20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Come Gestire una Non-Relazione

Un paio di giorni fa sono inciampata in un articolo dell’Huffington Post sulle non-relazioni. Poche ore dopo mi ha chiamata una mia amica, per aggiornarmi sugli sviluppi della sua più recente non-relazione che dura ormai da un trimestre (il ché, per gli standard milanesi, ha quasi dell’eccezionale). Così ho pensato che fosse giunto il tempo di parlare di questo fenomeno relazionale: le non-relazioni [precisiamo subito che quando si parla di non-relazione non ci si riferisce alla cosiddetta “trombamicizia“, che rappresenta piuttosto uno status temporaneo, un momento di magico e transitorio equilibrio, in cui ambo gli astanti sono disposti a godersela senza particolari complicazioni di sorta. Il tutto prima che uno dei due perda la brocca per l’altro].
A voler essere pignoli, infatti, bisogna puntualizzare che il mondo non si divide soltanto in single e accoppiati. Esiste, a ben vedere, un folto sottobosco di non-single e non-accoppiati, nel quale si rifugiano non solo gli amanti di contrabbando che vivono relazioni clandestine, ma anche tutte quelle persone che sono all’inizio di una relazione potenziale o presunta, che però non viene definita ufficialmente tale.  Rapporti che non ricevono etichetta alcuna, perché noi siamo la generazione di “ehi le etichette si mettono ai barattoli, non alle persone (o ai sentimenti)“.
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Succede così che la questione della nomenclatura del rapporto, ridotta a poco più che una roba da burocrati del sentimento, non venga minimamente affrontata. Eppure, l’emotività spesso sfugge a queste posture squisitamente intellettuali e può crearci qualche difficoltà nella gestione della non-relazione che, teoricamente, ci aspettiamo di vivere con la più totale disinvoltura perché sai-noi-siamo-gente-di-mondo, ma talvolta ci causa qualche forma di disagio.
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Proviamo quindi a stilare alcuni consigli utili per gestire queste non-relazioni e per dar loro la chance di evolversi in qualcosa di più oppure di perire miserevolmente.
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1. Parola d’ordine: pazienza. Calma. Slow down. Lo so. C’abbiamo fretta. Tic tac, tic tac. Lo so, vorresti un casino andare a quel prossimo matrimonio e avere il tuo +1. Lo so, vorresti dire a tua madre che hai la ragazza, ok. Ma dovete avere pazienza. Siamo adulti e abbiamo i nostri complessi bagagli da portare al seguito. Dopo un paio di mesi non sai ancora cosa ci sia nel bagaglio del tuo non-partner. Puoi intuirlo o capirne un pezzo ma è un pezzo piccolo. Quindi al tuo non-partner devi darci tempo. Le cose buone ne richiedono. E la gatta frettolosa fa i figli ciechi (per il mio abuso di proverbi, fate le vostre rimostranze a mia madre)
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2. È vero, siamo adulti e non abbiamo più bisogno di millemila anni per capire se quella persona ci piace (ciò apparentemente giustificherebbe quei fenomeni paranormali di ultratrentenni che si incontrano, dopo 3 mesi convivono, dopo 10 mesi si sposano). Però, essendo adulti, sostanzialmente più completi rispetto a quanto lo fossimo 10 anni fa, prima di impegnarci consapevolmente in una relazione propriamente detta, ci pensiamo di più. Non vuol dire che quella persona non ci piaccia. Vuol dire che dobbiamo capire se siamo in grado di farle spazio nella nostra già edificata vita. Dobbiamo capire se essere due invece di uno è compatibile con noi stessi. Con il modo in cui siamo. Con tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito per stare al mondo da soli. Con tutti gli impegni che abbiamo preso. Con quella vita che abbiamo impostato e vissuto per anni, single come eravamo, perché scusa-sai-ma-non-potevo-mettermi-in-stand-by-finché-non-arrivavi-tu.
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3. Se non facciamo spazio nella nostra vita, vuol dire che quella persona non ci piace abbastanza? Probabile. Ma non è detto. Prima di decretarlo, prendiamo e concediamo il tempo necessario, di cui al punto uno.
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4. Il tempo non lo decidiamo soltanto noi. Lo decide pure l’altro. E no, non deve essere un tempo indeterminato, naturalmente, perché sì, hai ragione, il tempo passa.  Ma deve essere un TEMPO, in un’epoca in cui siamo abituati al non-tempo. L’abbiamo parcellizzato, ottimizzato, atomizzato, creando micro-rapporti, contatti simultanei, costanti e superficiali. Se uno non ci scrive per 5 ore sbrocchiamo. Se non si fa sentire per 1 giorno è uno stronzo. Ma 5 ore e 1 giorno sono una nullità, in termini di tempo, e da questa nullità noi facciamo dipendere la vita e la morte di questi rapporti (del tipo “ha visualizzato 3 ore fa e non mi ha risposto: TAGLIATEGLI LA TESTAAAA). Questa è un’aberrazione di cui siamo vittime, il non-tempo non può che generare non-relazioni. Perché se il non-partner che ha osato non scriverci per un paio di giorni, fa una cosa amarcord come farci una telefonata dopo 3 giorni (che sarebbe una cosa di per sé carina, che sarebbe stata la normalità 10 anni fa) quello ci trova come minimo letalmente offese perché non ha passato le precedenti 48 ore a mandarci messaggini. Eddai. Essù. Di cosa stiamo parlando?
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5. Nel frattempo, mentre stiamo a vedere la vita come va, se questa non-relazione s’accede e c’incendia o se fa la fine di un cerino del campo santo, se proprio fate fatica ad avere pazienza: distraetevi. Non vi fissate. Non siate pesanti. Non chiedete risposte. Non pushate. Non pretendete conferme. Semplicemente vivete, cazzo. Conoscetevi. Conoscete tutto, anche le sue micro abitudini, i suoi toni, il suo modo di fare, i suoi ritmi. Scopritelo e comprendetelo, poi valutate se vi garba oppure no. Ma di base se non siete disposti a comprendere un altro essere umano all’infuori di voi stessi, è inutile anche che pensiate di avere una relazione.
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6. Dedicatevi a voi. Proseguite con la vostra vita. Con i vostri progetti, i vostri sport, i vostri impegni, i vostri viaggi, i vostri rapporti. Uscite con gli amici, siate attivi e positivi e non appendete il vostro umore all’atteggiamento di una persona che solo lo scorso inverno non sapevate nemmeno esistesse sul globo terraqueo.
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7. Proseguite anche con i vostri flirt, che non vuol dire datela via come se faceste volantinaggio, o diffondete il vostro seme nell’ambiente come fosse uno spray. Più semplicemente, vuol dire: non dimenticate che nel mondo esistono altri esseri umani, che il non-partner non è il solo e neppure l’ultimo. Di fatto, finché non decidete insieme di investire coscientemente il vostro capitale emotivo reale in questo rapporto, finché non siete concordi sul fatto che sia un investimento sensato, allora è corretto distribuirete i rischi (lo so, sembra cinico, ma sì, in effetti lo è)
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8. Naturalmente però, anche se differenziate, se il non-partner vi piace, spererete comunque che la cosa vada in porto. Affinché al porto abbia la possibilità anche solo di attraccare, e non naufraghi al largo, dovete sapercela condurre, la nave. In altri termini, dovete essere piacevoli. Dovete essere appetibili. Dovete essere desiderabili. Il ché ci conduce al nono punto, che è il più critico.
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9. Per essere desiderabili, dovete trovarvi desiderabili. Dovete crederci, che lo siete. Dovete fare pace con la merda che avete, perché di sicuro ne avete e ne avete più di quanta ne aveste a 22 anni, per il banale fatto che siete più vecchi. E spesso la merda ce la portiamo dai 5 anni di età, e poi se ne aggiunge altra e altra ancora, ed è inevitabile che sia così. È la monnezza della nostra vita, alcuni la gestiscono meglio e altri peggio, certi la riciclano per bene e certi altri sono Napoli (state calmi, amici napoletani, non è razzismo, è solo che vi ricordate quando non si parlava d’altro che della monnezza a Napoli? Ecco. Prendetevela con i media. Certo, Napoli non è solo quella e neppure quella di Gomorra, del resto io vengo da Taranto dove c’è la diossina, vivvubbbì). Dicevo, tutti abbiamo la nostra monnezza e dobbiamo gestirla e smaltirla e non possiamo pensare che un partner, chiunque esso sia, venga a fare il Bertolaso nell’anima nostra. Quindi no. Che tu sei dolcemente complicata a quello non interessa. Che tu hai paura dell’abbandono a quello non gliene frega. Se sei insicura del tuo corpo, se sei frustrata dal lavoro, se sei arrabbiata come una faina, quello non ti prende. Ma giustamente, perché dovrebbe prendersi un pacco? Tu sei un pacco? No che non lo sei. E allora non venderti come se lo fossi. Non fargli vedere in primis la tua monnezza. Che non vuol dire truffarlo, ma vuol dire NON far sì che lui ti veda attraverso la lente che usi tu. Lascia che scelga lui la lente attraverso la quale guardarti. E prova a mostrare le cose migliori di te. Non dico ostentarle, ma dagli la possibilità di vederle. È come quando fai una foto e ti metti dal profilo migliore. Non è che ti fai la foto per venire intenzionalmente un cesso, né diventerai Sharon Stone (quella di Basic Instinct). Però provi a farti carina. Provate a farvi carini per l’altro. A esserlo. A dare, oltre che a pesare quanto ricevete. Vigili sul fatto che sia vicendevole, certo, ma senza sfociare nella patologia.
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10. Scegliete i vostri confidenti e non seguite consigli a caso. Per carità, sfogatevi pure, ma fate ciò che il vostro buonsenso vi suggerisce. Il buonsenso ce l’avete eh. Guidate, lavorate, votate, ogni giorno prendete delle decisioni. Quindi ne siete equipaggiati. Semplicemente: usatelo. E non fatevi condizionare da ciò che dicono terzi. Né quando eccedono in entusiasmo, che già vi vedono con il brillocco al dito, né quando (spesso per protezione nei vostri confronti) vi scoraggiano. Perché la verità brutale è che state parlando con chi? Con un’amica che nella sua vita è stata single 1 ora in tutto? Una che gli uomini li gestisce da dio, per carità, ma nel suo modo, col suo aspetto, con il suo carattere, non col vostro. E voi siete persone diverse. Con chi ne parlate, con la vostra amica sposata che non sa nemmeno quale sia l’icona di Tinder? Con il vostro amico gay che ha una vita sessuale che è un mattatoio? Con quell’altro che non ha mai avuto una relazione che sia durata più di 2 mesi? O con quella che vi impartisce lezioni di vita mentre è la fidanzata cornuta o l’amante di qualche altro? Per carità, sono tutte persone che possono dirvi cose intelligenti, illuminanti, profonde o utili. Ma un conto è ascoltare, un conto è seguire. Io, per esempio, parlo sempre con mia madre, non seguo mai i suoi consigli (purtroppo), ma ascolto sempre le sue intuizioni (e poi penso che aveva ragione lei e, ogni volta, glielo dico; o me lo dice lei, che me l’aveva detto dal primo momento).
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Concludo con un rimedio della nonna, per i momenti di crisi:
Quando io mi trovo in queste situazioni, sul terreno di una non-relazione, quando ho voglia di dire e spiegare, quando ho voglia di fare a un uomo uno di quei discorsi pesantissimi vaginali che nessun pene sopporterà mai, scrivo. Scrivo lunghe missive, convinta che le spedirò l’indomani. Il giorno dopo le rileggo e mi accorgo che NO WAY, che sono over-emotiva  e che ovviamente non le spedirò. Ma scriverle mi è servito, non solo come sfogo, ma come misura, chiara e inequivocabile,  della mia assurda pesantezza.
Alla fine salvo un 20% di quello che ho scritto (il nucleo valido, l’istanza vera, ripulita dalle assurdità vaginali) e ne parlo – se mai – a voce con l’interlocutore (oppure produco una versione editata della prima stesura, molto più sintetica ed efficace).
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Lo so, lo so, è proprio un rimedio della nonna.

Ma, a volte, i rimedi della nonna funzionano ancora.

Se è figo, se non è figo

Ho deciso di fare coming out. Ho deciso di dire la verità su come noi donne reagiamo ai flirt.

Perché, dopotutto, siamo convinte di essere molto più sofisticate e complesse degli uomini (e per certi aspetti senz’altro lo siamo), ma inciampiamo anche noi in una riduzione fastidiosa seppur verosimile, subendola ma anche applicandola, e cioè: non gli piaci abbastanza/non ti piace abbastanza.

Per capire meglio a cosa facciamo riferimento, entriamo nel dettaglio di alcune situazioni che tipicamente si verificano nei primi approcci con l’altro sesso e scopriamo quanto, sottoposte alle stesse sollecitazioni, reagiamo in maniera diversa a seconda di quanto sia figo l’uomo in questione. I due scenari che prospettiamo, cum figus e sine figus, non si riferiscono al mero aspetto estetico, ovviamente, ma a quell’insieme di elementi – alcuni evidenti, altri imperscrutabili e nascosti nelle profondità del nostro inconscio – che rendono un soggetto particolarmente appetibile per noi.

Se è figo

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  • Controlliamo il telefono ogni 3 minuti
  • Se vediamo una sua notifica, sorridiamo compiaciute e ci fiondiamo a leggerla
  • Per rispondere aspettiamo circa 10 secondi, il tempo di pensare alla cosa più sagace da dire (che spesso non è poi così sagace, a esser franche)
  • Riponiamo il telefono e lo controlliamo ogni 30 secondi per vedere se ri-risponde
  • A un certo punto, per non fare le groupie, ci imponiamo di non visualizzare e di non accedere a whatsapp per almeno 15 minuti. Generalmente al settimo minuto non resistiamo più e leggiamo.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il nostro, ed è un messaggio inutile tipo un’emoticon
  • Se invece ha troncato lui la conversazione, ci offendiamo un po’, in segreto, e giuriamo a noi stesse che non ci faremo sentire più finché non si farà vivo lui (lasso di tempo accuratamente monitorato e misurato in minuti, poi in ore, poi in giorni)
  • Lui non si fa vivo, quindi pensiamo che in effetti è così figo che possiamo fare un’eccezione, che vale lo sforzo e che possiamo scrivergli noi. Per riuscirci consumiamo circa 350 kcal e mandiamo al macero tutta la nostra educazione sentimentale borbonica che vuole che l’iniziativa sia maschia (ma, del resto, viviamo nel 2016 e, tra criptochecche e amazzoni metropolitane, è difficile discernere il giusto dallo sbagliato, senza contare che “non esistono leggi in amore“)
  • Visualizza, non risponde. Noi controlliamo le spunte. Controlliamo che sia online. Andiamo a controllare se per caso è attivo su Facebook. Se per caso ha pubblicato qualcosa sulla bacheca. Se per caso non è rimasto vittima di un attentato terroristico e per questo non ci degna dell’attenzione che altresì meriteremmo. Niente.
  • Riappare dopo 15 ore. Noi c’abbiamo i coglioni di traverso, ma non diciamo nulla perché siamo donne emancipate e poi sei mica pazzah, che cosa vuoi, ha una vita. Ci vendichiamo al massimo facendolo attendere 30 minuti.
  • I nostri messaggi sono prolissi, viaggiano a gruppi di almeno 3-4 paragrafi per volta. Lui risponde a monosillabi. Comunque non più di cinque parole. Figurati una subordinata.
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno pensiamo che non vediamo l’ora di vederlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo che ha una voce adorabile, la ascoltiamo 8 volte, la forwardiamo all’amica più intima, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale
  • Se ci manda delle sue fotografie pensiamo che avremo dei figli bellissimi, le salviamo e ci intasiamo la gallery di sue effigi nelle quali inciamperemo quando la cosa sarà inevitabilmente andata a mignotte
  • Se ci parla di sua madre, ci chiediamo se piaceremo a nostra suocera
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che è stupendo, ha anche l’istinto di paternità
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia divertente e se ci manda dei link li guardiamo tutti fino all’ultimo secondo anche se non ce ne frega una minchia
  • Se ci fa una telefonata, sta diventando una cosa importante, quasi amore
  • Se ci invita a uscire, accettiamo. Se abbiamo impegni li spostiamo con tripli salti mortali. Pacchiamo le amiche senza rimorso e senza ritegno, e non mentiamo nemmeno, fiduciose del fatto che le amiche vere capiscono. Le vere amiche sanno.
  • Se ci passa a prendere ci sembra rassicurante e premuroso, e apprezziamo un casino questo fatto che non ci fa sciupare a guidare e cercare parcheggio, o a prendere i mezzi, o a spendere soldi per il taxi.
  • Se durante la cena è loquace, che bello, si sta aprendo, stiamo comunicando! Se invece tace, è tenebroso e affascinante.
  • Se non ci invita a uscire, convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali, incluse le quote finocchie, per analizzare il caso, decifrare i suoi contrastanti segnali e diagnosticare quale forma di disadattamento abbia, perché è evidentemente che è un disadattato
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita, va bene. Anzi, forse siamo noi che ci proviamo.
  • Se a letto non è il top, non importa, sono stata molto bene lo stesso. Se a letto è il top, iniziamo a chiederci se cerimonia civile o religiosa.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, iniziamo a patire e a lamentarci della totale assenza di uomini single eterosessuali, non egofroci, equilibrati.
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, affrontiamo la giornata con un sorprendente buon umore, il ché è la scientifica dimostrazione del fatto che sì, è vero: quando siamo acide è perché non scopiamo abbastanza (o abbastanza bene)
  • Se fa qualche progetto al futuro il cuore ci salta via dallo sterno, perché ei forse allora al matrimonio della mia amica avrò il mio +1. Te pensa.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, non avremo mai più una storia,  ormai è impossibile, piangiamo e scriviamo alle nostre amiche intime, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale; quelle ci dicono le cose che si dicono in questi casi e noi le ascoltiamo ma in fondo non riusciamo a liberarci della modalità “futura gattara inesorabilmente disgraziata” per almeno una settimana.

 

Se NON è figo

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  • Controlliamo il telefono e proviamo delusione mista a fastidio quando rileviamo 5 notifiche di quello che non ci piace. Invece che del figo.
  • Non c’è nessuna fretta di accedere a whatsapp e visualizzare i messaggi, del resto sto stalkerando su Facebook la nuova tipa del mio ex. Leggerò quando arriveranno notifiche rilevanti, tipo quelle del gruppo “Assorbenti con le ali per lanciarsi col paracadute” con le amiche della scuola materna.
  • Tra una risposta e l’altra lasciamo passare circa 15 minuti, di modo che anche il più solerte interlocutore sarebbe degnamente scoraggiato.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il suo. Non è colpa mia se mi sono addormentata all’improvviso. È stata una giornata pesante.
  • Non ci facciamo sentire. Se non si fa sentire lui ce ne accorgiamo dopo 1 mese.
  • Magari gli scriviamo un “come va?”, perché in fondo siamo educate e non ha fatto nulla di male
  • Visualizziamo, non rispondiamo. Ricompariamo dopo 15 ore e non osare dirmi nulla, cazzo vuoi, ho una vita
  • Rispondiamo a monosillabi o quasi. Usiamo l’emoticon del pollice per dire “ok” e chiudere la conversazione
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno, pensiamo di bloccarlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo ma che sbatti, sono in pubblico,  ma che vuoi, ma non puoi scrivere?
  • Se ci manda delle fotografie sue, notiamo tutti i terribili errori di stile che commette
  • Se ci parla di sua madre pensiamo che vabbé, dai, cresci un po’
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che voglia usarci come incubatrici e no, scusa, ma io non sono pronta
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia adolescenziale e se ci manda dei link non ci clicchiamo nemmeno sopra dicendo “lo guardo appena riesco” e non riusciremo mai più.
  • Se ci fa una telefonata, è invadente.
  • Se ci invita a uscire, abbiamo impegni. Siamo piene per le prossime 3 settimane. Guarda sono infognata. Periodo pazzesco. Gli diamo pacco numerose volte consecutive. Alla fine cediamo perché, in fondo, non si può mai sapere.
  • Se vuole passarci a prendere, è uno stalker che vuole sapere dove abitiamo esattamente. No tranqui, prendo un’enjoy.
  • Se durante la cena è loquace, per noi è logorroico; se tace è un disagiato
  • Se ci invita a uscire convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali per valutare come gestire la possibilità che ne voglia, mentre noi non ne vogliamo
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita è un inetto, ma non lo capisce, ma per chi ti ha presa, ma perché gli uomini devono sempre sessualizzare tutto così in fretta? Che stress.
  • Se a letto non è il top, addio. Se a letto è bravo e zelante, sì, magari lo rivedo, però insomma non so. Al limite come trombamico nei periodi di arsura.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, tiriamo un sospiro di sollievo
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, iniziamo a pensare cosa fare per scollarcelo di dosso
  • Se fa qualche progetto al futuro: SENTI STAI CALMO, IO SONO UNA DONNA SINGLE, NON RINUNCIO ALLA MIA LIBERTÀ SIA CHIARO, NON POTRAI INGABBIARMI MAI, NON POTRAI LIMITARE I MIEI SPAZI Né LA MIA INDIPENDENZA E POI GUARDA CHE IO SONO UN CASINO LASCIAMI PERDERE.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, è andata così, sono una donna contemporanea e contundente, mi amo & mi odio, forse la mia dimensione è questa perché sì, sai, io non mi accontento, perché io valgoh.

E lo scriviamo alle altre amiche single che, anche lì, comprendono il nostro stato e ci dicono “si, si, certo”. Perché è tutto vero e tutto sarà così, finché non troveremo un altro figo a cui non piacciamo abbastanza. E il ciclo ricomincerà da capo.

E allora, forse, se un modo esiste per venirne fuori, per non dividere il mondo in categorie stagne, in fretta, con questi ritmi serrati dettati dall’iperconnessione in cui viviamo, dall’infinita pluralità di offerta, dall’inafferrabile liquidità dell’instant-relationship, ecco se un modo esiste forse è prendere e pretendere tempo. Da noi stessi e dagli altri. Tempo per conoscersi. Per capire se ci si piace oppure no. Perché non siamo i messaggi che scriviamo, né i meme che inviamo, né i link che condividiamo, né le stronzate che pubblichiamo. Perché siamo anche cose altre, e molte, e per scoprirle ci vuole il fottuto tempo. Altrimenti, in fretta, facciamo presto a decretare che uno è in o out, sulla base di micro-impressioni, di atteggiamenti digitali, di tempi di reazione messaggistica. O di quanto è biondo. O di com’è vestito.

Piacersi dev’essere un’altra cosa. E finché non ci riappropriamo del significato stesso di piacere e piacersi, che è una cosa che presuppone la scoperta, lo svelamento, la condivisione, la comprensione, la partita che si gioca ad armi pari e parità d’intenti, penso che continueremo ad accenderci di facili entusiasmi e a spegnerci di superficiali delusioni.

Indipendentemente dal fatto che siamo portatori di pene o di vagina.

Con questa estrema saggezza concludo.

Andate in pace.

Amicizia Uomo-Donna

E’ uno dei grandi misteri insoluti della civiltà moderna, non proprio al livello della cronologica e insondabile successione dell’uovo e della gallina, ma quasi: può esistere l’amicizia tra uomo e donna (eterosessuali)?

Sia chiaro che per agilità d’analisi scegliamo di tagliare fuori dal panel quei casi limite in cui lui ha lo stesso sex appeal di Renato Brunetta, a 12 anni, vestito da boy scout, con l’acne. E, al tempo stesso, i casi in cui lei sia la sosia di Eva Herzigova, ma Eva Herzigova del 1998. Proviamo a riflettere, piuttosto, su tutti gli altri casi, che grazie al cielo sono la maggioranza, in cui gli astanti sono persone grossomodo non repellenti, non maleodoranti, non irresistibili.

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La domanda, se possa o meno esistere l’amicizia tra uomo e donna, è arcaica, un po’ retorica, ma sempre attuale. Ponendola agli intervistati, ne emergono pareri discordanti che delineano 3 macro-tipi sociali, calzanti sia sul sistema cognitivo vaginale che su quello virile:

a) L’estremista (per usare un termine particolarmente attuale) –> è il talebano della divisione dei generi, quel tipo di individuo che dice: “ho già gli amici per giocare a calcetto” oppure “ho già le amiche per fare shopping“, ergo se mi relaziono con qualcuno dell’altro sesso “è perché voglio scopare” (se sono uomo), oppure “è perché voglio l’amore” (se sono donna). La maggior parte degli estremisti non nega l’amicizia uomo-donna sulla base di diretta esperienza negativa con persone dell’altro sesso quanto, piuttosto, sul fatto di essere stato fatto cervo a primavera con il miglior amico/a dell’ex-partner. La cosa più peculiare degli Estremisti è che non solo loro non praticano l’amicizia uomo-donna ma s’aspettano anche che il resto del mondo non la debba praticare.  Da qui si sviluppa uno spin-off sui rapporti di amicizia incrinati a causa della gelosia di nuovi fidanzati e nuove fidanzate.

b) L’idealista –> quello che certo-ovvio-che-è-possibile-io-ho-solo-amiche-donne, che di solito è il prodromo di un coming out. Anche nella versione sì-certo-io-ho-decine-di-amici-che-sono-come-fratelli, solitamente detta senza considerare il fatto che il 95% dei suddetti si macchierebbe senza alcuna esitazione o quasi, qualora l’opportunità si presentasse, di incesto.

c) Il possibilista –> ovverosia quello che sostiene che ogni caso sia diverso, che esistano alcune amicizie uomo-donna che restano tali per tutta la vita e altre che evolvono, dal limone duro in su, fino ad arrivare – nei casi più critici – al matrimonio e alla procreazione. Generalmente il possibilista introduce delle variabili per argomentare la complessità del discorso:

1. La longevità dell’amicizia. Da quanto dura? Quanti anni avevate quando è iniziata? Dovevano ancora venirti le mestruazioni? Lui era ancora vergine? Siete passati incolumi attraverso gli smottamenti ormonali dell’adolescenza? Quando vi guardate, rivedete ancora la versione jonica di Ugly Betty con le treccine e gli occhiali rotondi, oppure il ciccione con la tuta accetata Legea e lo zaino Seven portato su entrambe le spalle? Se sì, è più difficile che decidiate di fare il Circo Togni sul materasso.

2. La frequenza dei contatti. Ogni quanto vi sentite? Ogni quanto vi vedete? Una volta alla settimana? Una al mese? Tutti i giorni? Vi date il buongiorno e la buonanotte su Whatsapp?

3. L’Età. L’età è importante perché comporta una percezione piuttosto chiara degli eventi e dei loro possibili sviluppi. L’età dovrebbe significare esperienza, dunque consapevolezza. Consapevolezza che state alimentando un rapporto borderline, consapevolezza che potete sicuramente gestire le vostre sensazioni e i vostri barbari istinti. Consapevolezza che “non c’è niente di male” è solo una frase, oppure una concreta e solida realtà, un po’ come quelle di Roberto Carlino di ImmobilDream.

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4. La situazione sentimentale. E’ un altro elemento fondamentale: siete entrambi single? Siete entrambi accoppiati? Siete fifty fifty? Siete soddisfatti delle vostre relazioni o siete tormentati e alla ricerca di altro? Svuotate le sacche scrotali con regolarità oppure l’astinenza può indurvi ad atti inconsulti come molestare la vostra ex compagna di banco? Avete qualcuno che vi corteggi e con cui flirtare? Avete altri rapporti più o meno piacevoli con altri portatori di pene/vagina?

5. Affetto o Empatia? E con questo si giunge in genere al nocciolo della questione: l’affetto è trasversale e può senza subbio esistere tra uomo e donna, tanto quanto esiste tra persone che condividono lo stesso genere e lo stesso orientamento sessuale. Empatia, invece, vuol dire che pensiamo cose simili e che sentiamo cose simili. E l’amicizia uomo-donna probabilmente si gioca sull’equilibrio di questi ingredienti, sul far sì che crescano di pari passo, usando quell’arma segreta grazie alla quale (o per colpa della quale) non passiamo la vita a ingropparci reciprocamente a tutti gli angoli di strade, tipo cani randagi: la ragione.

Personalmente penso di essere possibilista, penso che l’amicizia uomo-donna possa esistere e che possa, talvolta, diventare attrazione. Penso che, qualora succeda, sia naturale, che in sé non rappresenti nulla di sbagliato, che su 7 miliardi di esseri umani, sarebbe preoccupante se ce ne piacesse uno soltanto.  Penso che se ogni giorno viviamo nel mondo, lo percorriamo, lo abitiamo, se ogni giorno conosciamo persone, non c’è niente di male se ne troviamo una che ci sta simpatica. E quando parlo di simpatia non penso a quella che potevano nutrire reciprocamente Rocco e Moana. Penso al piacere di parlare con una persona interessante, o di dire minchiate in svacco senza aver nulla da dimostrare, o di ridere, o di raccontare un aneddoto bevendo un bicchiere di vino, o di godere della compagnia di qualcuno che stimiamo.

Personalmente penso che se non usassimo sempre il sesso come filtro per guardare tutta la realtà, se non sessualizzassimo sempre qualunque cosa (il ché suona quasi ridicolo scritto da me), potremmo goderci molto di più ciò che siamo e ciò che possiamo offrirci. Come persone.

Uomini e donne.

Così come siamo.

 

Ps: chiudo citando il mio amico Tarallino che riesce sempre, con somma maestria, a sintetizzare efficacemente la realtà:

“Tu sei mia amica,

io non voglio trombarti,

quindi sì,

l’amicizia tra uomo e donna esiste”.

Sopravvivenza per Vagine Single

Alcuni pensano che vivere da single sia una passeggiata, che non devi rendere conto a nessuno, che hai i tuoi spazi e i tuoi tempi, insomma, quel bene primario meglio noto come “libertà individuale” che pare tenda a sacrificarsi – anche solo parzialmente – sull’altare della coppia.

Magari è anche vero, tutto questo, il fatto però è che ci sono una serie di criticità che non puoi comprendere, finché non vivi da sola.  Decine, centinaia di piccole assenze virili di cui la tua dimensione domestico-esistenziale è costellata, che ti accompagneranno per tutto il tuo solitario excursus. Quando ti tocca fare da maschio e da femmina, capisci che saresti pure disposta ad accentuare le tue attitudini vaginali, secondo una razionale  divisione dei ruoli in base al genere sessuale, se in compenso potessi svangare a lui tutti i compiti fallici. In altre parole: ti lavo pure i maledetti calzini, se sistemi quel cazzo di rubinetto.

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Tuttavia, finché il proprio status sentimentale non cambia, tocca arrangiarsi alla bene e meglio ed è proprio per questo motivo che ho deciso di creare un prontuario di Sopravvivenza per Vagine Single, basato sulla mia umile esperienza, al fine di giovare a coloro le quali condividono la medesima condizione di vita.

***

1. Le lampadine

Se si tratta di lampadina normale, di quelle svita-e-avvita-e-basta, possiamo farcela. L’unica difficoltà è ricordarsi di comprare quella nuova, dopo aver svitato la vecchia e aver controllato i Volt. O i Watt. O chi può dirlo.

La situazione si complica quando si tratta di lampadina incorporata in un mobile (tipo quella sul piano cottura). Lì son problemy. Provate a smanettare e poi, se capite che per cambiarla serve McGyver, aspettate che vostro padre venga a trovarvi, oppure che un’entità maschile di qualunque genere e natura – nei casi più disperati va bene anche il fattorino della pizza – varchi la soglia di casa vostra. E chiedetegli aiuto. Fanculo al femminismo.

2. Il contatore della luce

Personalmente ho avuto grandissime difficoltà a capire il funzionamento del mio contatore da 3 kw. I primi due anni li ho trascorsi andando avanti per prove ed errori. Così ho capito che non posso accendere la stufetta mentre va la lavatrice, e che non posso asciugarmi i capelli col phon mentre ho il forno acceso. E che non posso nemmeno stirare, mentre mi asciugo i capelli col phon. In effetti, questo non lo avrei potuto fare comunque.

La situazione più epica in cui ho dovuto agire come una vera eroina d’altri tempi, autentica Giovanna D’Arco del focolare, è stata quella in cui la luce è saltata mentre ero sotto la doccia, con lo shampoo nei capelli, le tenebre intorno a me e non uno stronzo da mandare in cantina a riattivare il contatore. Niente. Ho dovuto sciacquarmi, mettere l’accappatoio, il turbante in testa, uscire in deshabillé e fare tutto da me.

Ad oggi spero ancora che nessuno dei miei condomini mi abbia vista.

3. Il salvavita

Proprio quando la vagina pensa di essere ormai padrona del suo contatore elettrico, scopre l’esistenza di un altro dispositivo che può minare il naturale consumo dei suoi elettrodomestici: il salvavita. Il primo incontro tra me e questa diavoleria moderna è avvenuto il giorno in cui l’universo fenomenico attorno a me è andato in black out, io sono andata in cantina, non avevo idea di quale fosse il mio contatore – giacché nessuno di quelli che mi si paravano innanzi  aveva la levetta alzata (chiaro segnale da cui io – che son furba come una lince – ero solita individuare il mio), e ho deciso, arbitrariamente, di agire su uno dei tanti, moderatamente persuasa del fatto che fosse quello di casa mia. Ovviamente era quello del mio vicino.

Quando quello mi ha raggiunta in cantina per riportare in casa sua la corrente elettrica di cui avevo deliberatamente deciso di privarlo, gli ho confessato il mio dramma. E lì, lui, mi ha suggerito l’esistenza del salvavita-questo-sconosciuto.

4. Gli insetti 

Gli insetti dovrebbero avere il buon senso di non manifestarsi mai nella casa di una vagina single. Tuttavia, quelli, che non brillano né per intelligenza né per sensibilità, ogni tanto intrudono nel nostro spazio domestico.  Trovarli è sempre un’esperienza sgradevole, siamo tutte d’accordo. Comunque, per superare l’attacco di panico potete provare con quel genere di dialettica genitoriale che recita: “Guarda com’è piccolo lui e come sei grande tu“, che io avrei sempre voluto rispondere “Sì, ok, ma io non ho 14 braccia, non faccio così schifo“.

Mentre imprecate ed emettete versi di disgusto e disappunto, munitevi di una geniale invenzione: lo Swiffer. Contrariamente a quanto recitato nella reclame, questo strumento non serve a togliere la polvere con panni elettrostatici, bensì a consentire a vagine single di uccidere gli insetti mantenendo una salvifica distanza di sicurezza dagli immondi esseri morituri. Tipo che se lo Swiffer lo avessero inventato negli anni settanta, Sigourney Weaver avrebbe usato quello per uccidere Alien.

Se io sono riuscita a eliminare con questo metodo una Skolopendra (se non sapete cos’è, siete persone normali), potete farcela anche voi.

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5. L’automobile

I più pensano che il rapporto tra le vagine e i motori raggiunga l’apice della sua criticità innanzi a un parcheggio a cassonetto o a una retromarcia. Questo, in realtà, è un falso mito. Uno dei terreni su cui più emerge la carenza virile nella vita di una donna single, infatti, è la manutenzione di un’automobile. Non è colpa nostra, del resto, se le uniche “candele” che conosciamo sono quelle Ikea, se la “batteria” è quella delle televendite Mondial Casa, se le “pasticche” sono quelle Leone, se l’olio è solo l’extravergine di oliva oppure quello di semi per friggere, se quando parliamo di “freni” pensiamo al massimo alle nostre inibizioni sessuali e se le “spie“, nel nostro universo cognitivo, sono quelle che parlano troppo, non quelle che si accendono per indicare che il nostro bolide ha bisogno di qualcosa.

E così succede che ti ritrovi di notte a restare a terra con la macchina e a non sapere nemmeno quale sia il santo protettore delle zitelle, per invocare il suo aiuto divino e capire come cazzo risolvere l’incresciosa situazione. Per poi finire a contattare un carrattrezzi alle 2 del mattino, con voce scossa come se il mondo ti fosse crollato addosso e tu avessi un disperato bisogno di un pene meccanico accanto, anche a costo di pagarlo 200 euro, che nemmeno una Salomé col pisello ti sarebbe costata così tanto.

Altra cosa. Amiche vagine, cercate online il numero di un soccorso stradale locale e conservatelo nel cruscotto, perché come minimo vi succede anche di restare a terra con la macchina e di avere lo smartphone scarico e quel 25% di pneuma vitale che resta al vostro telefono dovete usarlo per chiamare il soccorso, non per ricercare online il numero da contattare. Naturalmente se foste uomini avreste il caricatore per automobile, ma noi no, noi abbiamo tante boccettine di smalto rosso (rosso amaranto, rosso carminio, rosso ciliegia, rosso corallo, rosso magenta, rosso porpora, rosso cardinale e rosso pompeiano) ma no, non certi orpelli tecnologici –> se il caricabatterie da automobile ve l’ha comprato vostro padre, il vostro ex, il vostro migliore amico, ovviamente non vale.

***

Concludiamo qui questa prima sessione di Sopravvivenza per Vagine Single.

Integreremo più avanti per ampliare la nostra enciclopedica dissertazione attorno alle situazioni esistenziali nelle quali avere un pene accanto sarebbe utilissimo, ma nella sua assenza, tocca ingegnarsi.

C’è Pene e Pene

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L’altra sera ero nel bel mezzo di un tette a tette con Zia Vagina, ingozzandoci di sushi, che poi è buffo perché io il sushi non lo mangio, ma ho scoperto l’esistenza degli Ebi Philadelphia, che c’hanno l’avocado e il gamberetto cotto, che sono una roba che mi da proprio la dipendenza fisica e soprattutto psicologica. Nel senso che ne voglio sempre. Ne mangerei a nastro. In continuazione. Tutti i giorni. A tutti i pasti. Questo tanto per confermare che sono una persona perfettamente equilibrata, capace di instaurare rapporti salutari con cose/persone/alimenti.

Ad ogni modo, dicevamo, ero con Zia Vagina a parlottare, magnando, che ci facciamo le mejo chiacchierate del mondo, noi, magnando e bevendo la Leffe, o la Menabrea, o volendo anche la Dreher che però in Puglia si dice Dregher, nessuno ha mai saputo e mai saprà il perché. Ecco eravamo lì a parlare e lei, a un certo punto, traendo spunto da un sms che le avevo inviato tempo addietro in cui tessevo delle discrete e composte lodi all’ultimo augello in cui mi ero imbattuta definendolo, così, in maniera piuttosto sobria “davvero un bell’uccello”, ecco, Zia Vagina mi fa: “Tes (perché de sti tempi è molto di moda chiamarsi “tes”, se chiamamo tutti “tes”, pure Frecciagrossa lo chiamo “tes” e se mi scuso di chiamarlo “tes” – nemmanco fosse una femminuccia che mi presta il fazzoletto nel cesso del liceo, voglio dire – quello mi dice che a lui ci piace, che lo chiami “tes”, tra un po’ inizieremo a fare il punto croce insieme, chiamandoci “tes” de sto passo)….”

Dicevo, Zia Vagina mi chiede: “Tes, ma com’è un bell’uccello secondo te? No, perché a me sembrano tutti brutti”

Premesso che io ho questo vizio disdicevole di commentare l’equipaggiamento degli uomini, che lo so, è una cosa di dubbio gusto, una roba che nemmeno i peggiori maschi nei più loschi bar di Caracas, me ne rendo conto, però è un riflesso incondizionato, non so perché, sarà che un giorno ho deciso che si poteva parlare di questi argomenti liberamente, ecco, fatto sta che con una ristretta selezione di persone – oltre che con mezza blogosfera – mi sento libera di fare commenti di natura genitale.

Allora, dopo aver lautamente sorriso di fronte alla sconcertante purezza della domanda della mia amica, disarmata dal suo sguardo radioso, ho deciso di fornirle una spiegazione quanto più enciclopedica possibile di quali sono, secondo me, le tipologie di peni in circolazione e cosa intendo io per “davvero un bell’uccello”. Ed è scrivendo questa frase che capisco perché il fidanzato di Zia Vagina mi consideri una “zozza che dice un sacco di parolacce” e sia convinto che io eserciti una cattiva influenza su di lei.

Premetto che il gusto è soggettivo: vale per i gelati e vale per i piselli. Io per esempio non concepisco i gelati alla frutta, cioè sono una cosa che proprio sfonda il mio raziocinio, la mia umana capacità di comprensione degli eventi. Per me il gelato (di cui non vado ghiotta, per inciso) è alle creme. Puntoebbasta. Nella stessa misura, il “bell’uccello” è soggettivo. Ognuna c’ha il suo, per quell’antico adagio secondo cui non esistono le anime gemelle quanto i genitali gemelli. Non c’è quello perfetto in assoluto, esiste quello che ti calza meglio e quello che ti calza peggio. Il pene in un certo senso è come un jeans: lo capisci subito se ti sta su o no e la prova del nove è sempre vedere come ti calza sul lato B.

Ma entriamo nel vivo e facciamolo senza falsi pudori, che noi vagine veniamo classificate da decenni per le varie tipologie di sise, e di culi, e di vulve che abbiamo.

Naturalmente la seguente guida è passibile di mancanze. Non sono mica Asa Akira, per dio.

 

Minimal

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Si tratta di quei casi, per dirla alla De Gregori, in cui un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. Ma soprattutto dalla fantasia. Un piccolo pene non è necessariamente un male, purché il tutore biologico del piccolo membro non pretenda di soddisfarvi con quello e quello soltanto. Purché egli abbia voglia di giocare e farvi star bene con qualsiasi mezzo. Lecito e illecito.

 

Skinny

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Perché essere snelli non è sempre e necessariamente un plus. Questi sarebbero peni perfetti per le vagine-cannuccia.

Per tutte le altre, no.

Anche in questo caso, comunque, animo! Se lui rientra in questa categoria e lei c’ha il traforo del Monte Bianco, la combinazione non è felice, d’accordo, ma già che si è lì conviene trovare spunti ludici per divertirsi insieme.

 

Medium Size

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Qui è puro estro. Le cose possono andare normali, molto bene o molto male. Dipende da altri fattori.

 

Large

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Il pene Large sarebbe un pene normale, ma tutto un po’ deppiù. Un po’ più lungo. Un po’ più largo. Un po’ più gagliardo. Ecco io quando ne trovo uno, di questi qui, sono proprio felice. Perché rimangono una cosa composta, non esagerata, ma bella appagante, ricca. Come una quarta di seno: tanta roba ma non troppa!

Non vorrei sembrare una vagina superficiale, per me è proprio una questione di coerenza: compro tutto dalla L in su, perché mai la mia unica XS dovrebbe essere un pene?

 

IfIwereRocco

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L’unico reale problema di questi peni, sono gli uomini che li portano. La consapevolezza di ciò che hanno tra le gambe li induce ad essere smodatamente sicuri di sé, in maniera insopportabile, dunque irresistibile. Il problema, però, è che se il sesso è “va dove ti porta la vagina“, tu da questi continui a tornarci. Perché rispondi, tutto sommato, a un istinto primitivo, per cui la sua forza maschia ti mette sotto scacco. Per gestire la situazione, esistono 3 mosse intelligenti da attuare in questi casi:

1) NON farsi scappare il soggetto in questione, perché di IfIwereRocco ce ne sono comunque pochi;

2) NON sviluppare alcun velleitario e patetico coinvolgimento emotivo per questi individui, nemmeno nel caso in cui vi chiedessero la mano. NO! Questi uomini non si terranno mai il pisello nelle mutande, nemmeno per 20 minuti, sono come gli altri ma peggiori di tutti gli altri in quanto mossi da un irrefrenabile impulso esibizionista e di peer to peer sessuale, il pene-sharing nel quale puntano a coinvolgere quante più vagine possibili, per vantarsene e sentirsi dominanti. Anche qui, logiche puramente animali.

Avere un rapporto sentimentale con loro vi condurrà a sofferenza, paranoia e corna. Usateli per ciò che sono: meravigliosi oggetti sessuali. Loro non se ne dispiaceranno.

3) NON tagliarci i ponti, mai. Un IfIwereRocco torna sempre utile, nella vita, prima o poi. Fate come dico e un giorno mi ringrazierete.

 

Ciquita

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Questi sono piuttosto buffi, in sé. Ok, diciamolo. Sono piuttosto brutti. E personalmente quando parlo di “davvero un bell’uccello”, sicuramente non penso a un modello Ciquita. Penso a qualcosa di dritto, turgido, fiero. Le curve, da un punto di vista puramente estetico, non sono il massimo. Eppure, siccome l’estetica conta meno della sostanza, questi peni all’insù hanno un interessantissimo plus: ci stimolano meglio il Punto G. Quindi, amiche vagine, quando trovate uno di questi, non lasciatevi turbare dalle apparenze, saliteci sopra e buon divertimento!

 

Politicizzato

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E poi c’è il pene che va a destra o a sinistra. Io non ho mai capito perché, a volte m’hanno detto che dipende da come viene riposto nelle mutande. Ma a me pare na stronzata. In ogni caso, comunque, questi peni non sono il demonio. Si possono gestire. Sono soltanto diversi e curvature moderate non comportano alcuna differenza, nel rapporto.

 

Sharpei

SHAR-PEI

Ti fa capire il senso profondo della circoncisione

 

Boscaiolo

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Trattasi di quel pene dal prepotente glande. Anche qui, de gustibus. Sicuramente, però, può essere divertente sentirlo a ridosso della vostra virtù, indugiare, un po’ entrare, un po’ uscire, un po’ entrare, un po’ uscire. Il resto è storia.

Che poi per certi uomini il glande è un autentico motivo di fierezza. Se lo ammirano, compiaciuti. Se ne vantano. Lo ostentano.

Per esempio, ennemila anni fa, quando ero a Bologna, c’era uno che con il glande ci faceva gli effetti speciali. Lo gonfiava a comando. Ed era molto fiero di mostrarmi questa sua straordinaria capacità.

E con ciò abbiamo concluso. Mi aspetto integrazioni proattive alla lista.

Nel frattempo però, in effetti no, io non trovo che i peni siano tutti brutti.

Più semplicemente: c’è pene e pene.

Dove c’è Frecciagrossa85 c’è casa

Questo weekend è venuto a trovarmi il mio migliore amico finocchio che, non per dire, è una figura retorica degna di qualunque ultra-ventenne semi-evoluta milanese, il miglior amico finocchio. Per evitare di chiamarlo in continuazione “il mio miglior amico finocchio”, chiameremo il mio migliore amico finocchio “Frecciagrossa85“.

Venerdì pomeriggio, dopo l’ufficio, mentre Frecciagrossa85 era in viaggio per raggiungermi, mi sono detta che c’avevo vojia di coccolarmi. Mi sono accesa una sigaretta mentre il portone del palazzo del mio ufficio si richiudeva alle mie spalle. Mi sono incamminata verso casa a piedi, continuando a ripetermi che questo inverno, dopotutto, non è mica poi così feroce (il ché implicherà che nelle prossime 48 ore si abbatterà su Milano una tempesta di neve in direttissima dal Circolo Polare Artico). Camminavo in quella specie di nebbiolina che s’addensa tutta attorno ai lampioni, tra le vetrine scintillanti piene di accessori e indumenti che non potrò permettermi mai e mi sforzavo di ignorare l’incombere di quell’odiosa prassi meglio nota come “PENSIERINI DI NATALE“.

Camminavo e pensavo che era proprio il caso di entrare in un parrucchiere e di farmi fare una piega. Ogni volta che vado in un parrucchiere a Milano, mi viene una nostalgia pazzesca del parrucchiere terrone. Il parrucchiere terrone, di solito,  conosce te, tua madre, tua zia, i tuoi gusti, il tuo lavoro, la tua vita sentimentale e, possibilmente, anche il nome del tuo “zito”. Il parrucchiere milanese, invece, ti fa pagare 29 euro per una piega con 11 euro di trattamento Kerastase dei miei cojioni e all’ora dell’Happyhour ti offre anche il prosecco nel flut. La piccola terrona che è in me era sconvolta.

Uscita dal parrucchiere con una testa di morbidi boccoli, ho raccattato Frecciagrossa85 che, intanto, era giunto a Milano più figo, più tonico e più salutista che mai. Siamo andati a cena fuori, poi a mangiare un gelato in Via Marghera che è inspiegabilmente una fucina di gelaterie, infestata di famiglie ingorde di ghiottonerie a qualunque ora del giorno e della notte (per rendere l’idea, ho visto panettoni imbottiti di gelato, io, in Via Marghera).

E poi siamo andati a bere negroni e vodka lemon raccontandoci gli ultimi mesi di vita: un tripudio di avventure sentimental-para-sessuali, lui, e uno sfacelo sentimental-para-sessuale, io. Il resto del weekend si è consumato tra chiacchiere sul divano-letto, passeggiate in centro con conseguente ipertrofia del polpaccio per una che ha la stessa agilità di un tricheco, merenda con Zia Vagina e Panaro a base di caffé e sfogliatine convincendoli in tutti i modi a tornare in vacanza in Puglia la prossima estate, sfoderando una lunga lista di alimenti di imponderabile pesantezza che sottoporremo alle loro papille gustative. Ma, soprattutto, cifra caratterizzante del weekend, un susseguirsi di esilaranti massime come:

“Mi ricorda quella volta che per sbaglio mi sono lavato il culo col topexan”

“A me piacciono tutti. Basta che respirino”

“Non posso raccontarti tutti i miei flirt, non me li ricordo nemmeno”

“Preferisco il rimming alla fellatio”

“Per me vanno bene dai 13 anni ai 55”

“Gli stavo toccando il pacco in discoteca ma mica me ne facevo accorgere”

“A me non importa nulla della dialettica”

“Mi hanno appena invitato a un’orgia

“Vieni subito a trovarmi, ti presento un bel nero”

“Secondo me Vaffanculo di Marco Masini è una bella canzone” con conseguente, acceso dibattito in cui, sotto la moderazione di Gad Lerner, io cerco di spiegargli perché è indiscutibilmente, socialmente riprovevole affermare che Vaffanculo di Marco Masini è una bella canzone. Per riabilitarsi, mi ha proposto di andare al concerto dei Radiohead, ed io che vivo ormai fuori dal mondo in un piccolo bugigattolo di auto-commiserazione vaginale, manco l’avevo capito bene che vengono i Radiohead in Italia. Gli ho detto sì, naturalmente. Ma i biglietti temo siano già finiti. 

Il tutto accompagnato da quello che ormai può definirsi uno dei nostri giochi preferiti: passare in rassegna qualunque conoscenza pene-munita condivisa negli ultimi 12 anni e confrontare i rispettivi gusti. Devo ammettere che le nostre preferenze sono piuttosto dissimili, fatta eccezione che per il mio ex e per un amico di uno nostro amico musicista che, a quanto pare, diversi anni fa, ha animato le fantasie erotiche di entrambi. Solo che allora non lo sapevamo. O meglio, Frecciagrossa85 sapeva benissimo dei miei scompensi ormonali. Io ignoravo che fossero da lui condivisi.  

In conclusione, non meno importante, ho ampliato la mia cultura in finocchiologia, scoprendo che se ti piace prenderlo nel di dietro sei “bottom“, se ti piace metterlo nel di dietro sei “top“, se invece dipende dalle condizioni metereologiche sei “versatile“. Ho scoperto che esistono degli escort che costano dai 50 ai 150 euri all’ora, che sono palestratissimi, depilati e con delle facce quasi sempre inguardabili. Ho scoperto che Frecciagrossa85 ha una sconsiderata tendenza allo “sgamo facile” in luogo pubblico, cosa che a me imbarazza un sacco perché ho una serie di fissazioni sociali come “non fissare la gente + non parlare ad alta voce in pubblico (beneinteso che in privato posso abbandonarmi a delle sceneggiate di magnitudo 10.5, che mi meraviglia i miei vicini non abbiano chiamato mai il 118) + mangiare a bocca chiusa. Ho anche scoperto che Frecciagrossa85 è un bel bocconcino e che se io gli cammino accanto tirata a lustro i maschi guardano lui (ma non sono ancora pronta, in quanto vagina single, a lamentarmi del fatto che tutti gli uomini in circolazione sono o fidanzati, o cessi, o froci…no, non lo farò).

Ho scoperto, nel mio Master Executive in Finocchiaggine, che c’è una libertà sessuale invidiabile e una chiarezza che non mi è mai capitato di trovare nel mondo etero. Ho scoperto una memoria di me stessa che avevo perso, nei suoi racconti di festini alcolici e di avventure occasionali. 

Ho scoperto che ai matrimoni dei nostri amici, noi 2, che saremo – per lo meno apparentemente – 30enni e single, ci siederemo vicino e faremo scudo comune agli occhi di un mondo che ci chiederà “E VOI? QUANDO VI SPOSATE, VOI?”

Ho pensato che se vivessimo nella stessa città sarebbe molto più bello.

Ho pensato che mi obbligherebbe a fare sport.

Ho pensato che la domenica verrebbe a pranzo da me.

Ho pensato che sarebbe famiglia.

Ho pensato che dove c’è Frecciagrossa85, c’è casa.