Nottetempo

Mi sono svegliata tardi. Troppo tardi per andare a fare colazione al bar. Voglio dire: ci vuole una bella faccia tosta a presentarsi al bar alle 12.30 di lunedì mattina e chiedere un cappuccio e una brioche. Persino io ho abbastanza pudore da non farlo, come se farlo fosse una specie di mancanza di rispetto nei confronti dei proprietari che – come tutte le sante mattine degli ultimi venti o trent’anni – si sono alzati presto per alzare le saracinesche, scaldare la macchina dei caffè, aprire i battenti della loro attività di fronte all’inizio di una nuova settimana. La gente fa presto a giudicare, a portare sul cazzo chi sembra abbia un privilegio, ignorando quasi sistematicamente che qualunque privilegio un costo ce l’ha. Per esempio, la vita da free lance disorganica che mi consente lussi come svegliarmi alle 12 di lunedì mattina, di andare in palestra alle 15, di fare regolarmente la cacca nel mio bagno ogni qualvolta lo stimolo s’affacci al mio pigro intestino, un costo ce l’ha.

Mi sono svegliata tardi, mi sono alzata, ho fatto la pipì, ho guardato la cesta della biancheria che è quasi in procinto di straripare, ma ha vissuto tempi peggiori. Mi sono lavata le mani scrutandomi nello specchio e accorgendomi che la rivoluzione ormonale che mi aveva portata ad avere ben cinque (CINQUE!) brufoli in contemporanea la settimana scorsa, forse è terminata. In compenso mi è scoppiato un capillare nell’occhio destro. Bene. Molto bene. Colpo d’aria? Pressione? Troppe sigarette? Troppi caffè? Un male incurabile e letale di cui morirò prematuramente?

Mi sono spostata in cucina. Una bottiglia vuota di Menabrea da buttare nel vetro. La moca sul fornello coi residui del caffè di ieri. Un cartone della pizza che ho ordinato per cena. Nessun piatto da lavare. Non male, anche la cucina ha vissuto tempi peggiori. Ho provato un pur minimo moto di orgoglio per me stessa, per questo fatto che sto riuscendo a essere più ordinata, se non con i ritmi circadiani almeno con la casa, a “tenerci un po’ di più”, come direbbe mia madre, che sulle faccende domestiche prova con me lo stesso tipo di frustrazione che deve aver provato il mio professore di matematica al liceo. Sciacquo la moca, butto la posa del caffè nell’umido, riempio di acqua la base e procedo con le operazioni in maniera automatica, assente. Ho un dolore alla spalla sinistra, dev’essere stata la posizione in cui ho dormito, penso, mentre aspetto che la miscela erutti riempiendo la stanza del profumo del buongiorno, sebbene sia ora di pranzo. Figata l’età adulta, mi dico, mentre sotto i nuovi libri che ho comprato e che non vedo l’ora di leggere, scorgo l’ultimo bollettino delle spese condominiali da pagare.

Non è colpa mia se mi sono svegliata così tardi. È che non ho chiuso occhio, stanotte. Ho visto l’alba sorgere, la luce filtrare attraverso la tenda, prima di riuscire a crollare. Erano le 6 passate. Mentre mi giravo da una parte e dall’altra,  ho anche pensato che avrei potuto non dormire affatto. Se fossi stata capace di essere insonne per un’altra ora, sarei potuta andarci eccome al bar, alle 7.30. Avrei anche potuto scegliere tra tutti i gusti di brioche. Però poi, a un certo punto, mentre sentivo i primi rumori della vita che si rimetteva all’opera (la serranda della signora del terzo piano che s’alzava, le automobili per la strada, gli uccelli che cinguettavano), finalmente, mi sono addormentata. Quando una nuova giornata iniziava per il resto dell’umanità, la mia volgeva al termine.

Non posso neppure dire di aver fatto tardi dopo un appuntamento focoso. Ce l’avevo un appuntamento, ieri sera, in effetti. L’ho paccato. Non posso dire di aver lavorato, letto, stirato indumenti, fatto il cambio di stagione, scritto. Sono semplicemente stata nel letto a pensare a tutte le cose che devo fare. Devo cucinare di più, mangiare meglio e tre volte al giorno (come fai a rispettare gli orari dei pasti, se non rispetti quelli del sonno?). Devo tornare dal parrucchiere, devo rifare la pulizia dei denti. Dovrei vendere quelle scarpe di Michael Kors che ho indossato una sola volta (comprate dicendomi “Vabbè, dai, è un 39 ma mi sta comodo”, per poi indossarle una volta, morire di mal di piedi e decidere che non le avrei usate mai più). Devo prenotare il treno per tornare giù a Pasqua. Devo rispondere a duemila email. Devo aggiornare il blog. Devo ricollegarmi al mondo e capire cosa succede. Devo sollecitare i pagamenti arretrati perché ho l’estratto conto che ogni volta che lo consulto mi insulta. Devo decidere cosa indossare al matrimonio a maggio. Devo farmi fare delle foto, delle foto decenti. Devo andare in palestra, cazzo.

E poi, come sempre, ho iniziato a fantasticare su una vita meravigliosa nella quale mi alzo ogni mattina alle 7, dalle 8 alle 10 faccio sport per essere tonica, dalle 10 alle 12 lavoro, dalle 12 alle 13 mi preparo un pranzo sano, dalle 13 alle 14 mangio, dalle 14 alle 15 lavo i piatti, stendo una lavatrice (che ho intelligentemente attaccato subito dopo la palestra), passo lo swiffer, pulisco i sanitari, e poi dalle 15 alle 19 continuo a lavorare. Dalle 19 alle 20 mi preparo ed esco, faccio vita sociale. E questo pensiero fa ripartire l’ansia. La vita sociale, il salone del mobile, gli appuntamenti che ho in settimana, i soldi, il tempo che quando ce l’hai a disposizione comunque non basta mai, e ancora non capisco come sia possibile.

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

Perché sì, insomma, i sogni sono desideri come cantava la Fata Madrina, ma sono pure responsabilità. Ti espongono all’urgenza di provarci, al rischio di fallire, alla complicatissima gestione delle critiche, alla versione più estrema del tuo perfezionismo. Ti spingono a ridosso dei tuoi limiti, ti impongono di uscire dalla tua comfort zone, ti fanno crescere, e tenderti, e vibrare, e un po’ tremare.

Comunque oggi passo in farmacia e compro qualcosa per dormire. Giuro.

 

Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

– E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

– Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

– Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.

Impressioni di Palestra

Tre giorni di prova in palestra.

Ho l’acido lattico nell’anima. Ho così poche energie che immortalerò le mie impressioni in maniera quanto più sintetica possibile. Che tra un po’ manco a muovere le dita riesco.

Allora:

1. La palestra è il posto in cui mi sento in assoluto più a disagio nell’universo. Potrei più facilmente posare nuda davanti a una squadra di rugbisti con velleità artistiche, che fare sport.

2. Le mie doti dialettiche, proporzionali alle mie capacità respiratorie, si riducono drasticamente appena varco la soglia del fitness.

3. Quando inizi a squamare come un tricheco nella foresta amazzonica dopo 10 minuti di PASSEGGIATA sul tapis roulant ti senti oggettivamente sull’ultimo gradino della scala evolutiva. Tipo che tra te e un geco, vince il geco, che può pure perdere la coda e continua  a vivere, in effetti, quindi forse non ho scelto proprio l’animale più stronzo del creato, ecco, per l’appunto, nemmeno un esempio calzante mi riesce di fare.

4. Sono piuttosto persuasa del fatto che l’istruttrice sia il Sergente Hartman  sotto mentite spoglie. Per ora è carina, mi dice anche “brava”. Ma io lo so, è solo questione di tempo e inizierà ad appellarmi pubblicamente “Palla di lardo”.

5. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager

6. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager e ti dicono nello spogliatoio “Io odio la palestra”. Potrebbe succedere che tu, cicciona, risponda “Anche io”. Alché loro ti spiegheranno che odiano la palestra perché sono pallavoliste, nuotatrici e lanciatrici di giavellotto. E tu vorrai implodere, come un blob, nel tuo grasso.

7. Il tapis roulant è noioso

8. Il cross trainer è spossante ma mentre lo fai senti già che le tue cosce e il tuo culo ti rendono grazie e ti amano per l’oggettivo sforzo che stai facendo.

9. Non osservare mai altre vagine sul cross trainer. Inutile illudersi: loro sono sinuose, sensuali e attillate. Tu sei un cesso.

10. Un aspetto positivo dell’andare in palestra è che in tutte la altre situazioni sociali non ti sentirai più particolarmente fuoriluogo. Non perché tu sia più sicura di te. Semplicemente perché sarà difficile che esista una situazione sociale in cui tu possa essere più inappropriata.

11. Gli addominali sono contro la mia religione. Sono una cosa che fatico a comprendere. Passo la vita a tenere la pancia in dentro e poi arrivo lì e mi stendo a contrarre i muscoli e gonfiare la panza nell’illusoria speranza che tra 100 anni, sotto strati geologici di grasso, compaiano dei muscoli.

12. Ho osservato attraverso i vetri trasparenti un esercito di donne toniche che voi umani non potete immaginare, le ho guardate fare 1 ora di Zumba Fitness e ho capito che lo Zumba Fitness è il demonio. Io non mi esagiterò su quella musica. No. A parte che potrei morire di insufficienza respiratoria.

13. Dovrò sopportare il fatto che in palestra tutti flirtano tranne me.

14. Quando mi metto a cavalcioni su una panca, però, sto meglio. Mi sento più a mio agio.

15. Per non farmi paralizzare dalla presenza di uomini attorno a me, mi concentro sul pensiero che quanti più muscoli hanno, tanto più piccolo sembra il loro pisello quando sono nudi.

Per ora è tutto.

Credo di morire,

vostra

VagiFit

Cara American Contourella

Ci sono eventi imponderabili nella vita di una vagina. Eventi del tutto accidentali, contro i quali nulla si può.

Per esempio questo:

Mi scuso per la qualità infima della foto ma i miei potenti mezzi performano come i miei addominali. Tecnicamente, il messaggio recita:

Ciao, ti ricordiamo che il tuo abbonamento è in scadenza questo mese. NON RINUNCIARE AL TUO BENESSERE! Ti aspettiamo :)”

Ora, cara American Contourella, punto primo, chi minchia vi conosce che mi date del tu. Non è che siccome sono iscritta nella vostra palestra dovete pensare che io sia una tipa sportiva o che siamo amici perché ci siamo visti 2 volte.

Punto secondo, cosa vi autorizza a impormi un imbarazzante bilancio esistenziale che, impietoso, mette a dura prova la mia momentanea lucidità vaginale (che non è una figura retorica, bensì uno sporadico fenomeno paranormale) più di come facesse la leg extension con le mie cosce?

Ma ormai il danno è fatto. La pigrizia inizia a fornicare con il senso di colpa: 1 abbonamento annuale, 500 euri investiti, 3 mesi netti di palestraE poi quella domanda, feroce, che si pianta nel cervello, ci monta una canadese e dichiara d’occuparlo fino a maggio: “E mò, che cazzo faccio?”

Mi riprendo per il culo e pago un altro anno lì? Mi rimetto a fare un’indagine di mercato per scegliere in quale palestra NON andare? O mi arrendo all’obesità e alla mia artrosi più precoce dell’eiaculazione del maschio medio italiano?

Che poi è un po’ quello che ci chiediamo nelle nostre più riuscite relazioni sentimentali: continuiamo a prenderci per il culo o ci arrendiamo all’evidenza (delle corna o dell’insoddisfazione, a seconda dei casi)?

Trans-Gender Emotiva

Non smetto di ascoltare Everybody’s got to learn sometimes, colonna sonora di “Eternal sunshine of the spotless mind” (perché io mi rifiuto di chiamare un film così bello “Se mi lasci ti cancello“).
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non perché io abbia rivisto il film su la7, dove per pura coincidenza lo stavano passando.
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non ho più smesso.
Ho riguardato qualche immagine. Poche, quelle del videoclip, sufficienti per capire che no, che non sono ancora pronta per rispararmelo tutto.
Attualmente sono impegnata in uno slalom sentimentale tra i ricordi. Attualmente sono una trans-gender emotiva.
Vado altrove: senza rabbia, senza foga, senza risentimento, senza pentimento.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Ci penso come se le mie dita si intrecciassero ancora con le sue, mentre cresco.
Come se il mio palmo potesse plasmarsi sul suo, come se i miei polpastrelli potessero morbosamente indugiare sulla sua pelle, quella che c’è tra un dito e l’altro. Come se, ogni volta che mi va, potessi dargli i baci sul dorso delle mani per impararle a memoria, per trovarci tutta la rassicurazione che non sapevo trovarci più.
Ci penso come se fosse ancora al mio fianco. Come se mi augurasse in bocca al lupo prima di un colloquio. Come se mi dicesse che sono brava, che non devo mangiare schifezze, che devo andare in palestra, che ho la lingua biforcuta, che sono un “uncino nel culo“, che sono divertente, che ho seguito tutti gli step per la presa del potere e l’instaurazione del regime totalitario dell’M.U. (movimento uterino). Ci penso come se potessi ancora ridere con lui. Di me, di noi. E degli altri.
Ma forse, in realtà, abbiamo più litigato che riso. Ma non importa. Ora sono i miei ricordi e basta, sono sola, senza contraddittorio, e ricordo il cazzo che mi pare…
Penso a lui. Ogni giorno. Ma non mi preoccupo.
So che nessuno più saprà analizzare i miei dvd nella colonna come ha fatto lui, la prima volta, a casa mia. Ma so anche che tra qualche tempo, mi sveglierò e non mi importerà nulla. E tutto sarà lontano, proveniente da una vita che non mi apparterrà più.
Ricorderò qualcosa e ciò che ricorderò sarà buono. Perché con lui, io so che del buono c’è stato. O magari dimenticherò e in quel caso sticazzi.
Ma, di solito, quelli dello scorpione non dimenticano.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Penso a lui ma non mi preoccupo.
Accetto tutti i miei limiti. E non mi forzo. Passerà.
Mi limito ad amare chi c’è.
Il resto passerà. Tutto passa. Lo dico anche a Braciola, tutto passa.
Accetto i ricordi con cui convivo. Accetto la caducità delle relazioni. Accetto l’idea che il confine tra l’amore e la circostanza sia assai più sottile di quanto non si creda.
Accetto di essere terrorizzata dal suo cassetto – come in un horror sentimentale anni settanta.
Accetto di non avere il coraggio di ascoltare “Il Paradiso” rifatta dai Lombroso.
Accetto di non essere pronta a riguardare Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
Sono una trans-gender emotiva. E’ come se mi avessero amputato il pisello, ma io mi posizionassi ancora in piedi per pisciare.
Siccome è venerdì, cambio mood.
Il weekend è alle porte.
Che il vostro sia ricco. E piacevole.

#avereventanni

Le mie orecchie fischiano.
Tecnicamente non hanno mai smesso di fischiare.
Da ieri notte.
Famola breve: sono uscita da lavoro, sono andata in palestra, mi sono sperticata sulla cyclette conseguendo il risultato di 57 minuti e 34 secondi. So tornata a casa, masticando una Vigorsol Air Action (sì, quella della puzzola che scoreggia menta) perché ho deciso che appena dopo lo sport non è cosa buona e giusta fumare.
Me so lavata, me so mangnata la frittata, me so vestita secondo un codice softly-rock, ho pure tentato di sfoderare la mia borsa con la Union Jack che è estremamente indie ma s’è fatta vecchia, quella. Ecco io non so voi, ma io ho un serio problema a sbarazzarmi del vecchiume. Probabilmente nasce dal morboso rapporto con gli oggetti tipico della figlia unica, probabilmente è la ritrosia innata verso qualunque cambiamento esistenziale – inclusi quelli di guardaroba – però a me prende proprio male buttar via il vecchio per il nuovo. A volte ci riesco. Ma, di solito, succede se sono preda di una psicosi riordinante, fredda e lucida che mi fa accantonare tutti i ricordi che mi legano a quel determinato oggetto, in favore di una razionalità agghiacciante, secondo la quale, non è vero che in 40 metri quadri io posso conservare…TUTTO.
Comunque dicevo, alle 22.30 è passata a prendermi GuruVagina e siamo andate al Rocket, dove abbiamo incontrato giordièquasimagia – il suo migliore amico – e un’altra amica. Abbiamo bevuto 3 negroni lei e 2 vodka lemon io, in questo celebre locale che frequenta la gente awannasgheps milanese. Mediamente piccolo e sovraffollato di un foltissimo frociame, il Rocket accoglieva una popolazione variegata di giovanissimi e meno giovani, di occhiali da nerd su camicia a scacchi, vagine con invidiabili tagli lesbo e artisti del panorama rock indipendente italiano.
– sugli invidiabili tagli lesbo, di quelli cortissimi col ciuffo lunghissimo, io posso dire che: da vagina dotata di un pagliericcio crespo non meglio definito in testa + congenito sovrappeso – ho sempre invidiato quelle che hanno il bulbo docile e la possibilità di sbizzarrirsi creativamente con i tagli. Nel mio caso, un numero importante di traumi infantili, nati dalle manipolazioni psicologiche che la Vagina Maestra poneva in atto sulla mia piccola psiche per convincermi a optare per il mostruoso “taglio alla maschietto“, combinati con una scarsa audacia esistenziale che di solito mi fa dire al coiffeur “spuntali il minimo indispensabile”, fanno sì che io abbia da 10 anni – forse 15 – lo stesso taglio, suscettibile di modifiche minime delle quali – essenzialmente – mi accorgo solo io. L’ultima volta che la Vagina Maestra mi ha fregata è stato dopo la prima comunione, quinta elementare. Serafica, mi ha proposto il mostruoso “taglio alla maschietto” e, naturalmente, mi ha convinta. Perché non è che mi violentasse. No, no, mi persuadeva proprio. Io voglio, a questo punto, solo lasciarvi immaginare cosa abbia voluto dire per me affrontare la scuola media con un look degno dei Bee Hive (ciuffo rosso escluso, of course).
– sugli artisti del panorama rock indipendente italiano, io posso dire che: ho visto un tipo alto, un po’ lercio e allampanato. Ed era Roberto Dell’Era degli Afterhours. Poi ho visto un tipo buffo con la farfuglia in testa e la barba e una faccia troppo divertente. Ed era Dario Ciffo dei Lombroso, ex violinista degli After. E avrei voluto molto andare da lui e dirgli “so che sgroccavi sempre le sigarette (come racconta Manuel Agnelli in “Non usate precauzioni, lasciatevi infettare“), fumi?”, porgendogli come nella migliore tradizione da telenovelas sudamericana una sigaretta. Ma non l’ho fatto. Sono provinciale. Ma lo tengo per me.
A concerto finito stavamo valutando l’ipotesi di andar via ma giordièquasimagia ha detto che no, che lui sarebbe rimasto, anche perché era impegnato in uno sgamo-violento con un tipo che pareva Brandon di Beverly Hills 90210 però con lo stile di Dylan McKay. GuruVagina mi ha guardata e mi ha detto che una mezz’oretta in più a ballare potevamo anche farla e io, che avevo già composto lo 024040 per chiamare il taxi e tornare a casa, ho sentito che sticazzi anche sì, che tanto comunque soffro d’insonnia e prima delle 2 nun m’addormento mai. Allora abbiamo ballato tra questi giovani, con la musica messa da un deejay che secondo me era nato negli anni novanta, quando per radio passavano What is love?
E io me so sentita giovane, giovanissima, e faceva caldo, e la gente fumava dentro, e hanno messo i bloc party, e gli strokes, e gli arctic monkeys, e forse semo troppo vecchi, forse si vedeva che eravamo gli unici che il giorno dopo sarebbero andati a lavoro, in mezzo a una manica di fancazzisti, e universitari, e musicisti. Però mi sono sentita giovanissima, ho pensato a tutta la vita che me so persa negli ultimi 3 anni, a tutte le volte che non ho bevuto, che non ho riso, che non ho ballato, che non ho urlato perché riconoscevo una delle mie canzoni preferite dalle prime note.
Ho ripensato che ho 26 anni e che devo iniziare subito, iniziare subito a fare tutto prima di sentirmi troppo vecchia per farlo.
Ho pensato che tornare a casa con GuruVagina alle 02.30 per far tardi il giorno dopo a lavoro è divertente, parlando di Facebook e Twitter, e di quanto dobbiamo uscire di più, anche in settimana e frequentare questi posti e non gli aperitivi sfighi in corso sempione, decidendo che dobbiamo assolutamente #avereventanni e averli a lungo, fino all’ultimo giorno, prima d’averne 30.

I diari della Palestra – 1

Dunque, io c’ho sempre avuto un rapporto melodrammatico con lo sport.
E c’ho provato. O meglio, so stata obbligata a provarci finché sono rientrata in quella fascia d’età in cui i medici dicono ai genitori che la bambina deve fare sport, meglio se di squadra, così impara anche i valori del gruppo. E allora giù di pallavolo, pattinaggio, tennis, ginnastica ritmica, nuoto. Devo dire che io li ho sempre vissuti con una fantastica predisposizione d’animo, un po’ come se mi dicessero di scalare il Golgota con Platinette sulle spalle. A Solo il catechismo poteva essere peggiore.

Da anni avevo lasciato perdere. Avevo accettato di buon grado la mia dimensione puramente intellettuale e il fatto che il fascino sui cazzetti l’avrei esercitato attraverso la mia dialettica e non grazie a un paio di chiappe sode. Anche perché la dialettica può solo migliorare, le chiappe invece, per quanto tu possa affaticarti, peggioreranno e basta. Insomma, nun me pareva un investimento poi così vincente. Me sbajavo, ma questo l’ho capito solo dopo.

Ad ogni modo, la primavera scorsa, dopo tre anni di vita sedentaria e 7 kg in più rispetto a quando mi sono trasferita qui, ho iniziato a sentire – sparsi per il corpo – dolori di ignota provenienza che, uniti a uno strano scricchiolio osseo, mi hanno fatto sorgere il velato sospetto che le mie membra necessitassero di una pur minima forma d’attività fisica. Quindi me so iscritta in palestra, una palestra media, di medio livello e medio costo.  Me so intrippata per 1 mese e mezzo, m’ero pure seccata, sapessi. Poi, però, mi è scesa la fissa e il divano ha ri-avuto il sopravvento sulla mia sensibilità.

Erano mesi che nun c’annavo più e ieri ce so tornata.

Obiettivo prefissato: 60 minuti di cyclette.
Obiettivo raggiunto: 40 minuti di cyclette.
Esercizi in sala pesi: 0
Fiato: cortissimo
Affaticamento: immenso
TeoTeocoli: non pervenuto

Sì, perché è stata dura. Dura davvero. Certo, ogni volta che faccio sport ho paura di andarmene in insufficienza respiratoria, di avere un infarto o un aneurisma, che non so se sia possibile ma serve a rendere l’idea, e ogni volta penso che prima o poi dovrò smettere di fumare, il ché è molto complesso per una che non sa resistere a un pacco di patatine PiùGusto Gusto Vivace – che teoricamente non dovrebbero dare dipendenza – figurarsi alla nicotina. E mentre io penso ste cose, c’ho un 65enne accanto che, in calzoncini blu e maglia della salute, pedala una meraviglia: non è affaticato, non è paonazzo, non sta vedendo tutta la sua vita passargli davanti agli occhi come se dovesse schioppare a terra – con conseguente tonfo – da un momento all’altro. Io lo guardo e penso che sto vecchio, di sto passo, vedrà più primavere di me.

Faccio fatica. Faccio un sacco fatica. Non sudo nemmeno, mi surriscaldo un casino e me so pure scordata gli auricolari a casa, quindi non posso sentire la musica e mi tocca guardare Gerry Scotti su Canale5 mentre pedalo, che è una visione altamente motivante, com’è facile intuire.
Però non posso mollare, non sotto i 40 minuti. Allora continuo, continuo, mi carico, mi guardo nello specchio, penso che sta settimana devo riattivarmi l’organismo e poi, dopo, dopo sì, torno in sala pesi.

Perché, sia chiaro, io corsi non ne faccio. L’ultima volta che ho fatto un corso in vita mia, ero diventata talmente rossa (probabilmente avevo raggiunto una temperatura corporea di 57°) che l’istruttore si è voltato a guardarmi preoccupatissimo e m’ha fatto con le mani segno di placarmi. Quindi no. Io tra culi turgidi scolpiti in panta-collant da palestra, a ricordarmi tutti i passi d’una coreografia der cazzo costruita su musica truzza, no, io non ci andrò!
Pedalo e faccio un sacco di fatica. TeoTeocoli non c’è, grazie al cielo non si vede. A me TeoTeocoli mi inquieta assai, che sarebbe il più vecchio dei personal trainer, che c’ha il codino bianco, la carnagione marrone pure a dicembre e delle gambine magre magre con le quali si muove incautamente per i 4 piani, ponendo le sue oscene semi-nudità alla mercé di chiunque. Io pedalo.
Rallento. So stanca. Bevo.
Minchia, che fatica.

Oh quasi mollo. Cioè non è che posso morire.
Invece no. No! Io continuo!

Allora, quando l’acido lattico sta per mandarmi in corto circuito, quando la mia motivazione vacilla, quando sento di non avere più alternativa, faccio l’unica cosa che può darmi energia per continuare e – sia chiaro – è una scelta estrema: penso al mio ex. Ma non è che io pensi al mio ex in ragione del fatto che per 2 anni quello ha cercato di fare il mio personale Roberto Re. No, no, io penso al mio ex, McGyver di Deretano, e a quella che nella mia testa – e probabilmente anche nella realtà, perché la storia insegna che le mie capacità divinatorie sono spesso verosimili – è la sua nuova donna, VT, che non sta per Vagina Troia, come i più potrebbero pensare. VT sono, semplicemente, le sue iniziali.
Allora io penso al mio ex che sta con lei, che le sorride, che l’abbraccia, che ce parla, che la lumaca, che ce progetta una vacanza senza farla penare come faceva penare me. E mi tira talmente il culo che pedalo, pedalo, pedalo così forte da far arrivare il battito cardiaco a 140 e superare le 200 calorie consumate. Dicono che in palestra ci si sfoghi. Allora oggi, ci torno.
Stessa cyclette, stesso obiettivo!