10 Critiche al Femminismo

[Questo post è talmente lungo che non sentirete la mia mancanza per un bel po’]

I più attenti avventori di questo blog, avranno certamente notato che nell’ultimo anno ho scritto una caterva di post a sfondo vagamente femminista. Un po’ è stata colpa del mio compagno, che è piombato nella mia vita privandomi della singletudine e di quel ventaglio di succulenti casi umani che erano grande fonte d’ispirazione per questo blog. Un po’ è stata colpa del tempo che passa, e del bisogno disperato che ho di vedere l’utilità in ciò che faccio. Cinque anni fa vedevo una enorme utilità nel denunciare che gli uomini italiani non sapevano leccarci la figa. Oggi vedo una grande utilità nel parlare di donne, di società, di diritti, di educazione, di consenso, oltre che di sesso&amore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento però, sono obbligata a fare una brutale automarchetta: ho pubblicato un ebook, è un libretto agile ed economico, che raccoglie alcune riflessioni su un tema di cui si è molto dibattuto (spesso molto male) negli ultimi mesi. Il titolo è “MOLESTIE PER L’ESTATE – Le 7 volte che non ricordavo“. Lo trovate solo su Amazon e, se non siete dotati di lettore kindle, don’t panic! Potete scaricare qui l’app gratuita e leggerlo sui vostri device.

Ora che ho adempiuto al mio dovere di Wanna Marchi, veniamo alle 10 più comuni critiche mosse al femminismo.  Lo faccio perché alcune commentatrici hanno sollevato alcune legittime perplessità, che comprendo e che ho sperimentato in prima persona. Non ho sempre pensato a me stessa come a una femminista radicale, anzi. Nel 2013 scrivevo che non ero femminista e che le femministe mi stavano sul culo, perché loro s’erano beccate le minigonne e il libero amore, e noi la ceretta brasiliana e le cripto-checche metropolitane. Nel 2013 mi davano della femminista e io ne prendevo le distanze, e non ero molto diversa da voi che oggi mi scrivete “…non me ne vogliano le femministe, ma…“, come se il femminismo fosse una cosa altra, rispetto a voi. Come se non vi riguardasse dalla punta dei piedi alle doppie-punte che avete nei capelli. Non me ne vogliano, le donzelle che si sentiranno chiamate in causa riconoscendosi come autrici di quelle obiezioni, se il mio tono dovesse suonare un po’ secco. Lo faccio per andare al punto, e sono grata a chiunque alimenti questa conversazione.

Tornando a noi: se pensate che questo argomento sia noioso, avete ragione. Andatevi a leggere il più recente aggiornamento sul matrimonio Fedez-Ferragni. Fatelo, è vostro diritto. Non ha senso continuare, se il tema vi annoia.

Se siete giunte a questo capoverso, invece, vuol dire che possiamo entrare nel vivo:

1. “Perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna? Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?”

Essere solidale con un’altra persona solo in quanto donna è una cosa possibile nel caso in cui si capisca chiaramente il significato di essere donna. Quale, in altri termini, sia la storia delle donne. E poi quale sia la storia del femminismo. Quando è nato? Come? Per quali ragioni? Quali sono state le sue conquiste? Quali i suoi fallimenti? Se ti stai chiedendo perché dovresti fare la fatica di acquisire queste informazioni, la risposta è che queste informazioni parlano di me, di te, di tua madre, di tua nonna e della figlia stai crescendo o di quella che un giorno forse crescerai, o di quella che sta crescendo le tua migliore amica e dalla quale ami farti chiamare “zia”. Ecco, studiare qualcosa sul femminismo serve più del centocinquantesimo giocattolo che le regali. A voler ampliare ancora di più la prospettiva, però, puoi anche pensare che sapere qualcosa sulla storia delle donne, e sulla storia del femminismo, possa aiutarci a capire meglio la nostra attuale condizione. A fornirci una panoramica globale della situa(zione).

2. “Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo”

Anche a me sembra riduttivo! Sono completamente d’accordo. Proprio per questo mi disturba essere discriminata in quanto donna. L’intento non è distinguere gli esseri umani sulla base del genere, ma esattamente il contrario. Ora, il discorso è complicato assai, ma a qualunque latitudine tu ti ponga, se osservi il MONDO, le donne non se la passano benissimo da nessuna parte. Pensa: noi siamo quelle messe meglio. Potrei diventare ulteriormente noiosa, citando dati e ricerche, per dimostrare che non è una suggestione, ma un fenomeno sociale trasversale e documentato (da fonti come l’Unesco).

3. “Una donna ha sempre ragione solo perché donna? Mi sembra assurdo!”

Non penso di aver detto questo. Non penso che nessuna persona sensata lo direbbe. Tuttavia, accade spesso una donna abbia torto, solo perché donna; che menta, solo perché è donna; che sia opportunista, solo perché è donna; che sia puttana, solo perché é donna; che debba guadagnare meno di un uomo, solo perché è donna. Mi sembra che la società ponga sempre in dubbio la sua integrità, e la sua moralità, solo perché è donna. Accade spesso che le donne vengano lapidate, metaforicamente e letteralmente. Accade che vengano violentate, mutilate, ammazzate, sfigurate, stuprate, sfruttate a qualunque livello di qualunque società. Non faccio esempi per ogni esempio, perché se no non ne usciamo più. Ma basta che ci pensiate un po’, e vi verranno in mente.

4. “Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”

Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità. Cioè ovunque. E chi ci deve andare? Le nostre madri? Le ragazzine? Chi deve andare a lavorare laddove esistono ancora le disparità, se non noi? Gli uomini? E perché gli uomini dovrebbero occuparsi di eliminare una disparità o, chiamandola con un altro nome, un loro vantaggio? Perché dovrebbero rinunciare a una fettina del loro potere, per darne a noi? Perché gli uomini non sono avidi, potresti rispondermi e in quel caso io ti guarderei, ti sorriderei come se tu mi dicessi che credi a Babbo Natale e ti ricorderei che in America è stato eletto Donald Trump e in Italia, Matteo Salvini, e se questo ti pare un clima nel quale qualcuno possa occuparsi delle donne, se non nel ruolo di madri, mogli e troie, hai veramente un serissimo problema di ottimismo 🙂 Quanto agli applausi alle donne manager e a tutta la mitologia su chi “ce l’ha fatta”, cosa posso dirti? Forse non ci sarebbero se la realtà occupazionale fosse diversa. Se i tassi dell’occupazione femminile fossero diversi. Se il potere si aprisse alle donne o se le donne se lo prendessero, nessuno applaudirebbe una donna manager. Nessuno avrebbe motivo di farlo, nessuno guarderebbe con sufficienza quella che invece rinuncia alla carriera; nessuna donna in carriera si sentirebbe superiore o farebbe di tutto per ostentare la sua posizione di potere davanti alle altre. Insomma, ognuno farebbe che cazzo vuole. Quando le donne dicono di essere più forti/intelligenti/brave, vogliono solo dire: “Siamo forti/intelligenti/brave anche noi!”. Vogliamo esserci, come voi, perché ne abbiamo le capacità e le facoltàFinché esisteranno cose come “le quote rosa“, esisteranno donne che si vanteranno di essere più brave degli uomini. Infine, sulla donna manager rampante: pensa a quante gliene direbbe dietro la società se, per esempio, per fare carriera non facesse un figlio. Chiunque di noi, in questa cultura edificata integralmente sull’uccello, paga il prezzo di essere donna. Lo paghiamo in modi diversi, ma lo paghiamo tutte. Quanto più lo capiremo, tanto meno lo pagheremo. Se non l’hai visto, guarda Battle of Sexes. È un film carino, ispirato a una storia vera, ambientato negli anni ’70. È in tema ed è ancora attuale.

5. “Il problema di molte donne è che sono troppo competitive: il gattamortaggio, la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare, in particolare in ambito lavorativo”

Le donne, come tutti gli esseri umani, hanno anche atteggiamenti sbagliati, non c’è dubbio. Io stessa li ho criticati (e auto-criticati) in più occasioni (e su temi anche molto diversi). Per esempio, io sono entrata spesso in competizione con le mie amiche. Perché? Perché sono competitiva, e chi si somiglia si piglia, ed eravamo competitive e sì, ci siamo scannate, a volte ferite, ma anche molto amate.  E allora? Buttiamo al cesso il genere femminile, perché tanto noi donne siamo tutte stronze? Capite, non si può. I rapporti femminili sono un terreno delicatissimo e non solo in ambito lavorativo, quando c’è rivalità tra colleghe. Pensa che per moltissime donne uno dei nodi più irrisolti dell’anima è il rapporto con la propria madre. È tutto un casino intricato, se non decidiamo di scioglierlo. Per farlo, però, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri errori sono conseguenza di un’i-n-f-i-n-i-t-à di ingiustizie, più o meno evidenti, più o meno vergognose, più o meno naturalizzate, perpetrate per millenni ai danni delle donne. Tu dirai: vabbè, cosa c’entra con quella stronza della mia collega? C’entra, perché siamo in gara, in un circo costruito, gestito, pensato dagli uomini e per gli uomini. Come è potuto succedere? Perché il nostro genere non sa neppure di esistere, se non per le stronzate fallocentriche di cui ci occupiamo (le rughe, la cellulite, le diete per non ingrassare, le ricette per farlo mangiare e i pratici consigli per soddisfarlo a letto). Io non voglio la solidarietà femminile, voglio la consapevolezza femminile, che è tutta un’altra cosa.  Le donne, per quanto popolino il mondo dai tempi di Adamo e della più grande peccatrice della storia, non hanno mai creato – tranne che in rari casi – un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni (e sono esistite società matriarcali), ma un modello consolidato non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, per crearli. Ancora oggi, l’unica possibilità, è mutuare schemi maschili, accettarne le logiche perché sono le uniche che conosciamo, le uniche che esistano nella vita pubblica, sul lavoro e nel potere. Ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. L’immaginazione per pensare un’alternativa. La capacità di creare un pensiero diverso. Sembra difficilissimo, e forse lo è, ma vale la pena provare.

6. “Se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.”

Sì, l’idea è quella di sollevare il problema e dargli un nome, precisamente. Ma non è che il problema sorga nel momento in cui lo mettiamo in evidenza. Il problema esiste da prima. Da millenni. Inossidabile. Semplicemente, ora ne stiamo parlando.

7. “Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna.”

Beh sì, mi sembra giusto, anzi mi sembra il minimo di umanità. Non è che io, di fronte a un uomo vittima di un’ingiustizia, invece, me la goda. La solidarietà è un sentimento nobile, uno dei più belli, e per definizione una persona o ce l’ha in animo, o non ce l’ha. Tu però, in quanto donna, sei soggetta a delle discriminazioni, per il solo fatto d’essere donna. L’entità di queste discriminazioni, dipende dall’epoca, dal paese e dalla cultura in cui vivi. E non ti sembra una strana coincidenza? E non ti sembra un incredibile comune denominatore?! Nessuno pretende che dobbiamo starci tutte simpatiche, ma non vedo perché non dovremmo, tutte insieme, pretendere di essere pari, pretendere di accedere alle stesse opportunità, pretendere di ridiscutere gli argomenti dell’agenda collettiva e di evolverci in una direzione davvero nuova.

8. “Le donne in gamba sono capacissime di meritare la solidarietà e il rispetto per ciò che fanno e dicono, non perché donne.”

Ma chi sono le donne NON in gamba? Quelle che scopano per fare carriera? Quelle che vanno con gli uomini sposati? Quelle che tradiscono, quelle viziose, quelle che spendono, quelle che mentono, quelle che non cucinano, quelle che se ne vanno, quelle che si fanno il fidanzato dell’amica, quelle che si trastullano solo con i selfie, quelle che s’ammazzano di antidepressivi, quelle che parlano male di noi alle nostre spalle? Io non riesco a credere che ciascuna donna, persino la più stronza, non abbia qualcosa di importante, di unico, di potente dentro di sé. Che cazzo ti devo dire? Mi è venuta questa fede mistica, questa fiducia profonda nel genere a cui appartengo, che proprio non ho dubbi. E credimi, figurati se a me sono state simpatiche tutte le donne che ho incontrato sul mio cammino. Figurati se a tutte loro sono stata simpatica io! Eppure, dobbiamo smetterla di ricadere sempre nell’odiosa dicotomia delle sante e delle puttane, delle amiche e delle nemiche, delle giovani e delle vecchie, delle sposate e delle single, delle mogli e delle amanti, delle madri e delle nullipare. Dobbiamo smetterla di applicare il pensiero elementare e binario alla femminilità. Siamo molto più complicate (secondo Fiorella Mannoia). Molto più sofisticate (secondo me).

9. “Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?”

Nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci, che come saprai costituiscono le fondamenta della nostra cultura. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. D’altra parte, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente e richiedere tempo. Nel mentre ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro carattere, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni accolte e rispettate meglio, da tutti, uomini e donne.

10. “Perché le donne, protette dal femminismo, ormai frignano per qualunque cosa?”

Questa è una delle mie preferite. Dire che le donne sono PROTETTE mi suscita, come minimo, un sorriso sarcastico. Dove, esattamente, le donne sarebbero protette? In quale angolo del mondo non esistono discriminazioni? In quale paese del globo terraqueo non si rileva l’esistenza, più o meno istituzionalizzata, della violenza di genere? Quale aspetto della nostra vita non viene vivisezionato, giudicato e condizionato da una società che non ci corrisponde? Esistono organi internazionali che si occupano dei diritti civili delle donne e della parità di genere. Non è una “fisima”, non è una “pippa mentale” e non è un “piagnisteo”. Le donne non stanno frignando. Le donne stanno pensando, stanno parlando, stanno spiegando. Non dico dobbiate ascoltarle, o supportarle. Però, magari, su qualcosa hanno ragione e, nel dubbio, sarebbe carino non schernirle, non sminuire le loro istanze, chiedersi quali siano le loro ragioni, provando persino a scavare leggermente più in profondità.

11. (non è una domanda ma una riflessione con cui volevo salutarvi) “Le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top. Sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. ” […] “Mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna possa scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro”

Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing): le t-shirt da 400 dollari di Dior; la faccia di Frida Kahlo stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Alcune si stanno occupando anche di politica, di ambiente, di economia. Naturalmente sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale (fare le ribelli, le dure, le “donne con le palle”) è perché il femminismo ha bisogno anche di quel cuneo. Per cosa? Per scalfire la cultura in cui viviamo immersi fino al collo (e bada, la scalfisce solo). Ma sia chiaro: la causa femminista ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua.

A questo punto io vi saluto, sperando di riuscire a ritagliarmi qualche giorno di ferie e relax. Vi auguro di stare bene, riposarvi, abbronzarvi, mangiare bene, fare all’amore, viaggiare lontano ma pure vicino, bere buon vino, ridere e leggere 🙂

Otto Marzo & Femminismi

Si celebra domani la Festa della Donna. Tranquilli, non intendo discorrere sul significato storico di questa ricorrenza. Non mi interessa disquisire dell’aspetto commerciale, o di quanto puzzino le mimose. Preferirei soprassedere anche sui mitologici streap-tease maschili che, a quanto pare, riducono le donne a un livello di sub-umanità infoiata (stando almeno a quanto riportato da certe leggende metropolitane). Né vorrei aprire un discorso greve sulla parità, che abbiamo voluto la bicicletta e ora pedaliamo, e fa niente se è senza sellino, tanto ci piace lo stesso, no? Neppure voglio elencare tutti i nomi delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno all’8 marzo, ribadendo una volta ancora quanto sia necessario un cambiamento culturale in un paese in cui la cronaca di questi eventi è ancora viziata da un sessismo cronico. Non voglio fare nulla di tutto ciò non perché queste cose siano inutili da dire, o ribadire, ma perché i tempi sono cambiati e ci sono aspetti persino più urgenti da chiarire (da questo punto in poi, però, sappiate che vi state addentrando in un post ultra-prolisso e molto noioso)

C’è da chiarire innanzitutto che non è un periodo storico semplice. Da un lato, infatti, negli ultimi mesi si è incendiato un dibattito internazionale a sfondo femminista/sessista. Dall’altro, pochi giorni fa si sono tenute le elezioni in Italia e tutti sappiamo come sono andate le cose (e tutti ricordiamo anche come sono andate negli Stati Uniti). I due fenomeni potrebbero apparire scollegati, e invece sono intimamente connessi. Quando nell’identità politica di un paese si fanno largo la rivalsa, la rabbia e la frustrazione; quando il collante diventano l’odio e il disprezzo per gli altri, la diffidenza, la chiusura, la pretesa di guardare solo nel proprio giardino di fronte all’incapacità di comprendere la complessità globale in cui siamo invischiati, ecco non è mai un bel momento. Non è un clima includente e chiunque si consideri — a torto o a ragione — una minoranza, tende ad agitarsi. E le donne, in un certo senso, sono una minoranza. Una minoranza paradossale, perché non sono affatto minori, né in termini di quantità, né in termini di qualità, ma da minoranza sono spesso trattate. Il che, è ovvio, è per noi inaccettabile, tanto più nel 2018, mentre guardiamo un mondo che procede spedito verso “culture” che con buona probabilità continueranno a trattarci da minoranza.

Quelli che di solito consideriamo popoli “più evoluti di noi”, i nordici, quelli dove i treni viaggiano sempre puntuali ma c’hai pure il diritto civile di sposare chi vuoi, di avere un figlio se lo vuoi, di poter scegliere per la tua vita e per la tua morte, ecco quei popoli lì, sono tutti più femministi di noi. Ma molto. L’Islanda è il paese più femminista nel senso reale e concreto del termine. Un paese nel quale le donne siedono accanto agli uomini nei contesti di potere, non nel ruolo di decorazione rosa o di provocazione sessista, ma in quello di parte integrante del sistema. Le donne sollevano interrogativi diversi, spostano l’asse degli argomenti discussi, propongono soluzioni differenti: creano, insomma, una società migliore.

In secondo luogo, bisogna chiarire che la narrazione pubblica della femminilità, è una cosa diversa rispetto alla femminilità reale. Che vuol dire? Che quando di noi si dice che siamo deboli,  troppo competitive, irrazionali ed emotive, incapaci di essere solidali, spregiudicate, mestruate, opportuniste, puttane, ecco ogni volta che si dice tutto questo, si tace molto altro. Si tace, per esempio, che per quanto deboli possiamo sembrare, il nostro corpo fa delle robine mica banali (tipo crescervi nella pancia e mettervi al mondo facendovi uscire da una ben nota fessura…voi lo date per scontato, ma il prodigio è notevole e l’impresa titanica, con tutto il rispetto più complessa di picchiare qualcuno o tirare un calcio di rigore). Si tace, per esempio, che oltre a essere competitive siamo organizzate, caparbie, volitive, creative, furbe, veloci, tanto quanto gli uomini (che, d’altra parte, non sono certo tutti monaci buddhisti). Si tace che la nostra presunta “irrazionalità” non è in nulla superiore a quella maschile (ricordiamo che gli uomini costituiscono almeno il 70% delle propria identità sul proprio pene, subappaltandogli decisioni pubbliche e private, e intasando la viabilità urbana con troppi SUV). Si tace che il contraltare della nostra cosiddetta “emotività” è che – a parte saper mettere i chiodi nel muro o guidare un veicolo – sappiamo capire,  sentire,  empatizzare, mediare, tenere insieme i pezzi e gli affetti (fanno molto rumore le donne che dividono, e non ne fanno abbastanza quelle che sono fondamento e pilastro dei gruppi sociali). Sappiamo organizzare, gestire, ascoltare, parlare. Tutte attività fondamentali per la comunità. Per la famiglia, per il gruppo di amici, per il team di lavoro. Si tace, per esempio, che siamo stanche di essere accusate di scarsa solidarietà. Ma cosa siamo? Un souvenir? Una bomboniera? Un ristorante? La solidarietà la rispediamo al mittente, a mancarci è la consapevolezza, quella sì. Ci manca la visione di una femminilità nuova, riscritta dalle donne, basata su presupposti equi, capace di rinnovare i profili di genere e traghettarli nella contemporaneità, alleggerendo anche gli uomini dal fardello di uno stereotipo maschile sorpassato. Hello, siamo nel 2018, esistono uomini che piangono e donne che non cucinano, vivaddio. È la consapevolezza, ciò che ci manca, non la solidarietà che si riserva a una minoranza, perché noi NON siamo una minoranza.

E bisogna chiarire anche che, come si tacciono aspetti della femminilità, si tacciono aspetti del femminismo. Bisogna chiarire che non è più il caso di schermire le figure femminili che escono dal paradigma tracciato per loro, quelle che disertano l’aspettativa sociale standard di essere spose, madri, babysitter e badanti, un po’ angeli del focolare e un po’ porno-massaie. Qualcuno dirà: potete votare, guidare, viaggiare, studiare, lavorare, vestirvi come vi pare, persino scrivere delle forme dei cazzi e dei vibratori, cos’è che volete di più? Il femminismo riconosciuto come fatto politico, questo vorremmo di più. Le istanze femminili rappresentate pubblicamente, ecco cos’è.

Vorremmo si capisse che il femminismo non è una gara a chi è più bravo, o più stronzo, o più incoerente, o più violento. Non c’è un abaco degli stupri e dei cuori infranti, non è una contabilità di lividi e di cene che ci facciamo offrire. Il femminismo è il bisogno di accedere a opportunità simili, di annullare la disparità salariale, di superare certi perimetri mentali del secolo scorso, di ragionare per colmare e valorizzare le diversità di genere, nello stesso modo in cui un’azienda sana valorizza le diverse competenze. Il femminismo tende a un mondo in cui i generi e gli orientamenti non siano muri, in cui gli uomini e le donne possano collaborare da pari, una società più evolutamigliore per tutti.

Chiariamo un punto ulteriore: non esiste certo un solo tipo di femminismo. Ce ne sono tanti, talmente tanti che tutte le donne possono trovare il proprio, talmente tanti che tutte le donne dovrebbero essere femministe, e dovrebbero esserlo senza ripensamenti. Non esserlo è una contraddizione, una stupidità. Perché “femminista“, questo è urgente ricordare oggi, non è un insulto. E non esiste solo il modello veterofemminista, e neppure quello da femminista-esibizionista, e neppure solo quello androgino da camionista, e neppure solo quello sofisticato e lesbo-chic, e neppure solo il femminismo trendy di Freeda. Si può essere femministe continuando a depilarsi le gambe e le ascelle (e la patata, se proprio necessario). Si può essere femministe senza militare per il free-bleeding. Si può essere femministe e femminili. Si può essere femministe e non odiare gli uomini, perché degli uomini abbiamo, anzi, bisogno.

Abbiamo bisogno degli uomini migliori che ci siano, capaci di comprendere la liceità di questa causa e anche certi eccessi che inducono altri a parlare di “nazi-femminismo“, senza capire che spesso sono derivazioni di negazioni pregresse, di certe strumentalizzazioni, di certe schiavitù mentali ancora perfettamente salde nella nostra società. Uomini capaci di capire che persino l’insulsa polemica sul vestito di Jennifer Lawrence, per quanto poraccia sia, fa parte di un dibattito più ampio, i cui toni non sempre sono intelligenti, ma la cui esistenza non può più essere procrastinata.

Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che non è accettabile che un politico dia della bambola gonfiabile a una collega, o della scimmia a un’altra, o della troia a un’altra ancora. Uomini che capiscano che non siamo più disposte – perché no, non lo siamo – a sopportare le soubrette in Parlamento, e ad accettare il sessismo gigione da cinepanettone di Berlusconi che, come un novello Putin, riduce l’opposizione in topless.

Abbiamo bisogno di uomini che non dicano che il femminicidio è un’invenzione mediatica, e che non giudichino la qualità di una donna sulla base dei suoi vestiti, della sua età, della sua taglia, delle sue abitudini sessuali, delle sue scelte di vita private, dell’uomo a cui certamente deve qualunque apparente merito le si possa riconoscere (il padre, il marito, il capo a cui l’ha data per fare carriera). Abbiamo bisogno di uomini che non temano di ricevere una denuncia se invitano una tipa a bere un caffé, e che sappiano capire il rifiuto con classe, e possibilmente con altrettanta classe sappiano elargirlo. Abbiamo bisogno di uomini che con le donne sappiano ridere delle rispettive assurdità, e che non ci temano come streghe, ma che siano dalla nostra parte, come se fossimo ciò che siamo: le loro amiche, le loro socie, le loro compagne, le loro madri, le madri dei loro figli, le loro colleghe, le loro sorelle, le loro figlie. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che se, a volte, certe femministe scimmiottano gli uomini è anche perché non esiste alcuna grammatica per le donne, reale, collaudata, nei contesti pubblici e di potere, qui, da noi, in Italia.

Abbiamo bisogno di uomini e donne, etero e gay, fermamente convinti che una società nella quale l’opinione delle donne conti qualcosa (non solo sull’uncinetto, o su una ricetta tradizionale) possa essere una società più giusta e più sana. Ed è questo il mio invito per la Festa della Donna: comunicate, ascoltatevi, capitevi. Siamo in un momento storico in cui c’è bisogno di questo, non di collera, non di sarcasmo, non di benzina, ma di approfondimento, riflessione e condivisione. E quanto meno la gente considera importanti queste attività, tanto più esse diventano indispensabili.

Facciamo che la Festa della Donna diventi la Festa delle chiacchiere, del dialogo, del confronto, dell’incontro, della mediazione, della pazienza. Che sia una festa per tutti, che sia un momento per parlarsi in faccia, usando la voce, le espressioni e i toni, non i caratteri, le emoticon e le note vocali. Invitate qualcuno a casa, stasera, e parlate, di quello che vi pare. Certamente parlerete di politica ed è possibile che non siate d’accordo. E lo so, è faticoso lavorare sulla cultura, che vi pensate, ma anche questo è potere.

Chiariamolo oggi: la cultura non sarà una priorità politica in questo futuro prossimo oscuro, per questo dobbiamo difenderla e presidiarla noi. Per questo noi donne dobbiamo ripensare noi stesse, il nostro ruolo e il nostro potere.

Buon 8 marzo a tutte/i.