L’Amore Arriva Quando Meno Te l’Aspetti

Di tutte le frasi che hanno accompagnato il mio periodo di militanza single, ce n’è una che ho sofferto più delle altre (e, sia chiaro, le trovavo tutte mediamente insopportabili, da “Sei troppo esigente” a “Perché non ti iscrivi a un corso di fotografia?“).

Ogni volta che il malcapitato interlocutore indulgeva in un retorico “L’amore arriva quando meno te l’aspetti“, mi saliva il crimine. Innanzitutto, perché io l’amore me l’aspettavo sempre, me l’aspettavo eccome, lo pretendevo persino, doveva essermi riconosciuto di diritto ed ero piuttosto seccata dal suo ritardo, figurarsi se poteva esistere un solo momento della vita in cui non ci pensassi.

In secondo luogo, perché quando ho capito che trovare un compagno non era un fatto così scontato, ho deciso che non sarebbe mai accaduto. Che era infattibile. Avevo un approccio scientifico, praticamente aritmetico, per dimostrare a me stessa e agli altri che io non l’avrei mai trovato, che la mia “persona giusta” non poteva esistere, essere viva, essere single, vivere nella mia stessa parte di mondo, parlare una lingua comprensibile, incontrarmi, innamorarsi e innamorarmi, ma, soprattutto, aver voglia di una “relazione seria“, con un timing compatibile col mio. Insomma, FANTASCIENZA PURA. Più me lo raccontavo e più il mio ragionamento mi pareva inoppugnabile.

Ero arrivata persino a dubitare fortemente della mia predisposizione, o inclinazione, o autentica intenzione di intraprendere una vita di coppia; avevo stabilito, in altri termini, che l’amore è come la matematica: o ci sei portato, oppure fai una fatica bestiale (e comunque spesso, nonostante gli sforzi, resti mediocre). L’amore, evidentemente, non era la mia materia. Ero molto brava a organizzare un evento, per esempio, ma non ad avere un fidanzato. D’altra parte, avevo un senso fortissimo dell’impossibilità sentimentale, e un certo disprezzo per la pratica della speranza, che mi pareva di per sé una confessione di insicurezza, di incompletezza. Io non ero insicura. E non ero incompleta. Certo, non ero neppure felice, ma non dipendeva dall’amore. Non solo, perlomeno. E non mi sarei mai abbassata a “sperare di trovare l’amore“, che era una cosa così pink-pop, così chick-lit, così old-economy.

Fatto sta che, a quel punto, sentirmi dire che l’amore arriva quando meno te l’aspetti mi sembrava una vergognosa menzogna, tipo quelle sulle religioni, oltre che un’immane presa per il culo. Mi pareva che mi si richiedesse un atteggiamento di remissivo ottimismo, di accomodante positività. E io, ai tempi, non avevo scorte né dell’uno, né dell’altra. Anzi, le mie perplessità crescevano esponenzialmente quanto più gli altri provavano a rasserenarmi. Da come ne parlavano, l’amore pareva un miracolo, una suggestione, il jackpot della Lotteria Italia. Insomma,  esso si presentava alla mia percezione come un privilegio esclusivo a cui non tutti avevano accesso, e non capivo il criterio alla base della selezione. Non si accoppiavano solo i belli o solo i brutti, solo i brillanti o solo gli stupidi, solo i ricchi o solo i poveri. La mia impressione era che si accoppiassero tutti, tranne me e qualche sparuto individuo di passaggio per il limbo dei single, tra una relazione e l’altra. Avevo intessuto delle amicizie abbastanza forti, in quegli anni, con altre persone che un po’ per scelta e un po’ per circostanza, diventavano adulte come me, senza un compagno o una compagna. Mi sembrava che la mia vita sarebbe in effetti stata sempre così, e dunque avevo preso a impegnarmi per vederci il meglio, superando l’horror vacui dei weekend, dei giorni liberi, delle serate e delle maledette ferie estive (Che cazzo faccio? Dove vado? Con chi? No, non sono ancora pronta a scarpinare nella giungla con lo zaino in spalla, insieme a un gruppo di donne nubili alla ricerca del marito ideale).

Oggi, che sono invischiata in una storia sentimentale apparentemente normale e matura (perlomeno per i miei standard), non potete capire quanto fastidio mi procuri l’idea che avessero ragione loro, quelli che mi dispensavano lezioni d’amore per dilettanti. Non sopporto l’idea, cioè, che fosse esattamente come mi dicevano, e che i miei dilemmi potessero effettivamente essere liquidati con una frase fatta, un modo di dire, uno stereotipo preso al discount dei luoghi comuni sull’amore. E invece…

E invece quello, il cosiddetto “amore“, è arrivato davvero in un momento in cui LETTERALMENTE non ci stavo pensando. Era la settimana di uscita del mio romanzo, ero COMPLETAMENTE assorbita da altro, la mia vita non avrebbe potuto sentirsi più piena di quanto fosse, non avevo un minuto di tempo da dedicare a qualcuno che non fosse la criatura, il libro, quell’oggetto fucsia nelle mani dell’umanità. Ecco, proprio quando ero più distratta, più emozionata, più in divenire che mai, con tutto ciò che il divenire comporta (tipo un’ansia mortale), è arrivato l’amore. Così, a complicare, a moltiplicare, a completare ciò che mi pareva già abbastanza completo di per sé.

Fatto sta che l’evidenza era inoppugnabile. Era arrivato mentre non ci pensavo. Avevano ragione loro, gli altri, gli stronzi che mi ammorbavano con questa frase. E allora mi sono chiesta come fosse accaduto questo strano fenomeno, che io mi distraessi. Avevo smesso di pensare all’amore senza accorgermene e non credo fosse esistito un momento prima, nella mia vita, in cui avrei potuto riuscirci altrettanto spontaneamente; molte volte me l’ero imposto, e non ci ero riuscita, come succede con le diete quando non sei davvero motivata a farle.

La risposta è banale: si smette di pensare all’assenza dell’amore, quando ci si può concentrare sulla presenza di qualcosa di persino più bello, più urgente, più raro, come la realizzazione di un sogno personale. In quel periodo, mi si parava innanzi un nuovo elettrizzante paragrafo della mia vita: non sapevo cosa sarebbe successo, quante persone avrei conosciuto, quanti viaggi avrei intrapreso, ma sapevo che era un momento per essere felice e, finalmente, lo ero. Lo ero, da sola. Lo ero, insieme ai miei affetti. Lo ero, senza un uomo. Mission accomplished.

Naturalmente, c’era anche dell’altro. Per esempio che la scrittura del romanzo era stata catartica, terapeutica, liberatoria, per me. Avevo fatto ciò che andava fatto; avevo elaborato, smaltito, vivisezionato e ricucito letteralmente gli irrisolti del mio passato, ed ero per la prima volta pulita, disintossicata, finalmente e inconsapevolmente pronta a intraprendere nuove avventure. La mia storia era diventata la storia di Nina, e no, non per filo e per segno, la fiction c’è, è ovvio, il punto non è se ho fatto un ménage a trois oppure no, quello è pettegolezzo; il punto è che le emozioni raccontate, per essere scritte, sono state vissute, masticate, vomitate e ricomposte. Nel romanzo ci sono le budella, ben visibili, ed è per questo che ha fatto bene a così tante persone (stando a ciò che mi hanno scritto e a ciò che mi hanno detto nelle circa 20 presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia).

Insomma, se dovessi ricostruire la dinamica dell’incidente che ad oggi mi vede innamorata di un uomo che mi ama (o così pare) è questa:

1.In primo luogo, smaltire gli irrisolti; è impossibile iniziare una relazione sana se abbiamo ancora le scorie del nostro passato dentro

2. In secondo luogo, il suggerimento che darei a un’amica single sconfortata, come a volte sono le donne single e come a lungo sono stata anche io, è proprio di spalmare quell’amore sentimentale inespresso, su amori diversi. È riempire la propria vita di altre forme di passione, di attenzione, di cura e di condivisione. È investire su un pezzetto di , che funziona con o senza un compagno accanto. È godere del tempo a propria disposizione per coltivare sogni e allevare passioni. È scoprire cosa ci fa sentire meglio, e provare a farlo sempre di più, e a farlo sempre meglio. Che si tratti di scrivere, di suonare, di ballare, di cucinare, di mangiare, di insegnare, di viaggiare, di fare fotografie, di interpretare una piece teatrale, di fare volontariato, di studiare. Qualunque cosa sia, fatela, perché serve a tirar fuori la luce che avete dentro.

Alla fine della fiera, quello che la gente prova a esprimere quando dice che l’amore arriva quando meno te l’aspetti, forse è questo. Qualcosa tipo: occupati di altro, pensa ad altro, fai altro. Esci dal loop. Tenta cose nuove. Avventurati fuori dalla tua zona di comfort. Prova ad avere meno verità incrollabili. Prova a metterti più in discussione. Divertiti. Non svenderti in millemila storielle inutilmente mortificanti (nel senso che proprio, a conti fatti, non ne vale la pena). Non essere così risentita. Non essere così incazzata. Non picchiare duro i tuoi spigoli contro il prossimo, che non serve a un cazzo. Non avere sempre quell’aria di sufficienza. Tira fuori i tuoi meriti, il tuo talento, la tua bellezza. Trasmetti soddisfazione e felicità, che attirano molto più della delusione e della lamentela. E scopri come fare, per essere semplicemente più soddisfatta e più felice di te.

Sì, credo che si intenda qualcosa del genere, quando si pronuncia l’orripilante frase in questione. E con questa riflessione io vi lascio, immaginandovi intente a stilare un micro-elenco di buoni propositi per diventare una versione migliorata di voi stesse. Non so se possa funzionare con tutti ma con me sì, pare sia andata più o meno così.

***

Dimenticavo di dirvi che sabato prossimo, 21 aprile, vi aspetto a Milano, in Corso Garibaldi 60, dalle 12 a sera, per parlare e video-intervistarvi su pruriginosi temi scessciuali. Intanto, eccovi l’invito ufficiale:

 

Sono Cambiata

Mi è successa una cosa terribile: sono cambiata.

Me l’ha detto mia madre, che sono cambiata. Se te lo dice tua madre ci devi credere per forza.
Quoque io, poi, che i cambiamenti li detesto e li soffro completamente, e di questo mi vergogno, perché sarebbe così cool essere una fedele adepta di Cambiology, la setta di tutti i self-made-startuppercazzo, quelli che dicono sempre che a cambiare non ci vuole gnente, che basta avere il coraggio, che trasferirsi dall’altra parte del mondo e fare miliardi inventando una cagata è più facile che cambiarsi il tampax. Sono sicura che ne conoscete anche voi soggetti così, perché tutti ne conosciamo almeno uno, di cambiologist.

Sono cambiata, forse è vero. Ha ragione mia madre.

In spiaggia metto la protezione solare; farmi il bagno non è una priorità, tanto più se il mare non è oggettivamente pulito e se l’acqua non ha una temperatura sufficientemente confortevole; se mangio ripetutamente schifezze, inizio a sviluppare un’impronunciabile voglia di insalata o di verdure; mi piacciono le vellutate; mi piacciono i centrifugati; mi piace la cucina fusion; mi piace riuscire ad andare in palestra e vado in una palestra assurdamente costosa; evito la birra, specialmente la Raffo, se no poi mi gonfio e stommale, e lo so che così disonoro la mia tarantinità, pazienza, Taras figlio di Nettuno se ne farà una ragione; uso lo zucchero di canna e se non c’è lo chiedo; se bevo vodka di infima qualità il giorno dopo mi riprendo intorno alle 21, e comunque mai del tutto; se sto in piedi a ballare per 5 ore, mi stanco; uso sempre troppi inglesismi; mi capita persino di dire “figa“, “figa” al posto di “cazzo” o di qualsiasi altra plausibile parolaccia. Tipo a luglio dicevo in continuazione “Figa, che caldo“. Fa orrore. Faccio orrore, ma è così (comunque sto già lavorando per correggere questo bug nel mio sistema lessicale).

Sono cambiata.

Non ho più una casa a Taranto. I miei amici per la metà non tornano più e io stessa ci sono stata solo una settimana. Mi guardavo intorno e mi sembrava che l’unica cosa bella fossero i ricordi che in quel luogo ho. Le persone del mio passato, che a volte ritrovo e a volte no, e qualche brandello di presente. E tutto il resto che decade, rapidamente. Che si svuota, che si spopola, che si spegne, che si consuma, che invecchia, schiacciato dal peso di un abbandono inesorabile.

Sono cambiata.

Non odio più Milano. Ne riconosco le innumerevoli contraddizioni, e aberrazioni, e alienazioni. Ma Milano è fermento, è linfa, è faccende, agende, deadline e feedback e io ci sto dentro. Milano è un puzzle imperfetto e incompleto, nel quale ci si può incastrare oppure no. Milano è un inventario pressoché inesauribile di stimoli e opportunità, basta saper cogliere.
Sono cambiata.

Sono meno spensierata, più adulta, più empatica, meno incazzata. Non che io sia mai stata spensierata, ma manco a 16 anni. Sono stressata, come tutti, ma secondo me di più. Mi chiedo che vita voglio vivere, dove e con chi. Forse per la prima vera volta.
Sono cambiata.
Ha ragione mia madre.
Però riesco ancora a dire quello che penso e non quello che sarebbe giusto dire.
Riesco ancora a nuotare fino alla boa con mio padre.
Riesco ancora a mangiare bombette con salame piccante e provola affumicata. E panzerotti fritti. E burratine come se non ci fosse un domani. E forse sono persino un po’ intollerante al lattosio ma questo, per evitare un definitivo crash della mia identità, preferisco non indagarlo.

Sono cambiata ma resto ancora fino a tardi a parlare con mia madre; faccio ancora l’alba d’estate con i miei amici; passeggio in campagna con i miei cugini parlando delle nostre vite, dell’Ilva, di Renzi. 

Sono cambiata ma mi stendo ancora a terra, su un asciugamano, su una piazzola di cemento sul Mar Piccolo. E fumo guardando il cielo buio, e le luci della città, e l’industria, e il Ponte Punta Penna, e le barche dei pescatori.
E milioni di milioni di stelle.
E l’acqua inquinata che lambisce i bordi frastagliati della nostra vita, i nostri irrisolti, i dubbi aperti nell’anima stanca.
E fa freddo.
Ed è umido.
E chissà quanti topi.
E milioni di milioni di stelle.
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