Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

[SessuOhhhlogismi 11] – Il Ragnatelismo

Quando avevo meno di 30 anni e capitava che qualche amica più grande mi parlasse dei suoi lunghissimi periodi di astinenza (che, per intenderci, variavano dai 10 mesi ai 5 anni di inattività), la mia reazione era sempre di puro e semplice sconcerto. Sì, insomma, com’era possibile? Come si poteva ridursi a non praticare l’arte della fornicazione per un lasso di tempo così incredibilmente lungo? Cosa dovevano subire, i poveri colleghi di quelle mie amiche che non assumevano appropriate razioni di Penina, un integratore ormonale fondamentale, la terapia omeopatica migliore per conservare l’equilibrio psichico delle interessate (e di tutta l’umanità che con loro doveva quotidianamente relazionarsi)? Come potevano non molestare sessualmente il cassiere del supermercato, l’idraulico, il tassista simpatico che le riaccompagnava a casa?

Come spesso avviene, il tempo mi ha fornito le risposte che cercavo, quando i 30 li ho raggiunti e li ho superati e mi sono resa conto di un innegabile fenomeno: il rapporto con il sesso cambia, cambia davvero e non cambia soltanto perché prima ti piaceva d’un modo e ora ti piace d’un altro. Cambia perché cambi tu, come persona, come donna. Cambia il tuo rapporto con te stessa, la consapevolezza che hai di te. E poiché il sesso è un fatto intimo e delicatissimo, prezioso e vitale, molto più complesso di una sessione di fit boxe, ebbene per tutte queste ragioni è naturale che cambi il tuo rapporto con l’appassionata pratica dell’accoppiamento umano Ne ho parlato con diverse amiche e così ho deciso che in questa undicesima puntata di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile in cui affrontiamo temi scabrosi con la collaborazione di Ohhh – parleremo esattamente di questo: il Ragnatelismo, ovvero perché donne piacenti e in età fertile a un certo punto della vita prediligono l’astinenza (e il fenomeno, badate, ha un contraltare maschile, in tutti quelli che preferiscono una sessione di 2 minuti e 36 secondi su YouPorn – o sito equivalente – alla fatica di sostenere un appuntamento di 3 ore con un esemplare di donna in carne e ossa).

Una cosa da specificare subito è che la Ragnatelista non ha un principio di Frigidità (tema che affronteremo nei prossimi mesi), non ha perso l’interesse nel Sacro Augello, non si è improvvisamente disaffezionata a tutte le pratiche carnali e ai giochetti attinenti. Ne è, al contrario, un’accalorata estimatrice, ne patisce la mancanza, avverte la nostalgia spiccata del Gioioso Pisello, ma per una serie di ragioni si astiene dal fruirne. A riprova del fatto che la sua libido non versa in un coma irreversibile, sottoposta a flirt o a tentativi di seduzione non del tutto mediocri, ella risponde. Risponde il suo corpo, che viene attraversato da vibrazioni risapute, manifestando i sintomi tipici della voglia (leggi: lo scioglimento dei ghiacciai) e risponde pure la sua emotività, che per almeno un paio d’ore si fa giuliva e civettuola. Finché non interviene un qualsivoglia espediente a ricordarle che grazie-ma-no.

Ma entriamo nel merito e scopriamo i Precetti Fondamentali del Ragnatelismo:

1. Non accetterai più di giacere con i mariti delle altre, i fidanzati delle altre, i single innamorati ancora delle proprie ex, né con i tuoi ex che se sono ex generalmente un motivo c’è.

2. Non andrai a letto con i Cazzi Morti, convinti d’avercelo d’oro e d’avercelo solo loro; né con i fallocrati intenti ad ammorbarti per due ore parlando di sé, senza farti neppure per sbaglio una sola domanda, che sia una, su di te; né con i metrosexual che hanno meno peli di te e che potrebbero scappare via piangendo allorquando il tuo monte di Venere presentasse della ricrescita.

3. Non la darai più per pietàsimpatiagenerosità o circostanza; non la darai a quelli che ti infilano la lingua in bocca dopo un’ora che ti conoscono e che puntano a portarti a letto con due noccioline e un pinzimonio di crudité consumato al primo aperitivo; non a quelli che ti scrivono per vedervi alle 23 di mercoledì sera; e neppure a quelli convinti di essere uomini evoluti, femministi persino, e che poi danno della bottana e/o figa-di-legno a qualunque donna attraente passi sotto i loro occhi. Non a quelli che, in altri termini, palesemente non ti piacciono, non ti fanno ridere, non trovi interessanti, ai quali per anni hai pure concesso udienza perché non-si-sa-mai, perché per forza bisognava trovare qualcuno, perché tanto-non-la-ama-più, perché altrimenti cosa racconto alla prossima cena tra amiche? Perché non sarà mica possibile vivere senza chiavare come mandrilli perennemente?

4. Non dovrai, di conseguenza, più gestire tutto ciò che c’è a contorno di quelle scapestrate avventure: le doppie spunte, gli atteggiamenti deplorevoli, le bugie, la sete di conferme che inevitabilmente si innesca dopo che l’hai data a uno e conti i minuti prima che si faccia risentire dichiarando quanto staordinaria tu sia stata. Non è rilevante quanto importante lui sia per te (e spesso non lo è affatto), è pur sempre auspicabile che – chiunque egli sia – constati quanto divina tu sia e manifesti un principio di innamoramento nei confronti della tua persona, che se non lo fa, se non richiama (cioè se non scrive), se non arde dalla voglia di rivederti il prima possibile, se non sogna già il colore delle piastrelle del cesso della casa che condividerete, si sa, è ‘na tragedia. È pur vero, d’altra parte, che non dovrai gestire il fenomeno contrario: il tizio che s’accozza ma in verità non ti piace, in verità non vuoi rivederlo, non lo presenteresti mai ai tuoi amici, in verità era solo che dovevi fare la revisione alla passera e quindi sei andata con lui, ma anche basta.

5. D’altra parte non dovrai neppure dividere il letto con uno sconosciuto, che russerà togliendoti il sonno, che al mattino si sveglierà con la fiatella, che andrà al bagno e scoreggerà e tu lo sentirai, e proverai un filo di nausea, e odio perché non hai chiuso occhio, e ancora nausea, perché se una persona non ti piace abbastanza, se un uomo non ti piace davvero, come fai a non schifarti di tutta quella verità? È vero pure che non dovrai neppure spendere 30 euro di taxi per tornare a casa all’alba, che quello abita all’altro capo della città e figurati se ha una macchina, o se la prende per riaccompagnarti. Mica siamo ancora negli anni novanta in Terronia, purtroppo. Ed è vero anche che non aggiungerai soggetti improbabili all’inventario di uomini con i quali sei andata a letto e, quando ci ripensi, ti chiedi in effetti: PERCHÉ? Quali ti saresti potuta evitare. Quali si vanteranno davanti a una birra di essere andati a letto con te, quanto facilmente, quanto tu ci sia rimasta sotto (se ti hanno mollata loro), quanto tu sia troia (se li hai mollati tu).

Parrebbe, a questo punto, che il genere maschile nella sua quasi totalità sia tagliato fuori, ma il punto è in realtà molto più semplice di quanto non appaia. In sostanza, la Ragnatelista, cerca dell’altro. Ama il sesso al punto da non volerlo squalificare in queste più o meno raccapriccianti manifestazioni. Lo ama nel senso più alto del termine, come un atto di scambio, di dialogo, di comunicazione, di condivisione e d’ascolto. Lo ama come si ama il piacere di sentirsi respiraregodere e vivere, in libertà, con la confidenza necessaria, con quel patto tacito di fiducia che nell’atto sessuale c’è, nel momento in cui vedrai i miei più intimi pertugi, le mie imperfezioni, le facce che faccio, annuserai i miei odori, ascolterai i miei mugolii e i miei gridolini annaspando tra le mie carni, e io ascolterò i tuoi; avrai accesso al punto più profondo della mia intimità, rovisterai nella mia persona, non solo nelle mie lenzuola. E tutto questo, la Ragnatelista non ha più voglia di farlo con qualcuno che palesemente di lei se ne fotte sta gran sega, e viceversa. Tutto questo ha un valore e, in pieno Ragnatelismo, appare giusto offrirlo a qualcuno a cui si voglia almeno un po’ di bene. E che di bene ce ne voglia almeno un po’. Che non è, come potrebbe apparire, una deriva reazionaria e oscurantista, quanto piuttosto la consapevolezza che il sesso è questo che dovrebbe fare e dare: benessere, al corpo e all’anima, soddisfazione dei sensi e dello spirito, espressione di attrazione e rispetto. E invece, un sacco di volte, lo usiamo impropriamente, come strumento dei nostri irrisolti, viatico per l’accettazione, supplica d’attenzione e ricerca perpetua di rassicurazioni. Così ne ricaviamo paturnie, frustrazione, insicurezza. Nei casi migliori, solo un poco di tristezza post-coitum. E, capite, c’è qualcosa che non va bene, messa giù così.

Insomma, se il sesso – come spesso diciamo – è simile al cibo, il Ragnatelismo è la scelta di mangiare meno e mangiare molto meglio. Perché, quando cresci, la differenza tra McDonald e Cannavacciuolo la distingui. Eccome, se la distingui.

Noi ci vediamo alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi, quando la primavera avrà probabilmente sortito i suoi effetti e interrotto il Ragnatelismo. Fino ad allora, come di consueto, vi consiglio l’acquisto di un ottimo alleato, che no, chiariamolo, non rimpiazza la presenza di un UOMO, ma è un buon compagno da avere sempre nel cassetto! [Qualora voleste procurarvi questo utilissimo tool, usando il codice “Memorie” avrete il 15% di sconto!]

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
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Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Inventario Generazionale Maschile

Quando hai una navigata gavetta sentimentale alle spalle, hai sforato i 30 e sei formalmente single, non puoi non constatare che trovare un partner diventa sempre più complesso. Proprio in termini di “parametri di ricerca” intendo, che naturalmente, sì certo, ovvio, lo sappiamo benissimo che l’amore non si cerca, che quello arriva all’improvviso mentre stai facendo la cacca, però insomma ci siamo capite.

Affrontiamo la questione scientificamente, procedendo per macro-gruppi generazionali.

  1. Millennials: gli under30 per intenderci (i millennial veri voglio dire, non quelli che hanno giocato con il Grillo Parlante da bambini e che hanno programmato in MS-DOS nel Piano Nazionale Informatica dei licei scientifici italiani); sono giovani, più giovani di te. Sono maschi di 26, 27, 28 anni. Per carità, va bene. È fico da raccontare al tuo migliore amico finocchio. C’hanno un sacco di voglia di vivere (e di ciulare), hanno dei bei corpi, delle pregevoli erezioni spontanee che li rendono sempre pronti; non hanno particolari defaillance, non devi fare una tarantella per risvegliare l’anaconda sopita, e manifestano una discreta capacità d’apprendimento (data dall’autorevolezza sessuale che evidentemente ti riconoscono per via del gap generazionale). Resta il fatto che sono pischelli. Certo, non tutti. Prendi il più maturo dei millennial, il più interessante, il più sensibile, il più evoluto che trovi e sappi che difficilmente starà pensando alle stesse cose che pensi tu. Sappi che, probabilmente, starà ancora definendosi come persona, nel bel mezzo di quel processo che conosci assai bene perché c’eri dentro fino a un pugno di anni orsono (non che ora tu abbia finito). Sappi che mentre tu senti l’urgenza di rispondere alle aspettative che la società ha su di te, quello si chiede cosa mangiare per cena o se andare o no a vedere la partita della sua squadra del cuore. Che non ci sta pensando, che sei la donna della vita. Che c’ha proprio altri cazzi per la testa. Che non ha fatto una lista di tutti i tuoi straordinari benefits, per i quali sicuramente non vorrà perderti. E mentre tu ti sperticherai con fare materno, dedicandogli attenzioni e cura, abbi a mente che tra un paio d’anni si metterà con una 7 anni più giovane di te. Non venitemi a dire che “però Selvaggia Lucarelli” perché non è che siamo tutte bone come Selvaggia Lucarelli, ok? Voglio dire, è successo a Demi con Ashton. Figurati se non succede a noi.

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2. I trentenni: ahisahduifinfnfdknfgjnfbds. Volevo digitare con i gomiti, mentre mi mettevo le mani nei capelli e ce le lasciavo. Che meraviglia, i nostri coetanei. Quelli che NON sono fidanzati o conviventi (se ne registrano circa 20 in tutto il paese, affrettatevi), sono tendenzialmente dei millennials noncresciuti che non hanno neppure fatto il passo di imbarcarsi in una relazione seria. Proliferano i Golden-Single, che sono proprio vergini, che hanno un’educazione sentimentale pari a quella di un cactus dell’Arizona, l’expertise di uno stagista dell’amore e rimorchiano ancora le 18enni su Wechat. E poi ci sono quelli che sono usciti da una storia di 12 anni con la fidanzatina del liceo e quindi adesso prima dei 40 non vogliono sentirne parlare. Tanto hanno un decennio di vantaggio biologico rispetto a noi donne. A 40 troveranno una nostra erede culturale, ugualmente in sbattimento, che se li accollerà. Quasi tutti, comunque, sono infognati in un interminabile processo di definizione di se stessi (fonte di ansia indomabile, implicito egocentrismo, variabile vanità e costante misurazione dell’indice di successo della loro vita – con conseguente margine di tolleranza del successo di una partner eventuale). Pluriaccessoriati di insicurezze, si trincerano in un cameratismo virile fatto di concerti, partite di calcetto (o di basket, o di tennis, o di golf), dating app, viaggi con la mega-cumpa di amici, playstation, serie-tv, libri e fumetti. Non mi sento neppure di dar loro torto, in effetti. Si appassionano platonicamente a donne inarrivabili, decisamente fuori dalla propria portata, e trattano con sufficienza quelle a cui – per brevi lassi di tempo – hanno accesso. La risposta, in questi casi, è che se hanno superato i 30 e sono single, evidentemente, è perché single vogliono essere. E chi siamo noi per indurli a fare una cosa che, intimamente, non vogliono fare, cioè farsi rompere i coglioni da una femmina che poi pretende pure, chessò, di parlare al telefono? O di uscire? O di fare delle cose insieme? O di avere un regalo a Natale? O che tipo poi le devo pure pagare la pizza quando quei soldi mi servirebbero per andare al concerto de I Cani? (questo a grandi linee è il livello di analisi della situazione)

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3. I Quarantenni: molto bene. Il 40enne single è come il 30enne ma con un bagaglio di 10 anni in più di autoreferenzialità pura. Voglio dire: non sei la prima. Sai quante commilitone ci sono già passate? Sai quante hanno già provato a redimerlo invano? Cosa ti fa pensare di essere migliore delle altre? Di poter riuscire dove altre hanno fallito? Una possibilità in effetti c’è, ed è il puro tempismo. Cioè che il 40enne, se e quando ha capito di averlo lungo abbastanza, può finalmente occuparsi di fare contenta la mammà e scegliere un’incubatrice. E se tu hai la fortuna di trovarti proprio lì, al momento giusto, con l’outfit giusto, se riesci a venderti abbastanza bene da sembrare abbastanza figa (o abbastanza accondiscendente e remissiva, dipende dal tipo di maschio) per lui, allora forse je la fai. Devi essere curata, esteticamente appetibile e ancora competitiva con quelle che c’hanno 24 anni, possibilmente benestante perché l’uomo contemporaneo non è che non ci faccia caso, e comunque in età fertile (“Dai 35 anni in su, non so, ma le escludo per una relazione seria” cito testualmente). Altra possibilità è che a 40 anni il maschio abbia magari superato la sbornia della sua precedente rottura, e dopo 7 anni di scopate occasionali (o di agghiacciante astinenza, dipende dal tipo di maschio), si senta pronto a imbarcarsi di nuovo in un presunto regime monogamo. Tuttavia, c’è un però. Però diventare così adulti da soli, vuol dire avere un’architettura di abitudini e nevrosi, con le quali dovrai essere capace e disposta a incastrarti. Certamente ce la farai, amica, se lo vorrai, io credo in te. Sappi però che non è così facile. Cioè dopo averlo trovato, tocca pure farlo funzionare. In tutti gli altri casi, il 40enne è sposato e abbiamo detto (no, non in questa sede ma in altre sì), che con gli uomini delle altre anche basta. Talvolta è padre. Talvolta è divorziato. Questa è una casistica che mi manca e in effetti potrei sperimentarla, prima di considerare conclusa la mia indagine etnometodologica dell’amore. Sai no, provare con il ruolo dell’ex moglie a cui passare gli alimenti. L’affidamento congiunto dei figli. Ne ho già fatti e non ne voglio altri. E altre robe di questo tipo.

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4. I Cinquantenni: essi presentano numerosi vantaggi. In primis, il ventennio che vi divide farà comunque di te una dea ai loro occhi. Lo sguardo del cinquantenne sul tuo corpo, sulle tue imperfezioni, sulla cellulite, il cuscinetto, la pelle che non tiene più come teneva 10 anni fa, sulle prime rughe, sarà sicuramente meno giudicante (o così lo percepirai tu), rispetto allo sguardo di un coetaneo. Quindi tu ti sentirai più libera, più sicura, più femmina. In secondo luogo, il cinquantenne è rassicurante, empatico, intuitivo. Chiacchierarci sarà un piacere e la posizione in cui lo farai, quel paternalismo non detto ma inevitabile che si instaura, quel dialogo di sicurezza e giovinezza, lo scambio vicendevole e benefico, l’afflato di due anime anagraficamente distanti ma eccezionalmente capaci di cogliersi, è una delle dinamiche più confortevoli che esistano. Sessualmente, poi, il cinquantenne ha esperienza. Non è uno di questi damerini di nuova generazione. Quello la fica la conosce, pure bene. E, tendenzialmente, la ama, in quanto tale. Col pelo, senza il pelo, di sopra, di sotto, di traverso. La riconosce ancora come l’oggetto del desiderio, il movente di una sessualità sincera, fisica, gioiosa e vitale. Si è formato quando il sexting non esisteva e non era neppure immaginabile. E il fatto che tu sia la sua ultima primavera sessuale, in verità, gli farà sparare le ultime scorte di cartucce con una passione che manco i 16enni. Inoltre, è raro che un 50enne ti chieda di fare a metà del conto al ristorante. Non che questo faccia di lui un eroe,  ma sappi che è così. L’aspetto negativo è che comunque l’età c’è ed è un fatto. Il corpo non è giovane, ed è un fatto. La sua vita, una lunga parte di essa, l’ha già vissuta e quegli anni che non avete condiviso, in cui tu eri ancora uno spermatozoo e lui andava a Londra per la prima volta senza le low cost; in cui tu guardavi Dawson’s Creek e lui cresceva dei figli che adesso hanno pochi anni meno di te, sono andati. Non li riavrai. E, qualora volessi riprodurti (perché come il nostro governo insegna, è una domanda che dobbiamo comunque porci), sarà abbastanza difficile che tu lo faccia con un uomo così maturo; e qualora lo facessi, i compagni di scuola di vostro figlio penseranno che lui sia il nonno che va a prenderlo all’uscita da scuola. A me verrebbe da dire anche sticazzi. Però ti segnalo questi punti, amica, perché è giusto tu sappia. Sappi, infine, che le sue chiappe potrebbero essere molli, i suoi capelli radi, le sue gonadi canute. Donna avvisata…

(tutti i vantaggi testé elencati, come dimostra l’immagine allegata, non valgono per qualunque 50enne)

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5. I 60enni e gli over60: vabbè…purtroppo di Sean Connery ce n’è uno solo nel mondo.

Ora, come sempre io parlo dal mio parziale e vaginale punto di vista, ma sono sicura che si possa stilare un elenco invertito sul genere femminile. Anzi, prima che qualche brillantissimo lo faccia, mi porto avanti e vi anticipo cosa dirà (così non me la menate col solito sessismo):

1. Le ventenni: fighe, toniche, leggere, bisognose di conferme, manipolabili, spregiudicate, vogliose. Al massimo un po’ superficialotte.

2. Le trentenni: che Dio ce ne liberi, in sbattimento totale, alla ricerca disperata di un seme che le fecondi. Schizzate, indecise, convinte di avercela solo loro ma pronte a lanciarla dietro al primo stronzo che passa, salvo poi chiedersi dove siano finiti i bravi ragazzi, che puntualmente snobbano. Pretese altissime. Fisicamente si stanno già sfasciando. Complessatissime per il fatto che tutte le loro amiche si sposano e loro sono ancora su Tinder.

3. Le quarantenni: se sei fortunato le trovi ancora ben conservate, hanno quasi tutte abbandonato l’idea di procreare o hanno già procreato con terzi. A volte, però sono ancora un po’ troppo incazzate e cazzofobiche. A letto, una bomba.

4. Le cinquantenni: sono il nuovo Eldorado, quelle tenute bene. Materne, rassicuranti e a bassissimo mantenimento; sono quelle tornate single, i figli già ce li hanno e non ne vorranno altri e pure se li volessero puoi stare sereno che la menopausa risolve i problemi! Non sono alla costante ricerca di conferme e rassicurazioni, sanno cucinare, sono indipendenti (anche economicamente), non hanno bisogno di essere né aiutate né salvate, e poi la femminilità non ha età. Sono grate della tua presenza nella loro vita perché le fai sentire ancora giovani, desiderabili e ogni volta è una sorpresa per loro essere ancora chiavate da uno che potrebbe, sulla carta, essere il fidanzato delle loro figlie. O quasi.

5. Le sessantenni: hanno comunque un loro pubblico…

Insomma, è un mondo difficile lì fuori.

Un gioco faticoso, l’amore.

Un terno al lotto.

Le possibilità di vincere sono poche.

Per averle tocca comunque partecipare.

E perdere.

E non smettere.

Amori a Confronto

Esistono alcune cose che tutte sappiamo che non andrebbero fatte mai. Ciononostante, talvolta, le facciamo.

Per esempio, tutte sappiamo che non bisognerebbe mai mangiare in uno stesso pasto sia la pasta che il pane. Oppure che non bisognerebbe andare a letto senza essersi struccate (ok, se ti sei scolata una boccia di Gewurztraminer da sola, sei giustificata). Oppure che non bisognerebbe mettere a confronto gli amori che abbiamo vissuto.

Una mia amica la settimana scorsa era a Milano per lavoro ed è venuta a dormire da me.

È arrivata dopo l’ufficio e dopo il treno, siamo andate a fare un aperitivo, che poi è diventato una cena, che poi è diventata un amaro del capo a casa mia, e ci siamo aggiornate un po’ sulle rispettive vite. Da un lato io, con il mio intramontabile talento per infilarmi in situazioni para-sentimentali categoricamente ingestibili. Dall’altro lei che, dopo qualche anno di singletudine, sta vivendo i primi mesi di una relazione apparentemente sana con un nuovo ragazzo, o dovremmo dire uomo, conosciuto per lavoro (questo lo sottolineo, non l’ha trovato su una dating app, non era un Tinder match, era proprio un old but gold “piacere Pino” – “piacere Pina”).

Ora, la mia amica c’ha un passato sentimentale simile al mio, che è tipo la Striscia di Gaza dell’amore. È una che le sue belle badilate di merda le ha viste scorrere sotto i ponti, una che ha amato e che è stata amata, che ha odiato e che è stata odiata. Che si è lanciata senza paura nella selva oscura delle relazioni sbagliate. Che si è consumata l’anima in nome dell’uomo che voleva accanto. Che ne ha saggiato i pregi e le mediocrità. Che ha perlustrato i propri limiti. Che ha investito più soldi in analisi che in scarpe. Che ha confuso a volte l’amore con il dolore, con il possesso, con la legittimazione, con la misura del suo valore come donna. Una che ha amato nel modo in cui, secondo una certa tradizione e una certa retorica dell’amore, bisognerebbe amare: senza riserve. Una che si è fatta male e che s’è impegnata a guarire, per intenderci. Anche se le cicatrici, diciamoci la verità, noi sappiamo benissimo d’averle.

Sapete no, che le amiche, quelle vere, si dividono in due macro-categorie: quelle uguali e quelle diverse. Quelle uguali sono quelle a noi inclini per indole, vissuto, esperienze, quotidianità. Quelle diverse sono quelle dotate di tutte quelle meravigliose virtù di cui noi siamo sprovviste, tipo la calma, la lucidità sistematica, l’equilibrio, una relazione sana e pluriennale. Poi, ovviamente, non è che le seconde siano Mohatma Gandhi nel mondo dello zucchero filato, né che le prime siano Charles Manson in premestruo. Siamo tutte un po’ tutto, ovviamente, però abbiamo dei tratti predominanti nelle nostre personalità, definiti dal nostro carattere ma anche dalle diverse esperienze che viviamo (e che scegliamo). Ecco. E, tutte noi, a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno, consultiamo a volte le une (quando vogliamo sentirci legittimate a fare una minchiata, o rassicurate dopo che l’abbiamo fatta, o comprese e non giudicate; e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la nostra stessa condizione, che sia di single o di neo-mamma, ma insomma qualcuna che parli esattamente la nostra lingua e che capisca senza troppi sottotitoli la condizione in cui viviamo); e in altri casi consultiamo le altre (quando abbiamo bisogno di qualcuna che riporti un po’ di razionalità nei nostri deliri e nei nostri squilibri emotivi, e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la situazione esistenzialmente opposta: per intenderci l’amica sposata che ti consiglia di essere paziente, o l’amica single che – mentre implodi sotto il peso della vita familiare – ti ricorda che hai ancora una tua individualità da presidiare, che puoi farlo e che il diritto a te stessa o lo rivendichi tu o non lo rivendica nessuno per te).

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Entrambe queste tipologie di amiche sono, naturalmente, fondamentali. Perché le amiche, cioè persone intelligenti che possano da un lato offrirsi empatia, dall’altro spronarsi a migliorarsi, dall’altro comprendersi, ma anche criticarsi in maniera costruttiva, ci servono. Io e Pina siamo del genere “amiche uguali” (e “Pina”, qualora fosse necessario specificarlo, è un nome di fantasia).

E così, tra un pollo fritto con verdure saltate (lei) e un pollo in salsa gong bao con riso bianco (io, sto ancora digerendo), siamo finite a parlare di cosa NON va bene di Pino (è una peculiarità squisitamente femminile, quella di maledire il fato perché non trovi un uomo normale e poi, quando l’hai trovato, iniziare a lamentarti della sua normalità). Ma roba che possiamo proprio sfiorare il paradosso. Lamentarci che è troppo presente dopo Ere Emotive in cui abbiamo sofferto la latitanza dei cazzetti che frequentavamo. Lamentarci che vuole ciulare la sera troppo tardi quando siamo stanche, o la mattina presto quando vogliamo dormire, dopo Ere Sessuali di astinenza prolungata e di partner che non ci hanno fatte sentire in pace con il nostro corpo. Lamentarci delle sue insicurezze, del suo essere troppo poco maledetto, dopo esserci giurate che i maledetti anche basta. Insomma, lo spettro delle lamentele possibili che possiamo esprimere, quale che sia la nostra condizione sentimentale, è essenzialmente infinito.

A ciò s’aggiunge che, come dicevamo all’inizio, una i confronti finisce col farli. Anche inconsciamente. Una finisce col pensare che l’amore sia quella roba lì, quello che ha già vissuto con un altro, come se di amore ce ne fosse uno soltanto. E che finché non trova qualcosa che riesca a risvegliare quel tipo di coinvolgimento, quei morsi nel ventre, quell’apparente completezza, quella presunta compatibilità totale (tanto più perché mitizzata dalla memoria), non sia vero amore. Non sia un sentimento di Serie A, per intenderci. Io questo lo so molto bene perché l’ho già vissuto in una delle mie precedenti vite sentimentali, prima ancora che nascesse questo blog. Così faccio notare a Pina alcune cose, facendole un ragionamento che spesso ho fatto a me stessa, quando sono caduta nella trappola subdola del confronto sentimentale.

Le faccio notare che quell’amore che ha già vissuto, quel sentimento lì, con quel tipo di intensità, non lo vivrà più. Per il fatto semplice che le persone sono diverse e che lei stessa è cambiata, è cresciuta. Grazie al cielo aggiungerei, perché oggi è più bella, più interessante e più donna di ieri. Le faccio notare che ogni volta che le manca il bollore di budella, lo struggimento da drama queen, dovrebbe fare retromarcia, immediatamente, e tornare alla realtà. Le faccio notare che sì, in quella storia lì, l’Innominabile, ci sono stati momenti bellissimi, è vero. Ma anche una quantità imponderabile di momenti di merda. E, a volerli pesare, forse la merda è superiore alle rose. Che quelle certe storie che restano così, sospese nel passato, nella mitologia del “ci amavamo tanto ma non è andata bene, perché nella vita a volte succede così“, sono certamente storie che hanno una loro dignità, o che in qualche modo l’hanno avuta, anche quando ci sono sembrate degradate e degradanti. E che questa cosa la sai solo quando le hai vissute, quando ci sei stata dentro, quando sei andata oltre i facili giudizi e le etichette, quando hai toccato con la pelle, con gli occhi, con la saliva, l’amore che davi e che ricevevi. Quando nel tempo rielabori, comprendi gli errori che tutti hanno fatto, inclusa tu. Quando impari a far pace con quel pezzo del tuo passato. Tutto vero. Quella roba lì era amore. Lo sa lei, lo so pure io, e la capisco.

Eppure, le dico, è ironico. Perché quando è capitato a me di essere reduce dal mio personale Vietnam sentimentale, a un certo punto mi sono chiesta cosa sapessi, io, dell’amore.

Da un lato tutto, mi sono risposta.

Perché sapevo perfettamente che certi apici non li avrei provati mai più. Ne avrei provati altri, diversi, ma non quelli. E lo sapevo. Ne ero certa. A volte il pensiero mi sconfortava. A volte pensavo che, per lo meno, potevo dire di averli esperiti, almeno una volta nella vita. Conoscevo e ricordavo dettagliatamente, anche mio malgrado, la profondità e l’intensità di quelle emozioni, che stavano lì, radicate nelle viscere, tra gli organi interni. Non riuscivo a cancellare tutto il bene e tutto il male, che quella potenza vitale mi aveva dato. Non riuscivo a dimenticare l’energia della felicità, né l’impeto della disperazione, né il rumore sordo e torbido della sconfitta. Perché smarrire il confine tra sé e l’altro, fondersi e diventare un corpo solo e un pensiero solo, sprofondare insieme in un’allucinazione passionale, è sublime. Ma infettarsi le miserie reciproche, è pericoloso. E di questo gioco, se vogliamo chiamarlo amore, io so tutto. Quindi, forse, dell’amore tutto so.

D’altra parte, le ho detto, io dell’amore non so nulla.

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Un uomo che si svegli accanto a te tutte le mattine, con cui dividere spazi e tempi, con cui crescere e costruire, io non lo conosco. Quella forza che ti fa mettere in discussione il tuo mondo, per aprirlo a quello di un altro essere umano, e includerlo, inciampando nella routine quotidiana, negoziando l’evoluzione del rapporto day by day, lavorando insieme per farlo funzionare, oltrepassando gli ostacoli, incastrando le psicosi rispettive, essendoci per lui e sapendo che lui c’è per te; ecco io questa roba qui la ignoro per lo più. E questa specie di normalità, delle mutande mie che si mischiano con le mutande sue in lavatrice, della serie tv da guardare insieme sul divano la sera dopo il lavoro, del maledetto asse del cesso alzato o abbassato, questa roba che ho sempre snobbato, questo piccolo ed eroico standard amoroso “da popolino”, per me è un mistero. Una prova che non ho affrontato mai e che non è scontato superare. E, forse, le ho detto, l’amore è anche questa cosa qua. Non migliore, non peggiore, non più vero, non più noioso. Semplicemente un amore altro. Non il patetico uomo interrotto che sta rielaborando nella sua fantasia vaginale, ma questo normalissimo ragazzo della sua età che, con tutti i suoi limiti e le sue insicurezze, con tutte le sue qualità e il suo bagaglio di vita, ha il coraggio di starle accanto.

Di affrontare i suoi malumori. Di decidere insieme cosa fare nel weekend. Di desiderarla quando è in tiro, e pure quando è struccata al mattino. Di mangiare il cibo dalla sua dispensa e di comprarle i biscotti per la colazione. Di lasciare un paio di magliette a casa sua, senza scompensarsi che lei voglia una relazione seria. Di risponderle sempre quando lei gli invia un messaggio. Di farla ridere. Di condividere i suoi interessi. Di farle capire senza esitazioni quanto lei gli piaccia. Di parlarle delle sue paure. Di farle domande e ascoltarne le risposte. Di accettare i suoi giudizi (anche se diciamo sempre che non giudichiamo perché giudicare è male, ma comunque giudichiamo sempre), e di confutarli, quando necessario, con intelligenza.

Forse l’amore è, prima di ogni altra cosa, farsi bene. L’uno all’altra. L’altra all’uno. Che, se ci pensa, se ci pensiamo, cos’è che possiamo volere in primis da un compagno, se non  che accetti le nostre ferite, se non che apprezzi le nostre doti. Se non che ci faccia del bene. Se non che sia in grado di accogliere il bene che possiamo, riusciamo e vogliamo fare noi a lui.

Forse l’amore è chi ha il coraggio di esserci.

Non chi si rammarica di non esserci stato.

Io non so se alla fine della fiera il pippone le sia servito. Ma mi è parsa più serena. E, al momento, continuano a “frequentarsi”.