Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
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[SessuOhhhlogismi 7] – La Politica del Punto G

Una delle battaglie culturali più rilevanti nella mia vita è quella che rivendica l’esistenza del Punto G.

Come ormai anche gli alberi sanno, il Punto G è il centro nevralgico del piacere femminile e intorno a esso è sempre stata fatta moltissima disinformazione e diseducazione. Mi spiego: non si capisce se questo nucleo della libido esista, non si capisce dove si collochi, non si capisce se tutte le donne ce l’abbiano o meno, non si capisce se la scienza lo riconosca oppure no. Praticamente il Punto G è considerato alla stregua degli extraterrestri, o delle scie chimiche, o dello Yeti. Lì, a cavallo tra il mito e la leggenda. La fantasiosa teoria. Il gomblotto. Se lo trovi è bene, se non lo trovi pazienza, del resto non è neppure detto che esista!

Le prime vittime di questo depistaggio sono le donne che, spesso, non hanno idea di essere equipaggiate di quest’area anatomica per un duplice ordine di ragioni.

In primis, molte di esse non si masturbano (sissignori, levatevi quell’espressione di sbigottimento dal volto e fidatevi, lì fuori è pieno di gentili donzelle che non si sono mai dilettate nella scoperta del proprio corpo) e molte di esse, qualora lo facciano, preferiscono concentrarsi sul piacere clitorideo, che per l’amor del cielo, ha senza dubbio i suoi benefit, non ultimo il fatto che il clitoride siamo per lo meno sicure d’avercelo, cioè è scritto e rappresentato sui libri (anche se, per certi uomini, pure trovare quello pare che sia un’impresa del National Geographic). E quindi, invece che sorbire la frustrazione di andare a casaccio lì dentro, dov’è tutto buio e umido e non v’è certezza, preferiscono la solida (per quanto delicata) ufficialità del clitoride.

In secondo luogo, esse non hanno mai avuto il raro privilegio di incontrare un uomo capace di far scoprir loro nuovi orizzonti di benessere, di condurle attraverso le gioie del piacere vaginale in quanto tale, cosa che richiede un certo grado di fiducia (perché comunque ti sto facendo giocare con la mia virtù e gradirei non passare la prossima settimana ad avere problemi a sedermi su qualunque superficie), spregiudicatezza e libertà (perché finché inconsciamente tendiamo a vergognarci del nostro piacere, non riusciremo a viverlo appieno).

Ora, partiamo dalle basi.

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  1. Il Punto G esiste. Fatevene tutti una ragione. Non potete trovarlo su Google Maps, non c’è una segnaletica orizzontale che vi ci conduca, nessun gps, spesso purtroppo anche se chiedete indicazioni ai passanti non sanno aiutarvi (laddove i passanti sono le donne che non ne hanno consapevolezza). Tuttavia, esso c’è.

2. Nel punto G dovete anche crederci. Uomini e donne. Crederci, cercarlo e trovarlo. Non è un fatto di fede, né una caccia al tesoro. È molto di più. Del resto, il fatto stesso che si parta dall’assunto che “forse non c’è” è fuorviante e sbagliato. Come può essere così importante e così incerto? Tutta questa propaganda per cui noi donne siamo “diverse”, noi donne siamo “complesse”, noi donne non possiamo provare piacere attraverso una pura stimolazione “meccanica” dei nostri organi, che se non siamo coinvolte emotivamente, niente, nada, nisba, non è del tutto vera e forse dovremmo iniziare ad affrancarci da questa lettura della sessualità secondo la quale l’orgasmo maschile è (quasi) garantito dalla natura, mentre quello femminile è un’epifania, un dono, un happening. Anche il nostro si può raggiungere, con (quasi) garanzia totale di successo. Il sentimento è un ingrediente preziosissimo, a volte sufficiente persino. Ma un po’ di preparazione tecnica non ha mai fatto male a nessuno. Del resto l’arte è sì estro, ispirazione, talento innato, ma è pure disciplina ed esercizio.

3. Il Punto G non è un pulsante, non è un grilletto, non è una manopola, una carrucola, una maniglia. È un’area interna alla vagina, ricca di terminazioni nervose, assai sensibile, nella sua parte alta, come spiegarvelo, insomma, la parete verso la pancia, non quella verso il culo (per quanto giocare con tutta la zona non guasti mai, ma qui adesso stiamo cercando di fare chiarezza su un’area specifica)

4. Può essere stimolato durante la penetrazione classica, certamente, ma se volete agire in maniera chirurgica e puntuale, scoprendo davvero le potenzialità di questo magico e misterioso Punto, dovete usare le mani, cioè le dita, al plurale, DUE, non una (che non abbiamo mica 16 anni) e neppure tre (che non ne abbiamo neppure 60 con 3 gravidanze alle spalle…per quanto poi, vabbé, regolatevi sempre in base alle circostanze, ci sono situazioni in cui pure il fisting è un’opzione contemplata).

5. Se ve la state sbrigando da sole, gherls, le dita non sono il modo più comodo di sperimentare le sublimi risorse del vostro corpo, non quando si parla di Punto G. Voglio dire, è più comodo usare un apposito strumento, curvato ad hoc per stimolare ciò che ha da essere stimolato (tipo questi, per capirci)

6. L’intensità, il ritmo, la frequenza, sono ingredienti che vanno sempre modulati sulla base dei responsi che il corpo ci da, ovviamente. Spesso però succede che il piacere sia così intenso – e le prime volte così sconosciuto – che tendiamo a sottrarci (come quando chiudiamo le gambette perché qualcuno sta facendo bene ciò che c’è da fare, ma in realtà è la nostra comunicazione non verbale che dice “Basta!” e intende “Continua così, così, esattamente così”).

7. Certo è che non si deve essere pigri. Quindi, cari uomini, mettetevi con la giusta dose di solerzia e fate gli Indiana G-iones: esplorate, tastate, giocate, nella consapevolezza che se trovate il Tempio Benedetto del piacere femminile, quella donna lì, vi ricorderà, vi apprezzerà, forse vi amerà persino, o comunque parlerà bene di voi alle sue amiche (e come sapete nulla è efficace come il Word of Mouth, cioè er passaparola). Se vi fa male il braccio, pazienza. Continuate. Continuate finché lei continua a emettere messaggi subliminali tipo “Sì. Sì. Oddio. Madonna. Oh mamma. Sì. Così. Oh, Padre Pio. Oh, Santa Madre Teresa di Calcutta. Ohhhhddddio. Oddio. Oddio. O-DD-DIO”. Ok? Vi fermate quando lei vi supplica tipo con “basta, ti prego”.

8. Abbandono. Ecco, il piacere vaginale, richiede e implica un abbandono radicale. Senza nulla togliere a quello clitorideo, è proprio un altro campo da gioco. Voglio dire, non è che ci contorciamo semplicemente come dei vermicelli, percorse da spasmetti femminili e accettabili, tremori di cosce, gridolini sommessi e sospiri affannatini; il piacere vaginale è profondo, totale, parte dal ventre e si tira appresso tutto il corpo, ci rivolta come calzini sudati e ci fa vedere l’Iddio onnipotente.

9. E noi donne, di questa forma di piacere e dei suoi effetti collaterali, non dobbiamo avere vergogna. Non dobbiamo averne dei nostri umori, dei nostri odori, delle reazioni del nostro corpo, delle facce che facciamo, di quanto paonazze possiamo diventare, dei versi che emettiamo (al limite ricordate, se riuscite, che esiste un vicinato, o dei coinquilini, insomma avete capito). Della vergogna proprio dobbiamo spogliarci, come ne sono spogli gli uomini quando espletano il proprio piacere e non è che si trattengano perché magari a noi quella loro mucillagine appiccicosa ci fa schifo. Ecco. Siate shameless. Siate femmine. Siate naturali. E, se un uomo rimane palesemente disturbato, o non vi fa sentire a vostro agio, forse non vale la pena di andarci ancora a letto, con quell’uomo lì. Forse è lui che non è all’altezza della vostra sessualità.

10. E qui veniamo all’ultimo punto. Il piacere vaginale, strettamente legato al Punto G, è potente. Proprio così: POTENTE. E non può essere ignorato per una vita, rimpiazzato da quello clitorideo (che è un eccellente antipasto, ma il piatto principale, quello che ti sazia davvero, è un’altra roba). Potente come sono potenti gli uomini quando esercitano a pieno regime la propria virilità. Potente e liberatorio.

È per questo che io insisto, su questa storia del Punto G.

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Perché quando il tuo corpo riesce a darti così tanto piacere, non puoi che volergli più bene. Non puoi che odiarlo di meno. Non puoi che imparare ad avere un rapporto più sano e maturo con la tua carne, con le tue imperfezioni ma anche con la tua profonda femminilità.

In secondo luogo, perché agli uomini piacciono le tette grosse, la vita sottile, il culo di marmo, le cosce toniche, i capelli folti e tutto quello che ve pare. Ma, agli uomini veri, nulla piace quanto una donna che conosca il proprio corpo e che sappia vivere in serenità e libertà il piacere. Prenderlo. Darlo. E condividerlo.

Io vi saluto e vi rimando alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi (qui trovate le precedenti: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)!

Vi segnalo, infine, che qualora voleste accattarvi un giocattolo che vi aiuti a sperimentare la magia del Punto G, potete usufruire del codice GcomeVagina e avere diritto al 15% di sconto fino al 31 ottobre!

BaGi e abbraGGi

Tradimento: da Guerra e Pace a Noi

Uno degli aspetti positivi delle serie tv, quelle che ti prendono bene voglio dire, è che quando finiscono vivi una crisi d’astinenza tale da iniziare a documentarti sui fatti a cui sono ispirate, sul periodo storico di riferimento, oppure sui libri da cui sono tratte. Mi è successo ai tempi di Romanzo Criminale (quando ho dato fondo a tutti i possibili documentari sulla Banda della Magliana), mi è successo con Narcos (dal quale sono finita a pormi interrogativi sulla storia dell’America Latina, ingiustamente trascurata da noi eurocentrici) e mi sta succendendo anche con Guerra e Pace, la serie prodotta da BBC e messa in onda da LaEffe (canale 139 di Sky, il venerdì sera dalle 21.10), che ripropone in chiave televisiva le vicende narrate nel romanzo di Tolstoj.

La serie, di per sé, ha raccolto l’entusiasmo di pubblico e critica, promossa come la migliore trasfigurazione televisiva dell’opera letteraria (considerata a sua volta, in maniera piuttosto trasversale, il miglior romanzo di sempre). Voi sapete che sono analfabeta e che faccio purtroppo una vergognosa fatica a leggere, quindi non credo che mi avventurerò realisticamente nelle millemila pagine piene di nomi russi che vabbeh-addio (sebbene Feltrinelli, per l’occasione, rilanci una versione economica del capolavoro). Però, è un fatto che in UK, dopo la messa in onda della serie, il romanzo sia entrato per la prima volta nella classifica dei libri più venduti.

Guardando le prime puntate di Guerra e Pace non ho potuto non riflettere su quanto l’amore, come leva delle relazioni umane, sia cambiato da un lato, ma rimasto uguale dall’altro. Come se gli ingredienti fossero sempre gli stessi, elaborati in maniera differente: intrigo, desiderio, passione, aspettativa, idealizzazione, attesa. E, anche, tradimento.

Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) - (C) BBC - Photographer: Mitch Jenkins
Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) – (C) BBC – Photographer: Mitch Jenkins

Ora, se in Guerra e Pace uno si ciulava (o tentava di) la moglie (o promessa sposa) di un altro, finiva che i contendenti si sfidavano a duello con le pistole e alle volte ci scappava pure il morto. Certo va considerato che, a quei tempi, si reputavano fidanzati per un bacio a stampo, perdevano la brocca per una punta di lingua e ci si sposava senza aver neppure consumato (con un partner spesso deciso dalle famiglie rispettive, in virtù dei vantaggi economici che il matrimonio avrebbe procurato). E, sebbene all’epoca non ci fossero i social network, se due se la intendevano, prima o poi la cosa veniva fuori.  Insomma, i rumors giravano anche allora.

Così mi sono chiesta cosa e quanto sia cambiato, da allora, dall’800 a oggi, nella nostra concezione e gestione del tradimento (salvo che, se oggi ci scappa un morto, lo consideriamo un caso di cronaca nera e non la normalità).

Non molto, a ben vedere. Innanzitutto, si fa presto a dire tradimento, come se i tradimenti fossero tutti uguali, come se non esistessero contorni soggettivi al concetto di tradimento e come se le persone non manifestassero diversi margini di tolleranza rispetto allo stesso. E no, non mi sto riferendo al sempreverde “il pompino non è tradimento“. Mi sto riferendo al fatto che – per quanto fastidioso e doloroso sia subirlo – esistono individui capaci di razionalizzarlo meglio di altri (che nel frattempo si armano per mettere in atto un’offensiva fisica nei confronti del partner fedifrago). Ma anche al fatto che intorno ai tradimenti si esprimono sempre moltissimi giudizi, con una facilità d’analisi spesso frettolosa, si attribuiscono responsabilità e colpe in maniera automatica e si trascura quanto, invece, l’argomento sia pernicioso e sfaccettato.

Ma cosa intendiamo per diversi tipi di tradimento? E sono essi, tutti, ugualmente imperdonabili?

1. Tradimento Platonico –> il partner intrattiene una fitta corrispondenza, talvolta intima, con una persona dell’altro sesso, sebbene con essa non abbia mai fatto nulla di fisico. Non è necessario che arrivi a scrivere sconcezze e a inviare porno-selfie, perché ci sia la sensazione di tradimento. Ci si può sentire traditi anche di fronte a una grande complicità, al buongiorno e alla buonanotte inviati all’altro come a noi, alle confidenze, al fatto che il partner sembri comunicare con più piacere con l’altro che non con noi. È sufficiente, in altri termini, che il partner stabilisca un legame di intesa con una terza persona, senza la nostra approvazione (o consapevolezza), per creare in noi i sintomi delle corna.

2. Tradimento Occasionale –>  la sbandata, la scappatella, del tipo che lei non te la dava da 6 mesi ed è arrivata Jessica Rabbit che ti ha circuito e violentato e a un certo punto tu non hai resistito. Oppure che lui ti trascurava da una vita, non ti appagava, non ti faceva sentire sufficientemente donna-donna-donna-con-la-gonna-gonna-gonna e tu hai valutato opportuno indulgere alla avances del collega del terzo piano. Il tradimento occasionale (spesso ritorsivo) succede ed è possibile che la situazione si riproponga giacché il tradimento è un po’ come le droghe: basta rompere il ghiaccio e superare lo scoglio morale iniziale (non credete MAI, anche se a volte ci si crede, al “Non capiterà mai più”). Una simpatica variante del Tradimento Occasionale è il Tradimento Superficiale, ovverosia il “ci siamo solo baciati” che, ammesso e non concesso sia vero, dona un’altra sfumatura ancora e solleva ulteriori quesiti: un bacio è tradimento?

3. Tradimento a Pagamento –> additato dai più come la forma più abietta di infedeltà, con implicazioni morali che conducono dritti all’inferno alla sinistra del Diavolo, in realtà presenta numerosi e sottostimati vantaggi: niente complicazioni, niente coinvolgimento, niente rischi di scleri e, non meno importante, sesso protetto. Semplice evacuazione con gnocca preposta allo scopo di appagare le fantasie del cliente. C’è il consenso tra le parti. C’è una transazione. Con la escort non si manderà i messaggini della buonanotte, né la chiamerà di nascosto dal cesso di casa dei suoceri dopo il pranzo di Natale. Chiaro è che in questo ragionamento non rientrano le donne che sono schiave della prostituzione, che sarebbe ben altro discorso.

4. Tradimento Seriale –> è quello che non ce n’è, per stare con un traditore seriale o devi accettarlo o devi essere tu un/a Inconsapevole Integrale (laddove l’Inconsapevole Integrale altro non è che una figura mitologica di uomo/donna ontologicamente ignaro/a di natura, comportamenti e abitudini del partner). Il Traditore Seriale non cambierà mai, non si limiterà mai, forse solo a volte e comunque con moltissima fatica. No way. Questo tradimento può persino sfiorare la patologia e nessuno, non i figli, non la casa cointestata, né le famiglie, né gli amici, né il Labrador, potrà arginarlo. Può sovrapporsi al tradimento a pagamento ma non è detto, perché talvolta è mosso da un latente e insaziabile bisogno di conferme. Oppure da un’incontenibile passione per il mambo orizzontale,  purtroppo spesso non condivisa abbastanza chiaramente con il partner ufficiale.

5. Tradimento Sentimentale –> una delle peggiori forme di tradimento, in cui non si instaura solo una relazione sessuale con un’altra persona, ma le si offre se stessi, in salsa romantica. Si creano rapporti paralleli che coesistono a fatica, che sono destinati quasi sempre a finire in maniera dolorosa per qualcuno, o per tutti. Questo è IL tradimento tout court, quello per eccellenza, quello che danneggia realmente, materialmente, economicamente ed emotivamente gli astanti coinvolti. Ma 1 volta su 100 finisce anche con un happy ending.

Esistono traditori che sostengono che il tradimento sia una cosa sana, che il segreto delle coppie felici sia praticare sesso extra-coniugale e avere piccole avventure clandestine, che offrono passione e tensione erotiche come in una relazione di lunga durata è facile che non ci siano più. Per tornare a casa, poi, e guardare più serenamente lo sceneggiato (Guerra e Pace, naturalmente) in tv. Alcuni sostengono che l’importante sia solo non farsi scoprire.

Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)
Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)

I traditi, per contro, sostengono che il tradimento faccia male. Sempre. E comunque. Che non importa di che tipo sia. Che chi tradisce viene prima o poi scoperto. O che il partner comunque se ne accorge. I traditi sostengono che il tradimento andrà sempre a ledere qualcosa di molto profondo dentro di noi, che tocca sì l’amore, ma anche il rapporto con noi stessi. Che il tradimento ci investe, interessa tutto il nostro ego e tutta la nostra sfera emotiva, sradicando le presunte certezze di cui avevamo bisogno. Facendoci sentire vulnerabili e feriti proprio dove avremmo voluto, invece, sentirci protetti e forti.

Ora, guardandola dall’esterno, possiamo ipotizzare che il motivo per cui il tradimento ci risulta così insopportabile, oggi come ai tempi di Tolstoj, è la menzogna che esso implica. La presa in giro e la conseguente compromissione del rapporto di fiducia tra i due compagni; ma anche l’impossibilità culturale di concepire una relazione in cui l’esclusiva sessuale non sia necessariamente sinonimo, presupposto e conditio sine qua non dell’amore. La confusione, stringente e innaturale, della monogamia con il sentimento.

Forse (e dico forse) se riuscissimo a evolvere la nostra concezione di relazione amorosa (alcuni ci provano, impostando una “coppia aperta” ma non è una pietanza per tutti i palati, e non è detto comunque che funzioni); se riuscissimo a non pretendere di bastare a un partner per tutta la vita, o a pretendere che ci basti solo lui; se non drammatizzassimo troppo la nostra fallibilità umana; se ci impegnassimo a essere onesti, con noi stessi e con i nostri amanti; se guardassimo quali e quanti ingredienti compongono una relazione, al netto della fedeltà formale sul materasso, e di quante emozioni diverse, è fatta la felicità; se nel sesso leggessimo meno peccato e più libertà, se lo pensassimo come espressione di sentimenti diversi, poliedrici come noi siamo, in quanto creature complesse, se ci evolvessimo al punto di saper amare e sentirci amati affrancandoci dal possesso (reale o apparente), forse il tradimento assumerebbe un valore diverso e meno nocivo, nella nostra emotività.

Dico FORSE non a caso. Poiché, come sempre, lo scarto tra la teoria e la pratica è determinante. E, tra il dire e il fare, io mi sono sempre rivelata una terrona gelosa. Però mi fa riflettere, questa similitudine, tra noi e i protagonisti di un romanzo ambientato più di duecento anni fa.

Attorno a un tema che, ciò va detto, nei secoli non è passato di moda mai.

[SessuOhhhlogismi 5] – Questione di Precocità

Mentre siete lì che vi fate ancora rosolare dagli ultimi scampoli di questa estate; mentre ve ne state incolonnati in autostrada nel traffico post-vacanziero, coi piedi sul cruscotto e la rustichella in bocca; mentre rientrate nelle vostre abitazioni e sistemate nel freezer il polpettone della mamma, pensando che proprio non volete tornare in ufficio, qui lo show must go on e noi siamo arrivati alla quinta puntata di SessuOhhhlogismi, l’empia rubrica nella quale trattiamo temi scottanti in compagnia di Ohhh.

E così, dopo aver amorevolmente discorso di limoni, preliminari, fellatio e cunnilingus, avevo in programma di parlarvi di altro ma, dopo aver incontrato una mia cara amica (recentemente mollatasi con lo storico zito), che a seguito di due gin tonic ha aperto i rubinetti delle confidenze del talamo nuziale, rievocando in me sopite memorie di frustrazioni passate, ho deciso di rivedere il calendario dei nostri argomenti e affrontare questo scomodissimo tema: l’eiaculazione precoce.

Dicesi eiaculazione precoce (EP, d’ora in avanti) una disfunzione sessuale maschile che colpisce mediamente 1 uomo su 3. Straordinariamente, tuttavia, solo 1 uomo su 100 pare essere consapevole del suddetto disturbo e solo 1 su 300 fa qualcosa per porvi rimedio.

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Gli altri prediligono la strategia dell’ignavia, assumendo che per noi donne non sia poi questo gran problema se i loro coiti durano meno dei loro starnuti e che, in fondo, non sia questo grande tema perché MAGARI per le donne il piacere sessuale non è così importante come per loro. Del resto l’esistenza delle zone erogene femminili è ancora assimilata al mito, l’orgasmo è incerto, apparentemente molteplice ma in qualche modo irraggiungibile, il punto G è una specie di Nessy sommerso nelle profondità della nostra femminea concavità…cosa sarà mai – nell’economia emotiva di una relazione – se l’uomo non riesce a condividere in maniera ragionevole (cioè, non stiamo parlando dei maratoneti del materasso capaci di fare “30 ore per la Fica”, bensì di una normale durata media di un rapporto) il piacere sessuale con la propria partner?

Un CASINO. Ecco cosa sarà mai. Conseguenze nefaste, saranno. Nell’emotività della donna, infatti, quando ha un partner-leprotto, si creano pericolosi meccanismi mentali, consequenziali, praticamente un percorso tortuoso di frustrazione, la cui destinazione ultima è la ricerca di emozioni altre, il risentimento, il rancore, l’insostenibile frigidità dell’essere.

Al momento dell’approccio, la donna si ritrova infatti a pensare cose come:

Uff, di nuovo, madonna non c’ho voglia. Eddai smettila di appoggiarti. Però boh, quasi, quasi…No ma tanto lo so già come finisce. Sì, ok, va bene, te la do. Spero tu ti sia fatto una sega nelle ultime 12 ore…vabbé che peggio dell’altra volta non può andare. Almeno però pensa agli attentati terroristici, all’imminente inizio del Grande Fratello Vip, al surriscaldamento globale, alle malattie incurabili. Ok, ok, dai, non male, ok. Dai, non malissimo, quasi bene, dai, bene. Mh. Bene. Bene, continua. Dai, crediamoci. Magari stavolt…No, no dai. Ti scongiuro non venire. Sì. Così. Bravo. Continua. No dai, cazzo fai?! Se gemo rallenti, interrompi, salti fuori come una biscia dalla tana. Dio mio, preferisci che sbadigli? Oh no. No. Conosco quella smorfia…Sì sì, lo so, sta per succedere. Eccallà. Non ci posso credere. È SUCCESSO DI NUOVO. This is the end, my only friend, the end. Ansima, ansima, che la mamma ha fatto gli gnocchi. STRONZO! 

E, per un lasso di tempo di variabile durata, immediatamente successivo, vi detestiamo. Semplicemente. Vi detestiamo a maggior ragione se commentate la performance. Se dite che è colpa dell’orario, dello stress, della posizione, dell’emozione, dell’andamento delle piazze finanziarie. Vi detestiamo se dite che siamo noi che vi eccitiamo troppo (manco avessimo 16 anni e potessimo ancora credere a simili minchiate), che siete passionali, che la prima volta è così (come se al secondo giro dovessimo assistere a un lungometraggio, e invece sempre un trailer ci tocca). Vi detestiamo anche se non dite nulla, se tacete, perché è come se deste per scontato che ormai così è e va bene che così sia. Ma, più di tutto, vi detestiamo se iniziate a dire che vi dispiace, mentre andate in bagno a lavarvi o vi girate dall’altra parte, perché the party is over, venuti voi, venuti tutti, e nel mentre dobbiamo presumibilmente anche consolarvi (e il nostro umore non è che sia molto migliore del vostro) o raccontarvi che va bene così, che non importa, che non è un problema.

Sfatiamo un mito: CERTO CHE è UN PROBLEMA. Ovviamente è un problema. Ma non è un problema se non hai una performance da pornodivo, perché neppure io sono Selene, per l’amor del cielo. Il problema è che hai un problema, che non possiamo chiamare “problema” perché se no diventa un “problema” ancora più grosso, e fingi di non averlo. Il problema è che per me donna è assai complesso dirtelo, che è un problema. Perché non voglio offenderti, non voglio ferirti, non voglio sembrare un’amazzone che rade al suolo la tua virilità. Ma tu sappi che EVIDENTEMENTE è un problema (ed è peggiore del mio grasso, o della mia cellulite, o del mio culo floscio). EVIDENTEMENTE è un problema se tu hai finito prima ancora che io abbia iniziato. E sì, sì, parlo a te. A te che sei convinto di durare 20 minuti e ne duri 1. A te che sei convinto ti capiti una volta ogni tanto e invece l’eccezione è quando riesci a durare più di uno spot su Youtube non skippato. A te che non hai mai pensato di fare una ricerca in internet per capire come mai non riesci proprio a dominare i tuoi spermi indifferenti e strafottenti. A te che non hai mai pensato di comprarti un preservativo ritardante o una di quelle pomatine apposite perché tu, vera icona del machismo contemporaneo, non ne abbisogni di certo. A te che non ti curi del fatto che la tua partner non venga, né prima, né durante, né dopo la tua performance da Benny Hill. A te che non ne parleresti mai con un andrologo o con un altro medico. A te che innalzi un muro attorno a questo tema, con la tua compagna, invece che affrontare con lei la situazione e tenere quanto più in salute la vostra sessualità, che dev’essere condivisa e non ridursi a un pretestuoso svuotamento delle tue gonadi.

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E allora, caro 33% della popolazione maschile, mettiamola così. Mettiamola che tu stai più attento alla qualità e alla durata delle tue prestazioni, senza chiamare in causa ansie e sbattimenti, perché lo fai per il benessere tuo e delle tue partner sessuali. Se il fenomeno inizia a diventare troppo frequente, continuativo, praticamente una costante della tua vita erotica, magari prendi qualche provvedimento sensato. Nel frattempo, se hai l’inclinazione a godere il flashforward, eccoti alcuni consigli che non può farti male seguire:

  1. I preliminari. Falli. Falli e falli bene. Il sesso è – vivadio – un’esperienza ampia e assortita. La penetrazione è un ingrediente (assai importante) ma non è l’unico. Distribuisci i pesi e i tempi, offri spazio a tutto ciò che viene prima e gioca d’astuzia. Insomma, falla venire prima, usando tutti i tuoi tool. E no, stai tranqui, se hai la tendenza a essere particolarmente sollecito, non è che senza preliminari duri quanto l’esalogia di Star Wars. Non cambierà molto, stai tranqui, quindi nel dubbio falli.

2. Quando dico “tool” non mi riferisco solo alle tue mani, e al tuo apparato orale (che EVIDENTEMENTE farai bene a chiamare in causa per sopperire a eventuali, successive celerità), quanto anche alla possibilità di introdurre nel menàge dei sex toys (un benamato dildo con cui tu possa giocare, insieme a lei, e scaldarla debitamente da prima, per esempio)

3. Fai caso alle posizioni e alle pratiche che ti accelerano di più. Da sopra, da sotto, davanti, da dietro, a testa in giù come un prosciutto. Vedi tu, ma facci caso. Così saprai cosa fare per allentare e cosa fare per andare dritto al punto.

4. Quando sei lì, al quid della sporca faccenda, fai ciò che devi e fallo senza esitazioni. Nel senso che prolungare la sessione in maniera incerta, titubante, esile, come se questo potesse migliorare radicalmente gli esiti, è persino peggio. E allora se devi durare 20 secondi, durali, ma almeno durali con convinzione. Anche perché non saranno quei 10 secondi in più di mestizia che svolteranno la situazione.

5. Falla venire. Se hai finito e lei non è riuscita a seguirti, rinsavisci, pulisciti, fai ciò che devi, e poi riprendila. Afferrala, senza esitazioni, e falla venire. Gioca ancora, fallo senza timore, senza chiedere il permesso e senza farle come fosse un favore (cit). E lo so, che dopo i fuochi d’artificio tu vorresti soltanto collassare in panciolle, sudato, e dormire, o ruttare, o giocare alla play, o quello che te pare. Ma hai una donna accanto, e sarà il caso che tu faccia l’uomo, giacché come forse saprai il sesso regola moltissimo gli equilibri nella coppia e le donne DOVETE FARLE VENIRE. O almeno ci dovete provare sinceramente, con zelo e buona volontà. Senza ossessione ma con sentimento. Non so se ci siamo capiti.

Detto tutto ciò, il sesso è un affare umano, fatto di incontro, condivisione, scoperta e – naturalmente – imperfezione, lo sappiamo bene, non fraintendeteci. Ma, se nel sesso viene meno l’idea irriducibile dell’altro, del suo piacere e del suo benessere; se poniamo fine al dialogo tra i corpi, al dibattito dei sensi, allo scambio, all’interazione fatta di carne e sudori, e umori e odori, se rinunciamo a quella complicità che dalle lenzuola si estende nella vita, ebbene priviamo di poesia ed efficacia quello che dovrebbe essere il principale collante di una coppia.
O di chiunque, a vario titolo, si impegni per un po’ ad amarsi.
Per quello che è. Per quelli che siamo.
Pensateci. 
Il sermone è finito. Qui è tutto, ci riaggiorniamo a settembre con la sesta puntata di SessuOhhhlogismi!

Kiki & i Segreti del Sesso. E dell’Amore.

Una volta, quando ero giovane, mi sono ritrovata a uscire con uno che, in macchina, sugli scogli accidentati del litorale pugliese, ci ha provato sfacciatamente. Io non ero tanto per la quale, non gli concessi nemmeno il limone politico per intenderci, ma quello non si decideva a demordere, e tra uno strusciamento qui e una palpata lì, è finito zitto zitto sui miei piedi. O meglio: è finito sulle mie scarpe. Ha iniziato a leccarmi i tacchi (giustamente doveva pur limonare con qualcosa, il ragazzo). Inutile dire che la scena, privata del pur minimo ardore erotico, ha suscitato in me turbamenti più di natura igienico-sanitaria che ormonale. E quello è stato il mio primo incontro ravvicinato con il feticismo (al singolare, come se di feticismo ne esistesse uno soltanto, quando sappiamo benissimo che così non è).

Negli anni a seguire mi sono imbattuta in uomini che facevano un uso a dir poco disinibito del turpiloquio (pratica alla quale sono anche favorevole, nei tempi e nei modi appropriati, ma se è il primo giro di giostra e mi chiami “cagna”, come detto in altre occasioni, “cagna sarà tua madre”, con tutto il rispetto per la signora). Oppure quelli che si sono messi a quattro zampe perché nella vita ricoprivano posizioni di potere tale che a letto volevano essere sottomessi (cosa che a me, femmina del sud cresciuta con valori solidi per i quali il sacro sfintere maschile non si profana assolutamente, mi ha imbarazzata non poco, ai tempi). Oppure ancora quelli che mi hanno proposto menage a trois, gite in club privée, sesso a pagamento e pure i fashion-victim che nel periodo di 50 Sfumature hanno deciso di fare dell’audacissimo bondage, legandomi con una cravatta. Vabbé.

Tutte queste sublimi memorie sono riaffiorate ai miei pensieri dopo la visione dell’ultimo film di Paco Lèon, Kiki e I Segreti del Sesso, che ha avuto un successo pazzesco in Spagna, che arriva in Italia domani, 23 giugno, e che ho visto in anteprima perché sono raccomandata (e avrei voluto parlarvi d’altro questa settimana, ma siccome mi è piaciuto, vi parlo di questo).

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È un film che parla di sesso, permeato di fascino latino, e di colori vivaci, e di una fotografia essenziale, convincente e fortemente evocativa; un film che parla di diversità apparente e di normalità sostanziale, e lo fa in una maniera deliziosa, spregiudicata, divertente e romantica. Posto che parlare di sesso non è MAI facile, perché il sesso è un argomento che siamo culturalmente abituati a trattare in maniera pudica, o accademica, o scientifica, o pornografica, ma raramente ironica, io questa pellicola l’ho adorata.

Trattasi di una trama corale, nella quale 5 diverse storie si alternano e si sfiorano, ruotando attorno alla vita sessuale dei protagonisti, alle loro deviazioni e trasgressioni, ma più di tutto attorno alla loro umanità. Dai giovani Natalia e Alex (che stanno per sposarsi anche se lei ha una leggera Arpaxofilia, cioè si eccita quando viene aggredita e derubata), al triangolo poliamoroso di Paco, Ana e Belén, alla Dacrifilia di Maria Candelaria (sposata da 10 anni con Antonio, dal quale vorrebbe un figlio che non arriva), che si eccita se vede il marito piangere, fino al chirurgo plastico José Luis che scopre di soffrire di Sonnofilia (è attratto dalla moglie quando è addormentata), passando per la storia di Sandra che ha la perversione dell’Efelefilia (cioè si eccita con determinati tessuti) e Rubén, un ragazzo sordomuto.

Kiki e I Segreti del Sesso riesce ad affrontare il tema dei feticismi e delle varietà sessuali senza diventare mai greve, mai volgare, mantenendo sempre i toni della commedia, a tratti grottesca ma esilarante. Tenera persino. La struttura del film sta su e non tradisce mai le ragioni della narrazione, che si delineano pian piano e si manifestano armoniose nella conclusione, facendo quadrare il messaggio, la morale se così vogliamo chiamarla, che regala una definitiva coerenza alla visione intera.

E in verità è proprio quella morale, quel messaggio non esplicito ma fortemente presente nel film, il motivo reale per il quale ve lo consiglio. Non è un titolo che studierete sui manuali di storia del cinema e se siete abituati ad andare al cinema per guardare soltanto i grandi kolossal in 3D, oppure i film dei supereroi, o se per voi la comicità sono i cinepanettoni, allora no, questo film non fa per voi.

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Ma se, invece, sapete guardare un film con gli occhi, e le orecchie, e il cuore; se sapete cogliere gli spunti di cui la trama è disseminata, tutti i ganci emotivi che possono acchiappare la vostra empatia; se sapete ridere senza falsi pudori; se amate i dettagli e i colori; se sapete godere di una commedia originale, brillante e insolente, squisitamente libera da tabù, allora dovreste guardare questo film, che vi farà divertire, un po’ arrossire e soprattutto riflettere.

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Riflettere perché il vero tema di Kiki e I Segreti del Sesso è innanzitutto l’amore. I feticismi diventano tuttalpiù l’occasione (e la provocazione) per ricordarci che quel complesso sentimento al quale ci dedichiamo per tutta la vita, ha innumerevoli sfumature; che amare significa essere liberi di esprimere le proprie fantasie e le proprie diversità, e sentirsi accolti invece che respinti (e certo, non è sempre facile, ma è possibile); che il sesso deve essere terreno di incontro e non di allontanamento, soprattutto quando è condito d’amore; che non esiste oscenità quando c’è umanità e che la cosa più vergognosa che si possa fare con il sesso è negare la sua vitalità e costringerlo; che le stranezze non sono delle persone strane, ma di tutti noi; che la comunicazione (sia essa verbale, o gestuale, come quella di Sandra e Rubén) è uno degli ingredienti fondamentali delle relazioni umane e delle storie sentimentali; che amarsi significa comprendersi senza pregiudizi, accettarsi anche nelle eccentricità, corrispondersi con intensità e leggerezza, come in una festa, come in una danza sfacciata e felice, in una notte tiepida dell’estate, noncuranti, tra tutti gli altri. Oltre la diversità, che da ostacolo diventa collante, che invece di spaventarci e complessarci, ci diverte con spontaneità e delicatezza.

Questo film è una chicca, che ci consiglia che in amore non esistono feticismi (il giorno che mi innamoro di uno che mi lucida le scarpe con la lingua, ve lo faccio sapere). E che, anche se a volte l’amore complica, anche se alcuni faticano a condividere il sesso più disinibito con il proprio partner ufficiale, anche se a volte è più comodo prendere scorciatoie, cercare palliativi, non condividersi, il modo più bello per fare sesso, resta fare l’amore.

E il modo più bello per fare l’amore, resta fare sesso.

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Trailer:

[SessuOhhhlogismi 3] – La Sublime Arte dell’Irrumazione

[Prima di iniziare questo nuovo capitolo di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile nella quale parliamo di argomenti pruriginosi e scabrosi in compagnia di OHHH – devo fare un disclaimer per i miei parenti, per i miei ex professori del liceo, per il prete che mi ha battezzata e per tutti quelli che si chiedono, turbati, cosa mi sia successo, manco fossi diventata Sara Tommasi e facessi porno, o mi bucassi, o trafficassi in armi e organi umani (il tutto per il semplice fatto che – tra gli altri argomenti – scrivo di sesso). Insomma: non leggete questo post. Davvero, non fatelo. Ricordatemi come quella ragazzina bionda e paffuta, piena di sogni e ambizioni. Rivediamoci al prossimo post. O a quello dopo ancora. Oppure leggetelo solo se accompagnati. Sappiate in ogni caso che il contenuto potrebbe disturbare il vostro fragile catto-equilibrio intestinale]

Fare una fellatio sembra una cosa semplice. Ma non lo è.

Per carità, le donne d’oggi sono tutte illustrissime artiste del risucchio, e ciò è noto perché esse stesse se ne bullano pubblicamente con gran sicumera, mutuando un atteggiamento ultra-maschilista di cui talvolta nemmeno gli uomini della peggior borgata sono capaci. Ma che volete farci, siamo così, dolcemente complicate, sempre più sboccate, emancipate, ma potrai trovarci ancora qui. Non è questo il punto.

Il punto è che nessuna, nemmeno quelle che potrebbero competere nel campionato internazionale delle gole profondissime, nasce imparata a farli, sti benedetti pompini (ok, chiamiamole “fellatio” che se no mi sento una vecchia bagascia e penso che non troverò mai l’amore vero). Voglio dire: non è che si sappia per istinto cosa fare, come, quando e perché. Non è che si abbia un’idea naturale di quali e quante variabili possano definire la qualità di una fellatio. Per lo meno per la mia generazione (e per tutte quelle cresciute prima dell’avvento di youporn) è stato così. Non abbiamo mica avuto un’inesauribile quantità di video-tutorial da cui apprendere tutti i segreti del flauto traverso. Nossignori. Ai nostri tempi esisteva la posta di Cioè, l’atlante di medicina fatto coi punti della Esso e I Bellissimi di Rete 4 che, se ti diceva bene, erano soft-porn (e poi le donnine nude di notte sulle reti locali, ma non si può dire che ci fosse alcunché di istruttivo in loro, per noi). Fine. Per il resto, noi ci siamo formate attraverso una militanza attiva e partecipata alla causa. Un percorso accidentato di prove ed errori, di troppo timore e troppo entusiasmo, troppo zelo e troppa poca iniziativa, troppa foga e senti anche meno, più piano, più veloce, oh, come sei brava. Noi abbiamo acquisito e raffinato la nostra consapevolezza e la nostra competenza nel tempo, gradualmente, step by step e sì, per quello molte finiscono a farsene un vanto. Perché imparare a fare bene una fellatio è FATICOSO, un po’ come una laurea ingegneria (e infatti tutti gli ingegneri si vantano di essere tali).

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Perché è così difficile? Non solo per una banale questione di coordinamento moto-respiratorio, come si potrebbe supporre (o perché una discreta percentuale della popolazione femminile, in verità, continua a non gradire la pratica, cosa che peraltro potrebbe risolversi in parte con una più solerte cura dell’igiene intima maschile, del tipo che sì, se vi siete fatti l’ultima doccia 20 ore fa, sappiatelo, non profumate di glicine a primavera). E non è nemmeno perché mentre ci raccogliete i capelli, c’è puntualmente una ciocca che si impiglia nel vostro orologio e pensiamo che avete vanificato le ultime 10 pasticche di integratori per capelli che abbiamo assunto. E no, non è nemmeno perché il tempo nei pompini è come il tempo dei cani: quello che nel mondo reale appare come 1 minuto, per noi sono 7 minuti, in cui continuiamo a fare con il nostro collo ciò che i piccioni di solito fanno con il loro.

Al netto di tutto ciò, l’ulteriore livello di difficoltà consiste nel fatto che si fa in fretta a dire “fellatio”, come se di “fellatio” ne esistesse una soltanto, come se imparata quella stai a posto per tutte. E invece no! Gli uomini non sono tutti uguali e non lo sono nemmeno i loro gusti.

Certo, per carità, esistono dei magic trick che sono dei grandi classici contemporanei con i quali si va sul sicuro. Ed esistono degli how to altrettanto imprescindibili (del tipo “no i denti no, i denti mai, nemmeno quando pensi che sentire i tuoi incisivi sulla sua Cappella Sistina possa eccitarlo, NO”, ma anche “Questi ci perdono le diottrie a consumare tutti i filmati in POV di Pornhub quindi per piacere ogni tanto ricordatevi di guardarli negli occhi”), tuttavia c’è dell’altro. C’è che ci sono duecento optional e duecento tipologie di fellatio. Per esempio:

Fellatio Passiva: il maschio si mette lì in panciolle e si fa servire come se fosse in un resort pensione completa con formula all inclusive. Bibite escluse.

Fellatio Attiva: il maschio decide che tu stai ferma e lui fa gran parte del lavoro, facendo con la bocca ciò che andrebbe fatto col tuo fiore di loto. L’attività del maschio, in questo frangente, segna la nostra passività, la disponibilità a lasciar fruire il nostro corpo in maniera totale o quasi, a “sottometterci” in un ménage essenzialmente speculare alla Fellatio Passiva nella quale, invece, è l’uomo a subire, abbandonato a noi e alla nostra magistrale sapienza oratoria.

Fellatio Attiva Hard-Core: il volgarmente detto “soffocone”, per cui ti torna su la peperonata della settimana scorsa mischiata ai succhi gastrici che ti corrodono l’esofago. Penso sempre che questa pratica sia stata concepita come contrappasso per quelle che fanno le fellatio dando i bacetti al pene. Ora, per carità, nel sesso finché le cose piacciono a entrambi va tutto bene, e fare di tanto in tanto un saggio per dimostrare che in ognuna di noi c’è una piccola Cicciolina, ok. Resta il fatto che queste porno-tracheoscopie per cui finisci a lacrimare come se t’avessero bruciato la collezione di Barbie a 5 anni e per cui sbavi come fossi un cane di Pavlolv, io francamente le comprendo fino a un certo punto anche se, come sempre, de gustibus non est disputandum.

Fellatio Partecipata: il maschio decide che comunque, nel mentre, farà qualcosa su di voi, dedicherà attenzione a qualche vostra parte anatomica, dalla palpata di tette (non dubitate mai delle abilità contorsioniste di un uomo intenzionato a raggiungere le vostre zinne), all’andare alla ricerca del clitoride perduto, al ricambiare la generosa passionalità in ugual misura, coinvolgendovi nella proverbialmente detta “69” che se ha degli indubbi aspetti positivi (per esempio essere uno dei momenti di più intimo scambio e accettazione che una coppia possa vivere) è pur vero che vi distoglierà e vi ritroverete ad alternare momenti di massima concentrazione a momenti di delizioso abbandono. E, in tutto ciò, lui sarà estremamente entusiasta, sentendovi mugugnare di piacere così a ridosso del suo gioiello di famiglia. Ed è per questo motivo che la pratica della 69 rientra a pieno diritto tra le varie possibilità di Fellatio Indurente.

Fellatio Indurente: trattasi di quella performance che viene eseguita allo scopo principale di portare il masculo al suo punto massimo, l’apogeo di eccitazione che la sua virilità possa raggiungere, l’azimut della sua aquila reale. Questa è una fellatio intelligente e strumentale, messa in atto per il bene comune, dei cui benefici gioveranno ambo i partner. Tristemente, ciò va detto, ci sono casi in cui essa diventa una conditio sine qua non.

Fellatio Gratificante: è la fellatio di non ritorno, quella che ha lo scopo unico di gratificare il vostro partner maschile e rendergli grazie a seguito di qualche evento o di qualche prestazione per cui sentite che se la merita proprio un sacco. Questa è la fellatio per eccellenza, quella priva di interruzioni, ricca, diretta al punto, appassionata, il cui epilogo è strettamente legato al gusto soggettivo della donna, ma in ogni caso ai titoli di coda bisogna arrivare. Poi scegliete voi se restare lì finché non finiscono, o alzarvi appena parte la musica e si riaccendono le luci la sala. Decidete se con un poco di zucchero la pillola va giù, oppure se è il momento giusto per cambiare le lenzuola dopo che avrà fatto i fuochi d’artificio con il suo prezioso fluido organico, o se semplicemente volete fare come Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sul Titanic (allego foto esplicativa). Fate vobis. Ma il concetto è chiaro.

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E poi ci sono, naturalmente, altre innumerevoli varianti: la Fellatio Liscia, essenziale e minimalista; la Fellatio Condita, che s’avvale del pregevole supporto manuale (il ché a volte è cruciale per offrire qualche secondo di recupero alla mandibola, altrimenti esposta al rischio slogamento); la Fellatio Safari, che è quella audace che non ha paura di avventurarsi nella savana delle sue gonadi; la Spicy Fellatio, che divide molto e non piace a tutti ed è, proprio come con il piccante, strettamente legata al gusto personale (oltre ad avere alcuni effetti collaterali assimilabili al piccante, ma ne parleremo in altra sede).

Insomma, le possibilità di scelta sono numerose e gli errori in cui potenzialmente incorrere altrettanti. Ne ho parlato con alcuni amici uomini (che, del resto, hanno uno strumento di cui io sono sprovvista e mi pareva pur giusto interpellarli). Mi hanno raccontato delle Fellatio Svogliate, in cui si vede che la partner è schifata e che lo fa sforzandosi (suggerendo che in quel caso è meglio non farla affatto, per il rispetto di entrambi); delle Speedy Fellatio, troppo veloci e troppo accanite, contro le quali bisogna ricordare che il pene è un genitale, non il cambio di una macchina sportiva, che va “coccolato” (cito testualmente), con ritmo e passione; delle Fellatio Executive, con così tanto professionismo che la magia quasi si perde (perché ricordate che va bene essere preparate ma che ostentare la propria esperienza non sempre paga); delle Fellatio Loquaci, durante le quali le donne interloquiscono con il membro o con il suo portatore, elargendo complimenti all’uno o all’altro, oppure auto-insultandosi, prendendosi a male parole da sole.  E via discorrendo così.

Risulta in conclusione evidente che lo scenario è ampio e, come sempre, non ci sono diktatricette segrete. L’unica cosa fondamentale è ascoltare e capire i propri desideri, assecondarli e intercettare quelli del partner. Ricordare che a letto è bello sperimentare, giocare, incontrarsi. Stare bene e far stare bene l’altro, nel rispetto reciproco. Chiarito ciò, potete anche farvi schiaffeggiare con il suo augello, se ciò v’aggrada, o fargli esprimere il suo piacere sulla messa in piega che vi ha fatto Coppola.

Tutto è lecito, se ci sono consapevolezza e consenso.

Vi lascio con due perle di due miei amici.

Il primo dice: “Non bisogna mai perdere l’umiltà, perché anche quelle brave possono sempre migliorare.

Il secondo dice: I pompini sono come la pizza, anche quando non è buonissima, la gusti lo stesso.

Noi ci aggiorniamo a luglio con la prossima puntata di SessuOhhhlogismi!

(qui trovate la prima, su “Le Dieci Tipologie di Limone” e la seconda “Guida Base ai Preliminari“)