Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Nottetempo

Mi sono svegliata tardi. Troppo tardi per andare a fare colazione al bar. Voglio dire: ci vuole una bella faccia tosta a presentarsi al bar alle 12.30 di lunedì mattina e chiedere un cappuccio e una brioche. Persino io ho abbastanza pudore da non farlo, come se farlo fosse una specie di mancanza di rispetto nei confronti dei proprietari che – come tutte le sante mattine degli ultimi venti o trent’anni – si sono alzati presto per alzare le saracinesche, scaldare la macchina dei caffè, aprire i battenti della loro attività di fronte all’inizio di una nuova settimana. La gente fa presto a giudicare, a portare sul cazzo chi sembra abbia un privilegio, ignorando quasi sistematicamente che qualunque privilegio un costo ce l’ha. Per esempio, la vita da free lance disorganica che mi consente lussi come svegliarmi alle 12 di lunedì mattina, di andare in palestra alle 15, di fare regolarmente la cacca nel mio bagno ogni qualvolta lo stimolo s’affacci al mio pigro intestino, un costo ce l’ha.

Mi sono svegliata tardi, mi sono alzata, ho fatto la pipì, ho guardato la cesta della biancheria che è quasi in procinto di straripare, ma ha vissuto tempi peggiori. Mi sono lavata le mani scrutandomi nello specchio e accorgendomi che la rivoluzione ormonale che mi aveva portata ad avere ben cinque (CINQUE!) brufoli in contemporanea la settimana scorsa, forse è terminata. In compenso mi è scoppiato un capillare nell’occhio destro. Bene. Molto bene. Colpo d’aria? Pressione? Troppe sigarette? Troppi caffè? Un male incurabile e letale di cui morirò prematuramente?

Mi sono spostata in cucina. Una bottiglia vuota di Menabrea da buttare nel vetro. La moca sul fornello coi residui del caffè di ieri. Un cartone della pizza che ho ordinato per cena. Nessun piatto da lavare. Non male, anche la cucina ha vissuto tempi peggiori. Ho provato un pur minimo moto di orgoglio per me stessa, per questo fatto che sto riuscendo a essere più ordinata, se non con i ritmi circadiani almeno con la casa, a “tenerci un po’ di più”, come direbbe mia madre, che sulle faccende domestiche prova con me lo stesso tipo di frustrazione che deve aver provato il mio professore di matematica al liceo. Sciacquo la moca, butto la posa del caffè nell’umido, riempio di acqua la base e procedo con le operazioni in maniera automatica, assente. Ho un dolore alla spalla sinistra, dev’essere stata la posizione in cui ho dormito, penso, mentre aspetto che la miscela erutti riempiendo la stanza del profumo del buongiorno, sebbene sia ora di pranzo. Figata l’età adulta, mi dico, mentre sotto i nuovi libri che ho comprato e che non vedo l’ora di leggere, scorgo l’ultimo bollettino delle spese condominiali da pagare.

Non è colpa mia se mi sono svegliata così tardi. È che non ho chiuso occhio, stanotte. Ho visto l’alba sorgere, la luce filtrare attraverso la tenda, prima di riuscire a crollare. Erano le 6 passate. Mentre mi giravo da una parte e dall’altra,  ho anche pensato che avrei potuto non dormire affatto. Se fossi stata capace di essere insonne per un’altra ora, sarei potuta andarci eccome al bar, alle 7.30. Avrei anche potuto scegliere tra tutti i gusti di brioche. Però poi, a un certo punto, mentre sentivo i primi rumori della vita che si rimetteva all’opera (la serranda della signora del terzo piano che s’alzava, le automobili per la strada, gli uccelli che cinguettavano), finalmente, mi sono addormentata. Quando una nuova giornata iniziava per il resto dell’umanità, la mia volgeva al termine.

Non posso neppure dire di aver fatto tardi dopo un appuntamento focoso. Ce l’avevo un appuntamento, ieri sera, in effetti. L’ho paccato. Non posso dire di aver lavorato, letto, stirato indumenti, fatto il cambio di stagione, scritto. Sono semplicemente stata nel letto a pensare a tutte le cose che devo fare. Devo cucinare di più, mangiare meglio e tre volte al giorno (come fai a rispettare gli orari dei pasti, se non rispetti quelli del sonno?). Devo tornare dal parrucchiere, devo rifare la pulizia dei denti. Dovrei vendere quelle scarpe di Michael Kors che ho indossato una sola volta (comprate dicendomi “Vabbè, dai, è un 39 ma mi sta comodo”, per poi indossarle una volta, morire di mal di piedi e decidere che non le avrei usate mai più). Devo prenotare il treno per tornare giù a Pasqua. Devo rispondere a duemila email. Devo aggiornare il blog. Devo ricollegarmi al mondo e capire cosa succede. Devo sollecitare i pagamenti arretrati perché ho l’estratto conto che ogni volta che lo consulto mi insulta. Devo decidere cosa indossare al matrimonio a maggio. Devo farmi fare delle foto, delle foto decenti. Devo andare in palestra, cazzo.

E poi, come sempre, ho iniziato a fantasticare su una vita meravigliosa nella quale mi alzo ogni mattina alle 7, dalle 8 alle 10 faccio sport per essere tonica, dalle 10 alle 12 lavoro, dalle 12 alle 13 mi preparo un pranzo sano, dalle 13 alle 14 mangio, dalle 14 alle 15 lavo i piatti, stendo una lavatrice (che ho intelligentemente attaccato subito dopo la palestra), passo lo swiffer, pulisco i sanitari, e poi dalle 15 alle 19 continuo a lavorare. Dalle 19 alle 20 mi preparo ed esco, faccio vita sociale. E questo pensiero fa ripartire l’ansia. La vita sociale, il salone del mobile, gli appuntamenti che ho in settimana, i soldi, il tempo che quando ce l’hai a disposizione comunque non basta mai, e ancora non capisco come sia possibile.

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

Perché sì, insomma, i sogni sono desideri come cantava la Fata Madrina, ma sono pure responsabilità. Ti espongono all’urgenza di provarci, al rischio di fallire, alla complicatissima gestione delle critiche, alla versione più estrema del tuo perfezionismo. Ti spingono a ridosso dei tuoi limiti, ti impongono di uscire dalla tua comfort zone, ti fanno crescere, e tenderti, e vibrare, e un po’ tremare.

Comunque oggi passo in farmacia e compro qualcosa per dormire. Giuro.

 

Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

– E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

– Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

– Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.

Impressioni di Palestra

Tre giorni di prova in palestra.

Ho l’acido lattico nell’anima. Ho così poche energie che immortalerò le mie impressioni in maniera quanto più sintetica possibile. Che tra un po’ manco a muovere le dita riesco.

Allora:

1. La palestra è il posto in cui mi sento in assoluto più a disagio nell’universo. Potrei più facilmente posare nuda davanti a una squadra di rugbisti con velleità artistiche, che fare sport.

2. Le mie doti dialettiche, proporzionali alle mie capacità respiratorie, si riducono drasticamente appena varco la soglia del fitness.

3. Quando inizi a squamare come un tricheco nella foresta amazzonica dopo 10 minuti di PASSEGGIATA sul tapis roulant ti senti oggettivamente sull’ultimo gradino della scala evolutiva. Tipo che tra te e un geco, vince il geco, che può pure perdere la coda e continua  a vivere, in effetti, quindi forse non ho scelto proprio l’animale più stronzo del creato, ecco, per l’appunto, nemmeno un esempio calzante mi riesce di fare.

4. Sono piuttosto persuasa del fatto che l’istruttrice sia il Sergente Hartman  sotto mentite spoglie. Per ora è carina, mi dice anche “brava”. Ma io lo so, è solo questione di tempo e inizierà ad appellarmi pubblicamente “Palla di lardo”.

5. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager

6. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager e ti dicono nello spogliatoio “Io odio la palestra”. Potrebbe succedere che tu, cicciona, risponda “Anche io”. Alché loro ti spiegheranno che odiano la palestra perché sono pallavoliste, nuotatrici e lanciatrici di giavellotto. E tu vorrai implodere, come un blob, nel tuo grasso.

7. Il tapis roulant è noioso

8. Il cross trainer è spossante ma mentre lo fai senti già che le tue cosce e il tuo culo ti rendono grazie e ti amano per l’oggettivo sforzo che stai facendo.

9. Non osservare mai altre vagine sul cross trainer. Inutile illudersi: loro sono sinuose, sensuali e attillate. Tu sei un cesso.

10. Un aspetto positivo dell’andare in palestra è che in tutte la altre situazioni sociali non ti sentirai più particolarmente fuoriluogo. Non perché tu sia più sicura di te. Semplicemente perché sarà difficile che esista una situazione sociale in cui tu possa essere più inappropriata.

11. Gli addominali sono contro la mia religione. Sono una cosa che fatico a comprendere. Passo la vita a tenere la pancia in dentro e poi arrivo lì e mi stendo a contrarre i muscoli e gonfiare la panza nell’illusoria speranza che tra 100 anni, sotto strati geologici di grasso, compaiano dei muscoli.

12. Ho osservato attraverso i vetri trasparenti un esercito di donne toniche che voi umani non potete immaginare, le ho guardate fare 1 ora di Zumba Fitness e ho capito che lo Zumba Fitness è il demonio. Io non mi esagiterò su quella musica. No. A parte che potrei morire di insufficienza respiratoria.

13. Dovrò sopportare il fatto che in palestra tutti flirtano tranne me.

14. Quando mi metto a cavalcioni su una panca, però, sto meglio. Mi sento più a mio agio.

15. Per non farmi paralizzare dalla presenza di uomini attorno a me, mi concentro sul pensiero che quanti più muscoli hanno, tanto più piccolo sembra il loro pisello quando sono nudi.

Per ora è tutto.

Credo di morire,

vostra

VagiFit

Cara American Contourella

Ci sono eventi imponderabili nella vita di una vagina. Eventi del tutto accidentali, contro i quali nulla si può.

Per esempio questo:

Mi scuso per la qualità infima della foto ma i miei potenti mezzi performano come i miei addominali. Tecnicamente, il messaggio recita:

Ciao, ti ricordiamo che il tuo abbonamento è in scadenza questo mese. NON RINUNCIARE AL TUO BENESSERE! Ti aspettiamo :)”

Ora, cara American Contourella, punto primo, chi minchia vi conosce che mi date del tu. Non è che siccome sono iscritta nella vostra palestra dovete pensare che io sia una tipa sportiva o che siamo amici perché ci siamo visti 2 volte.

Punto secondo, cosa vi autorizza a impormi un imbarazzante bilancio esistenziale che, impietoso, mette a dura prova la mia momentanea lucidità vaginale (che non è una figura retorica, bensì uno sporadico fenomeno paranormale) più di come facesse la leg extension con le mie cosce?

Ma ormai il danno è fatto. La pigrizia inizia a fornicare con il senso di colpa: 1 abbonamento annuale, 500 euri investiti, 3 mesi netti di palestraE poi quella domanda, feroce, che si pianta nel cervello, ci monta una canadese e dichiara d’occuparlo fino a maggio: “E mò, che cazzo faccio?”

Mi riprendo per il culo e pago un altro anno lì? Mi rimetto a fare un’indagine di mercato per scegliere in quale palestra NON andare? O mi arrendo all’obesità e alla mia artrosi più precoce dell’eiaculazione del maschio medio italiano?

Che poi è un po’ quello che ci chiediamo nelle nostre più riuscite relazioni sentimentali: continuiamo a prenderci per il culo o ci arrendiamo all’evidenza (delle corna o dell’insoddisfazione, a seconda dei casi)?

Trans-Gender Emotiva

Non smetto di ascoltare Everybody’s got to learn sometimes, colonna sonora di “Eternal sunshine of the spotless mind” (perché io mi rifiuto di chiamare un film così bello “Se mi lasci ti cancello“).
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non perché io abbia rivisto il film su la7, dove per pura coincidenza lo stavano passando.
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non ho più smesso.
Ho riguardato qualche immagine. Poche, quelle del videoclip, sufficienti per capire che no, che non sono ancora pronta per rispararmelo tutto.
Attualmente sono impegnata in uno slalom sentimentale tra i ricordi. Attualmente sono una trans-gender emotiva.
Vado altrove: senza rabbia, senza foga, senza risentimento, senza pentimento.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Ci penso come se le mie dita si intrecciassero ancora con le sue, mentre cresco.
Come se il mio palmo potesse plasmarsi sul suo, come se i miei polpastrelli potessero morbosamente indugiare sulla sua pelle, quella che c’è tra un dito e l’altro. Come se, ogni volta che mi va, potessi dargli i baci sul dorso delle mani per impararle a memoria, per trovarci tutta la rassicurazione che non sapevo trovarci più.
Ci penso come se fosse ancora al mio fianco. Come se mi augurasse in bocca al lupo prima di un colloquio. Come se mi dicesse che sono brava, che non devo mangiare schifezze, che devo andare in palestra, che ho la lingua biforcuta, che sono un “uncino nel culo“, che sono divertente, che ho seguito tutti gli step per la presa del potere e l’instaurazione del regime totalitario dell’M.U. (movimento uterino). Ci penso come se potessi ancora ridere con lui. Di me, di noi. E degli altri.
Ma forse, in realtà, abbiamo più litigato che riso. Ma non importa. Ora sono i miei ricordi e basta, sono sola, senza contraddittorio, e ricordo il cazzo che mi pare…
Penso a lui. Ogni giorno. Ma non mi preoccupo.
So che nessuno più saprà analizzare i miei dvd nella colonna come ha fatto lui, la prima volta, a casa mia. Ma so anche che tra qualche tempo, mi sveglierò e non mi importerà nulla. E tutto sarà lontano, proveniente da una vita che non mi apparterrà più.
Ricorderò qualcosa e ciò che ricorderò sarà buono. Perché con lui, io so che del buono c’è stato. O magari dimenticherò e in quel caso sticazzi.
Ma, di solito, quelli dello scorpione non dimenticano.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Penso a lui ma non mi preoccupo.
Accetto tutti i miei limiti. E non mi forzo. Passerà.
Mi limito ad amare chi c’è.
Il resto passerà. Tutto passa. Lo dico anche a Braciola, tutto passa.
Accetto i ricordi con cui convivo. Accetto la caducità delle relazioni. Accetto l’idea che il confine tra l’amore e la circostanza sia assai più sottile di quanto non si creda.
Accetto di essere terrorizzata dal suo cassetto – come in un horror sentimentale anni settanta.
Accetto di non avere il coraggio di ascoltare “Il Paradiso” rifatta dai Lombroso.
Accetto di non essere pronta a riguardare Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
Sono una trans-gender emotiva. E’ come se mi avessero amputato il pisello, ma io mi posizionassi ancora in piedi per pisciare.
Siccome è venerdì, cambio mood.
Il weekend è alle porte.
Che il vostro sia ricco. E piacevole.

#avereventanni

Le mie orecchie fischiano.
Tecnicamente non hanno mai smesso di fischiare.
Da ieri notte.
Famola breve: sono uscita da lavoro, sono andata in palestra, mi sono sperticata sulla cyclette conseguendo il risultato di 57 minuti e 34 secondi. So tornata a casa, masticando una Vigorsol Air Action (sì, quella della puzzola che scoreggia menta) perché ho deciso che appena dopo lo sport non è cosa buona e giusta fumare.
Me so lavata, me so mangnata la frittata, me so vestita secondo un codice softly-rock, ho pure tentato di sfoderare la mia borsa con la Union Jack che è estremamente indie ma s’è fatta vecchia, quella. Ecco io non so voi, ma io ho un serio problema a sbarazzarmi del vecchiume. Probabilmente nasce dal morboso rapporto con gli oggetti tipico della figlia unica, probabilmente è la ritrosia innata verso qualunque cambiamento esistenziale – inclusi quelli di guardaroba – però a me prende proprio male buttar via il vecchio per il nuovo. A volte ci riesco. Ma, di solito, succede se sono preda di una psicosi riordinante, fredda e lucida che mi fa accantonare tutti i ricordi che mi legano a quel determinato oggetto, in favore di una razionalità agghiacciante, secondo la quale, non è vero che in 40 metri quadri io posso conservare…TUTTO.
Comunque dicevo, alle 22.30 è passata a prendermi GuruVagina e siamo andate al Rocket, dove abbiamo incontrato giordièquasimagia – il suo migliore amico – e un’altra amica. Abbiamo bevuto 3 negroni lei e 2 vodka lemon io, in questo celebre locale che frequenta la gente awannasgheps milanese. Mediamente piccolo e sovraffollato di un foltissimo frociame, il Rocket accoglieva una popolazione variegata di giovanissimi e meno giovani, di occhiali da nerd su camicia a scacchi, vagine con invidiabili tagli lesbo e artisti del panorama rock indipendente italiano.
– sugli invidiabili tagli lesbo, di quelli cortissimi col ciuffo lunghissimo, io posso dire che: da vagina dotata di un pagliericcio crespo non meglio definito in testa + congenito sovrappeso – ho sempre invidiato quelle che hanno il bulbo docile e la possibilità di sbizzarrirsi creativamente con i tagli. Nel mio caso, un numero importante di traumi infantili, nati dalle manipolazioni psicologiche che la Vagina Maestra poneva in atto sulla mia piccola psiche per convincermi a optare per il mostruoso “taglio alla maschietto“, combinati con una scarsa audacia esistenziale che di solito mi fa dire al coiffeur “spuntali il minimo indispensabile”, fanno sì che io abbia da 10 anni – forse 15 – lo stesso taglio, suscettibile di modifiche minime delle quali – essenzialmente – mi accorgo solo io. L’ultima volta che la Vagina Maestra mi ha fregata è stato dopo la prima comunione, quinta elementare. Serafica, mi ha proposto il mostruoso “taglio alla maschietto” e, naturalmente, mi ha convinta. Perché non è che mi violentasse. No, no, mi persuadeva proprio. Io voglio, a questo punto, solo lasciarvi immaginare cosa abbia voluto dire per me affrontare la scuola media con un look degno dei Bee Hive (ciuffo rosso escluso, of course).
– sugli artisti del panorama rock indipendente italiano, io posso dire che: ho visto un tipo alto, un po’ lercio e allampanato. Ed era Roberto Dell’Era degli Afterhours. Poi ho visto un tipo buffo con la farfuglia in testa e la barba e una faccia troppo divertente. Ed era Dario Ciffo dei Lombroso, ex violinista degli After. E avrei voluto molto andare da lui e dirgli “so che sgroccavi sempre le sigarette (come racconta Manuel Agnelli in “Non usate precauzioni, lasciatevi infettare“), fumi?”, porgendogli come nella migliore tradizione da telenovelas sudamericana una sigaretta. Ma non l’ho fatto. Sono provinciale. Ma lo tengo per me.
A concerto finito stavamo valutando l’ipotesi di andar via ma giordièquasimagia ha detto che no, che lui sarebbe rimasto, anche perché era impegnato in uno sgamo-violento con un tipo che pareva Brandon di Beverly Hills 90210 però con lo stile di Dylan McKay. GuruVagina mi ha guardata e mi ha detto che una mezz’oretta in più a ballare potevamo anche farla e io, che avevo già composto lo 024040 per chiamare il taxi e tornare a casa, ho sentito che sticazzi anche sì, che tanto comunque soffro d’insonnia e prima delle 2 nun m’addormento mai. Allora abbiamo ballato tra questi giovani, con la musica messa da un deejay che secondo me era nato negli anni novanta, quando per radio passavano What is love?
E io me so sentita giovane, giovanissima, e faceva caldo, e la gente fumava dentro, e hanno messo i bloc party, e gli strokes, e gli arctic monkeys, e forse semo troppo vecchi, forse si vedeva che eravamo gli unici che il giorno dopo sarebbero andati a lavoro, in mezzo a una manica di fancazzisti, e universitari, e musicisti. Però mi sono sentita giovanissima, ho pensato a tutta la vita che me so persa negli ultimi 3 anni, a tutte le volte che non ho bevuto, che non ho riso, che non ho ballato, che non ho urlato perché riconoscevo una delle mie canzoni preferite dalle prime note.
Ho ripensato che ho 26 anni e che devo iniziare subito, iniziare subito a fare tutto prima di sentirmi troppo vecchia per farlo.
Ho pensato che tornare a casa con GuruVagina alle 02.30 per far tardi il giorno dopo a lavoro è divertente, parlando di Facebook e Twitter, e di quanto dobbiamo uscire di più, anche in settimana e frequentare questi posti e non gli aperitivi sfighi in corso sempione, decidendo che dobbiamo assolutamente #avereventanni e averli a lungo, fino all’ultimo giorno, prima d’averne 30.