La Fine della Singletudine

Una delle cose più singolari che ti capitano quando ti ritrovi a vivere una diciamo-relazione, dopo lustri che eri ufficialmente single, sono le reazioni di chi hai intorno. Sia chiaro, i problemi veri sono altri. Voglio dire: ci sta che una mentre è presa a combattere con il doppio spazzolino, il doppio shampoo, il doppio balsamo, il doppio phon, perché non è che ogni sera posso fare un trasloco e uscire col trolley, per non parlare del bioritmo alterato e tutti gli altri cazzi, ecco ci sta che una non stia lì a pensare a come reagiranno gli altri a questo cambiamento strutturale della sua identità single. Finché le cose non succedono e tocca fare i conti con la cosiddetta “Fine della Singletudine” (che, questo amo ricordarlo, non è mai una situazione definitiva, essere single ed essere coppia sono semplicemente due condizioni transitorie che capita di esperire nella liquidità delle relazioni contemporanee, fine). Ad ogni modo possiamo stilare un agile compendio delle reazioni a cui capita di andare incontro:

1. I Parenti 

Palesemente terrorizzati all’idea che tu morissi da sola divorata dagli acari, i tuoi parenti sono semplicemente felici; sono proprio inequivocabilmente felici; ti vedono felice, quindi sono felici, quindi tu vedi loro essere felici e pensi che sia giusta la cosa che stai facendo, e si crea questo circolo virtuoso nel quale dopo 10 minuti simpatizzano già per lui – l’eroico e prode maschio che si sta sobbarcando il rischio di avere a che fare con te, indomabile e recalcitrante femmina ribelle, e dispensano a te pillole di saggezza sull’essere brava, tenertelo buono, che sembra un bravo ragazzo e altre considerazioni del genere. Se lui è sveglio può comprarsi il favore dei familiari davvero con poco: piccoli accorgimenti come la buona educazione, l’igiene, fare domande, sorridere e soprattutto MANGIARE tanto.

2. Le amiche accoppiate

Ti guardano con tenerezza e sorpresa, come se fossi un furetto che ha preso la patente, per capirci. O, più semplicemente, come se finalmente anche tu fossi arrivata nell’età adulta che, per essere sancita, evidentemente abbisogna della presenza di un pene al tuo fianco. Welcome darling, adesso anche tu puoi unirti al club del rotolo-della-carta-igienica, partecipare alle dissertazioni sull’asse del cesso, oppure dare il tuo contributo in quelle gag da coppie COSìDIVERTENTI nelle quali si raccontano aneddoti buffi dell’uno e dell’altro. Insomma, avete capito, quel sandraeraimondismo pluricollaudato che ti garantisce di sembrare una “bella coppia simpatica e affiatata”. Naturalmente sei già molto in ritardo, cioè presentare un uomo mentre le altre sono sposate e gravide, lo capisci, è come laurearsi fuori-corso. Brava eh, meglio tardi che mai, ma sai abbiamo un baby-shower da organizzare adesso.

3. Gli amici accoppiati 

Sanno che siete agli inizi e che scopate tantissimo, patiscono pensando che loro sono ormai irregimentati nel sesso-al-weekend-se-non-ci-sono-impegni-più-urgenti, vi invidiano bonariamente e sperano vi passi in fretta quell’appagamento insopportabile che trasudate, quella sfacciata complicità che la felicità vi dona. Quella luce fastidiosa, di chi s’illude che resterà sempre così.

4. Gli amici storici

Si preoccupano dell’andamento della relazione e dei suoi tempi (che se sono troppo rapidi poi tu ti secchi, che pure con la palestra fai lo stesso, o ci vai sempre o non ci vai mai, e pure col cibo, che sei disordinata nell’anima, noi ti conosciamo, poi ti senti oppressa ed è finita), sono speranzosi, a volte un po’ gelosi (“Ma quindi ora sei in modalità boyfriend only?“, oppure “Adesso non mi farai più le coccole“, “Sei viva?“, “Sei morta?“, “Sei sparita?“). Perché questo un po’ va detto: il tempo si riduce, le abitudini un poco cambiano. Quindi laddove prima eri più o meno sempre reperibile, all’inizio di una storia entri in una specie di modalità aereo. Ti dedichi alla persona nuova con la quale stai condividendo la vita, lo spazio, il tempo, salvo novità eclatanti che richiedano la tua attenzione tempestiva. E di questo, sorprendentemente, la gente si accorge.

5. Le amiche single

Sono le più delicate, in questa fase; esse ti guardano con incredulità e un pelo di diffidenza. Tutto si riassume in una sola domanda: “Com’è possibile? Com’è successo? Allora esistono degli uomini normali?”. Ecco, le amiche single per me sono le più delicate perché le domande che mi pongono loro sono le stesse che mi pongo io. Le cose che loro non si spiegano, sono le stesse che non mi spiego io. E la verità è che – per il momento – risposte definitive non ne ho. Quello che posso dire, quello che ho detto ieri a una di loro che mi ha scritto, è che con questa persona sto semplicemente bene. E non saprei spiegare in che modo ci siamo trovati, e com’è possibile che io l’abbia accolto, e non saprei dire se semplicemente erano maturi i tempi, o se sarà l’ennesimo fuoco di paglia, un ulteriore buco nell’acqua trivellata dai fallimenti amorosi della mia vita; e che semmai mi spaventa la banalità di questo stare bene, che non è perfetto ma è reale; e che mi ero anche persuasa di non meritarmela neppure questa felicità, che fosse impossibile per me, che non avrei neppure saputo immaginarmelo un compagno, non ero neppure più capace di dire che requisiti dovesse avere, sapete quando facciamo quelle liste di come ci piacerebbe fosse il nostro uomo ideale? Ecco io non ero più capace di fare neppure quella cosa lì. Io non sapevo neppure più immaginarlo ma, se di immaginarlo fossi stata capace, forse l’avrei immaginato così com’è. E questa cosa non avrei potuto saperla, se non ci fossi inciampata. Se non gli avessi dato la possibilità di conoscermi e farsi conoscere. Se non avessi ammesso l’eccezionale ipotesi che le cose possano succedere, all’improvviso (…che poi improvviso un cazzo, che qua s’aspettava da lustri un po’ di aria buona). Ecco, alle amiche single, alle commilitone, alle compagne di lotta, alle braccia che c’hanno consolate, alle orecchie che c’hanno ascoltate, agli occhi che hanno letto tonnellate di messaggi di uomini improbabili, a quelle che hanno spartito con noi speranze e inquietudini, possiamo dare questo: la testimonianza. A volte le cose succedono e lasciarle succedere è bellissimo.

Incasinato, ma bellissimo.

Le 5 Resistenze da Single

“Come si fa?”, mi ha chiesto un’amica che da un paio di mesi è alle prese – pure lei – con una specie di relazione propriamente detta. “Come si supera la paura di essere invasi, di perdere i propri tempi e i propri spazi, la propria vita da single che tutto sommato va pure bene? La paura di essere di nuovo fregati, di ritrovarsi di nuovo a pezzi? Come si fa a proteggersi senza chiudersi a riccio, precludendosi la possibilità di stare di nuovo bene in due?”. “Tu ce l’hai fatta”, mi ha detto. “Magari hai qualche dritta da darmi”, ha concluso. Io ce l’ho fatta. A fare cosa, le ho chiesto? A non farmi più seghe mentali? A non avere più paura? A non inciampare un giorno sì e l’altro pure nella difficoltà che rappresenta includere una persona, invece che escluderla? No, non ce l’ho fatta. Ci sto provando, che è molto, molto diverso.

Come si fa a non concentrarsi sui difetti invece che sui pregi, per procurarsi la scusa necessaria a restare nella propria comfort-zone (salvo che poi,  a volte, ci sta pure una bella dose di discomfort in quella zona, però almeno è un discomfort che ci è familiare, che abbiamo più o meno imparato a gestire e quindi ci pare comunque più tollerabile)? Come si fa, eh, eh? Perché uno la fa facile. Uno pensa che il problema, la parte difficile, sia trovarlo un esemplare di pene sapiens decente (o perlomeno con un indice di casumanità abbastanza ragionevole da renderlo papabile). E beh sì, è difficile eccome. Ma non è la parte più difficile, perché poi, quando lo trovi, ammesso e non concesso che non sia la solita truffa, ebbene lì inizia la vera partita. E, fatevelo dire, la disciplina è faticosa. Lo ribadisco: FATICOSA! Ed è così faticosa perché qualunque single di vecchia data non può non inciampare nelle 5 Resistenze da Single.

1. DIVENIRE & ESSERE –> guardiamo in faccia la realtà: non siamo più ragazzine e, salvo frequentare un minorenne, è possibile che anche il nostro Campione non lo sia. Questo, se da un lato è un bene perché ci dota di quella fantomatica esperienza che dovrebbe tutelarci da un ampio spettro di fregature, vuol dire pure che abbiamo tutti la nostra storia, il nostro bagaglio di relazioni, la nostra cronologia di fallimenti, un ampio inventario di errori già commessi, di malintesi e ferite che ci portiamo necessariamente appresso. Non solo: abbiamo anche i nostri impegni, le nostre ambizioni, le idee, i traguardi, i mutui, i contratti. Da adulti dobbiamo conoscerci in un senso diverso. A differenza di quando avevamo 20 anni (che tutto sommato ci accoppiavamo con più flessibilità e ci univamo senza troppa fatica) la proporzione tra il divenire e l’essere è invertita. Per carità, eravamo anche allora, e diventiamo anche adesso, ma siamo persone costituite molto più di quanto lo fossimo prima. I nostri ego sono edificati (non sempre a norma, infatti a volte crollano) e le persone che siamo, spesso lo siamo diventate da sole. Con il prezioso contributo di terzi (e quarti, e quinti, e sesti), ma il perimetro della nostra identità non è stato dettato da un partner, non si è definito in contiguità a quello di un’altra persona a cui ci legava una relazione sentimentale apparentemente “definitiva”. Insomma, siamo ciò che siamo, coi nostri pregi, le nostre storture e i nostri irrisolti. Comprenderci e renderci intelligibili a un altro essere umano è impresa tutt’altro che banale.

2. LA LOGISTICA –> Al netto dell’enorme dispiego di forze emotive, empatiche e psicologiche (che assorbiranno ore di vita in dialoghi sfiancanti, infarciti di riflessioni intro ed esterospettive), c’è proprio che bisogna avere la capacità e la voglia di adattarsi. Se sei abituata ai tuoi famosi “spazi“, non ti viene facile cederli. Se sei abituata ad avere il tuo TEMPO per te, a disporne al 100%, è evidente che anche una riduzione del 30% sarà rilevante nell’economia della tua vita. Per dirla facile: quelle ore passate a snocciolare intere stagioni di serie tv, a leggere libri speditamente, a condurre interminabili sessioni di whatsapping con le tue amiche alla sera, a farti la manicure e la pedicure serenamente, ebbene tutte queste attività – soprattutto all’inizio – sembrano svanire dalla tua quotidianità. E sarà destabilizzante. E varrà per il tuo equilibrio circadiano/alimentare/intestinale/sociale e in alcuni casi persino professionale (perché voglio vederti al meeting delle 9 dopo che hai fatto le 3 di notte a fare all’ammore di mercoledì sera travolta dall’impeto della prima passione). Il risultato sarà che avrai arretrati di tutto (email e mutande da lavare), ti parrà ci sia più caos di prima, ti sentirai in una specie di ipotiroidismo esistenziale costante. Però ci sarà anche altro di mezzo, quindi tendenzialmente procederai.

3. LA NEGOZIAZIONE –> un altro dato di fatto, quando sei una donna adulta single, è che nelle tue precedenti relazioni non hai trovato la formula giusta, l’alchimia necessaria alla sopravvivenza del rapporto. Quasi tutte, infatti, abbiamo vissuto parentesi oscure nelle quali siamo state donne-zerbino e altre in cui siamo state donne-tiranne. E la soluzione del rebus – questo è un dato – non l’abbiamo mica trovata. Sedendoci al tavolino di una nuova relazione, dunque, dovremo capire quanto di noi siamo disposte a cedere e quanto a trattenere. Quali parti della nostra individualità dobbiamo assolutamente presidiare nonostante l’insinuazione del Maschio e cosa, invece, possiamo rielaborare insieme. Ora, detta così pare una faccenda complicatissima, e in parte lo è, ma non vorrei scoraggiarvi. Di fatto, oltre alla razionalità, ci guida anche l’istinto. Ed è vero pure che a forza di fare pratica, si impara. E che, altra cosa importante, questo negoziato non è unilaterale. Se il Candidato ha le carte in regola, possiamo aprire la trattativa con lui e usare tutti gli strumenti in possesso di entrambi per condurla a buon fine.

4. IL RISCHIO –> Sì, iniziare una nuova relazione è rischioso, certamente lo è. D’altra parte la cosa più rischiosa che possiamo fare con la vita è viverla. E vivendola, ci esponiamo al pericolo di danneggiarci e danneggiare, di collezionare nuove delusioni e di procurarne, di perdere quell’ultimo barlume di fiducia nel genere umano che – a torto o a ragione – continuiamo a nutrire. Lo sappiamo bene perché le contusioni ce le portiamo addosso. E qualcuno si porta addosso quelle che gli abbiamo elargito noi. Potremmo dire che a un certo punto si tratta di “scegliere” se rischiare o meno, ma la verità è che nei casi migliori non si sceglie nemmeno. Nei casi migliori si asseconda la vita e basta, cercando di non auto-boicottarsi troppo, con la consapevolezza della fallibilità che ci distingue ma con la speranza che si possa incontrare un buon compagno con cui fare squadra almeno per un po’. Abbiamo la sfortuna, ma secondo me è un privilegio, di non credere più alle favole, di aver debellato le tracce disneyane dalla nostra identità, di aver assistito alla fine dell’eternità. Abbiamo, in altri termini, gli strumenti per valutare, e per capire, l’altro e noi stesse (perché poi oh, magari ci sta che la dimensione di “coppia” proprio non ci calzi, tipo i jeans skinny, bisogna averci la conformazione fisica per starci dentro, altrimenti ti ci senti ineluttabilmente a disagio).

5. IL MAGO OTELMA –> proprio perché ormai sappiamo come gira il mondo, poiché abbiamo visto fiumi e affluenti di merda scorrere sui letti della nostra vita, quando ci fermiamo a pensare con lucidità al fatto che stiamo mettendo la nostra felicità (perlomeno una porzione di essa) nelle mani di un altro essere umano (peggio mi sento, un uomo), sotto l’egida della relazione eterosessuale monogama ed esclusiva, è chiaro che un brivido di terrore non possa che percorrerci la spina dorsale. Buona parte della mia vita sentimentale, per esempio, si è fondata su schemi ricorsivi, dinamiche pluri-collaudate da tutte le disfatte amorose che mi hanno vista partecipe e interprete (in ruolo offensivo o difensivo, non è rilevante). Insomma, sono l’indovina della tragedia, precorro le malefatte, le intuisco, le realizzo, le subisco. Ho il potere divinatorio di individuare subito il marcio e concentrarmici. Se ho sbagliato in passato, sbaglierò di nuovo. Se hanno sbagliato con me in passato, continueranno a sbagliare. Ora, questo in parte è plausibile, ma solo in parte. Non è mica detto che ciò che è accaduto debba ripetersi. Non è mica detto che le persone siano tutte uguali, che sottoposte alle stesse sollecitazioni rispondano in maniera identica. Non è detto che noi stesse non siamo cresciute, anzi. E non è detto neppure che questa relazione sia comprata al grande magazzino dell’amor pubblico e non piuttosto cucita su misura sulle due persone che la pongono in essere, una storia unbranded, fuori dalle etichette dell’amor borghese.

Insomma, le domande che mi ha posto la mia amica non mi sono parse banali, né puerili. Esse hanno, anzi, messo in luce una serie di meccanismi di auto-difesa che io stessa distinguo in me stessa. E non so se alla fine sia riuscita a risponderle come avrebbe voluto, perché non conosco soluzioni infallibili, formule vincenti, brevetti segreti. So solo che ci provo. Con trasparenza, con fiducia, con onestà. Dicendo ciò che penso, senza l’idea di dover dimostrare qualcosa, di dover aderire a un’immagine formale, di dover riempire la casella vuota nella vita di un altro. Dicendo ciò che penso, anche delle mie difficoltà e dei miei limiti, con la franchezza che userei con un amico, un pari, un socio, un adulto, un compagno. E per il momento va bene così.

 

 

Quando Meno Te l’Aspetti

Mettiamo subito le cose in chiaro: mai, mai, mai nella vita, mai neppure se mi mettessero gli elettrodi sotto le piante dei piedi, se mi torturassero come i narcotrafficanti sudamericani, se mi legassero a una seggiola e mi spalancassero gli occhi come ad Alex di Arancia Meccanica obbligandomi a un binge watching estremo di Temptation Island, neppure se mi imponessero di ascoltare per intero l’album di Fedez e J-Ax, ecco neppure in quel caso direi una di quelle frasi odiose, insopportabili, che ti fanno venire il Cristo Immediato, tipo: “L’amore arriva quando meno te l’aspetti”.

La ragione, assai semplice, è che chi l’amore non ce l’ha, se l’aspetta (e se non se l’aspetta, c’è comunque un fittissimo tessuto sociale che s’aspetta che se lo procuri). D’altra parte è facile non pensarci se l’hai trovato già (come dire che “i soldi non sono un problema”, per chi ce li ha). Ma, soprattutto, in che modo dovrebbe essere incoraggiante o consolatorio pensare che chi se ne sbatte altamente la uallera lo trova, mentre noialtri no? Insomma, mai mi sentirete proferire una frase del genere. Tuttavia, per onestà, devo ammettere che io non ci stavo pensando affatto.

Non che mi fossi dimenticata della mia cronica singletudine, che a un certo punto per me è diventata come un tatuaggio, un piercing, una cicatrice che non t’accorgi neppure più d’avere se qualcuno non la indica o non ti chiede cosa significhi, o come te la sia procurata. Semplicemente ero molto presa da altro. Era la settimana di uscita del romanzo, figurarsi se stavo a pensare al maschio-che-non-ho; m’aspettava un discreto rendez-vous di lancio: presentazioni, interviste, trasferte, photo-shoot. E ne ero ben lieta, sia chiaro, poiché nella mia vita scrivere è stata sempre l’urgenza più forte, forse l’unica, vera. Insomma, era la settimana in cui si realizzava un sogno di lunga data, a suo modo più importante di un partner, di un progetto familiare, di una discendenza al Trono di Pulpo. Pensavo semplicemente ad altro, quando ho incontrato una persona.

“Chi è? Com’è? Quanti anni ha? Cosa fa? A chi appartiene? Sta sposato?” sono solo alcune delle domande che le mie amiche mi hanno posto, tutte mediamente sconvolte dal fatto che io abbia accolto questo esemplare di maschio nella mia vita, senza neppure convocare un summit, inviare 1 terabyte di screenshot, avvalermi di consulenze psichiatriche, imbastire analisi semiologiche dei suoi post sui social. Insomma, le capisco pure: quando sei single da una vita, quando sei LA SINGLE del gruppo, quando la gente ha ampiamente perso le speranze (per quanto ufficialmente ti dica ancora “arriverà”), tu che fai?! Senza battere ciglio, zitta zitta, aumma aumma, incontri uno e le cose filano. Ma poi così. All’improvviso. Senza chiedere il permesso. Insomma, ne converrete: è un atteggiamento bizzarro.

Naturalmente io stessa vivo momenti di profonda crisi mistica. Cos’è sta roba qua? Che significa? Che vuole questo da me? Come si permette? Ma poi come lo devo chiamare? Boyfriend? Non ho mica 14 anni. Fidanzato? No, per l’amorediddio. Compagno? Madonna l’ansia. Ragazzo? Amico? Accompagnatore? Frequentante? Persona? Homo Sapiens? Più uno? Mr. Pig? Come dovrei definirlo, etichettarlo, questo tizio che, senza tema di trauma emotivo, ha deciso di usurparmi il sonno, di compromettermi il già precario equilibrio intestinale, di riempire i vuoti che c’erano, di indurmi a illuminare gli angoli bui di me stessa? Come dovrei chiamarla, questa roba che mi spinge fuori dalla tana, che mi obbliga a indagare i miei limiti, tutti quei difetti che comodamente ignoravo da anni, decidendo che un dialogo umano, personale, intimo davvero, non lo avrei avuto più? E poi, quanto durerà? Quando mi stancherò? Quando inizieremo a trovare insopportabili tutti quei dettagli dell’altro che in prima istanza ci avevano attratti? Quando inizieremo a starci sul cazzo, a litigare, a urlare, a piangere? Quando ci annoieremo? Tra quanto avremo voglia di altro? Quand’è che rovineremo tutto? Riuscirò a non sentirmi oppressa? Riuscirò a sopravvivere a questa cosa, questa disciplina amorosa nella quale non sono stata brava mai? Cambiamo? Sono cresciuta? Ma non si dice, in fondo, che chi nasce tondo non muore quadrato? E tutti quegli schemi ricorsivi? Quei pattern emotivi? La coazione a ripetere? La negoziazione degli ego? E tutta quell’architettura di alibi, e tutte quelle agili categorizzazioni dei tipi umani e dei sentimenti, cosa me ne faccio adesso? Ce la posso fare a sopravvivere a un altro fallimento? Sono davvero disposta a espormi al rischio di dover ricomporre di nuovo i cocci? È forse vero che crescendo diventiamo più forti o siamo, invece, solo più stanchi? Solo più fragili? Perché è così “giusto”? Dov’è la fregatura, il bug, la sòla? E ammesso e non concesso che non ci sia nessuna truffa aggravata dietro, resta il fatto che cambiare status è uno sbattimento immane. Perché uno pensa che valga soltanto per quelli che sono accoppiati e poi si ritrovano catapultati – per volontà loro o loro malgrado – sul mercato dei single. E invece no! E invece non è così! È uno stress pure all’incontrario! Perché uno la sua singletudine l’arreda, la ristruttura, colora le pareti, riempie i mobili, appende i quadri ai muri. Uno la propria singletudine, a volte, diciamolo, la sceglie pure. Non è che sia sempre una iattura. Non è che sia sempre un fardello di cui liberarsi. Uno alla fine nella sua singletudine ci si identifica persino. Specialmente io che da anni ne scrivo, della mia singletudine. E mò di che cazzo parlo?

Per non entrare poi nel merito dell’amore in sé. Voglio dire: ci sono cose che uno sa fare e certe altre che uno NON sa fare. Tipo quelli che sono portati per le lingue o per la matematica. Io per esempio so scrivere i bigliettini di auguri ma non so cucinare. So organizzare eventi fighi ma non so contare. E tra le cose che non sono buona a fare, c’è amare.

Amare è una roba che non mi riesce bene mai. Non riesce bene quasi a nessuno, a dire la verità, ma la gente non se ne accorge, mentre io lo vedo con chiarezza che in amore sono una merda. In amore peso e soppeso, offro ma pretendo in cambio, e quando mi sento in credito sono peggiore di Equitalia. Quando sono amorevole spesso lo faccio solo per sentirmi dire “brava”. Per narcisismo. Per auto-compiacimento. Per conquistare potere. Uso le persone. Le manipolo. Le danneggio persino. E sono talmente sega che danneggio pure me stessa. Io di amare forse non sono neppure capace. Io dall’amore dovrei ritirarmi, consegnare in bianco, andare via.

“…e invece a volte il cuore ci fa dei regali”, m’hanno detto. Che sono serena, m’hanno detto. Che mi brillano gli occhi. Che, straordinariamente, si vede che sono felice, persino io che felice non lo sono stata mai. E quindi, insomma, che devo fa?

Correre il rischio, temo. Godermela, finché dura. Non invocare disgrazie e complicazioni, che tanto arriveranno comunque.

Vivere, sostanzialmente.

<<e così soltanto, solo vivendo, solo non ritirandoci dalla partita, ballando anche nei momenti in cui la musica si spegne e ci imbarazza col suo silenzio, continuando a giocare e a perdere, a cadere e a rialzarci, a sporcarci e a ripulirci, così soltanto possiamo capire i perché e i per come di noi stessi, di chi amiamo e di chi odiamo.>>  

[allego un fotoreperto, pieno di rughe e di felicità]

Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

[SessuOhhhlogismi 11] – Il Ragnatelismo

Quando avevo meno di 30 anni e capitava che qualche amica più grande mi parlasse dei suoi lunghissimi periodi di astinenza (che, per intenderci, variavano dai 10 mesi ai 5 anni di inattività), la mia reazione era sempre di puro e semplice sconcerto. Sì, insomma, com’era possibile? Come si poteva ridursi a non praticare l’arte della fornicazione per un lasso di tempo così incredibilmente lungo? Cosa dovevano subire, i poveri colleghi di quelle mie amiche che non assumevano appropriate razioni di Penina, un integratore ormonale fondamentale, la terapia omeopatica migliore per conservare l’equilibrio psichico delle interessate (e di tutta l’umanità che con loro doveva quotidianamente relazionarsi)? Come potevano non molestare sessualmente il cassiere del supermercato, l’idraulico, il tassista simpatico che le riaccompagnava a casa?

Come spesso avviene, il tempo mi ha fornito le risposte che cercavo, quando i 30 li ho raggiunti e li ho superati e mi sono resa conto di un innegabile fenomeno: il rapporto con il sesso cambia, cambia davvero e non cambia soltanto perché prima ti piaceva d’un modo e ora ti piace d’un altro. Cambia perché cambi tu, come persona, come donna. Cambia il tuo rapporto con te stessa, la consapevolezza che hai di te. E poiché il sesso è un fatto intimo e delicatissimo, prezioso e vitale, molto più complesso di una sessione di fit boxe, ebbene per tutte queste ragioni è naturale che cambi il tuo rapporto con l’appassionata pratica dell’accoppiamento umano Ne ho parlato con diverse amiche e così ho deciso che in questa undicesima puntata di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile in cui affrontiamo temi scabrosi con la collaborazione di Ohhh – parleremo esattamente di questo: il Ragnatelismo, ovvero perché donne piacenti e in età fertile a un certo punto della vita prediligono l’astinenza (e il fenomeno, badate, ha un contraltare maschile, in tutti quelli che preferiscono una sessione di 2 minuti e 36 secondi su YouPorn – o sito equivalente – alla fatica di sostenere un appuntamento di 3 ore con un esemplare di donna in carne e ossa).

Una cosa da specificare subito è che la Ragnatelista non ha un principio di Frigidità (tema che affronteremo nei prossimi mesi), non ha perso l’interesse nel Sacro Augello, non si è improvvisamente disaffezionata a tutte le pratiche carnali e ai giochetti attinenti. Ne è, al contrario, un’accalorata estimatrice, ne patisce la mancanza, avverte la nostalgia spiccata del Gioioso Pisello, ma per una serie di ragioni si astiene dal fruirne. A riprova del fatto che la sua libido non versa in un coma irreversibile, sottoposta a flirt o a tentativi di seduzione non del tutto mediocri, ella risponde. Risponde il suo corpo, che viene attraversato da vibrazioni risapute, manifestando i sintomi tipici della voglia (leggi: lo scioglimento dei ghiacciai) e risponde pure la sua emotività, che per almeno un paio d’ore si fa giuliva e civettuola. Finché non interviene un qualsivoglia espediente a ricordarle che grazie-ma-no.

Ma entriamo nel merito e scopriamo i Precetti Fondamentali del Ragnatelismo:

1. Non accetterai più di giacere con i mariti delle altre, i fidanzati delle altre, i single innamorati ancora delle proprie ex, né con i tuoi ex che se sono ex generalmente un motivo c’è.

2. Non andrai a letto con i Cazzi Morti, convinti d’avercelo d’oro e d’avercelo solo loro; né con i fallocrati intenti ad ammorbarti per due ore parlando di sé, senza farti neppure per sbaglio una sola domanda, che sia una, su di te; né con i metrosexual che hanno meno peli di te e che potrebbero scappare via piangendo allorquando il tuo monte di Venere presentasse della ricrescita.

3. Non la darai più per pietàsimpatiagenerosità o circostanza; non la darai a quelli che ti infilano la lingua in bocca dopo un’ora che ti conoscono e che puntano a portarti a letto con due noccioline e un pinzimonio di crudité consumato al primo aperitivo; non a quelli che ti scrivono per vedervi alle 23 di mercoledì sera; e neppure a quelli convinti di essere uomini evoluti, femministi persino, e che poi danno della bottana e/o figa-di-legno a qualunque donna attraente passi sotto i loro occhi. Non a quelli che, in altri termini, palesemente non ti piacciono, non ti fanno ridere, non trovi interessanti, ai quali per anni hai pure concesso udienza perché non-si-sa-mai, perché per forza bisognava trovare qualcuno, perché tanto-non-la-ama-più, perché altrimenti cosa racconto alla prossima cena tra amiche? Perché non sarà mica possibile vivere senza chiavare come mandrilli perennemente?

4. Non dovrai, di conseguenza, più gestire tutto ciò che c’è a contorno di quelle scapestrate avventure: le doppie spunte, gli atteggiamenti deplorevoli, le bugie, la sete di conferme che inevitabilmente si innesca dopo che l’hai data a uno e conti i minuti prima che si faccia risentire dichiarando quanto staordinaria tu sia stata. Non è rilevante quanto importante lui sia per te (e spesso non lo è affatto), è pur sempre auspicabile che – chiunque egli sia – constati quanto divina tu sia e manifesti un principio di innamoramento nei confronti della tua persona, che se non lo fa, se non richiama (cioè se non scrive), se non arde dalla voglia di rivederti il prima possibile, se non sogna già il colore delle piastrelle del cesso della casa che condividerete, si sa, è ‘na tragedia. È pur vero, d’altra parte, che non dovrai gestire il fenomeno contrario: il tizio che s’accozza ma in verità non ti piace, in verità non vuoi rivederlo, non lo presenteresti mai ai tuoi amici, in verità era solo che dovevi fare la revisione alla passera e quindi sei andata con lui, ma anche basta.

5. D’altra parte non dovrai neppure dividere il letto con uno sconosciuto, che russerà togliendoti il sonno, che al mattino si sveglierà con la fiatella, che andrà al bagno e scoreggerà e tu lo sentirai, e proverai un filo di nausea, e odio perché non hai chiuso occhio, e ancora nausea, perché se una persona non ti piace abbastanza, se un uomo non ti piace davvero, come fai a non schifarti di tutta quella verità? È vero pure che non dovrai neppure spendere 30 euro di taxi per tornare a casa all’alba, che quello abita all’altro capo della città e figurati se ha una macchina, o se la prende per riaccompagnarti. Mica siamo ancora negli anni novanta in Terronia, purtroppo. Ed è vero anche che non aggiungerai soggetti improbabili all’inventario di uomini con i quali sei andata a letto e, quando ci ripensi, ti chiedi in effetti: PERCHÉ? Quali ti saresti potuta evitare. Quali si vanteranno davanti a una birra di essere andati a letto con te, quanto facilmente, quanto tu ci sia rimasta sotto (se ti hanno mollata loro), quanto tu sia troia (se li hai mollati tu).

Parrebbe, a questo punto, che il genere maschile nella sua quasi totalità sia tagliato fuori, ma il punto è in realtà molto più semplice di quanto non appaia. In sostanza, la Ragnatelista, cerca dell’altro. Ama il sesso al punto da non volerlo squalificare in queste più o meno raccapriccianti manifestazioni. Lo ama nel senso più alto del termine, come un atto di scambio, di dialogo, di comunicazione, di condivisione e d’ascolto. Lo ama come si ama il piacere di sentirsi respiraregodere e vivere, in libertà, con la confidenza necessaria, con quel patto tacito di fiducia che nell’atto sessuale c’è, nel momento in cui vedrai i miei più intimi pertugi, le mie imperfezioni, le facce che faccio, annuserai i miei odori, ascolterai i miei mugolii e i miei gridolini annaspando tra le mie carni, e io ascolterò i tuoi; avrai accesso al punto più profondo della mia intimità, rovisterai nella mia persona, non solo nelle mie lenzuola. E tutto questo, la Ragnatelista non ha più voglia di farlo con qualcuno che palesemente di lei se ne fotte sta gran sega, e viceversa. Tutto questo ha un valore e, in pieno Ragnatelismo, appare giusto offrirlo a qualcuno a cui si voglia almeno un po’ di bene. E che di bene ce ne voglia almeno un po’. Che non è, come potrebbe apparire, una deriva reazionaria e oscurantista, quanto piuttosto la consapevolezza che il sesso è questo che dovrebbe fare e dare: benessere, al corpo e all’anima, soddisfazione dei sensi e dello spirito, espressione di attrazione e rispetto. E invece, un sacco di volte, lo usiamo impropriamente, come strumento dei nostri irrisolti, viatico per l’accettazione, supplica d’attenzione e ricerca perpetua di rassicurazioni. Così ne ricaviamo paturnie, frustrazione, insicurezza. Nei casi migliori, solo un poco di tristezza post-coitum. E, capite, c’è qualcosa che non va bene, messa giù così.

Insomma, se il sesso – come spesso diciamo – è simile al cibo, il Ragnatelismo è la scelta di mangiare meno e mangiare molto meglio. Perché, quando cresci, la differenza tra McDonald e Cannavacciuolo la distingui. Eccome, se la distingui.

Noi ci vediamo alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi, quando la primavera avrà probabilmente sortito i suoi effetti e interrotto il Ragnatelismo. Fino ad allora, come di consueto, vi consiglio l’acquisto di un ottimo alleato, che no, chiariamolo, non rimpiazza la presenza di un UOMO, ma è un buon compagno da avere sempre nel cassetto! [Qualora voleste procurarvi questo utilissimo tool, usando il codice “Memorie” avrete il 15% di sconto!]

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
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