Litigarsi

Se esistessero le categorie per i litigi, così come esistono per i filmati porno, quello di ieri sera sarebbe stato un “brutal fighting”, oppure un“hard yelling”, oppure “Real pain in the ass”, un “Creampied heart”.

Dopo quel genere di litigio, per me è quasi impossibile avere una giornata normale. È difficile in tempi di pace, figurati se sono stata a piangere fino alle 5 del mattino. Letteralmente. Discutendo, urlando, invocando la mamma come una bambina di 5 anni. Sarà normale questo fatto che sono adulta e quando mi sento una merda-ma-proprio-una-merda invoco la mamma piangendo? Non saprei.

Fatto sta che, ogni volta, quei litigi mi compromettono la giornata, e a volte le giornate a seguire. Sono sfiancanti e io dopo mi sento come se fossi reduce da una convalescenza debilitante, quando ti rimetti in piedi ma ancora non sei a posto. Ancora non sei pronta a uscire nel mondo, mostrarti, parlare, essere.

Sei uno zombie, una reduce, una sopravvissuta all’ennesima battaglia, ma non hai vinto un cazzo. Solo una tregua in una guerra senza ragione. L’artiglieria è troppo stanca per continuare a bombardare, si sventola bandiera bianca, ci si arrende. Sono quelle discussioni nelle quali non c’è una reale propensione al compromesso, non c’è empatia, non c’è soluzione. L’unica posta in gioco è l’esasperazione. Ego infranti, accuse latenti, recriminazioni e insinuazioni. Orecchie che non ascoltano, anime che non sentono niente all’infuori di sé, bocche che parlano troppo. Spine, vetri aguzzi e chiodi arrugginiti.

Come fa a essere così doloroso, così spietato e feroce, certe volte, l’amore? Come ci si può fidare di chi periodicamente ci riserva questo trattamento? Come si può credere a un sentimento che un giorno ci lascia senza parole per la sua intensità, e il giorno dopo ci opprime, reprime, schernisce? Se imparassimo l’arte del silenzio sarebbe meglio? Se riuscissimo a tacere ciò che non ci va bene, a tirare a campare, a mettere la polvere sotto al tappeto, dureremmo più a lungo? Vivremmo più felici? E a quale prezzo?

Venerdì sera sono andata a cena con Gianni e Matteo, che stanno insieme da una vita, hanno comprato casa e non litigano mai. Non. Litigano. Mai. Cristo, quanto li invidio. Quanto vorrei dire che, in effetti, anche io non alzo mai la voce, non uso mai il sarcasmo, non rinfaccio, non sminuisco. Ma come fanno? Dipende forse dal carattere, dall’educazione, dalla disciplina? Oppure un amore sano è un amore che non contempla certi eccessi?

Si dice spesso che l’amore è faticoso, ma nessuno pare mettere realmente a fuoco il senso di questa frase. Siamo abituati a pensare all’amore positivo, che è bello, inebriante e appagante; e all’amore negativo, che è deturpato, svilito e affranto. Il punto è: cosa succede nel mezzo? Cosa si prova mentre l’amore si svende, mentre l’epifania di star bene insieme svanisce e tutto si dispone lentamente nei ranghi della mediocrità, delle rispettive fisime, delle reciproche coazioni a ripetere, delle cattive abitudini, dell’insofferenza domestica, della condivisione pratica e teorica dell’esistenza? Possiamo cambiare l’altro, se non riusciamo neppure a cambiare noi stessi? È la relazione che porta infelicità o è l’infelicità che portiamo a compromettere le relazioni?

Quando ci si avvicina così tanto a un altro essere umano, al punto da conoscerne ogni imperfezione cutanea e ogni malfunzionamento dell’anima, ogni depravazione, ogni presunzione, come si fa? Come si fa a non strumentalizzare le confidenze, a non fare congetture, a non usare l’intimità dell’amore per ferirsi? Si impara ad accettare? Si impara a parlare? Si impara a crescere? O ci si massacra lentamente, alternando bastone e carota, nell’attesa che qualcuno, almeno uno dei due, trovi il coraggio di dire “basta“?

Come vedete, ho molte domande e, per la prima vera volta, ho l’impressione di non saper trovare le risposte da sola.

Dunque ho preso una decisione importante: ingrasserò le casse di un analista, svuotando le mie tasche. Parlerò con uno sconosciuto perché non c’è nessuno, tra le persone intelligenti e sensibili a cui voglio bene, che possa rispondere a questo e a molti altri dilemmi e patemi che mi attanagliano. Non c’è nessuno che possa avere il tempo, la pazienza e la capacità per farlo.  

Mi sembra un buon passo avanti. Un serio progetto di auto-miglioramento autunnale.  Un tentativo concreto per essere un po’ più serena di così. Ho cominciato la settimana scorsa. Domani continuo. Ci tenevo a farvelo sapere.

Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

Misantropia del lunedì

Il lunedì dice che è sempre una giornata di merda.

Senza contare che oggi è uno di quei lunedì tremebondi, che nell’anno ce ne stanno solo 2-3 parimenti infimi. Il peggiore di tutti, per quanto mi riguarda, è quello dopo le ferie estive. Cioè quello mi fa proprio venir voglia di fare una specie di Bowling at Columbine. Oggi non è così grave, ma quasi: Milano s’è ripopolata, le strade s’intasano, i mezzi son pieni, il telefono squilla in continuazione e la segretaria non c’è, perché la segretaria del mio ufficio ha un numero imponderabile di ferie da evadere nell’anno, al punto che certe vorte mi sorge il legittimo sospetto che lavori in un’agenzia di comunicazione ma con un contratto da metalmeccanico.

Come se non bastasse, per l’intera giornata c’ho avuto in ufficio un neon intermittente, che faceva accendi-e-spegni accompagnato da un costante “bbbbzzzzzz – bzzzzzz – bz – bbbbzzzzzz” che non per fare la schizzinosa, ma temo mi abbia causato dei danni cerebrali permanenti, i cui effetti saranno chiaramente visibili anche a distanza. A completare il quadro della mia misantropia da lunedì post-ferie, i discorsi delle mie colleghe che, sovente, suscitano in me manifestazioni acute di odio di classe. Mi dispiace, io ce provo ad evolvermi ma non posso farci nulla.

La dovuta premessa è che io lavoro a VaginaLand, una strana terra di nessuno popolata da una fucina di vagine teoricamente esperte di comunicazione che ogni giorno si addensano in pochi metri quadrati, ognuna con i suoi pregi (…) e i suoi difetti, con le sue frustrazioni, i suoi ormoni e, in taluni casi, il suo provincialismo sfranto settentrionale. Che una cosa che la vagina terrona scopre al nord, scioccandosi, è che spesso è assai più emancipata ed evoluta della vagina settentrionale di periferia.

Un’altra categoria che solletica duramente il mio self-control è la RV-Vagina, leggi “vagina ricca e viziata”. La RV-Vagina non ha problemi, non ha idea di cosa voglia dire camparsi, di cosa voglia dire usare lo stipendio per mangiare e non per farsi massaggi drenanti, di cosa voglia dire stirare una camicia o dover affrontare la vita da sola nelle sue più piccole inezie. Spesso la RV-Vagina proviene da una famiglia variamente travagliata e/o allargata, che alimenta una sconsiderata tendenza al “problema psicologico creativo” che è il lusso dei lussi, quello che può concedersi solo chi nella vita non c’ha veramente un cazzo da fare e che, nei casi migliori, sfocia nella psicanalisi.

Detto ciò, io non vojo esse stronza, e capisco che la vagina ricca e viziata non ha colpa d’esserlo. Sono abbastanza moderata da sapere che la ricchezza non è un peccato, però, di grazia, quando la RV-Vagina di turno mi dice che conviene troppo andare all’outlet sticazzi dove si può trovare persino una Prada a 400 euro, non si rende conto di essere completamente cieca e di non capire che io e lei siamo diverse in tutto e per tutto?Allora io non vojo esse stronza, ma quando la RV-Vagina mi dice così, mi sembra come se io andassi da uno in Burundi e je dicessi “sai, me so magnata degli spaghi alla chitarra con l’astice che erano na robba esaggerata” e poi je facessi un bel rutto al crostaceo in faccia. Ennamo!

Vojo dì, la RV-Vagina di turno, potrà capire che non può raccontarmi dell’artrosi del suo Sharpei come se fosse veramente un problema? Sì sì, va bene tutto, dopo-tanti-anni-lo-sai-gli-animali-diventano-come-uno-di-famiglia. Sì sì, ho pianto pure io quanno me so morti i gatti e a 6 anni ho fatto un funerale con tanto di sepoltura a un pesce rosso. Per l’appunto, a 6 anni. Ma come può una RV-Vagina non capire che nel mondo, ma anche molto vicino, ci sono persone che hanno preoccupazioni vere, magari i cui genitori non stanno bene e stanno a 1000 km di distanza e, sì, la RV-Vagina può non saperlo, però cazzo può immaginarselo. In fondo, basterebbe affacciarsi dalla torre d’avorio e guardare giù, nel mondo.

Il lunedì dice che è sempre una giornata di merda. Me sa che c’ha ragione. E secondo me è tutta colpa del neon intermittente.

A questo punto non mi resta che guardarmi il Grande Fratello 12 e abbracciarmi al nuovo ritrovato della tecnologia che consiglio a tutte le vagine single, altro che borse Prada: ideale per non sentire la nostalgia d’un maschio a letto o sul divano, la borsa dell’acqua calda elettrica. E’ sufficiente inserire la spina e, in pochi minuti, la morbida e vellutata saccoccia di liquido – quasi sicuramente cancerogeno – si surriscalda ed è pronta a donare calore nelle notti più fredde e solitarie. Particolarmente consigliata per chi soffre di piede-gelido. Perfetta nel letto, vi darà la sensazione di avere i piedi caldi di un uomo vicino ai vostri, a scaldarvi, con un vantaggio in più: la borsa dell’acqua calda non russa e non scureggia sotto le lenzuola.