Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

A Scuola di Consenso

Angela. Rosanna. Natalina. Stefania. Patrizia. Olga. Giulia. Elisa. Carmela. Maddalena. Sara. Tiziana. Carlotta. Gloria. Valentina. Loredana. Federica. Michela. Anna.

E tutte le altre.

Chissà dove siete. Chissà cosa fate. Chissà se v’incontrate.

Se vi raccontate cos’avete provato. Se lo sapevate, che prima o poi sarebbe successo. Se avevate paura. Se avete provato a chiedere aiuto. Se quell’aiuto l’avete trovato. Se avete denunciato.

Cos’avete pensato, in quel momento, quello esatto in cui capisci che la resa è arrivata. Che stai morendo e che ad ammazzarti è un uomo che hai amato, dal quale non hai saputo difenderti.

Ironico, forse, lo troverete, che pensiamo sempre che gli uomini debbano salvarci e che invece, a volte, è da loro che bisogna salvarsi.

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Chissà se li avete odiati, quando avete capito che non sarebbero cambiati mai.

Che sareste morte.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un nome, un numero nella statistica delle donne uccise per mano del proprio compagno (o ex) in Italia.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un ricordo nel cuore di chi ha saputo amarvi davvero, ma non è riuscito a proteggervi. Una puntata di Amore Criminale, bene che vada. Una vostra fotografia sul giornale. Un articolo in cui si parla di voi. Un cartello con sopra il vostro nome a una manifestazione. Una veglia al paesello. Una photo-gallery.

Chissà se vi siete sentite stupide, come ci sentiamo sempre quando ci accorgiamo di dare troppo a chi poco merita. A chi niente merita.

Chissà quanto piccola dev’esservi sembrata la vita, quanto fragile, quanto incerta, mentre le mani vi stringevano il collo, e i pugni vi sfondavano il torace, e i calci vi massacravano il ventre.

Chissà quale terrore e insieme quale sollievo, al pensiero che almeno quell’inferno, quello terreno, fatto di silenzi, di grida, di sgarbi, di menzogne, di violenze, di minacce, finalmente giungesse al termine.

Chissà quale amarezza per chi lasciavate qui, dietro di voi. Per i vostri bambini che vi hanno sentite piangere di nascosto milioni di volte. Per i vostri genitori straziati per sempre, da un male che non può trovare spiegazione. Per i vostri fratelli che non vi hanno prese e non vi hanno portate via, e non ci dormiranno più la notte, a ripensarci. Per le vostre sorelle e per le vostre amiche che vi hanno detto milioni di volte di lasciarlo e voi non l’avete fatto. Oppure l’avete fatto e per questo siete state punite.

Chissà che male, il martello.

Chissà che fredda, la lama.

Chissà il sangue, in gola, denso e metallico.

Chissà quante volte ci avete pensato, ad andarvene. Ma come si faceva. I soldi. Il lavoro. I figli. Tanto lui non vi avrebbe dato tregua mai.

Chissà quante volte avete pensato che fosse solo geloso, perché vi amava. Perché aveva paura di perdervi. Perché voi eravate tutto per lui.

Chissà quante volte avete ripercorso il passato, indugiando con la memoria sui primi tempi, in cui eravate stati felici insieme. Chissà quante volte l’avete fatto, per sopportare l’orrore quotidiano.

Chissà quante volte avete nascosto i lividi. E avete smesso di uscire, per non rispondere più alle domande, per non leggere più la preoccupazione negli occhi degli altri.

Chissà quanto brucia, quando ti lanciano l’acido addosso. Quando ti danno fuoco con un fiammifero. Cosa pensi? Che stai morendo o che sopravvivrai e non avrai neppure più la tua faccia? Perché non sei degna di vivere, o di avere la tua identità, la tua bellezza, la tua normalità. Cosa pensi mentre l’odore del carbonio ti stordisce e ti entra nelle narici, fino al cervello, prima che esse stesse si squaglino nelle fiamme. Cosa pensi? Che non resteranno che resti abbrustoliti, del tuo corpo? Che non ti piaceva neppure così tanto, quel corpo lì. Che ti vergognavi della sua cellulite, delle sue tette appese, delle sue rughe, ma che era il tuo, il tuo bellissimo e unico corpo. Eri tu, quell’ammasso di carne nuda e pelle bruciacchiata. Era la tua faccia. Erano i tuoi capelli, che erano bellissimi anche se erano lisci invece che ricci, o ricci invece che lisci, o crespi, o radi, o bianchi.

Chissà quanto sono lunghe, quelle frazioni di secondo che dividono il rumore sordo del grilletto dal dolore profondo del proiettile che ti affonda nelle viscere.

Chissà se pensi a tutto ciò che avresti potuto fare di diverso.

Chissà se ti chiedi da quanto ci stesse pensando, a farti fuori.

Chissà se provi a giustificarlo, anche in quel momento. A pensare che è infelice, depresso, collerico, frustrato.

Chissà se ti incolpi ancora, di averlo provocato, di essertela cercata, di meritartela quella fine, di crepare nel posto che doveva essere il più sicuro al mondo: la tua casa.

Chissà se lo perdoni, se assolvi una volta ancora il suo abisso emotivo, la sua nullità, la sua malattia.

Chissà se ti arrendi all’evidenza che non ti ha amata, che non ama, che non sa farlo. Che l’amore è un’altra roba, una disciplina diversa, che lui non conosce e che ha fatto dimenticare anche a te.

Chissà se mentre esali gli ultimi respiri ci pensi, ti chiedi cosa ne sarà del tuo corpo. Se farà una messinscena. Se ti butterà nel fiume, o nel bosco, se si costituirà o se andrà a Chi l’ha Visto a dire in favore di telecamera che gli manchi, che devi tornare, che lui e i bambini ti aspettano, a casa, che è disperato, tra i singhiozzi. Prima che gli inquirenti scoprano che aveva un amante e che aveva pensato fosse legalmente più semplice ammazzarti che divorziare.

Chissà quanto ti senti impotente, vulnerabile, sola, quando urli e nessuno ti sente. Quando il fiato smette persino di arrivarti in gola. Quando lo guardi per l’ultima volta e lo vedi, finalmente, per quello che è. Un uomo mediocre. Una bestia. Un fallito. Un assassino. Il tuo assassino. Che un tempo hai amato. Che hai pensato fosse l’uomo della tua vita. Che hai pensato potesse renderti felice.

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Chissà cosa pensate, quando da lontano ci sentite dibattere sul “femminicidio“. Chissà cosa provate quando ascoltate quelli che dicono che non esiste, che è un’invenzione mediatica al pari della mucca pazza, che i numeri sono ridicoli, che se è per questo ci sono anche le donne che ammazzano gli uomini.

Chissà cosa pensate quando ci sentite dibattere delle questioni di genere, accusarci di sessismo gli uni con gli altri, appellarci a statistiche e numeri per spiegare che questo problema, quello della violenza sulle donne, esiste. Che è reale. Che è culturale. Che c’è tanto lavoro da fare, sui giovani e sui meno giovani, sugli uomini come sulle donne. Che voi, con la vostra vita e la vostra morte, ne siete state la più tragica espressione. Ma che ce ne sono molte altre, che vengono prima. Che ci sono le molestie, gli stupri, le intimidazioni, le discriminazioni, le prevaricazioni, i pregiudizi, lo stalking, gli abusi, le aggressioni, le violenze domestiche, lo slut-shaming, il cyber-bullismo.

Chissà cosa ne pensate, della campagna “A Scuola di Consenso“, promossa dall’associazione F Come, che punta a fare pressione sulle istituzioni politiche affinché almeno una delle varie proposte di legge già depositate sia discussa in tempi brevi, per introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E negli atenei. E che a essere formati siano anche i trainers, cioè chi educa. Collaborando, tutti, insegnanti, educatori, terapeuti, attivisti anti-violenza, per provare a lavorare sull’unico terreno sul quale si può davvero agire: la cultura. Per provare a interpretare insieme il cambiamento sociale – e antropologico – di cui i generi sono protagonisti, più o meno consapevolmente; per offrire strumenti interpretativi delle relazioni sentimentali e sessuali agli adulti di oggi e di domani.

Che, se ci pensate, passiamo anni della nostra vita sui banchi di scuola, fingiamo di imparare tantissimo di grammatica, matematica e storia (salvo poi essere un popolo di capre che non sanno coniugare il congiuntivo, o distinguere “li” da “gli”), e arriviamo nella vita senza che nessuno ci abbia spiegato abbastanza chiaramente cosa sia il CONSENSO, che l’amore dice “Sì” (sì, sì, così). Cosa sia la parità. Cosa sia il rispetto. Se siamo fortunati e abbiamo genitori in gamba, ce lo insegnano loro. Se siamo fortunati e troviamo un buon network di amici, lo capiamo lo stesso. Ma forse, la civiltà e l’umanità, non possono essere lasciate al caso.

Chissà se anche voi pensate che sarebbe giusto. Che sarebbe urgente. Farlo, iniziare, in Italia come nei paesi anglosassoni.

Che andrebbe fatto per chi c’è e per chi ci sarà. E anche per voi, che non ci siete più.