Mr. Penguin – La Recensione Definitiva

Da bambina mi hanno insegnato che ogni promessa è debito (cioè che bisogna mantenerle, le promesse) e poiché avevo promesso un’accurata recensione di un cadeau ricevuto lo scorso dicembre, è giunto il momento di parlarvi del prodigioso Satisfyer Pro Prenguin Next Generation. Un succhiaclitoride, per chi se lo stesse chiedendo.

Ma facciamo un passo indietro.

Mi è stato chiesto più volte da dove sia nata questa passione per i cosiddetti giocattoli per adulti (insomma, com’è successo che sono diventata una specie di Chiara Ferragni dei cazzi di gomma?). La domanda, in sé, non è peregrina. La gente, di solito, ha altri hobby, altri interessi: colleziona calamite, francobolli, braccialetti, schede telefoniche, rollinz dell’Esselunga. In ogni caso, non sex toys. La risposta, piuttosto banale, affonda le sue radici nel pieno della mia gioventù, quando seguivo le puntate di Sex & The City con lo stesso fervente trasporto con cui i neocatecumenali vanno a messa la domenica mattina. In quel periodo, le quattro smandrappate newyorkesi apparivano ai miei occhi come le fondatrici di una nuova era matriarcale basata sulla consapevolezza e sulla libertà sessuale femminile. Non avevo mai visto nulla del genere, mi pareva rivoluzionario e non avevo torto poiché, indipendentemente da quanto possa apparirci vetusta la serie oggi nel 2018, ai tempi (immaginate un’espressione di dolore sul mio volto, mentre scrivo “ai tempi” sentendomi un’ottuagenaria signora) Sex &The City era l’espressione televisiva di un nuovo femminismo metropolitano che sbocciava negli States e colonizzava di conseguenza, con la dovuta differita, il resto della cultura occidentale. Bene. Coloro che hanno seguito la serie ricorderanno certamente la puntata sul vibratore rabbit, un portentoso ritrovato della tecnologia che pareva offrire nuovi orizzonti di piacere autoerotico per signore. La curiosità, a quel punto, sorse spontanea in me, come le domande di Lubrano. Avevo una vita sessualmente attiva, sia chiaro, non necessitavo di un surrogato maschile (del resto, i sex toys, nonostante un diffuso pregiudizio in merito, non servono mai a sostituire il sesso alla vecchia maniera, fatto da due persone, due corpi, due apparati genitali e due cervelli), però ero curiosa. Molto curiosa.

Galeotta fu una vacanza ad Amsterdam (città nota per i suoi morigerati e sobri costumi), durante la quale, complici i chilometri che mi dividevano dalla mia identità ufficiale di brava studentessa universitaria (non ero ancora così smart da appellarmi a un sexy shop online e quelli che c’erano pareva t’attaccassero una malattia venerea solo a digitare la url), feci il grande passo e comprai il mio primo rabbit. Inutile dirlo, fu un’epifania. Decisi che quello sarebbe stato il sex toy della vita. Decisi anche che l’autoerotismo era un ingrediente necessario per una sessualità sana, completa, felice. Insomma, la masturbazione coadiuvava la comprensione del mio corpo. Rimpiansi anche di aver iniziato “così tardi” a interloquire con la mia vagina e il suo vicinato, perché se ci pensate gli uomini iniziano a farlo quando hanno circa 11 anni e non c’è da stupirsi che poi sappiano esattamente come raggiungere l’acme del piacere, sì insomma, che per loro l’orgasmo sia pressoché un fatto garantito, mentre per alcune donne resti una specie di flash-mob: raro, improvviso, difficile da replicare.

Da allora sono passati oltre dieci anni, durante i quali ho – tra le altre cose – iniziato a scrivere su questo blog, parlando – tra le altre cose – di sessualità al femminile. Lo capite, non ho mai ricevuto una borsa di Prada o un paio di scarpe di Valentino in omaggio, ma i giocattoli erotici non sono certo mancati. Li ho accolti e sperimentati, con curiosità e interesse, sempre convinta che nessuno di quei gingilli tecnologici potesse seriamente competere con il mio amato rabbit.

FINCHÉ NON È ARRIVATO LUI, MR. PENGUIN, il succhiaclitoride. Quando ha bussato alla porta della mia maison, non l’ho provato subito. Ho dovuto aspettare, elaborare, capire che non si intrattengono rapporti monogami con i sex toys e che il mio rabbit non avrebbe sofferto se avessi provato il succhiaclitoride. Che non dovevo nascondermi, né mentire. Che avrei anzi potuto, nel migliore dei casi, cambiarli a piacimento, dilettarmi in conturbanti auto-ammucchiate e via discorrendo. Così, mi sono fatta coraggio. Ho aperto la confezione, ho tastato la bontà del materiale, ho srotolato il cavo usb per ricaricarlo e mi sono preparata emotivamente al grande test.

Ho scoperto di lì a poco che Mr. Penguin ha ben UNDICI livelli d’intensità per undici centimetri di lunghezza (una grande scelta per un oggettino così grazioso e compatto). È silenzioso. È impermeabile, se siete feticiste dell’autoerotismo da bagno, in doccia o nella vasca. Non meno importante, è esteticamente accattivante (dimenticate certi minacciosi dildo neorealisti, Mr. Penguin ha vinto un premio all’edizione 2017 dei Reddot Design Award, dunque potete davvero lasciarlo in esposizione in salotto senza destare sospetti, spacciandolo per un soprammobile ricercato, qualora non voleste imporgli la claustrofobia del cassetto del vostro comodino).

Ma come funzionerà mai, questa diavoleria tecnologica, mi sono chiesta, prima di lasciargli conquistare la mia intimità, guardandolo nel musetto e resistendo alla raccapricciante tentazione di dargli persino un nomignolo. Risposta: grazie a una punta di silicone, che mira esattamente al vostro piccolo e prezioso gioiello, Mr. Penguin (ma ce ne sono molti altri, di vibratori di questa categoria) esercita onde di pressione variabili, che creano vuoti e pulsazioni,  portandovi – con la velocità che più v’aggrada – ai fuochi d’artificio, la fine dello spettacolo, il sipario calato e dieci minuti di applausi del pubblico in sala (se ci siamo capite).

Voi direte: vabbè ma i sex toys non sono tutti uguali? No, ovviamente no.

Non servono tutti alla stessa cosa? No, certo che no.

Ne esistono di deludenti? Sì, in effetti sì.

Mr. Penguin ha superato l’impietosa selezione vaginale? Decisamente sì.

Ha spodestato l’amato rabbit dal suo podio? Diciamo che si è ritagliato il suo spazio.

Vogliamo schierarlo in campo per giocare la partita del benessere sessuale, del piacere personale, della gioia di scoprire il proprio corpo e le lussureggianti sensazioni che ci riserva? Sì. La risposta è sì.

Insomma amiche, se Mr. Penguin fosse un film vi direi di andare al cinema a vederlo, se fosse un album vi direi d’ascoltarlo, se fosse un ristorante vi suggerirei d’andarci a cena. Essendo un sex toy, vi consiglio di divertirvici. Sfacciatamente. E liberamente.

Il Paradosso dell’Uguaglianza

Avevo 11 anni ed ero in vacanza a Roma con i miei. Sull’autobus, qualcuno mi palpò. Era la prima volta che mi mettevano le mani addosso. Ero veramente un cesso all’epoca, quindi la cosa mi parve totalmente incomprensibile.

A 14 anni un compagno di classe mi mise una mano sul culo. Così. Per goliardia. Il giorno dopo gli diedi un pizzino nel quale gli spiegavo che non era ammissibile una tale mancanza di rispetto e che non avrebbe dovuto permettersi di farlo mai più. Non col mio culo, perlomeno.

A 15 anni avevo imparato a convivere con i clacson degli automobilisti (al sud era normale, se vedevi una ‘bella femmina’ per strada mentre eri alla guida, dovevi suonare il clacson in segno d’apprezzamento); con gli abbordaggi nei locali, con i complimenti non richiesti. Talvolta, anzi, quei complimenti mi lusingavano.

Da allora, nell’altra metà di vita (sentimentalmente e sessualmente attiva) che ho vissuto, sono stata fortunata: non mi pare di essere mai inciampata in qualcosa che definirei molestia. Certo, qualcuno ha insistito, qualcuno ha approfittato del mio tasso alcolico, qualcuno mi ha sedotta perché — in relazione a determinate circostanze — era più potente di me; qualcuno ha comprato il mio plauso facendomi regali; qualcuno mi ha offerto frettolosamente sue parti anatomiche con le quali non desideravo impellentemente entrare in contatto. È successo. Eppure non mi sono mai sentita indifesa.

Direi che, in tutti i casi, in quella zona grigia nella quale non avevo espresso un chiaro consenso, ci ero andata con le mie gambe, con quella che in un legal thriller si definirebbe “capacità di intendere e volere”. In quelle automobili, in quelle case, in quelle camere di hotel, in quelle ville al mare, negli angoli bui e appartati delle feste universitarie, ci ero andata consapevole di andarci. E non erano pazzi, quelli che si erano sbottonati la patta del pantalone, quelli che si erano lanciati in un improbabile limone. Forse non erano perfettamente svegli. Forse non erano dei galantuomini. Ma neppure dei molestatori consumati. Io, d’altra parte, non ho mai reagito schiaffeggiandoli e andandomene via, come nei film.

Per contro, nella mia onorata carriera, mi è capitato di esigere baci, di fare avances esplicite, di invitare a casa uomini eterosessuali e aspettarmi per definizione che mi sollazzassero; di ipotizzare omosessualità latenti in soggetti che non si decidevano a fare la prima mossa, o la seconda, o la terza. E non ero certo la sola. Ho consolato nutrite schiere di donne disperate per l’estinzione dei “maschi alfa di una volta”. Insomma, forse ho molestato anche io e non lo so neppure. E me lo chiedo, naturalmente, perché è difficile non chiederselo, in questo periodo. Negli ultimi mesi, pur seguendo con interesse il dibattito pubblico, non ho twittato nessun hashtag #MeToo, non ho denunciato #quellavoltache, perché mi pare graziaddio di non averla mai avuta, quella volta. Perché, graziaddio, non mi sono mai sentita vittima.

Ciononostante, non posso non pensare che il cambiamento che stiamo vivendo, questa “psicosi”, questa “moda”, questa “caccia alle streghe” come molti amano definirla, sia indiscutibilmente un fatto positivo. Punta a una parità sostanziale tra i generi, in prospettiva. Inoltre, risveglia una coscienza femminista tragicamente sopita da decenni di imperituro maschilismo consenziente. Sulla grande bilancia della storia, il piatto buono pesa più di quello cattivo, per me. Fine. Però. C’è un però: c’è che questo cambiamento è rivoluzionario e, come ogni rivoluzione, non piace a tutti. Infastidisce due categorie di persone: quelli che ne sono colpiti (quelli, cioè, che approfittano abitualmente della propria posizione di potere per estorcere consenso) e quelli che non la capiscono, che dicono che è sempre stato così, che si sapeva già, a che serve fare tutto questo baccano, adesso; quelli che, in altri termini, non hanno voglia di affannarsi per capire il mondo che cambia.

In mezzo, c’è un interregno di opinioni grigie, di uomini e donne che attendono guardinghi, perché sanno che spesso le rivoluzioni sono sommarie, fanno saltare teste (o carriere), sovvertono la pace apparente e a volte ricadono in gogne e crimini più efferati di quelli che si proponevano di debellare. Ecco, c’è molto lavoro da fare su questa diffidenza, su questa paura dell’ignoto, sulle opinioni grigie, su chi esprime pareri diversi, probabilmente derivati dalla cultura del secolo scorso, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi perché di culture non ne ha mai incontrate altre.

C’è da lavorare e da ascoltare chi non è d’accordo, senza necessariamente attribuirgli varie forme di demenza. C’è da trasformare la sommossa in cambiamento. C’è da imparare il consenso: gestirlo, esprimerlo, coglierlo, rispettarlo. Quello femminile e anche quello maschile. Educare generazioni migliori, per un futuro in cui i generi sappiano comunicare e capirsi meglio, invece di pronosticare apocalissi sessuali. Trattare, in altri termini, questo momento storico con tutta l’analisi che merita e non come un argomento da tifoseria social. Questo c’è da fare. Chiederci e capire perché esponenti femminili, eventualmente rispettabili, non sposino in toto questa causa, questa lotta simbolica (ma reale), questa nuova grammatica dei rapporti che preme per venir fuori e ridisegnare le logiche di potere tra uomo e donna.

Ecco tutto questo sarebbe utile. Molto utile. Ci aiuterebbe a capire la radice del problema. A stemperare i toni. A spiegare le buone ragioni di questo mo(vi)mento a quelle donne e a quegli uomini qualunque, che sono la maggioranza, che pensano e dichiarano: “Ormai non ci puoi manco più provare, metti che una ti denuncia, ti imputtani la vita”, che è l’evoluzione di “Non vi facciamo complimenti e siamo stronzi, vi facciamo complimenti e siamo morti di figa”, “Prendiamo l’iniziativa e siamo porci, non la prendiamo e siamo ricchioni”.

A peggiorare la situazione, a inasprirne le contraddizioni, bisogna dirlo, c’è il Paradosso dell’Uguaglianza, una faccenda che anche noi donne dobbiamo ancora comprendere ed elaborare appieno. Il Paradosso dell’Uguaglianza è quello per cui siamo indipendenti ed evolute, ma preferiamo che la cena la paghi lui; facciamo sesso occasionale, ma se poi non ci scrive è una merda; siamo libere e disinibite, ma poi ci sposiamo in chiesa. Più in generale: denunciamo atteggiamenti che riproduciamo. Commentiamo l’estetica degli uomini con la perizia e la classe delle puttane portuali. Ci vantiamo delle nostre prestazioni. Raccontiamo dettagli degli amanti con cui giaciamo. Ridiamo di chi è ciccione, basso, secco, calvo, ce-l’ha-piccolo. Giudichiamo chi non ha un lavoro serio. Facciamo tutto questo e non ce ne accorgiamo neppure. Abbiamo imparato bene, abbiamo mutuato alcuni dei peggiori malcostumi degli uomini, in tutti questi anni di patriarcato oscuro. Ora, forse per la prima volta da quando esistiamo, c’è una possibilità di cambiare. Tutti. E certo, sarà faticoso, ma se vogliamo supportare per questa causa (ed è giusto farlo), c’è un sacco di lavoro noioso, sfiancante, quotidiano da intraprendere (ed è giusto saperlo).

C’è da parlare con tutte le Catherine Deneuve e le Natalia Aspesi che incontriamo. C’è da spiegare loro perché questa improvvisa urgenza di cambiare anche ciò che “è sempre stato così”. E se vi pare strano spiegare il mondo a persone più grandi di voi, non preoccupatevi, non state peccando di presunzione: ricordate che siamo la prima generazione che deve insegnare roba ai propri genitori (computer, smartphone, tablet, Facebook, instagram, whatsapp, Netflix, milioni di app). C’è da spiegare loro che le persone non smetteranno di conoscersi, corteggiarsi, scoparsi, amarsi e lasciarsi. Semplicemente, forse, lo faranno con più rispetto.

C’è da spiegare anche che risvegliare il femminismo patinato di Hollywood, serve a risvegliarne e alimentarne altri, di femminismi; serve a raggiungere anche le donne che vivono segregate nell’entroterra culturale del mondo, che lottano spesso per problemi oggettivamente più gravi del pene nudo di un regista.

In altri termini: non diamo del deficiente a chi la pensa diversamente. Parliamoci. Sporchiamoci e stanchiamoci a difendere una causa, se ci crediamo davvero. Per migliorare il mondo c’è bisogno soprattutto di questo. Non (solo) dei tweet.

PopSex – 3. Il Sacro Squirt

Noi donne parliamo di sesso. Ne parliamo un casino. Con buona probabilità ne parliamo più degli uomini e con più perizia che se fossimo vecchie bagasce portuali consumate dal mestiere più antico del mondo. Non paghe, infarciamo le nostre lunghe conversazioni di dettagli e analisi semio-erotiche capaci di violare la privacy di chiunque. Se mi fermo un attimo a pensare a buona parte delle mie amiche, mi accorgo di sapere piuttosto bene quali pratiche sessuali ammettono e quali vietano (da quella con la laurea ad honorem in pompinologia a quella che non lo prenderebbe in bocca manco sotto tortura dei narcotrafficanti; da quella che no-cunnilingus-no-party, a quella che dichiara lo stato di calamità se qualcuno osa avventurarsi con la faccia sotto il suo ombelico); so quali posizioni prediligono; so chi dei vari tipi/ex/fidanzati/amanti ce l’aveva piccolo, chi ce l’aveva grosso, chi la leccava bene, chi veniva in fretta, chi non veniva più, chi era un mago, chi doveva andare a ripetizioni, chi aveva una passione per l’orifizio secondario (proprio o altrui) e chi era passionale come una borsa del ghiaccio sulla caviglia dopo che hai preso una storta.

Più in generale, potremmo dire che le chiacchiere maschili si limitano a “bona”, “tette enormi”,  “ciuccia bene” o al massimo “una porca da combattimento”. Noi donne, invece, siamo capaci di ordinare un triplo giro di Moscow Mule parlando delle più recenti performance che ci hanno viste partecipi (o spettatrici, a seconda di quanto fedelmente votate al sesso passivo-vitruviano siamo – allego immagine chiarificatrice)

Eppure in tutto questo gran parlare di sesso, c’è un argomento che è tabù, ma tabù vero. Più dell’autoerotismo (che già non è esattamente il tema più discusso tra le schiere vaginali contemporanee), più dell’esistenza del presunto Punto G (le più audaci confessano di non sapere neppure se ce l’hanno), più intimo delle discussioni sui peli incarniti inguinali. Signore e signori: l’eiaculazione femminile, volgarmente detta squirting. Io stessa, che di sesso scrivo modestamente da lustri, ho sempre accuratamente evitato di imbattermi su questo scivoloso (ah-ah), nebuloso, torbido, a tratti mitologico territorio. Ma ormai i tempi sono maturi ed è questo l’argomento che affronteremo in questa terza puntata di PopSex, la rubrica di contro-informazione vaginale realizzata in collaborazione con Pleasure4You (vi ricordo il dovere morale di cliccare sul link e visitare il sito).

Per affrontare l’argomento, ho deciso di provare a rispondere a tutto ciò che avreste sempre voluto sapere sullo squirting ma non avete mai osato chiedere. Dobbiamo certamente premettere che quando si parla di squirting (e ho l’impressione che se ne parli comunque da poco, come se fosse un feticcio della sessualità post-moderna, figlio di quella pornocultura che ci insegna come chiamare qualunque cosa – squirting, spanking, rimming, scissoring che verrebbe da chiedersi se gli antichi fossero più casti o se semplicemente facessero le cose sozze senza crearci un intero vocabolario anglofono a corollario) ecco bisogna premettere che parlare di questo argomento genera confusione. La stessa comunità scientifica pare versare in uno stato di irreversibile disorientamento. La sessualità femminile s’annovera ancora tra i principali misteri dell’umanità, in un punto impreciso situato tra l’esistenza del Mostro di Loch Ness e le profezie di Nostradamus. Se la tv pubblica l’avesse permesso, probabilmente Roberto Giacobbo avrebbe ambientato una puntata di Voyager nella vagina.

Tuttavia, proviamo a fare chiarezza, procedendo con ordine:

1.  Lo squirting esiste?

. Non ci è dato collocare storicamente la sua comparsa nelle manifestazioni sessuali femminili, ma ciò che ad oggi sappiamo è che il fenomeno si presenta occasionalmente durante taluni atti sessuali.

2.  È pipì?

NO. Esso non ha né il colore né l’odore della pipì. Pare possa contenerne tracce ma, per capirci, è un po’ come se fossero due gocce di Chanel diluite in un bicchiere d’acqua.

3.  E allora cos’è?

Si tratta di una sorta di liquido prostatico. Voi direte: ma la prostata non ce l’avevano gli uomini? Sì, loro ce l’hanno, ma noi abbiamo – udite udite – delle ghiandoline che secernono fluidi simili e che sbucano ai lati dell’uretra. Naturalmente si tratta di mondi piccolissimi, cose di cui neppure siamo coscienti, ma di cui la natura ci ha dotate (non è chiaro se per amore nei nostri confronti o come residuato ancestrale della prostata virile). Fatto sta che queste ghiandole, il cui nome scientifico è ghiandole di Skene producono un fluido antimicrobico, utile a lubrificare l’apertura dell’uretra. Nelle mie indagini ho scoperto che abbiamo pure un’altra ghiandola lì sotto, quella di Bartolini, e che pure quella ci secerne robe che aiutano la generale lubrificazione della nostra consorella (sebbene pare che la lubrificazione vaginale durante l’atto sessuale dipenda da liquidi secreti più internamente nell’affascinante concavità femminile). Ora non vorrei diventare troppo accademica (anche perché non ne ho le competenze), ma la risposta a quale sia la natura di questo fluido, pare essere qui: liquido prodotto da queste ghiandole e che evidentemente non arriva – come alcuni pensano – dalla vescica.

4.  Possono squirtare tutte le donne? 

NO. Se l’eiaculazione femminile dipende da queste ghiandole, come suggerito da alcuni sessuologi, esse hanno una conformazione estremamente variabile da donna a donna e in alcuni soggetti risultano parzialmente atrofiche e tanto basterebbe a spiegare perché il fenomeno eiaculatorio si manifesta in certe donne e non in altre.

5. Si può imparare a squirtare? 

Se vero è che NON tutte le donne possono farlo, è probabile che possano farlo molte più donne di quante lo facciano. Esperti sostengono che sia sufficiente “imparare” a farlo, sebbene ancora non sia stato istituito un corso avanzato in squirting. Il ragionamento alla base è che anatomicamente siamo simili, dunque creare una riproduzione sessuale della Cascata delle Marmore in camera da letto, è solo frutto di solido impegno e costante allenamento. Se la predisposizione anatomica ci aiuta, i risultati non tarderanno ad arrivare e di settimana in settimana gli audaci trainer potranno constatare l’entità dei progressi fatti dalle zelanti atlete, misurabili in centilitri, litri, ettolitri. Litri cubi.

6.  Agli uomini piace?

Dipende. Come per tutte le manifestazioni del piacere, vale il gusto personale che si esprime con un inventario quanto mai ampio di reazioni possibili. Da quello che già sogna scaffali di succo biologico di passera all’esselunga, a quello che ne rimane letteralmente disgustato (ricordo commenti di amici inorriditi dal fatto che la tipa avesse impiastricciato divano/materasso/sedile dell’automobile). È impossibile tracciare un profilo comportamentale standard nel sesso, tanto più nelle sue espressioni più sfacciate. Di solito, tuttavia, poiché si tratta di una pratica, come dire, a 4 mani, che prevede il coinvolgimento di (almeno) due persone, due corpi, due teste, è più facile che una donna si rilassi e si abbandoni così tanto, che rinunci al controllo del proprio corpo, nel momento in cui intuisce di condividere le scorribande orizzontali con un uomo incline ad apprezzare la femminilità nel senso più lato del termine (oltreché nelle sue più eccentriche e vivaci manifestazioni).

7.  Se una donna ne é capace una volta, ne è capace sempre?

Naturalmente NO. Esistono feticisti della pratica che pensano di relazionarsi con una vending machine dove inserisci la moneta e ti viene fuori un estratto ultraproteico di piacere femminile. Un juke box organico. Non è esattamente così. Come qualunque espressione della libido, come qualunque pratica erotica, ha una parte meccanica e una parte cerebrale, quindi è chiaro che serve un minimo stato di grazia per portare a casa il risultato. Non siete mica al circo, per l’amore del cielo.

8.  Quindi è come nel porno?

Certamente. Nella stessa misura in cui la durata, le dimensioni, i corpi sono come nel porno. E cioè poco, quasi per niente. Di grazia, lasciamo un attimo da parte le professioniste del settore, parliamo delle donne normali, delle candidate amatoriali, delle dilettanti allo sbaraglio. Più volte abbiamo detto che il porno non è la verità. Non dimentichiamolo.

9. Se una donna squirta gode di più? 

Uh, e chi può dirlo. Non esiste l’orgasmometro. Ogni donna vive il sesso in modo diverso, probabilmente quelle che riescono a squirtare sperimentano una forma di piacere diverso, non solo in termini fisici ma anche mentali, un senso di potenza e libertà che difficilmente raggiungono con altre pratiche ma, come potete immaginare, non essendoci chiarezza scientifica più o meno su nulla, è difficile delineare una legge universale. Ciò che è certo è che non è necessario avere le performance di un geyser per godere dell’atto. Senza nulla togliere ai geyser che oggettivamente sono fenomeni naturali assai affascinanti.

10.  Si squirta stimolando il punto G?

Dipende. Alcune donne confessano di raggiungere questo genere di piacere proprio grazie alla stimolazione del punto G che di solito si ottiene in due modi: o grazie a un uomo particolarmente sveglio che sa fare ottimo uso delle proprie dita, oppure grazie ad alcuni dildo appositamente pensati per la stimolazione dell’area suddetta.  Altre donne, tuttavia, riferiscono di raggiungere lo squirting con un’intensa stimolazione clitoridea. Probabilmente dipende dalla personale inclinazione di ciascuna e dal rapporto che ciascuna di noi ha col proprio corpo e con la propria sessualità.

A questo punto abbiamo terminato l’esplorazione nei meandri oscuri del temibile squirting. Sperando di aver fatto un po’ di chiarezza e nella consapevolezza che non esistono ancora risposte definitive sul tema, concluderei dicendo che come la maggior parte delle attività inerenti la sfera sessuale, è giusto viverlo in serenità, senza morbosità, senza vergogna, con la giusta dose di curiosità e leggerezza, e la gioia di scoprire le sensazioni che il nostro corpo è in grado di offrirci.

Non mi resta che salutarvi e rimandarvi al prossimo anno e alla prossima puntata di PopSex (e, già che ci siamo, vi auguro anche buon Natale!)

Sempre vostra,

V.

 

 

PopSex – 2. La ginnastica della Patata

La mia infanzia è stata costellata da innumerevoli tentativi di farmi fare sport, qualunque genere di sport: ho provato con il tennis, la pallavolo, il nuoto, l’aerobica, l’equitazione, il pattinaggio (avevo le gambe a X). Inutile dirlo, non mi sono mai appassionata ad alcun genere di attività fisica. Vivevo l’avvicinarsi dell’allenamento settimanale come una iattura inaffrontabile (solo il catechismo, il sabato pomeriggio, era capace di mandarmi in uno stato di paranoia peggiore), non socializzavo con i miei compagni, se andavo a fare sport con amichetti che già conoscevo, finivano per salirmi sulle palle. Insomma, lo sport mi ha sempre tediata mortalmente (e, sia chiaro, non ne vado fiera; se avessi fatto danza artistica, probabilmente adesso avrei un culo da milleeunanotte, oppure un punto vita perfetto, oppure degli addominali in vero acciaio inox). Fatto sta che, crescendo, ho dovuto ammettere che fare sport (qualunque genere di sport) era necessario per arginare i danni della vita adulta, tragicamente sedentaria. Mi sono iscritta in palestra e, da qualche anno, con ritmi fortemente incostanti, mi sono rassegnata all’idea di deputare ore della mia vita alla ginnastica.

Ciò che mai mi sarei aspettata, crescendo, era di dovermi occupare dell’esercizio di una tipologia del tutto peculiare di muscolatura: quella della Patata (del pavimento pelvico, per l’esattezza). Ebbene sì, ormai è abbastanza acclarato: oltre agli squat per i glutei, e agli addominali per la panza, e a ore di interminabile cyclette per le gambe, ci tocca pure il fitness vaginale. Lo so, vi sembra un argomento secondario, fare ginnastica per allenare dei muscoli che manco si vedono, che manco possiamo sfoggiare al mare, che manco possiamo fotografare e postare su Instagram accompagnati da una frase poetica. Lo so. Ma aspettate, perché il tema è delicato, assai più prezioso di quanto possa apparirvi a primo acchito. Dopo aver parlato del rapporto tra le donne e la propria consorella, e di quanto difficile sia per molte di noi l’accettazione estetica della propria virtù, è giunto il momento di andare più in profondità, ahem, sì, insomma, addentrarci meglio nei meandri oscuri e umidi della nostra vagina, per scoprire insieme l’effetto che fa. Parliamo di questo, nella seconda puntata di Pop-Sex, la rubrica di Contro-Informazione Vaginale gentilmente offerta da Pleasure4You (cliccate, da brave, e visitate il sito).

Ora, il tema appare poco appassionante perché, in genere, si sente parlare di pavimento pelvico in caso di gravidanza, dopo la gravidanza, in menopausa. Sembra, insomma, di parlare della fisioterapia della passera dopo un brutto trauma, oppure della ginnastica riabilitativa quando invecchi, perché altrimenti inizi a pisciarti addosso (allenare i muscoli pubococcigei serve, infatti, anche per controllare l’incontinenza, che è una cosa triste che a un certo punto della vita pare ci succeda, come gli spot di Tena Lady ci hanno insegnato fin dalla più tenera età). Ciò che si dice molto meno, perlomeno in Italia, è che la padronanza e l’esercizio dei muscoli laggiù può migliorare (e di MOLTO) l’intera vita sessuale della donna e dei suoi partner. Il momento in cui la donna diventa consapevole di poter fare delle cose – più o meno prodigiose – con la sua inquilina del piano di sotto, è un momento topico, uno sparti-acque nella sua storia personale, una svolta epocale nel suo benessere sessuale.

Innanzitutto, la prima cosa da fare è accorgersi di avere questi muscoli che nessuno ci ha mai raccontato di avere (ci esercitiamo a contrarre i bicipiti, in genere, non la nostra area perineale). Potete fare un tentativo anche adesso, ovunque siate (in ufficio, in metro, al supermercato, in aeroporto), ma vi consiglio di prendervi qualche minuto a casa, rilassate, sul divano o sul letto. Per capire di cosa stiamo parlando, immaginate di dover trattenere la pipì e contraete ciò che c’è da contrarre. Pronte? Un-du-tre-quattr, contrazione! Fatelo per 3-5 secondi, e poi rilassate per 10-15, e poi ripetete l’operazione per 10 volte (se ce la fate, è pur sempre ginnastica). State iniziando a fare i celeberrimi esercizi del Dottor Kegel ma, mi raccomando, non esagerate, nessuno vi chiede di diventare l’equivalente vaginale di Jean-Claude Van Damme.

Un’altra cosa che potete fare, è contrarre i glutei, risvegliando la parte posteriore del pavimento pelvico (come se voleste aprire la sorpresa dell’uovo kinder con le chiappe, per capirci). Un’altra cosa ancora, è distinguere i muscoli interni della vagina, che è di per sé capace di cose strepitose. Ora, non dico che al primo giorno di allenamento dobbiate sparare palline da ping pong con la passera, oppure suonarci il piffero, oppure fumarci il narghilè. Sarebbe come pretendere di sollevare 50kg al primo giorno di palestra, oppure di fare la maratona di New York dopo 15 minuti di tapis roulant. Dico solo che, se ci pensate, abbiamo tra le cosce una Ferrari e la guidiamo come fosse una Panda. Non sarà mica un peccato?

Una volta che la nostra patata è risvegliata e consapevole, essa diventerà necessariamente più partecipativa. Non è detto che i risultati siano immediati (se provate a contrarre e nulla si contrae, sappiate che si tratta di un blocco psicologico, non fisico, quei muscoli sono perfettamente volontari, esattamente come quelli che ci consentono di deambulare), ma non scoraggiatevi e continuate a provare. Poco per volta imparerete a contrarre, aspirare, basculare, fremere. Padroneggerete la vostra muscolatura intima e le pareti interne della vostra baggiana, e sarà a quel punto che accadrà l’incantesimo:

  1. godrete molto di più, sarete più mobili e più sensibili, i vostri muscoli parteciperanno alla danza dell’accoppiamento e solleciterete di più il vostro punto G (potrete sospingerlo verso il Beato Uccello e offrirlo sull’altare del coito) e tutto sarà più appassionante

2. il vostro partner si accorgerà perfettamente di questa novità e ci andrà giù di testa; non sarà necessario fare chissà quali peripezie, al primo accenno di movimento quello reagirà come Galileo, “Eppur si muove!” penserà, e sarà solo l’inizio! Non ve ne accorgerete e vi ritroverete a stringerlo, a inghiottirlo, risucchiarlo, respingerlo. Il sesso diventerà un’esperienza nuova, piena di gioie inedite da sperimentare.

Ora, se per fare questi esercizietti volete una mano, non troverete su Media Shopping gli appositi strumenti, ma vi basterà usare le celeberrime palline vaginali che, una volta indossate, grazie all’azione di un peso interno, si muoveranno contro le pareti della vostra vagina e stimoleranno le vostre reazioni muscolari.

Voi mi direte: vabbé ma il sesso è molto altro. Amore, sentimento, magia, incontro, emozione. Tutto vero. Il sesso, quando è pieno, contempla tutte queste cose. Detto ciò, non diciamoci minchiate: la tecnica ha la sua importanza, come in tutte le arti e, udite udite, non è detto che sia appannaggio esclusivo dell’uomo. È importante che l’uomo sappia usare il suo arnese, no? Beh, lo è anche che la donna sappia usare la sua, di arnesA. Ora, non intendo ammorbarvi con una pippa sui settordicimila anni di cultura maschilista, né sulla desessualizzazione della donna, sulla sua castrazione psicofisica e su altri duecento fattori sociopolitici dell’oppressione storica della nostra libido. Dico solo che, se ci pensate, imparare a usare la nostra vagina è un atto che cambia la base culturale, l’idea stessa del rapporto sessuale. E sì, sì, lo so che già siamo impegnate a essere belle, giovani, intelligenti, fertili, manager, emancipate, ora dobbiamo pure diventare acrobate della passera? Lo so, avete ragione, ma la risposta è comunque sì. In ogni caso sì.

Sì, perché la ginnastica della patata ci rende padrone di un’area cruciale e delicatissima del nostro corpo. Sì, perché rivoluziona l’idea della passività femminile (quella che prende, quella che riceve, quella che incassa, la caverna oscura, la custodia, il contenitore che aspetta e spera che il partner sia capace di procurarle un sentore pallido di piacere) e introduce un’esperienza attiva del tutto diversa, che non è mettersi sopra e fare la cavallerizza per 40 minuti, ma è partecipare all’atto essendo presente alla propria vagina. Al proprio cuore. Alla propria testa. A tutto il corpo insieme, mischiato nel nobile atto della fornicazione, col corpo di un altro.

Nella certezza di avervi incuriosite abbastanza (lo so che siete lì a stringere e contrarre, a contare e rilassare, vi vedo, non mentite!), io vi saluto e vi do appuntamento alla prossima puntata di Pop-Sex in compagnia di (se non l’avete fatto prima, mi raccomando, visitatelo adesso) Pleasure4You.

Vi abbraccio e vi incoraggio,

sempre vostra,

V.

PopSex – 1. La Riappropriazione della Patata

Era un po’ che da queste parti, complici le grandi rivoluzioni copernicane che hanno interessato la mia umile esistenza (tipo l’uscita del romanzo e l’inizio di una relazione), non si parlava di quei temi scottanti che mi sono valsi in più occasioni l’epiteto di “sex blogger” (che poi magari in certi periodi scopassi pochissimissimo, era un di cui). Dunque è bene recuperare il tempo perduto e ricominciare a discettare sui massimi sistemi genitali, sulla sessualità sana e su quella zoppicante, sui tabù e sui preconcetti che ancora costituiscono la nervatura di una sfera tanto fondamentale e tanto complessa quale l’accoppiamento biblico. Colgo l’occasione, dunque, per inaugurare una nuova rubrica di post osceni (la cui lettura è vivamente sconsigliata a ciellini, neocatecumenali e legionari di Cristo) e realizzata in collaborazione con Pleasure4You, un nuovo sexy shop online straordinariamente sguarnito di tette culi nel lay-out, ma ricco di idee per insaporire la sessualità (individuale, di coppia, di gruppo, trasversale, orizzontale, di capo sotto). Diamo dunque il via alla prima puntata di Pop-Sex in cui affronteremo un argomento alquanto intimo: la riappropriazione della patata. Ma andiamo con ordine.

La settimana scorsa chiacchieravo con un amico che mi raccontava i problemi sessuali con la sua fidanzata (non chiedetemi perché, nella mia vita è sempre stato così: sono sempre stata gratuitamente considerata una fonte attendibile di consigli, senza aver nessun titolo ufficiale per dispensarne). Mi ha raccontato che lei non si masturba e che non se la guarda neppure, la patata, il tubero, la cozza, la passera, la baggiana, insomma come preferite appellarla.  Cioè che non se l’è guardata MAI. “Impossibile”, ho risposto. Non perché io stia lì a contemplarmela manco fosse la extended edition director’s cut di Titanic, ma perché semplicemente nella vita mi è capitato di guardarmela, di esserne naturalmente curiosa.

La cosa, però, mi ha colpita, così mi sono documentata un po’ e ho scoperto che è estremamente comune che le donne non abbiano cognizione neppure dell’aspetto della propria vulva. Che spesso ne siano imbarazzate, se non disgustate. Che preferiscono non saperla, ignorarla, fare come se non fosse loro, dimenticarla persino. Si capisce pure che a quel punto, la nostra povera consorella, a sentirsi trattata in questo modo, è facile che NON si trasformi in quello straordinario e ingegnoso strumento di piacere che può essere; d’altra parte chi di noi, non sentendosi accettato, riuscirebbe a dare il meglio di sé? Partiamo dall’assunto che una donna che non ama la propria patata, una donna che – peggio ancora – si vergogna della propria patata (del suo aspetto, dei suoi odori, dei suoi umori), è raro che sia libera, capace di godere il sesso in modo pieno, sano, consapevole. Ciò, che ai maschietti piaccia oppure no, sconviene anche a loro. Perché una donna che si ama, è una donna che ama meglio. E l’amore per se stessa, per il proprio corpo, passa anche dall’accettazione del proprio aspetto…pure di quello vaginale.

Mi sono chiesta: perché per gli uomini il cazzo è un trofeo e per noi donne la vagina è ragione di imbarazzo? Possiamo provare a rispondere con l’anatomia. Da un lato bisogna ammettere che per i maschi, almeno questo, è più semplice. Hanno tutto lì, a portata di mano, evidente, esplicito, sotto i loro occhi ogni volta che fanno semplicemente pipì. Non devono mica andare in esplorazione, armarsi di specchietto, scostare, divaricare, scorgere, scappucciare cose piccolissime. Poi arriva l’età dell’eccitazione sessuale e, pure in quel caso, per i maschi è tutto alquanto evidente. Non oso immaginare cosa provino, la prima volta che il fringuellino gli si desta, che non risponde alla loro volontà, fa un gesto plateale e inaspettato. Però, voglio dire, una volta svelato l’arcano, per loro è molto chiaro cosa succede quando provano del desiderio (pure cosa fare per inseguirlo, a suon di rasponi segreti chiusi al cesso). Per noi donne, il primo atto inconsulto della nostra patata, sono le mestruazioni. Cioè la prima azione autonoma che la nostra inquilina del piano di sotto intraprende è SANGUINARE a nostra insaputa e insozzarci senza preavviso. Praticamente un tradimento. E di certo non ci è chiaro cosa succede, invece, quando quella s’infatua. La sentiamo un po’ agitata, lo intuiamo, ma boh, è tutto un mistero. Poi qualcuno inizia a spiegarci qualcosa, proviamo a documentarci ma ciò che apprendiamo teoricamente della nostra patata è davvero confuso, ne leggiamo e ci sembra di leggere il funzionamento di un reattore nucleare. Clitoride? Imene? Uretra? Vagina? Punto G? Orgasmo clitorideo? Orgasmo vaginale che però ce l’hanno solo alcune, non è di serie in tutte le donne. Gesù che difficoltà.

D’altro canto, al di là dell’anatomia, esistono pure diversi fattori culturali. In prima istanza, come sempre, il sesso è peccato e – per quanto appaia più sdoganato, mentre disquisiamo di vibratori di design come fossero borse di Chanel – la verità è che scarseggia ancora molto la consapevolezza del sesso, l’educazione al contatto e alle emozioni (che ne sono ingredienti fondamentali) e che esiste ancora – tangibilissimo – lo stigma della sessualità femminile libera (lasciatevelo dire da una che di sesso scrive da anni). In secondo luogo, noi donne siamo educate a non piacerci, fin dalla più tenera età, e se già siamo abituate a non farci piacere parti più esplicite del nostro corpo, figurarsi quella parte lì. Perché i genitali, si sa, a primo acchito non sono mica belli (pensate alla prima volta che avete visto o toccato un pisello e ditemi se non vi ha suscitato la stessa sensazione di avere a che fare con un’anguilla putrefatta), solo che poi nel tempo ci si abitua, come con il sushi, che la prima volta ti fa schifo e poi dopo diventi addicted. E poi, diciamolo, la verità non è come l’immaginazione. Magari la patata è tutta chiusa, magari è slabbrata, magari non è più quella di una 16enne, magari è tutta pelosa che manco ci vedi niente, magari è depilata e irritata, magari è violacea, magari è irregolare, magari è semplicemente una parte di te che non sei abituata a vedere. E devi prenderci confidenza.

Insomma, per una donna, prendere e guardarsi in faccia – in quella faccia! – è un atto quasi rivoluzionario e, come tutte le rivoluzioni, richiede coraggio. Ma va fatto, perché averci confidenza con la propria consorella è importante. Con il suo aspetto e con la sua interiorità. Con la sua forma e con la sua sostanza. Perché quella ha e deve avere un ruolo centrale nella nostra dimensione intima, non possiamo disconoscerla, se non a patto di abdicare a una fetta (grossa e succulenta) della nostra femminilità. E io questo, amiche care, come sapete, non ve lo consiglio affatto. Vi consiglio, al contrario, di guardare il video con cui vi lascio in chiusura – che fa riflettere – e pure di fare un giro da queste parti così iniziate a farvi solleticare perlomeno la fantasia (e poi, possibilmente, il resto).

Sempre vostra,

Vagi

La Fine della Singletudine

Una delle cose più singolari che ti capitano quando ti ritrovi a vivere una diciamo-relazione, dopo lustri che eri ufficialmente single, sono le reazioni di chi hai intorno. Sia chiaro, i problemi veri sono altri. Voglio dire: ci sta che una mentre è presa a combattere con il doppio spazzolino, il doppio shampoo, il doppio balsamo, il doppio phon, perché non è che ogni sera posso fare un trasloco e uscire col trolley, per non parlare del bioritmo alterato e tutti gli altri cazzi, ecco ci sta che una non stia lì a pensare a come reagiranno gli altri a questo cambiamento strutturale della sua identità single. Finché le cose non succedono e tocca fare i conti con la cosiddetta “Fine della Singletudine” (che, questo amo ricordarlo, non è mai una situazione definitiva, essere single ed essere coppia sono semplicemente due condizioni transitorie che capita di esperire nella liquidità delle relazioni contemporanee, fine). Ad ogni modo possiamo stilare un agile compendio delle reazioni a cui capita di andare incontro:

1. I Parenti 

Palesemente terrorizzati all’idea che tu morissi da sola divorata dagli acari, i tuoi parenti sono semplicemente felici; sono proprio inequivocabilmente felici; ti vedono felice, quindi sono felici, quindi tu vedi loro essere felici e pensi che sia giusta la cosa che stai facendo, e si crea questo circolo virtuoso nel quale dopo 10 minuti simpatizzano già per lui – l’eroico e prode maschio che si sta sobbarcando il rischio di avere a che fare con te, indomabile e recalcitrante femmina ribelle, e dispensano a te pillole di saggezza sull’essere brava, tenertelo buono, che sembra un bravo ragazzo e altre considerazioni del genere. Se lui è sveglio può comprarsi il favore dei familiari davvero con poco: piccoli accorgimenti come la buona educazione, l’igiene, fare domande, sorridere e soprattutto MANGIARE tanto.

2. Le amiche accoppiate

Ti guardano con tenerezza e sorpresa, come se fossi un furetto che ha preso la patente, per capirci. O, più semplicemente, come se finalmente anche tu fossi arrivata nell’età adulta che, per essere sancita, evidentemente abbisogna della presenza di un pene al tuo fianco. Welcome darling, adesso anche tu puoi unirti al club del rotolo-della-carta-igienica, partecipare alle dissertazioni sull’asse del cesso, oppure dare il tuo contributo in quelle gag da coppie COSìDIVERTENTI nelle quali si raccontano aneddoti buffi dell’uno e dell’altro. Insomma, avete capito, quel sandraeraimondismo pluricollaudato che ti garantisce di sembrare una “bella coppia simpatica e affiatata”. Naturalmente sei già molto in ritardo, cioè presentare un uomo mentre le altre sono sposate e gravide, lo capisci, è come laurearsi fuori-corso. Brava eh, meglio tardi che mai, ma sai abbiamo un baby-shower da organizzare adesso.

3. Gli amici accoppiati 

Sanno che siete agli inizi e che scopate tantissimo, patiscono pensando che loro sono ormai irregimentati nel sesso-al-weekend-se-non-ci-sono-impegni-più-urgenti, vi invidiano bonariamente e sperano vi passi in fretta quell’appagamento insopportabile che trasudate, quella sfacciata complicità che la felicità vi dona. Quella luce fastidiosa, di chi s’illude che resterà sempre così.

4. Gli amici storici

Si preoccupano dell’andamento della relazione e dei suoi tempi (che se sono troppo rapidi poi tu ti secchi, che pure con la palestra fai lo stesso, o ci vai sempre o non ci vai mai, e pure col cibo, che sei disordinata nell’anima, noi ti conosciamo, poi ti senti oppressa ed è finita), sono speranzosi, a volte un po’ gelosi (“Ma quindi ora sei in modalità boyfriend only?“, oppure “Adesso non mi farai più le coccole“, “Sei viva?“, “Sei morta?“, “Sei sparita?“). Perché questo un po’ va detto: il tempo si riduce, le abitudini un poco cambiano. Quindi laddove prima eri più o meno sempre reperibile, all’inizio di una storia entri in una specie di modalità aereo. Ti dedichi alla persona nuova con la quale stai condividendo la vita, lo spazio, il tempo, salvo novità eclatanti che richiedano la tua attenzione tempestiva. E di questo, sorprendentemente, la gente si accorge.

5. Le amiche single

Sono le più delicate, in questa fase; esse ti guardano con incredulità e un pelo di diffidenza. Tutto si riassume in una sola domanda: “Com’è possibile? Com’è successo? Allora esistono degli uomini normali?”. Ecco, le amiche single per me sono le più delicate perché le domande che mi pongono loro sono le stesse che mi pongo io. Le cose che loro non si spiegano, sono le stesse che non mi spiego io. E la verità è che – per il momento – risposte definitive non ne ho. Quello che posso dire, quello che ho detto ieri a una di loro che mi ha scritto, è che con questa persona sto semplicemente bene. E non saprei spiegare in che modo ci siamo trovati, e com’è possibile che io l’abbia accolto, e non saprei dire se semplicemente erano maturi i tempi, o se sarà l’ennesimo fuoco di paglia, un ulteriore buco nell’acqua trivellata dai fallimenti amorosi della mia vita; e che semmai mi spaventa la banalità di questo stare bene, che non è perfetto ma è reale; e che mi ero anche persuasa di non meritarmela neppure questa felicità, che fosse impossibile per me, che non avrei neppure saputo immaginarmelo un compagno, non ero neppure più capace di dire che requisiti dovesse avere, sapete quando facciamo quelle liste di come ci piacerebbe fosse il nostro uomo ideale? Ecco io non ero più capace di fare neppure quella cosa lì. Io non sapevo neppure più immaginarlo ma, se di immaginarlo fossi stata capace, forse l’avrei immaginato così com’è. E questa cosa non avrei potuto saperla, se non ci fossi inciampata. Se non gli avessi dato la possibilità di conoscermi e farsi conoscere. Se non avessi ammesso l’eccezionale ipotesi che le cose possano succedere, all’improvviso (…che poi improvviso un cazzo, che qua s’aspettava da lustri un po’ di aria buona). Ecco, alle amiche single, alle commilitone, alle compagne di lotta, alle braccia che c’hanno consolate, alle orecchie che c’hanno ascoltate, agli occhi che hanno letto tonnellate di messaggi di uomini improbabili, a quelle che hanno spartito con noi speranze e inquietudini, possiamo dare questo: la testimonianza. A volte le cose succedono e lasciarle succedere è bellissimo.

Incasinato, ma bellissimo.

Management delle 30enni

Qualche tempo fa un mio amico millennial, sì, insomma, uno di quelli leggermente sotto i 30 anni, con i tratti tipici della virilità contemporanea, si lamentava delle ultime tizie con cui era uscito. Ragazzine, diceva. Troppo immature per lui. Troppo poco interessanti (adoro gli uomini, quando si sentono Jean-Jacques Rousseau e si lamentano della poca profondità delle donne che incontrano).

Così io, facendo sfacciatamente gli interessi della categoria, mi sono lanciata in un’appassionante televendita delle 30enni. Ne ho elencato pregi (essere indipendenti, con un discreto appetito – se capite cosa voglio dire – combinato con l’esperienza; più capaci di quanto fossimo 10 anni fa di gestire i nostri scompensi emotivi, più empatiche, più consapevoli e così via). D’altro canto, mi sono sentita in dovere di metterlo in guardia su una serie di errori o pericoli nei quali potrebbe incautamente incorrere. Poi ho pensato di rendere questo servizio alla popolazione mondiale, spiattellando i frutti di quelle chiacchiere qui sul web ed elencare DIECI comportamenti che sarebbe consigliabile NON attuare nel caso in cui non si abbiano intenzioni, come dire, vagamente, ipoteticamente, genericamente “””serie””” con una 30enne.

Partiamo col dire che, com’è noto,  le relazioni si fondano su uno scambio di segnali, di input, di output, di stimoli e reazioni, di sollecitazioni e risposte. Quindi, se volete, amici uomini, evitare che prima o poi la 30enne vi prenda e vi appenda al muro pretendendo di DEFINIRE che cazzo di rapporto avete, provate a seguire i seguenti accorgimenti. Ma prima, lasciatemi spezzare una lancia in favore delle mie esimie colleghe: sappiamo tutti benissimo che questo patema di taggare e meta-taggare le relazioni risulta decisamente poco cool; d’altra parte è pur vero che quando passano i mesi e ci si ritrova in una situazione sentimentale che non si capisce che cazzo sia, qualche domanda una se la fa; è vero pure che l’hic et nunc, il vivere alla giornata, lo step by step, col quale siamo cresciute da quando c’avevamo 17 anni ci ha letteralmente scatafasciato i coglioni, anzi, le ovaie, le tube e tutto l’armamentario completo; è vero pure che se avessimo voluto “navigare a vista” per il resto dei nostri giorni, avremmo fatto il concorso in Marina, e invece una pur minima direzione ci piacerebbe averla, perché l’amore sia una bussola in una vita già piuttosto complicata di per sé, invece che una misteriosa dimensione nella quale non esistono punti cardinali, né sopra, né sotto, né alto, né basso e neppure la destra e la sinistra che ormai, si sa, non esistono più in generale (soprattutto la sinistra, non esiste più); non ultimo c’è il tema dell’esclusiva, della monogamia che – siamo franchi – è una scelta che facciamo, non un istinto – se non per i primi 5 mesi, periodo di vita medio di qualunque innamoramento; vale a dire: faccio i cazzi miei oppure no? Te li fai oppure no? Stiamo costruendo qualcosa e quindi mi metto il tubero in salamoia, oppure stiamo solo ingannando l’attesa di qualcuno più speciale di me e più speciale di te?

Lo so, amici uomini, c’avete già il mal di testa. Per voi è tutto più semplice e noi per questo vi invidiamo, credeteci. Ma se non vogliamo che il genere umano si estingua, se non vogliamo alienarci nei nostri microcosmi di genere, dobbiamo provare a capirci. Se fate le seguenti cose, sappiate che la donna (qui parliamo delle 30enni ma secondo me la faccenda calza anche su altre fasce anagrafiche) interpreterà il vostro rapporto in chiave sentimentale e, anche se lo nasconderà, inizierà a chiedersi se piacerà a vostra madre. Se rito civile o religioso. Se un banale ristorante o villa con piscina, catering e dj set.

  1. Farsi sentire tutti i giorni.

2. Mandarle, tutti i giorni, il buongiorno e la buonanotte. –> questa cosa crea serialità, quindi dipendenza. E rievoca in noi reminiscenze adolescenziali di quando il fidanzatino ci chiamava tutti i giorni, alla stessa ora e chiacchieravamo fitto-fitto chiuse nella nostra cameretta prima di cena.

3. Abbracciarla per strada, in luogo pubblico. Si può ammettere l’abbraccio strumentale al limone, naturalmente. Ciò che davvero ci confonde, sono cose come CAMMINARE ABBRACCIATI. Esagero: CAMMINARE MANO NELLA MANO. Se fate questa cosa, noi iniziamo a guardare il nostro riflesso (nostro + vostro) nelle vetrine, nei portoni, in qualunque superficie riflettente –> ergo, ci visualizziamo – letteralmente – come COPPIA

4. La mazzata definitiva, quella che suggellerà per sempre la vostra immagine insieme, l’errore capitale (sempre ammesso che voi la vogliate come amica con benefici, e non come vostra morosa) è farvi i SELFIE INSIEME. Dovete capire che a quel punto lei penserà che forse davvero sta succedendo. Passerà lassi di tempo non calcolabili a scrutare il vostro ritratto congiunto su pixel, pensando che siete molto carini, diversi, fighi, teneri, simpatici. Spammerà tutte le sue amiche con i vostri selfie, raccogliendo emoticon assortite e cuori variopinti da tutti gli angoli del pianeta. State attenti: NON SI FA. Voi, nella vostra purezza, nella vostra semplicità, penserete che non significa nulla. Che pure tra amici ci si fanno i selfie insieme. Certamente, ma tra amici non si tromba e non si fanno tutti gli altri punti che ora elencheremo.

5. Il sesso. Ok. Si può fare sportivamente. Lo sappiamo benissimo. Solo che farlo sportivamente per 8 mesi di fila, per esempio, è diverso da farlo sportivamente per 3 volte nella vita. Se poi dopo, non so, si resta insieme, si chiacchiera, ci si abbraccia, si dorme insieme, e ci si sveglia insieme, e si fa colazione insieme, e si rifà all’amore, e se questa cosa inizia a succedere tutti i weekend, e poi anche qualche volta in settimana, insomma, lo capite anche voi che i sintomi assomigliano più a quelli di una relazione che di una one-shot, no?

6. Farvi un weekend fuori insieme. Allora, raga. La 30enne single che ha passato gli ultimi anni della sua vita ad andare in vacanza con le coppie di suoi amici, etero o gay; oppure con viaggi avventure nel mondo a scarpinare nella giungla e a dormire in 12 in una casa con un solo cesso e tanti mosquitos; oppure DA SOLA raccontando poi al ritorno di essersi sentita molto indipendente e molto onnipotente, CREDETEMI, darà un valore ENORME al vostro primo weekend fuori insieme. Ve lo dico solo perché lo sappiate, perché così è. Voi penserete che sì, tutto sommato meglio andare con lei che con il vostro amico che emette indesiderate flatulenze. Lei si chiederà se voi piacerete ai suoi genitori.

7. Conoscere i suoi amici, presentarle i vostri amici, ed essere affettuosi davanti a entrambi. Passerà giorni a raccogliere feedback dai suoi amici su di voi, e passerà giorni a bramare feedback dei vostri amici da parte vostra. Ci terrà un casino che voi piacciate ai suoi, e che lei piaccia ai vostri. E qualora così fosse, inizierà a pensare che siate perfetti e che dovete, proprio DOVETE, stare insieme, perché quando ricapiterà uno che vada bene ai suoi amici? Del resto, a voi quando ricapiterà una unica e irripetibile come lei? Non voglio spaventarvi, voglio che siate consci.

8. Se le mostrate le foto della vostra famiglia, avrà voglia di conoscerla. Se le mostrate le foto della casa che state scegliendo, avrà voglia di arredarla con voi. Immaginerà quando negli inverni freddi vi rintanerete lì insieme. E quando nelle calde estati inviterete i vostri amici a fare un aperitivo sul terrazzino. Nei casi più irrecuperabili penserà a quando inviterete sul terrazzino la sua famiglia, o la vostra famiglia, tecnicamente un incubo al quale andrebbe incontro senza esitazioni, nella leggerezza della fantasia vaginale.

9. Dirle che vi manca quando non c’è. Questa è pesante amici. Maneggiatele veramente con molta cura delle dichiarazioni così importanti. Poi quella si pensa che le volete bene, che siete innamorati, che avete finalmente capito che è speciale e che non volete perderla. Che siete diversi dagli altri. Io dico: perché dovete alimentare invano simili illusioni? Su. Siate bravi (sempre a meno che non pensiate – consapevolmente – di volerla come vostra partner; e sempre che ci teniate a evitare quel momento in cui – se non è abbastanza pudica – vi dirà cose come: “Mi avevi detto che ti mancavo!! Cos’è che ti mancava eh? Eh??”, immediatamente dopo il vostro puntuale “non sono pronto” – “non me la sento ancora” – “in questo periodo…” – “non sono abbastanza maturo”)

10. Farle un regalo. Non lo so. Molta attenzione su questo punto. Ci sono contesti in cui diventa imprescindibile, tipo che se vi frequentate da un semestre e la vedere IL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO, sarà sconsigliabile presentarsi a mani vuote, si capisce. Qua non entro nel merito perché dipende, siete precari o siete i nipoti di Moratti? Che tipa è lei? Quello che posso dirvi è che dovete valutare qualcosa che sia personale, ma non troppo. Se la relazione non è importante NON regalatele assolutamente nulla di jewelry. Intendo neppure il braccialetto di merda di cautchù. Sappiate che la gioielleria è il punto d’arrivo dei regali di qualunque donna. La gioielleria, di qualunque livello sia, dice una cosa sola e una soltanto: COMMITMENT. ATTACHMENT. IMPEGNO. Nei casi più irrecuperabili, persino Accessorize può dirlo, a una che abbia voglia di intendere ciò. Quindi voi andate sul sicuro: prima ci sono i libri, i massaggi, le borse, le sciarpe, i profumi, le creme, le maglie, le scarpe. Poi gli orecchini (la prendete alla lontana). Poi il braccialetto. Poi la collanina. Poi qualunque cosa che vada indossata su una delle 10 dita (non necessariamente l’anulare sinistro). Ok?

Io ho concluso e spero di aver chiarito alcuni elementi sui quali palesemente noi donne mettiamo tantiiiiiissimo significato (e spesso lo facciamo da sole). Voi fate la vostra parte, siate bravi, cooperate, siate un poco etici che ormai siete grandi. Avanti.