Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

DEV – Depressione Estiva Vaginale

E’ ormai estate.

L’estate è un gran bel momento: i peli devono essere sempre fatti, la pedicure dev’essere a posto, il tasso di umidità fuori dalle nostre mutande è più alto di quello all’interno delle stesse e ciò ci crea una patina sudaticcia e permanente su tutto il corpo che ci rende più repellenti di un programma condotto da Amadeus. Come se non bastasse, il magma ormonale si risveglia e inizia a farci notare i numerosi replicanti di Gerard Butler che ci tagliano la strada mentre, per esempio, si dirigono ai casting per la prossima settimana della moda.

A rendere ancora più complessa la stagione c’è poi la fisiologica necessità di scoprirsi che implica una naturale conseguenza: la celeberrima DEV, anche nota come Depressione Estiva Vaginale. Trattasi di una sindrome autoindotta che colpisce 8 vagine su 10 nel momento in cui per la prima volta si denudano e, tutte bianche color Zarina Francia di Martufello, iniziano a osservarsi. Scatta lì lo strategismo estetico, che si realizza in una serie di azioni belliche più o meno spietate, messe in atto ai danni di se stesse. Robe del tipo:

Operazione Kate Moss

katemoss

Si entra in un regime alimentare composto solo da Jocca, bresaola e gallette di riso e si continua finché ce la si fa. Di solito, comunque, non si supera la settimana. L’anno scorso l’operazione Kate Moss era stata declinata secondo i dettami del Dio Dukan, roba che io guardavo le mie amiche cercando di ravvisare in esse una briciola di quell’umanità che avevo conosciuto fino al giorno prima e gnente, manco per il cazzo, si erano trasformate in consumatrici diaboliche di proteine. Quando hanno vomitato sentendo l’odore di una fettina di carne arrostita, hanno capito che era l’ora di smetterla.

Operazione Sergente Hartman

sergentehartman

Si pretende di imbastire una copiosa attività fisica secondo una disciplina da Marines in Vietnam. Parte la Cavalcata delle Valchirie mentre, in preda al più completo delirio, una domenica mattina calziamo le nostre running shoes per ritrovarci a correre intorno a un’aiuola nel centro di Milano, ansimando come rinoceronti asmatici. Oppure decidiamo che nulla ci dividerà dalla palestra. SurfVagina mi ha confessato di essere andata in palestra alle 21.15, in taxi, a guardare il Commissario Montalbano sul tapis roulant, perché il giorno prima era entrata in DEV.

Fronte mio, la DEV mi ha indotta a informarmi per gli ingressi in una palestra veri cul (cul nel senso che per pagarla devi darlo via), spinta dalla perversione di frequentarla alle 7 del mattino, tutti i giorni fino alla prova costume, prima del lavoro. Sì. Certo. Come no.

Operazione Wanna Marchi

wanna

E’ la psicosi estetica più pura, quella roba che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi a stipulare un contratto con finanziamento tasso zero per farti 10 sedute di pressoterapia, oppure a comprare unguenti e lozioni di alga con albume d’uovo di pterodattilo, da spalmarti sulle cosce durante la notte. Oppure ancora decidi di investire parte del tuo denaro in un massaggiatore elettrico che praticamente la sera devi metterti a fare su e giù per le tue carni con questa specie di sbattitore da cucina che tratta la tua ritenzione idrica come fosse panna da montare.

Perché sìssignore, il vero nemico è lei. Suprema, incubo indiscusso e trasversale, motore inesauribile delle più conclamate paranoie vaginali, ad altissimo tasso di emissione pugnette: la cellulite. Oh yes. Ne abbiamo già parlato più volte. La cellulite è quel nemico pubblico numero 1 contro il quale tutte combattiamo, indistintamente, grasse e magre, senza riserve, con tutto il pathos di cui le nostre ovaie sono capaci, sprofondando in torbidi abissi di inquietudine quando ci rendiamo conto che questa forsennata lotta siamo destinate in buona parte a perderla.

La cellulite è quell’entità reale o immaginaria che ci colonizza le carni, e se non ce l’abbiamo ce la inventiamo, e la odiamo, e ne soffriamo, e ci struggiamo, e la cerchiamo negli altri corpi per accettarla nel nostro, per sentirci meno sole in questo insormontabile dilemma estetico. Completamente dimentiche del fatto che, in fin dei conti, se la smettessimo di ossessionarci reciprocamente per essa, forse tutte ci accorgeremmo che ci sono cose peggiori, peggiori della cellulite intendo, tipo essere in qualche modo imparentati con Davide Mengacci.

La cellulite è il carburante che alimenta il sadomasochismo collettivo del genere vaginale e ci allontana dalla più semplice e rassicurante delle consapevolezze: siamo nude in pubblico 10 giorni all’anno. Dico: 10. Quindici, tiè. Su trecentosessantacinque. No, dai, davvero. Magari, faccio per dire, potremmo anche smetterla di masturbarci così prepotentemente l’identità in virtù delle nostre cosce non sufficientemente levigate. Onnò?

Per i restanti 350 giorni, gli uomini – purché non EgoFroci – non la noteranno nemmeno, la cellulite. Non se ne turberanno. Magari je piacerà persino, perché fa femmina. Penseranno a prendersi tutto quel che possono e a darci tutto quel che possono. Penseranno a farci godere e a godere di noi. Chiaro sia: percepiranno una certa qual differenza tra noi e Belen Rodriguez – ma solo perché sono intuitivi assai – ciononostante non metteranno a fuoco che il punto di discrepanza tra noi e l’ultratopa nietzschiana, è proprio quel fastidioso inestetismo cutaneo meglio noto come buccia d’arancia.

E poi, per quanto feroce possa essere la DEV dobbiamo sempre pensare che sì, forse qualcuno ci guarderà in costume e penserà che siamo sfasciate; sì, forse qualcuno osserverà le nostre cosce pensando che la Eminflex dovrebbe investirci su e lanciare una linea di cuscinetti ad acqua; ma di positivo c’è che nessuno guarderà il nostro pacco, dentro uno slippino logato D&G, domandandosi se abbiamo in effetti un pisello o un punticcio.

Che a me comunque me pare un bel vantaggio.

Detto ciò: buona DEV a tutte!

L’Estabilishment della Prova Costume

Le vagine, nella loro vita, devono sostenere numerosissimi esami.

Consumano un’esistenza intera nel tentativo di approssimarsi a un modello insostenibile di femminilità, parzialmente dettato dalla cultura, parzialmente dettato dalla tradizione, parzialmente dettato dai media. Quasi mai, dalla natura, intesa nel suo senso più primitivo e autentico, salvo che per quelle sbavature di vaginismo cui sono geneticamente e periodicamente soggette.

In questo lungo percorso verso il compiacimento della società, veniamo esposte a giudizi costanti, fin da giovanissime. Se le tette ci crescono troppo presto non va bene, i maschi ci bramano e le femmine ci odiano. Se le tette ci crescono troppo tardi non va bene, i maschi non ci cagano e le femmine ci discriminano. Se la diamo via troppo presto siamo troie, se la diamo via troppo tardi siamo suore. Se a scuola siamo brave siamo delle secchione, se non facciamo un cazzo non abbiamo cervello. Se usiamo scarpe troppo comode siamo sessorepellenti, se usiamo scarpe troppo audaci siamo delle vacche. Se facciamo carriera siamo troppo sicure, se non la facciamo non abbiamo obiettivi. Se siamo intelligenti siamo scassacazzi, se siamo tranquille non intrighiamo. Se abbiamo carattere siamo stronze, se siamo semplici non abbiamo nulla da dire. E via così, per un lungo percorso costellato di semplificazioni schematiche, di opposizioni binarie che poco dicono di noi ma permettono – in linea di massima – di categorizzarci. Lungo questo accidentato percorso, noi dobbiamo destreggiarci per la nostra intera esistenza, costantemente alla ricerca della misura corretta, quel tanto al kg, un po’ di tutto e troppo di niente, insomma l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

E lì, mentre cerchiamo di essere le migliori possibili, sempre (le migliori figlie, le migliori amiche, le migliori alunne, le migliori fidanzate, le migliori sorelle, le migliori madri, le migliori professioniste), talvolta sbagliando perché – pensa – siamo umane, e sempre un po’ indignate con noi stesse per non essere ancora riuscite – chessò – a scindere l’atomo con la forza del premestruo,  ecco mentre noi ci sbattiamo l’anima a fare tutto questo, sosteniamo anche tutti i nostri piccoli-grandi esami esistenziali. Molti li superiamo, altri no. Alcuni li ripetiamo e certi invece capitano una volta sola, sono one-shot, se li canniamo so cazzi nostri. Ma mentre tutto questo si consuma, c’è una prova, che è la più feroce, che ha cadenza annuale e che ci giudica impietosamente a prescindere da tutto ciò che possiamo aver dimostrato nella vita (incluso, che ne so, aver sfornato quei 2 o 3 pargoli): la Prova Costume.

Ora, evitiamoci l’ipocrisia di dire che la prova costume non ha un genere, che è rivolta anche agli uomini, perché sarebbe come dire che il target delle pubblicità dei trapani Black&Decker sono le vagine. Non diciamo cazzate. La prova costume è smaccatamente femminile, al punto da essere considerata spesso sinonimo di “Prova Bikini“.

Per onestà intellettuale mi sento obbligata a premettere che se io fossi Heidi Klum, non mi porrei questo problema. Ci penso, naturalmente, essendo una vagina qualunque, tracagnotta da quando ha memoria di sé.

Dicevamo, la prova costume incombe sulla nostra serenità da subito dopo Pasqua, che te sei lì con l’agnello al forno con le patate ancora da digerire e partono i primi link: “Pancia piatta in 3 mosse” – “La dieta dell’ornitorinco” – “Addominali scolpiti con la forza degli starnuti” – “Ecco la pillola che, accompagnata da una danza tribale 3 volte al giorno, ti farà bruciare tutti i grassi” – “Rimedi contro la cellulite” – “Pelle a buccia d’arancia? Cosa vuoi essere, una spremuta?“.

La propaganda continua impietosa, seguendo tappe precise, secondo uno schema collaudato e raffinato di anno in anno, che si articola in 4 fasi consecutive:

Fase 1 – Violenza Psicologica

Fase 2 – Topa Atomica

Fase 3 – Decadimento della Topa

Fase 4 – Topa-Rush Finale

Dopo il martellamento della fase 1 di cui sopra, il cui intento precipuo è farti capire che sei un roito, si arriva alla Topa Atomica che, di solito, prevede la foto di una fica qualsiasi e un titolo come “Avere un fisico come il suo“, che tu vorresti dirci “anvedi che io quer fisico là nun ce l’avevo nemmanco a 15 anni, diobbuono!”. Oppure “Avere i glutei di Michelle Hunziker“, che tu vorresti proprio denunciare gli autori, perché è peggio della pubblicità ingannevole del guscio Melliconi (che chi, in età infantile, non ha scaraventato per terra il telecomando convinta che rimbalzasse come si vedeva nello spot, per scoprire – amaramente – che non rimbalzava n cazzo?). Una particolare declinazione della fase Topa Atomica è appannaggio di Calzedonia e Yamamay che prendono le loro testimonial ficherrime, ci mettono addosso dei costumi mediamente di merda, e le fanno correre felici su una spiaggia caraibica al tramonto, perfette e sensuali, con un’aria foriera di libidine e dolcezza che tu dici “elamadonna”, mentre sei ipnotizzata dall’equilibrio eidetico con il quale il loro ombelico si incastona sul loro ventre piatto e abbronzato. Che, voglio dire, quelle lì potresti metterci addosso anche i sacchetti della spesa del Carrefour, sarebbero stragnocche uguale. Non so, smettete di usare delle fantafighe per distogliere dalla qualità dei vostri prodotti. Siam tutti bravi a far sembrar topa Bar Rafaeli: lo è. Sfidatevi con una vagina qualunque, piuttosto.

Vivadio, questa fase, quella della Topa Atomica è così truce che, l’Estabilishment della Prova Costume, strumento di controllo abile e subdolo del vagina power, capisce che deve allentare un po’ la morsa, giocare con la nostra emotività, farci sentire cesse ma non troppo, darci una briciola di speranza, perché se no poi ci scoraggiamo e la vagina demotivata non è spender.

Arriva, quindi, la fase 3: il Decadimento della Topa. Siti, community, testate eccazzi, iniziano a pubblicare link di una misoginia trascendentale, in cui ci mostrano come, chennesò, Alessia Marcuzzi senza trucco sia un cesso. O che i gomiti di Nicole Kidman non sono poi così belli. O che Britney Spears c’ha n sacco de cellulite. O che Valeria Marini c’ha il culo coi buchi. O che Madonna in effetti sta cedendo agli effetti del tempo. E lì, la vagina qualunque, prova piacere, in prima istanza. Perché sì, perché pensare che Britney non possa più permettersi le gonnelline con le quali sculettava in Hit me baby one more time, è appagante. Lì per lì. Ma, tempo 1 minuto, ti vengono in mente due questiti esistenziali:

1. Grazie ar cazzo che c’hanno i loro difetti, sono vagine ritratte in momenti qualunque della propria vita, non photoshoppate e molte sono signore di una certa che, comunque, tutte noi firmeremmo col sangue per arrivare a 50 anni come Madonna, sia chiaro.

2. Ma perché un sito che parla alle vagine mostra delle foto così? Perché mette a nudo i difetti di queste donne, così inutilmente e irrazionalmente? Criscto, Melanie Griffith c’ha 55 anni, è pure normale che le sue ginocchia siano aggrinzite e sono comunque migliori della sua faccia deturpata dalla chirurgia. E’ per umanizzarle? Per portarle al nostro livello? Ma non risparmieremmo un sacco di energie se non giocassimo sempre su questo antagonismo continuo tra modelli proposti e donne reali? Questioni di lana caprina, lo so.

L’ultima fase della Prova Costume, la quarta, è il Topa-Rush Finale, rivolto alle ritardatarie, quelle che sulle spiagge ci andranno solo ad agosto e che a luglio sono ancora lì a navigare online e a inciampare in link come “Le 10 vagine più fiche del mondo in costume“, “I 10 culi più sodi dello showbiz“, “Avere 40 anni e non una traccia di cellulite“. Perché l’Estabilishment della Prova Costume ci spera che tu, vagina grassa, vagina imperfetta, vagina umana, presa dal panico, vada a sbuttanare i soldi che guadagni per comprarti Somerdatoline.

E invece no! In questo mondo difficile ci sono delle vagine che non supereranno la Prova Costume.

Io per esempio non la supererò. C’è di più: a questo giro il mio Spleen Vaginale era a un livello talmente elevato che non ho nemmeno finto di mettermi a dieta. Non ho bevuto tisane. Non ho fatto le “passeggiate”, che il “vado a piedi” è una delle menzogne più patetiche che di solito si dicono le persone come me in certi periodi dell’anno. No. Io non ho fatto un cazzo. E la Prova Costume non la supererò (il mio ultimo successo in merito è registrato nell’anno 1989).

Io non supererò la Prova Costume. E sapete che c’è? Sticazzi. Io, di prove, ne ho superate altre.

E molte ancora da superare ne ho.

E il mondo è pieno di vagine magre, grasse, alte e basse, giovani e mature, che ogni giorno superano prove assai più cruciali, di quella bikini.

ps: resta il fatto che sulla mia spiaggia quasi tutte le vagine (il 90% circa) arrivano preparatissime alla prova costume: magre, toniche e negre. 

pps: comunque sì, d’accordo, a settembre – ottobre al massimo – pondererò l’idea di iscrivermi in palestra perché, in fondo, la propaganda lascia degli effetti anche sul mio precario equilibrio vaginale.