Nessuno Si Impara Da Solo

Mi ha contattata qualche giorno fa una mia amica, in sbattimento fortissimo perché il tipo con il quale si sta frequentando ha cambiato repentinamente e visibilmente atteggiamento nei suoi confronti. Così lei, come da manuale, gli ha scritto una lettera, per chiedere ragioni, per spiegare ragioni, per rinnegare quel senso di fallimento sentimentale che ti assale ogni volta che una relazione (micro o macro che sia) va male e tu ti ritrovi a mettere in discussione il tuo essere intero. Insomma una di quelle epistole vaginali ad altissimo tasso di pathos, che tutte quante all’occorrenza componiamo e che saggiamente lasciamo lì a giacere nella cartella “bozze” del nostro account gmail.  Era indecisa se inviare oppure no. Io, previa lettura del testo, ho votato per il no. Non per il contenuto in sé, ma perché ci sono alcune cose che ho imparato e che mi hanno fatto capire che…meglio evitare.

Per argomentare meglio il mio NO (che mica solo per il referendum costituzionale bisogna averci delle argomentazioni), le ho spiegato che quando mi sento perdente, cosa che di tanto in tanto mi accade, specialmente quando si tratta di faccende para-sentimentali, mi ripeto una frase, una di quelle cagate motivazionali che normalmente schiferei ma che, le ho confessato, in quei casi mi è piuttosto d’aiuto. La trovo così illuminante che per un periodo l’ho avuta anche come status su whatsapp. Poi mi ero dimenticata d’averla (perché grazie al cielo non rientro in quella fetta di umanità che ogni due per tre aggiorna il suo status su whatsapp) e, quando l’ho rivista, l’ho cancellata, con un filo di imbarazzo, pensando “vabbè dai, anche meno”.

Ad ogni modo, la frase in questione è: “Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Imparo. Perché è vero che non si smette mai di imparare. Perché è vero che non si smette mai di fare stronzate.

Neppure quando pensi che ormai hai finito. Neppure quando pensi che più di quelle che hai fatto non puoi farne. Neppure quando provi strade diverse, percorsi alternativi, ti metti in discussione, rischi, intraprendi, percorri. Di sbagliare non si smette mai. E di imparare, nei casi migliori, neppure.

Quando ero giovane mi incazzavo. Mi incazzavo un casino. Facevo delle sceneggiate da far impallidire la migliore tradizione partenopea. Urlavo. Piangevo. Una volta ho anche picchiato un uomo, per dire. Quello parò il colpo, lo colpii sul gomito, mi venne un livido gigante nel palmo della mano. Me ne vergogno, ad oggi, ripensandoci.

Oppure scrivevo. Gesù, quanto scrivevo. Missive lunghe, lunghissime, interminabili. Con un tono insopportabile, gratuitamente accademico (della serie “Piccolo maschio incapace, ti spiego io come funzionano le donne”), oppure sarcastico e corrosivo, oppure profondamente patetico. Il mio capolavoro iniziava con “Ti parlerò in un linguaggio che ti sia lessicalmente accessibile”. Avevo 16 anni. Madonna che imbarazzo. Madonna, quanto ero agguerrita. E quanto ci credevo. E quanto me la credevo.

Oggi, però, ho imparato, le dico.

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Ho imparato che le parole non servono così tanto. Ho imparato che i fatti esprimono molto più che i comizi. Ho imparato che a volte bastano i sensi, e l’intuito, e l’istinto, a capire. Che siamo donne. Che non ci mettiamo più di una frazione di secondo a capire se un uomo ci vuole, oppure no. Se ci desidera, oppure no. Se ci ama, oppure no. Poi ci depistiamo, se il verdetto non ci garba. E sbagliamo, ancora. Anche se siamo adulte. Anche se siamo cresciute. La verità, però, la sappiamo e, almeno su questo, possiamo non prenderci in giro. Possiamo non fare domande e non aspettare risposte compiacenti che, puntualmente, non arriveranno.

Ho imparato che non c’è nulla di più mortificante che parlare a chi non ha voglia di ascoltare. Di spiegare a chi non è interessato a capire. Di scrivere, a chi skipperà paragrafi interi mentre è sul cesso a cagare.

Ho imparato che siamo noi che non dobbiamo essere interessate a interloquire con chi sbuffa, o fa smorfie, o alza gli occhi al cielo. Ho imparato che dare la luce ai ciechi non serve (cit. Janis) e che dobbiamo parlare con chi ci ascolta,con chi ci risponde con perizia, con chi ha voglia, curiosità, urgenza persino, ogni tanto, di noi.

Ho imparato che un uomo se la deve meritare la nostra vulnerabilità. Che non si piange davanti a chiunque. Che non si sclera con disinvoltura. Che perdere la brocca, dimenticare le buone maniere, abdicare alle basilari norme della civiltà, è una verità, una nudità, una forma estrema di sincerità umana di cui non tutti sono degni.

Ho imparato anche che gli uomini non sono stupidi, e neppure superficiali, non sono mica povere criature minorate che non c’arrivano. Semplicemente quando ci sembrano così, è perché la nostra presenza nella loro vita non rientra nella top ten delle loro priorità. Siamo donne, non un reattore termonucleare. Anche le più impossibili di noi, non ci vuole poi molto a capire come renderle felici, qualora renderle felici sia un argomento all’ordine del giorno. A volte lo fanno, o l’hanno fatto. Renderci felici, intendo. Se hanno smesso non è che abbiano subito una lobotomia. Banalmente, per qualche ragione – che non siamo obbligate a comprendere, quindi risparmiamoci le ere geologiche a chiederci “perchééééé?” e a vivisezione i “se” e i “però” – hanno smesso. Hanno perso interesse. Tanto ci può bastare.

Ho imparato che recriminare non serve. E neppure attribuire torti e ragioni. Perché ciascuno di noi, in tutti i rapporti (amichevoli, familiari, amorosi) ha i propri torti e le proprie ragioni. Non è che si vinca qualcosa. Né trofei. Né premi di consolazione. Che anche noi commettiamo errori. Che a volte partiamo per la tangente, che diamo importanza a dettagli sbagliati, che facciamo i conti senza l’oste e li sbagliamo pure. Che quando una cosa ci va di traverso, ci mette lustri a scenderci dall’esofago al culo, e lì comunque ci rimane piantata per un bel pezzo. E che non siamo sempre leggere, leggerissime, come Kaori di Philadelphia.

Ho imparato che a volte è meglio star zitta. Prendere atto. Regolarsi di conseguenza. Non incazzarsi anche perché la rabbia ci fa venire (cioè, aumentare) le rughe.

Ho imparato che le relazioni hanno un costo e che quel costo si può pagare soltanto quando almeno due persone sono disposte e intenzionate a farlo. E che, in genere, non ci vuole poi molto a capire se stiamo giocando un solitario. O se siamo in campo in due.

Ho imparato anche che l’unica sufficienza che possiamo accettare nella vita, è quella che abbiamo preso in matematica.

Ho imparato anche che non si fa con i sentimenti ciò che San Francesco faceva coi vestiti: regalarli ai poveri. Le perle ai porci. Perché la nostra anima un valore ce l’ha e generalmente siamo noi a fissarlo.

Ho imparato anche che la donna (o, più in generale, l’essere umano) che investe tempo, risorse, energie, cure, attenzioni per un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio, esiste con la stessa certezza scientifica con la quale esiste lo Yeti.  E che, in fondo, non è una colpa avere delle aspettative, anche se le aspettative ci fottono sempre. E che il problema, se mai, è fare l’investimento corretto. Scegliere il destinatario giusto. Qualcuno che a sua volta abbia un piccolo capitale emotivo da mettere sul tavolo. Perché un rapporto è un po’ come una società, perché è un lavoro di gruppo, perché è un dialogo, non un monologo.

Ho imparato infine che spesso non è neppure colpa del destinatario, o dell’emittente. A volte, semplicemente, le vite prendono corsi diversi. Rispondono a priorità incompatibili. Assumono forme che non avevamo preventivato e non ci si può far nulla, se non ammettere l’errore. Provare a non odiarsi. Fare pace con la propria fallibilità. Assolvere la propria mediocrità. Capire che è così che va.

Incassare. Elaborare. Migliorare.

E, definitivamente, non inviare alcuna email.

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

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È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Spiriti Affini

Ascolto You know I’m no good di Amy Winehouse, buon’anima.

La ascolto e penso che il segreto è tutto nelle dosi. Come con la pasta. Che io non solo la scuocio, ma non sono neanche capace di salarla per bene. Perché, vedi, il punto è nella giusta misura. Solo che io non so quale sia la giusta misura tra noi, non l’ho mai saputo. Certo, ora, per lo meno, conosco tutte le misure sbagliate. Tutte quelle che alla fine ci fanno male.

Dici che siamo spiriti affini. Ti dico che crescere significa accettare che gli spiriti affini non sono quelli con cui si costruisce la vita. Perché gli spiriti affini, sai, son troppa roba. Sono totalizzanti, viscerali, divoratori. Non lasciano spazio ad altro e noi, di grazia, abbiamo bisogno di altro. Per crescere, per fare la nostra strada, per lavorare, per illuderci di vivere. Forse anche per vivere davvero.

Chi può dirlo, poi, cosa sia la vita vera. Chi può dirlo se sia trovare un bravo ragazzo, tenerselo stretto e metterci su casa insieme. E vedere un percorso. E costruire un progetto. Oppure sposare una brava donna, una che ti dia la serenità, una che piaccia a tuo padre, che sappia fare le torte, una che feconderai per avere una discendenza al trono. Chi può dirlo se sia nelle mie braccia che ti stringono, e nelle mie cosce che tremano, e nei miei denti che mordono, e nei tuoi respiri che s’inseguono. E in quel piacere che cresce, che tende tutto il nostro essere partendo da un punto profondissimo, perso tra la testa e i lombi, che strappa ogni certezza, che cancella l’aria. Chi può dirlo se la vita vera sia perdersi negli occhi e nel sudore di un uomo sbagliato, smarrendo il confine, negando la ragione, scivolandosi dentro, una volta ancora. Ancora mille volte.

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Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Che tu ci sia, in un angolo, senza prepotenza. E io ci sarò, per te. Lì. In quello stesso angolo. Ma niente di più. Perché, vedi, io questa recita la conosco già, e già so che non potrò essere protagonista della tua messinscena sul palco della normalità. Ma tu mi conosci, prima donna sono, figurati se me ne sto in disparte a fare la controfigura. Forse potrei, ma non voglio. Non sarebbe giusto.

Io ci sarò, per te. Lì. In quell’angolo. Che diventerà il nostro spazio. Di cui nessuno saprà. Nemmeno noi, a tratti. Ci limiteremo a trovarci lì. Di tanto in tanto. Mentre vivremo le nostre vite altrove. Mentre tenteremo di sentirci compiuti, noi che compiuti non saremo mai. Ci limiteremo a trovarci lì, di tanto in tanto. Per vomitare i rimpianti che coltiviamo. Per morsicarci le inquietudini. Per ridere. Per piangere. Per incrociare una bambina in metropolitana, che mi sorriderà, e io le farò la linguaccia, e lei mi farà un occhiolino, e tu ci guarderai, ed entrambi fingeremo di non pensare ciò che penseremo. Come sarebbe stato se. Fingeremo di non chiedercelo, perché entrambi sappiamo che non è stato. Che non è. Che non sarà mai.

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Non è forse questo che fanno gli spiriti affini? Non si amano nel silenzio, per il fatto stesso di esserci, di saperlo, di sfiorarsi? Forse la soluzione è fare di nuovo l’amore. Non distinguere più il mio corpo dal tuo, e il tuo dal mio. Prima di lavarci via il sapore e l’odore e l’illusione di quella felicità, solo ipotizzata, passata, foldata. Prima di tornare alle nostre vite. Senza sbavature. Senza effetti collaterali apparenti.

Il fatto è che devi esserci, senza esserci. Sono dello scorpione, cerca di capirmi. Non puoi farmi male, perché poi te ne faccio il triplo. Non puoi farmi male. Non devi. E io non voglio farne a te. Non posso permettertelo e non posso permettermelo. Non a 29 anni. Non dopo averlo fatto già troppe volte, spogliarmi nuda e offrirmi alla carneficina sentimentale di turno. Procedendo spedita verso il dolore più sordo, in punta di piedi sulla vita, divorata dall’incoscienza e affamata di emozioni. Con un paio di tacchi alti addosso. E niente più.

Dici che siamo spiriti affini.

Dici che essere adulti significa ammettere la straordinarietà che ci lega.

Forse hai ragione. Ma essere adulta, per me, significa anche proteggermi un po’. Riuscire ad amarmi, sempre. Più di quanto possa fare qualunque uomo. Incluso te. Che, dici, sei il mio spirito affine.

Che, dici, non ne troverò mai un altro come te nella vita.

Che, dici, non ne troverai mai un’altra come me nella vita.

 

Froci Apparenti

Le vagine, quando sono alle prime armi sentimentali, hanno una straordinaria proprietà che sono destinate, per misericordiosa bontà divina, a perdere nel tempo: la capacità scriteriata di sprecare anni appresso a soggetti palesemente e ferocemente sbagliati.

Qualcuno potrebbe dire che fa parte della crescita, che vagina consapevole lo diventi proprio per tutto quello che hai vissuto, inclusi gli errori, soprattutto gli errori anzi, che vengono decantati a destra e a manca come l’elisir segreto dell’umanità più gagliarda.

Solo che, per quanto sia figo sbagliare, ci sono errori ed errori, non si può fare di tutte le cazzate un fascio, e la posta in gioco per mandare a mignotte il nostro buon senso si alza sempre di più. I mean: non basta più che tu sia molto più vecchio o molto più giovane, che tu sia un bastardo, che tu sia l’uomo di un’altra, che tu sia l’amico del mio ex, che tu sia il mio padrino di cresima (è un’iperbole ovviamente, non sono cresimata). No. Serve di più. Lo spazio per più di un coito settimanale, nella nostra vita, va guadagnato. Viceversa, abbiamo ben altre robe da fare, si capisce, sai, gli amici, Milano, il lavoro, la palestra, la casa, il blog, voglio dire, si sa come son diventate le vagine da quando si sono emancipate e hanno smesso di pelar patate e lavar pavimenti tutto il dì, no?

Ecco. Ma soprattutto, onore al merito, sviluppiamo un certo fiuto per i cazzetti, simile a quello che i bussinessmen sviluppano per gli affari. Diventiamo le Gordon Gekko del sentimento, lo capiamo subito se uno ci garba o no, se uno è stronzo o no, se uno è  spostato di mente o no. Poi, al massimo, possiamo dimenticarlo, possiamo cadere nei tranelli orditi dal nostro vaginismo ma, di base, l’imprinting iniziale non sbaglia mai. Tant’è vero che, di solito, entro i primi 20 minuti dall’incontro, scriviamo a qualcuno – che sia la migliore amica, l’amico frocio, la nonna – cose come “Mi piace da morire, mi userà e mi butterà via come un kleenex ma ciò nulla conta“, oppure “E’ sbagliatissimo, vojo morì“.

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Nella fattispecie, il primo sms che ho scritto dopo l’incontro con Dylan è stato al nostro unico amico in comune e il testo recitava: “Ma è frocio o etero?”. Perché a me pareva visibilmente frocio. Il tizio mi ha risposto che no, che era un “etero spianato”, allora mi son fidata con riserva. Quando poi l’ho sentito manifestare atavica gratitudine nei confronti della sacra virtù femminile, sperticandosi in spregiudicatissimi cunnilingus, ho deciso che sì, che magari era solo un Frocio Apparente, uno che diceva cose come “gioia”, “tesoro”, “micetta”, “graziosa”, “ti adoro”, uno che mi dava della “bellezza felliniana” con la stessa adorazione che certi gays nutrono per Lady Gaga, che mi riempiva di complimenti e mi baciava come se non ci fosse un domani. E, tutto sommato, potevo farmelo andare bene, anche se squittiva invece di ridere, voglio dire.

Allora me so impegnata, del resto era alto 1.90, quindi in nome della sua statura fisica ho cercato di non pensare ai 1000 motivi per cui non avrebbe potuto essere il padre dei miei figli (1.000 motivi che non cito, per deontologia vaginale), che a noi vagine l’idea di come saranno i nostri figli ci parte di default, anche con uno con cui flirtiamo da 3 ore, è proprio come lo screensaver sul computer, anche se non ce ne accorgiamo, anche se non abbiamo spirito materno, anche per puro narcisismo.

Ho cercato di non chiedermi che tipo di disturbo nascondesse, Dylan, ho cercato di distrarmi dall’idea del pubblico ludibrio cui l’avrei esposto se l’avessi portato giù con me nelle Puglie, per i suoi modi così smaccatamente wannabesodomita. Ho cercato di dimenticare che a me, concettualmente, piace il maschio rude, il maschio che sia maschio, quello che la virilità ci sprizza da tutti i pori e quando mi bacia mi punge con la barba e io mi lamento che mi fa male e mi lascia la pelle arrossata di passione. Mi sono concentrata a non pensare che a me piace l’uomo rude, quello che mi fa sentire piccola e in balìa del suo patriarcale potere, quello che mi riduce alla mia femminilità più essenziale, che mi spoglia di tutte le sovrastrutture vaginali, quello che assottiglia pericolosamente la distanza tra testa e ventre, che mi fa dimenticare le mie posture e che neautralizza tutti i miei artifici genitali.

Mi sono applicata a non pensare a niente di tutto questo, perché il temerario Dylan Dog era così adorabile con me, così carino, premuroso e generoso, che cosa doveva significare quel velato atteggiamento da Drag Queen che manifestava?

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E poi quella carineria, quel dormire da me dopo aver amoreggiato per andar via alle 7 del mattino, nel freddo e nel gelo, a cavallo di un mini pony. Quelle telefonatine quotidiane, e i messaggini, e mi manchi, e io ti manco, e sarà anche stucchevole ma se uno alto 1.90 con due braccia che se ne va la luce mi dice che gli manco io me lo prendo, che gli manco. E ti accompagno in aeroporto, ma no, lascia stare, vengo a salutarti in pausa pranzo, ma no tranquillo non riesco ho il volo, d’accordo allora vengo a prenderti in aeroporto, ma non ti preoccupare, no ci tengo, vengo a prenderti per forza o in aeroporto o in stazione.

OCCHEI.

Naturalmente, dopo l’atterraggio ricevo l’sms in cui mi comunica che è troppo ubriaco per guidare e non verrà. E si scusa.

L’indomani aggiunge che si è visto con un’altra, che l’ha fatto bere e che si sentiva in colpa.

E vaneggia. “Ti prego perdonami, mi sento un puttaniere della peggior specie”.

OCCHEI.

Ora, a parte che se vuoi fare la troia, per piacere falla senza rimorsi e con quella sana fierezza impunita che contraddistingue le vere sgualdrine.

Secondariamente, come posso spiegarti che io dopo 2 settimane non ho niente da perdonare a nessuno? Che per me puoi scoparti chi ti pare ma che di un coglione che dica 50 volte che farà una cosa e poi non la fa, ecco, come dire, non mi interessa. Manco per scoparci. Perché, del resto, posso accettare molte cose, tesoro-gioia-amore-grazioso-adoro, incluso che tu sia il replicante di Alfonso Signorini imprigionato in un corpo da figo. Posso accettare anche che quando il tuo membro alloggia nella cavità orale di una vagina tu dica cose come “Pompami, sì dai” che io ho pensato “COOOOOSA? Ma che sei? Un salvagente? La ruota di una bicicletta?”

Ecco, posso accettare molte cose.

Però no, non un pacco del genere, al mio rientro dalle ferie, il primo dell’anno, sotto la pioggia.

Cioè: SUCA. SUCA proprio. SUCA intensamente assai.