi materni SEMPRE errata. O, se non altro, fortemente migliorabile. Le madri terrons in queste occasioni vengono possedute dallo spirito di Carla Gozzi, iniziano a parlare in aramaico e ti inducono a far esplodere un brodo primordiale di magliette, pantaloni e gonne, senza alcuna distinzione stagionale, nella tua camera, per essere successivamente riorganizzate secondo un criterio di natura militare.

10. Il lascito – Ciò di cui i genitori terrons si preoccupano prima che la visita finisca, è che tutto sia a posto: la casa in ordine, la macchina lavata, la dispensa piena, l’anima rinsaldata. E il figlio terrons, per quanto cresciuto, per quanto adulto, non potrà che godere del beneficio materiale ed emotivo di questo aiuto.

Snapshot_20131123_6

Ma non c’è solo questo, naturalmente, come tutti i figli terrons sanno. C’è la voglia di amarsi e di farlo il più possibile, per quel poco tempo che si passa insieme. La voglia di aiutarsi e prendersi cura l’uno dell’altra. C’è il desiderio di regalare un portafogli nuovo a tua madre e la voglia di parlare con tuo padre, che parla sempre meno. C’è che anche se hai 28 anni tra le sue braccia ti rimpicciolisci e nelle sue guance morbide ci sprofondi baci rumorosissimi. C’è che la sera prima di dormire ti stendi accanto a tua madre. E quella ti fa il solletico. E tu ridi e le dici di piantarla. E così tutto sembra come prima, come è sempre stato. E potete fare finta. Finta che lei non stia invecchiando, che tu non stia crescendo, che lei non faccia sempre più fatica a muoversi, che il tempo non passi, che tu non sia sola, che papà ricordi ancora tutto anche se inizia a dimenticare qualcosa. C’è che devi prenotare il prossimo volo per andarli a trovare. C’è che dici “Portami via in valigia” e quelli dicono “Non ci cacci in valigia”.

Non ci caccio, in valigia.

C’è che ti viene il magone quando li stringi, prima che vadano. Come sempre. Come ogni volta. C’è che non li lasceresti e invece devi, e invece dovete, perché la vostra vita è questa qua e l’avete scelto voi. Forse.

C’è che continui a ripeterti che ci sono famiglie vicine che si odiano e che l’unica consolazione, che non è poca cosa, è che in questa distanza voi vi amate come di più non sapreste fare.

Come di più non sarebbe possibile.

Questo non basta. Non basta mai. Ma facciamo tutti finta che basti, fino alla prossima visita.

Margherita Hack è una porca

Oh, buon anno.
Spero che le vostre ferie siano andate bene e spero soprattutto che siano finite, come le mie. 
 
Detto ciò, dei miei 9 giorni trascorsi in terra puglica posso dire che:
 
1. da un punto di vista alimentare ho deciso di annullare il confine tra la donna e la vacca, assumendo prelibatezze puramente terrone in quantità per lo più sconsiderata e con uno struggimento tale che pareva fosse l’ultima volta che me le magnavo nella vita (sapete, quella menata della fine del mondo…)
 
2. il bello di essere terrona e di vivere al nord è che quando torni al sud trovi alcune delle “innovazioni” del nord – che arrivano adagio, in ritardo, come gli aerei che piglio io – tramutate e rese, inspiegabilmente, oggetto di offesa ai danni del cittadino medio. Per esempio, nella mia città, all’alba del 2012, se so inventati i DOSSI. Che me sta pure bene che metti i DOSSI lungo la strada, così, ad minchiam, che se io non ce lo so che ce sta er dosso (e sicuramente non ce lo so perché in 20 anni lì non c’è mai stato un dosso) e tu nun me metti una lampadina, chessò, na fiammella alla citronella, un fiammifero, qualcosa che me permetta de vedé un minimo, e se io so già impegnata a non investì un par de cani randagi e a scostà le 13 voragini presenti su 20 metri di manto stradale (che la superficie lunare a confronto delle strade de casa mia se sente na dilettante), ecco poi è normale che io me devo frecare le sospensioni, o le gomme, o gli ammortizzatori. E nun va bene così. Un po’ come la scelta deliberata di introdurre le rotatorie nelle zone nevralgiche del traffico cittadino, così, senza un lavoro preparatorio sulla psiche del povero guidatore meridionale da sempre abituato a seguire la regola dell’ “incrocio a futt cumbagn” (anche noto come “fotti il prossimo tuo” o “chi prima arriva meglio alloggia”), che ignora totalmente principi basilari come la precedenza a destra in favore di una legge assai più intrigante: vince il più stronzo. 
 
3. ho frequentato tutti i posti della socialità meridionale che considero frequentabili. ho incrociato tanti sguardi e ne ho evitati molti altri. 
 
4. ho riprovato quell’appagamento che soltanto 2 birre e 1 cocktail a 9 euro totali possono procurarti.
 
5. ogni mattina rientravo alle 5 e trovavo la Vagina Maestra già in piedi, perché la Vagina Maestrache è l’amore più grande della vita mia non sta bene. Da tanto tempo, solo che mò va peggio. E la seconda mattina che l’ho trovata in piedi con la stampella e che m’è parsa vecchia per la prima vera volta, tirandomi fuori tutti i mostri con cui convivo, tutta quella tristezza violenta all’idea di non esserci ogni giorno, ecco io me so messa a piagne come una deficiente. Perché volevo prendermelo io il male suo. Tutto. E non potevo. Manco un po’. Poi me so placata. E le mattine successive le ho semplicemente fatto compagnia fino alle 7.00/8.00, mentre mi diceva un sacco di cose sagge sulla mia vita e io le dicevo un sacco di stronzate sulla mia vita. E la facevo sorridere. E la coccolavo assai. Poi se svejava mi padre e me ne andavo a letto. Il ché ha agevolato il mio già squilibrato bioritmo, com’è facile intuire. E continuavo a dire ai miei “ripijatemi con voi”. Ma nun me vojono, me sa.
 
 6. Sono stata tanto con gli amici miei, provando il piacere grandissimo di poterli vivere senza compromessi. Ho dispensato consigli che è un’attività alla quale sono preposta con loro, beandomi di ciascuno nella sua diversità, tra andirivieni di rozzaggini e frociaggini senza precedenti. Me piace ripensà alla nottata sul balcone di Frecciagrossa85 con Braciola e Tarallino. Mi piace ripensà alla fine di capodanno a chiacchierare di sesso con i miei 2 amici più storici, toccando apici di infinita saggezza come “Margherita Hack è una porca” (cit). Mi piace ripensà a quella sensazione d’esserci e di averli, che è una cosa che nun me capita mai a Milano, dove le persone le conosco al massimo da 3 anni. Me piace che so stata bene. Me piace che so stata bene da sola.
 
7. E Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, è stato un grande compagno di ferie, così tanto che avemo pensato che potremmo fa così: lui me se sposa e me campa e io je do un fijio. Naturalmente non scoperemmo, esattamente come tutte le coppie sposate. Però potremmo offrirci libertà sessuale, serenamente. Nun so, c’avemo da pensacce. Certo, lui è pesante e io so acida come poche, però se volemo bene.
 
8. Capodanno invece l’avemo passato alla villa al mare dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale che ha magnanimamente deciso di metterci a disposizione una villa che era già stata palcoscenico di un gran capodanno qualche anno fa. Non capisco mai se lo faccia perché ci vuole bene o perché voglia fare il figo con le vagine che ospita ogni anno e che a sto giro erano ben 2, russe, con tanto di vodka russa (che ci ha evitato di ingerire la vodka piscio comprata a 4.95 euro all’Eurospin) e insalata russa. Ma nun me importa. Io lo stimo, non fosse altro che per le sue infrastrutture, per l’impianto audio che monta ogni volta, per il proiettore, per le luci e per il rum che ce compra. Grazie!
 
 
E alla fine della fiera, l’alcol ce stava, il resto pure, l’amici anche e, quel che più conta, ce stava la musica che avevo contribuito a sceglie. E’ interessante sto passaggio, perché so partita con una serie di grandi classici rock per sfociare in qualche chicca indie degna della migliore Fujiko Night all’Estragon di Bologna, passando per CCCP e Rino Gaetano e poi…poi però il passaggio è stato inesorabile e spietato: IL TRASH!  Che sarebbe pure normale, si nun fosse che non smetto d’ascoltarlo, perché c’è da dì che il mio 2012 è iniziato sulle note di “Il triangolo no” di Renato Zero ed è proseguito ballando e urlando “coooompramiiii, io sono in veeeenditaaaaa e non mi creeeeedeereeee irraggiungibileeeeeee” oppure “coooos’èèèè laaaa vitaaaaa-a-a-a senza l’amoreeeee-e-e-e”. Il tutto inframmezzato da delle pause-spugnetta nelle quali dovevo ingozzarmi nel tentativo di non stramazzare fracica a terra.
 
 
Insomma, me so divertita assai, perché a me i capodanni alla villa dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale me piacciono sempre un sacco. Me piace bere con l’amici mia, me piace strusciarmi a Braciola che mezzo sverso me dice “Vagina, sei sempre affascinante e ultimamente ho un problema con le tue tette”, me piace la promiscuità amichevole, me piace lo streaptease del fidanzato muscoloso e glabro dell’amica mia VagiGnocca – che, per l’appunto, è gnocca paura – me piace mettere il rossetto rosso a tutti a mezzanotte – in barba alle basilari norme igieniche – e stampare baci in fronte a tutti, me piace il sorriso di VaginaAsciugamana che ogni anno a mezzanotte me mette in mano una stella filante manco c’avessimo 8 anni. E lo fa da 10 anni.
 
Me piace sentirmi a casa.
E me piace piacermi di più, perché non devo piacere a nessuno.
E allora canto, ballo e me diverto come solo quando si è liberi si può fare.  
 
Per il resto, le mie solite paturnie vaginali del cazzo le ho avute, sia chiaro. Qualche lacrima pure. Ma le ho scacciate via. E sulla pugnetta mentale, sul feticismo sentimentale, sulle stronzate nostalgiche e melodrammatiche, su quel desiderio improprio e anacronistico di avere accanto in un momento difficile chi mi aspettavo ci sarebbe stato e invece non c’era, perché umanamente non era in grado di esserci, beh su tutto questo ho comunque vinto. 
 
E ho vinto perché anche quando la Vagina Maestra è più vulnerabile sa abbracciarmi e darmi la forza di darle forza. E ci sono riuscita perché Frecciagrossa85 ha capito cosa mi crucciava senza troppe parole. E ci sono riuscita perché Tarallino dice sempre qualcosa di geniale sulle stronzate che dice Braciola e mi fa ridere. E perché VaginaAsciugamana e il suo uomo mi hanno promesso un polipo su crostone e Bologna. E perché VagiGnocca e il suo uomo muscoloso e glabro mi hanno detto di andarli a trovare a Londra.
 
Ce so riusciuta perché queste ferie sono state piene di affetto. Di quello vero che c’è da un sacco e che spero per un sacco ci sarà.
 
Il resto poco conta.
 
Però so fiduciosa. Prima o poi la smetterò di ascoltà la musica trash.