Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Le Mamme delle Single

Esiste una domanda che assedia l’animo, nel profondo, di tutte le madri delle donne single: perché mia figlia è single? Ci sono diversi livelli di apprensione in merito, naturalmente, che tendono a variare in base alla provenienza geografica e al rango sociale, ma il pruriginoso fenomeno, in termini macro, non risparmia nessuno.

Ho riscontrato la presenza di questo lancinante dubbio anche nell’animo di mia madre, che credo conversi all’occorrenza con mia zia di questa situazione, la quale zia ha lo stesso problema in famiglia: una figlia single che, di tanto in tanto, ha qualche frequentazione non ufficiale e tendenzialmente sbagliata con qualcuno di troppo vecchio, o troppo giovane, o troppo sposato, o troppo spiantato.

Nell’evoluzione del percorso di singletudine, l’approccio genitoriale nei confronti dello status sentimentale della progenie tende a subire delle modifiche, che possiamo riassumere in:

  1. Meglio oggi che tra 5 anni, adesso passa, sei giovane, goditi la vita, pensa a te (anche nella versione nazionalpopolare “il mare è pieno di pesci” e “si chiude una porta, si apre un portone”)
  2. Tranquilla, vedrai, arriverà quando meno te l’aspetti. Non ci pensare, sei giovane.
  3. Ma certo che arriverà. Non è facile perché tu hai bisogno di una persona molto intelligente. Ma sei giovane amore.
  4. Forse dovresti uscire di più
  5. O iscriverti a un corso
  6. Eh però anche tu devi predisporti
  7. Hai mai sentito parlare della legge dell’attrazione?
  8. Forse dovresti ridurre un po’ le tue pretese
  9. Io prego che trovi una brava persona!…che poi chi pregano? Dio? Cupido? Marta Flavi?
  10.  Eeee quel ragazzo? Quello che avevi incontrato a quell’evento 3 mesi fa? L’hai più sentito?
  11. Le tue amiche si sono sistemate: convivono, si sposano e tu no…
  12. Se non lo trovi forse è perché tu non vuoi trovarlo
  13. Noi alla tua età avevamo te…
  14. Io non riesco a capire perché: non ti manca niente, sei brava, sei bella…
  15. L’amore può arrivare a tutte le età, prendi Tizio, ha incontrato Sempronia a oltre 40 anni (insomma, assodato che non ti sposerai e non figlierai, speriamo almeno che trovi qualcuno con cui giocare a Bridge a 60 ani, come dice Mika, non “anni”).

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E qualunque cosa tu dica, qualunque statistica, percentuale, probabilità, testimonianza, raffinata analisi sociologica tu possa portare per spiegare e comprovare il fatto che essere single non fa di te una disabile esistenziale, né una donna mutilata nello spirito, né un’incompiuta fallita, essa risulta in definitiva inefficace.

Aivoglia a dire che vedete che uomini single non ce ne sono, e quelli che ci sono, sono sempre single per un motivo (compreso tra l’inchiavabile e il serial fucker).

Aivoglia a dire che moltissimi uomini sono gay.

Aivoglia a dire che è difficilissimo trovare qualcuno con cui incastrarsi e che nelle grandi città è più difficile che mai.

Aivoglia a dire che tutti questi che si sposano adesso, la metà sarà divorziata tra qualche anno, non perché tu sei stronza e gliela meni, ma perché questo dicono le statistiche. Ci auguriamo che non succeda mai ai nostri amici, ma quelli che divorziano sono pur amici di qualcuno.

Aivoglia a dire che in fondo l’amore non si cerca, che l’amore capita, si presenta, si coglie, si conquista, si custodisce, si alimenta, ma non è che decidi con l’interruttore di innamorarti. E che se c’è chi lo fa, tu non ci riesci.

Aivoglia a dire che stai facendo un sacco di cose stimolanti nella tua vita. E che forse una vita può essere ricca anche senza uno che ti butta la monnezza. E che speri di trovarlo, certo, ma che non ti piace sentirti socialmente deficitaria. Perché la tua vita, così com’è, anche da sola, è gagliarda abbastanza da essere vissuta. Quindi niente apprensione, niente compassione, niente giudizio. Al massimo un sincero augurio che capiti, se è ciò che vogliamo.

Perché, in fondo, siamo tutti diversi. E non vogliamo tutti le stesse cose.

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E di queste figlie single che la vita l’affrontano da sole c’è da essere più orgogliose che altro. Di queste giovani donne che difendono le proprie opinioni e le proprie idee, che vivono delle loro passioni, che sognano ancora, che sono piene di stimoli e curiosità. che hanno personalità e non lo nascondono, che viaggiano da sole per l’Italia e l’Europa e il mondo, che conoscono persone, che sanno parlare con tutti, che hanno visto quel film, o quella serie tv, o quel libro, o quel concerto, o quell’evento. Che parlano 3 lingue. Che fanno Pole Dance. Che hanno comprato quel vestito. Che hanno sempre qualcosa da fare. Che hanno paura e che la paura la superano, da sole. E che si rialzano ogni volta, quando cadono, perché sì, cadono spesso, e i lividi se li fanno da sole. Per carità, non è che vadano portate in trionfo come Giovanna D’Arco, non fanno altro che stare al mondo e vivere la vita che hanno, che in parte hanno scelto e in parte è capitata. Esattamente come tutti.

Essere single non è un handicap. E non è nemmeno un super-potere.

E’ semplicemente una condizione – tendenzialmente mutabile – della vita.

Proprio com’è mutabile essere in coppia.

Ma tutto questo pippone sappiate che è inutile e che l’unico modo che avrete per pacificare gli animi delle vostre famiglie è portare a casa un salvifico pene disceso dall’alto dei cieli a portare la pace nel vostro cuore.

ps: e comunque epic win per mio padre, uomo di pochissime e assennate parole, che mi ha detto, ma con dolcezza, giuro: “Prima eri anche un po’ cicciona, adesso magari incontrerai più facilmente qualcuno“.

Un po’ cicciona.

Niente, lo amo.

Noi masturbiamo

Le Vagine sono naturalmente e geneticamente predisposte alle pugnette mentali. Questo è noto. Negarlo sarebbe ipocrita.

Certo, crescendo cerchiamo di contenerci perché a forza di “sei pazza” e “sei paranoica”, dopo i 23-24 anni, capiamo che dobbiamo sostanzialmente sbattercene preventivamente e che la cosa più saggia che possiamo ripetere a noi stesse è “sticazzi“.

Resta il fatto che noi, naturalmente, se non dovessimo adeguarci agli standard relazionali e sociali correnti, potremmo soffocarci di masturbazioni mentali e si capisce perché, in quella fase della vita in cui in noi è più forte la dimensione naturale rispetto a quella culturale, ovverosia la giovinezza, masturbiamo qualsiasi cosa. Masturbiamo una frase. Masturbiamo un gesto. Masturbiamo un non-gesto. Nelle mie performance migliori sono riuscita a masturbare anche “l’intenzione del tono”. Non è fiction, l’ho fatto sul serio. E non a 15 anni. L’ho fatto in età cosiddetta adulta, dopo già un lungo percorso formativo di auto-castrazione caratteriale. L’auto-castrazione caratteriale dovrebbe servire a diventare meno rompicoglioni (e a farsi meno pugnette) ma, di solito, funziona come quella che viene praticata agli animali domestici: l’istinto non lo perdono e si ritrovano a simulare atti osceni con un cuscino, oppure a stuprare un vecchio orsacchiotto di pezza. Nello stesso modo noi ci ritroviamo a masturbare “l’intenzione del tono”.

Non è colpa nostra. Noi masturbiamo. Ci sforziamo di non farlo e, più cresciamo, più pretendiamo da noi stesse di non masturbare. Quando eravamo piccole ci sentivamo libere di farlo. Quando eravamo piccole, in fondo, era tutto più semplice. Potevamo ammorbare un’amica per ore perché quel tipo 3 anni più grande, 2 giorni prima, ci aveva fatto uno squillo alle 22. Che va ricordata, questa cosa qui, che ora ci pare inverosimile, nell’era degli smarfon e della messaggistica istantanea gratuita ma, nei primi anni duemila, i giovani dotati di cellulare (che se eri un fico c’avevi l’Ericsson t10, se eri mainstream c’avevi il nokia3310 e se eri uno sfigato c’avevi l’Alcatel), si corteggiavano con gli squilli. Ci si squillava. Così. Per dire “guarda, ti penso”. L’sms, invece, implicava già un interesse più radicato e impegnativo. A dire il vero, all’epoca, la nostra psiche era legata a doppio filo alle onde elettromagnetiche dei nostri cellulari perché, allora, si creavano fragorosissime interferenze tra il cellulare e qualunque altro apparecchio elettronico nel raggio di 45 km e, in pratica, gli squilli si preannunciavano da soli, e noi si iniziava a palpitare prima ancora che gli squilli di fatto arrivassero. Esiste un intero x-file relativo alle adolescenti che se ne andavano in paranoia quando il rumore da onde elettromagnetiche si rivelava un falso allarme e, drammaticamente, non arrivava né lo squillo, né l’sms. Peggio ancora, quando arrivavano e non erano gli squilli o gli sms desiderati.

Quando eravamo più giovani, ci sentivamo libere di assecondarci e di dare spudoratamente importanza alle cose e alle persone sbagliate. Ci sentivamo libere di rispondere a un sms con una email lunga 3 pagine word. E non avevamo paura di sembrare così maledettamente patetiche. Quando eravamo più giovani, eravamo vulnerabili ma con una forza straordinaria, con una voglia devastante di vivere, di scoprire, di bruciarci, di sperimentare. Non avevamo paura di cercare le emozioni. Di prenderci quello che volevamo, giusto o sbagliato che fosse. Anzi, se era sbagliato, era meglio. E non davamo scadenze, nemmeno quando avremmo voluto darne. Ed eravamo talmente desiderose di scoprire che sapore aveva il mondo e di che materia eravamo fatte, che trovavamo in noi la pazienza di costruire qualcosa anche con i cazzetti più improbabili.

Quando eravamo più giovani, urlavamo, piangevamo, ridevamo, ripetevamo sempre le stesse cose, costruivamo castelli e giravamo interi sceneggiati sul nulla, o poco più. Ma tutta quella masturbatoria e inutile fatica ci permetteva, in qualche modo, di sentirci assai vive.

Oggi siamo cresciute. Non masturbiamo più. Non pubblicamente. Ci limitiamo. Ci sfoghiamo da sole, nell’0vatta fradicia del nostro vaginismo più intimo, dando quasi sempre la colpa al premestruo.

E’ che, di fatto, a un certo punto della vita succede che non possiamo più masturbare, se non risultando dei casi umani. Il punto di rottura, la linea che segna il confine tra quando si può e quando non si può più è sottile e spesso non la vediamo nemmeno. Ci limitiamo a oltrepassarla e ci ritroviamo ad essere semplicemente disinteressate: a non urlare più, a non scrivere più email lunghe 3 pagine word per nessuno, a piangere molto meno, a ridere molto meno, a raccontare molto meno, a montare canadesi che ci ospitino per una notte, invece che costruire castelli. Abbiamo altri interessi. Altre priorità.

Succede e basta.

Ma siccome la tendenza alla masturbazione la conserviamo, perché noi masturbiamo, a volte ci proviamo, con le vagine amiche, ad imbastire un tavolo di masturbazione, in assenza di un cazzetto fisso da ammorbare con le nostre insane paturnie. A volte, sì, con le vagine amiche, ci proviamo, lo facciamo dissimulando, in maniera poco diretta perché a farlo direttamente ci sentiremmo sfigate. Diciamo frasi tipo: “No, non l’ho più visto. Ma guarda non capisco perché continui a contattarmi a vuoto. Cioè, vuoi vedermi? Dillo. Non ti piaccio? Mollami. Ma non continuare a contattarmi senza che ne venga nemmeno fuori una scopata”.

A quel punto, di solito, speriamo che la vagina interlocutrice raccatti questa palla e spenda almeno 5-10 minuti in un’attività di masturbazione condivisa socialmente utile.E noi, in quel momento, sappiamo benissimo che poniamo una questione che non esiste, che se con un cazzetto non ti ci vedi è perché, semplicemente, non vi piacete abbastanza. E sappiamo benissimo che a nessuno degli  attori frega un cazzo. E sappiamo benissimo che è tutto privo di contenuti, che si parla del niente. E tutto sembra posticcio, e i tira-e-molla da liceale non interessano, e che siamo in un’età in cui le persone vanno a convivere, costruiscono progetti di vita e le questioni di lana caprina con i cazzetti disadattati potevano andar bene 10 anni fa. Non oggi.

Ma le vagine più sensibili, a quel punto, dovrebbero capire, dovrebbero prestarsi a questo volontariato personalizzato, a questa specie di mutua solidarietà, in un circolo virtuoso in cui oggi capita a me e domani a te. O ieri a te, non importa, si tratta di 10 minuti in cui bisogna, semplicemente, sfoderare il repertorio delle frasi di circostanza che TUTTE abbiamo per queste situazioni e metterle sul tavolo +  aggiungere una considerazione ad hoc, specifica per la questione posta. Il mio repertorio prevede: “Sbattitene”, “No, vabbé, ma è un coglione”, “Se ti devi bagnare, fatti una doccia” (nel senso di “se devi peccare, fallo fino in fondo”) e “Questo cazzetto ha senso se apporta un beneficio alla tua vita, viceversa piscialo”

Perché, in verità, quando poniamo una questione inutile, una volta al mese, stiamo spendendo il nostro bonus masturbazione sentimentale che, di tanto in tanto, anche se nella nostra vita non c’è nulla di sentimentale, ci serve a fingere di non aver completamente anestetizzato una parte di noi. Forse perché siamo talmente oneste da non dover simulare né orgasmi, né completezza. Forse perché sappiamo ammetterlo, a volte, che ci mancano l’intrigo, la fascinazione, la curiosità. Forse perché sentirci sedotte ci confermerebbe che siamo capaci di aprire ancora una fessura, un piccolo squarcio nella nostra cortina di ferro emotiva.

Forse nelle masturbazioni inutili, c’è solo la memoria di quelle ragazzine che spasimavano per le onde elettromagnetiche dei cellulari, di quelle che non avevano paura di sbagliare e che nella loro bulimia di vita hanno divorato tutto ciò che potevano mordere. Con tutta la pelle. Con tutta la mente. E forse in quelle masturbazioni inutili, c’è tutta l’impazienza di chi, in fondo, ha ancora urgenza di vivere.

Di vivere cose da ricordare.