Piuttosto Forte

Mi viene da piangere.

Mi viene da piangere forte. Come una bambina di 5 anni a cui hanno appena rapato a zero la collezione di Barbie.

Mi viene da piangere e da singhiozzare, senza vergognarmi.

Mi viene da piangere, e da frignare, e da piangere ancora più forte.

Se piango fortissimo forse non te ne vai, penso.

Se piango fortissimo, forse resti qui, per vedere come va. Per scoprire insieme l’effetto che fa.

Mi viene da piangere. Ma non piango.

Nessun uomo è mai rimasto accanto a me per le lacrime.

E quando ho pianto fortissimo li ho terrorizzati.

E io non voglio terrorizzarti. E non voglio nemmeno dirtelo, che vorrei tantissimo che non te ne andassi.

Wow, fighissimo, ma certo che devi andare! Sei giovane, non hai legami, sei libero di fare ciò che vuoi della tua vita, certo che devi andare!”, ti ho detto, quando mi hai parlato per la prima volta della possibilità di partire. Grande opportunità, ho detto. Che ogni volta che si parla di “grande opportunità” c’è sempre della vasellina da procurarsi, della margarina, del burro d’arachidi. C’è sempre da lubrificare. A volte il culo. A volte il cuore.

E lo pensavo, mentre te lo dicevo. Che era una figata. Che certamente dovevi andare.

Mi viene da sorridere adesso, se ci ripenso. Da sorridere, mentre piango fortissimo intendo.

Mi viene da sorridere adesso, che non vorrei per nulla al mondo che tu andassi. Non vorrei che scegliessi di restare, bada. Troppa responsabilità sarebbe, quella, per un’adulta come me. Vorrei proprio che non ci fosse in ballo questa possibilità. Vorrei che non ci fosse stata mai.

E sì, lo so, lo so che se non avessi saputo da principio che era una vacanza a tempo determinato, la nostra, non mi ci sarei nemmeno infilata. E sì, lo so, che è stato così bello perché abbiamo potuto viverla al riparo da quelle paturnie che ci sarebbero naturalmente venute: cosa siamo, cosa vogliamo, dove va a finire questa cosa, mi piace davvero questo pischello sbarbato, mi piace davvero questa 30enne che scrive un blog che i più pensano sia pornografico?

E sì, lo so, che la tua partenza fa parte di questo gioco e che senza di essa forse non ci saremmo stati neppure noi. Lo so che io ti avrei trovato duemila cose inchiavabili, e tu me ne avresti trovate duemila insopportabili. E sì, lo so, che saremmo finiti a fare le solite strategie, i soliti giochi di genere, i soliti pacchi tattici, le solite doppie spunte senza risposta. Che invece non abbiamo fatto, mai. E di questo, anche se te ne stai andando, ti ringrazio. Di questo ci ringrazio.

E ti ringrazio delle volte che mi hai fatta ridere.

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Ti ringrazio delle volte che ti sei lasciato prendere per il culo e delle volte che mi hai presa per il culo tu.

Ti ringrazio dei cocktail che abbiamo bevuto insieme in giro per questa città, quando pioveva ogni volta che uscivamo e quando faceva un caldo criminale, che si pezzava anche stando fermi. Ma al baretto finocchio ai giardini di Porta Venezia sembrava quasi di essere al mare. Con gli alberi, e le zanzare, e i mojito, e la musica sfranta. Se solo non ci fossero state le auto, se solo non ci fosse stato l’asfalto.

Ti ringrazio della tua eroica apertura verso la cucina fusion e verso il sushi che “è un’invenzione dei milanesi”. Ti ringrazio di quelle prime volte che siamo usciti insieme, in cui il tuo impaccio ha risvegliato in me una tenerezza che non ricordavo d’avere. Ti ringrazio per quando mi hai baciata in mezzo alla strada, e io non ero abituata, ed ero rigida, e non funziona mica così. Ti ringrazio perché dopo qualche tempo mi sono trovata a miagolarti addosso, disprezzandomi anche abbastanza per questo, ma era una vita che non facevo le fusa a nessuno. E fartele mi è piaciuto un casino.

Ti ringrazio per le chiacchiere e anche per i silenzi, ti ringrazio per non essere stato il solito egofrocio che parla sempre e solo di sé.

Ti ringrazio per avermi preso ogni volta la mano mentre sceglievi sul menù cosa ordinare, e per avermi aiutata a scegliere perché io ordino sempre di merda.

Ti ringrazio per tutte le t-shirt che mi hai prestato per dormire da te, e per gli asciugamani puliti e profumati che mi hai dato ogni volta, e per l’aria condizionata a palla durante la torridissima estate che abbiamo avuto. Ti ringrazio per tutte le mattine che mi hai svegliata con il durello e anche per quelle (poche) in cui mi hai lasciata dormire. Ti ringrazio di avermi comprato le gocciole per colazione e di avermi fatto scegliere il cuscino più comodo a letto ogni volta. Ti ringrazio per avermi mandato il buongiorno ogni mattina, e la buonanotte ogni sera. E per aver mangiato la mia cena e aver detto che era buona anche se forse faceva cacare.

Ti ringrazio per avermi cercata nel sonno, per esserti intrecciato a me ogni notte, per avermi stretta forte, per avermi ripetuto un casino di volte che ero bella, anche quando mi sentivo un cesso.

Ti ringrazio per esserti lasciato cercare, intrecciare, abbracciare e baciare. E guardare al mattino mentre, tutto profumato e pettinato dopo la doccia, ti abbottonavi la camicia prima di andare in ufficio.

Ti ringrazio per avermi raccontato il tuo passato e per non avermi fatto troppe domande sul mio. Ti ringrazio per esserti lasciato contagiare dal mio feticismo per gli occhiali, e per aver comprato i libri che ti ho consigliato e per aver visto le serie tv di cui ti ho parlato. E forse un giorno lo farò anche io, forse un giorno lo guarderò, quel Trono di Spade lì.

Ti ringrazio per tutte le volte che mi hai fatto da co-pilota mentre, in maniera assai demascolinizzante, io guidavo e tu eri al sedile del passeggero. Ti ringrazio per quando hai ritrovato l’anello di mia madre, che avevo perso in aeroporto, e sei diventato ai miei occhi un eroe epico che scusa, Ulisse, scansati. Ti ringrazio per le passeggiate, per le fotografie, per i tuffi, per il pranzo a Taranto a casa dei miei amici, per le salite e le discese di Ostuni, per tutto l’azzurro di Polignano a Mare, per il rooftop di Amsterdam e pure per quello di Milano.

Ti ringrazio per non aver avuto paura delle cose che scrivo e per avermi fatto capire che il passato passa.

E che il futuro può avere in sé sorprese dolcissime. Anche se tu no, certamente non sei dolce. Sei un duro. Un bruto. Praticamente Bruce Willis degli anni novanta.

Ti ringrazio, anche se stai andando via.

Ti ringrazio, anche se non mi sono infilata di nascosto in uno di quegli scatoloni, insieme ai vestiti e alle scarpe, per venire con te in quel posto a duemila ore di fuso orario da qui, con un tasso di umidità standard del 90%.

Ti ringrazio, perché è stato bello incontrarti. Per caso. Nell’avanzo di esistenza che c’è, mentre costantemente diventiamo altro.

Ti ringrazio, perché è stato bello che tu ci sia stato. O che tu ci sia. O quelchelè.