Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

Christina-Paez

È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Facoltà d’Illusione Vaginale

Ho scritto un sms alla mia amica VagiGnocca che, come si intuisce dal nome, è la mia amica magra e gnocca.

Io e VagiGnocca abbiamo condiviso tante fondamentali esperienze formative, dalle vacanze a Ibiza ai festini alcolici a Bologna, passando per le prime vomitate sulle scogliere della litoranea, che uno non può capirlo quanto il cielo all’alba diventi violaceo da farti riguargitare la vodka al limone di contrabbando, di una sottomarca che alla LIDL manco l’accettano, comprata al Valentino, il baretto che sta sulla litoranea, lì, a Taranto, dove entrambe siamo cresciute.

Ora è qualche anno che io e VagiGnocca viviamo lontane e, se non fosse per questo blog, lei non saprebbe un cazzo di me. E, se non fosse per i rapidi update che ci facciamo 5 o 6 volte all’anno, io non saprei un cazzo di lei.

Ad ogni modo, dicevo, ho scritto un sms a VagiGnocca e ci ho detto: “Senti, ma secondo te io morirò sola?

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Non per dire, ma sono pensieri che una certe volte si fa. Dico, è lecito farseli. Nel senso: la gente crede nelle cose più assurde, dalla fine del mondo, all’esistenza dell’inferno, passando per la reincarnazione, gli ufo, i fantasmi, dico, Voyager e Mistero sono programmi che fanno audience, quindi mi pare più che lecito che io mi ponga interrogativi molto più modesti inerenti il mio culo in senso stretto.

E poi c’ho chiesto, a VagiGnocca: “Ma tu, prima che arrivasse il tuo maschio, come hai fatto a non andartene nel panico?

Lei mi ha risposto che si era serenamente rassegnata, che è vero che l’uomo arriva quando meno te l’aspetti, che gli uomini sono più attratti da quelle che stanno per i fatti loro e che quando arriverà sarà lui a rompermi le palle. Poi ha aggiunto “Anche tu però sei difficile, figghia mea”. Le ho chiesto cosa significhi, essere difficile. E lei mi ha detto che ho gusti difficili. E poi che sono diffidente. E poi che non mi lascio andare. Ha detto che sono così di carattere. Alché ho pensato: ammazza, e io che pensavo d’essere solo cicciona e bacacazzi.

Ma in realtà, io non volevo una risposta razionale. Io volevo solo farle sapere che, in quel momento, mi stavo cagando sotto all’idea di restare da sola per sempre. Che era una cosa evidentemente idiota, una paura palesemente stupida, ma la stavo provando. E mi serviva solo qualcuno che mi dicesse che trovare la propria serenità non è una cosa semplice, che è normale che non capiti subito, che ognuno ha i suoi tempi, che io sto facendo molte altre cose nel mentre e che sì, che devo aver fede, che arriverà. Naturalmente arriverà. Arriverà un coglione che s’accorgerà che ho qualcosa di speciale e che non vorrà perderlo, che sentirà che sono la roccia accanto alla quale costruire il suo percorso. E io me ne innamorerò, in qualche maniera, fosse anche per il solo fatto che mi avrà riconosciuta come nessuno e che mi avrà voluta con una consapevolezza inedita e straordinaria.

Dico, mi bastava sentirmi dire questo. Che poi sta diventando il mio discutibile mantra per gli attacchi d’ansia vaginale.

E VagiGnocca me l’ha detto, a suo modo. Mi ha detto che ho imparato tanto dalle storie che ho avuto e io ci volevo dire che imparare tanto e non mettere in pratica è come avere un Master post-laurea e non trovare nemmeno uno stage. Perché non è che qui una voglia ardentamente il posto fisso. Ci accontentiamo del tirocinio. Poi del contratto a progetto, che se m’assento non devo giustificarmi, che non ho la malattia perché non ho l’obbligo di presenza. Poi c’è l’apprendistato, che sarebbe la convivenza. Poi il determinato, che sarebbe il fidanzamento con l’anello ar dito e solo dopo le nozze, l’indeterminato. Che poi le modifiche all’articolo 18 e ti mandano a casa così come viene, praticamente il divorzio, ma si sa che quando uno firma l’indeterminato non pensa che dovrà finire.

Fatto sta che ho riflettuto sul mio vissuto e su quello dell’amica mia. Mi sono ricordata com’era lei, come stava lei, in quel tempo, in cui io ero sempre fidanzata e lei era sempre single. In quel tempo in cui mi raccontava le sue vicende e io non lo comprendevo, quel suo bisogno di emozionarsi e di crederci, di avere sempre un cazzetto di cui parlarmi, quel suo sperarci ostinato ogni volta, ma ogni volta un po’ di meno. Io non lo comprendevo e un po’ mi faceva anche incazzare, allora, e provavo a dirglielo, come potevo. Provavo a dirle che dava troppa importanza a persone palesemente sbagliate. Provavo a dirle che mi urtava il fatto che lei, ogni volta, perdesse un po’ di magia. Ogni volta. Un pezzetto di più. E io non capivo. Non capivo perché ero piccola e arrogante, più di adesso. Non capivo perché le volevo bene e, vederla triste per vederla triste, avrei preferito che almeno incontrasse qualcuno che sapesse farla sbroccare di brutto, che sapesse ribaltarla, farla sentire la donna più fica dell’universo, più bella e più sicura di sé, prima di farla sentire l’ultima. Ner caso. Mi incazzavo e non capivo e mi chiedevo come potessero capitare tutte a lei.

E allora ho pensato. Ho pensato che adesso i ruoli si sono invertiti. Ho pensato che lei, un giorno, ha incontrato una persona che pare essere quella giusta e che insieme sono bellissimi. E che quelle inquietudini che aveva condiviso con me, si sono chetate. E che lei oggi è più bella di ieri. E che sta costruendo qualcosa. E che io le voglio più bene di prima, anche se delle nostre rispettive vite non sapremmo più un cazzo, se non fosse per questo blog e per quei 5-6 update che ci facciamo una volta all’anno.

Ho pensato che io oggi, esattamente come lei ieri, a volte mi illudo. Perché noi vagine, noi tutte, ci illudiamo, a volte. Ci illudiamo perché abbiamo bisogno di credere in qualcosa, di sentirci desiderabili, perché abbiamo l’anima deturpata da una sovraesposizione tossica alla filmografia Disney in età infantile. A volte esercitiamo arbitrariamente la nostra Facoltà d’Illusione Vaginale. Così. Senza se. Senza ma. E non importa quanto indipendenti, emancipate, gagliarde possiamo essere.

Certe volte c’illudiamo. Ce la raccontiamo. Anche per poco.

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Anche senza un vero motivo. Anche senza che un solo indizio, nella realtà fenomenica che viviamo, ci induca a credere che ciò che vogliamo possa giungere. Non importa. Noi esercitiamo la nostra Facoltà d’Illusione e quando l’illusione svanisce, porta via qualcosa. Una piccola porzione della nostra voglia di crederci, una piccola fetta di quella celeberrima magia der cazzo.

Nel mio caso, poi, c’è di buono che le mie illusioni eiaculano in fretta. Non si fa mai in tempo a crederci un po’ di più, che son già finite. E va bene così.

Dice che devo stare serena. E io serena cerco di stare.

E intanto ripenso a quella volta in cui VagiGnocca mi ha detto: “Tu quando vuoi sai essere molto stronza…”.

E io ho aspettato che la frase continuasse, che concludesse con un: “ma in realtà sei un amore”.

Invece la frase era finita lì. Non c’era un “ma”.

Ci ripenso.

E sorrido.

Romanticismo di Riserva

Capita quando c’è un weekend lungo.

Capita quando torni da una cena a casa dei tuoi amici che stanno per sposarsi.

Capita quando viene giù la prima neve, che ti vien voglia di accoccolarti nel cardigan e affacciarti alla finestra, con il riflesso delle luci dell’albero di Natale sui vetri, ad aspettare che lui – che c’ha delle spalle che uau – si avvicini a te da dietro e ti abbracci forte. Peccato che non ci sia l’albero. E nemmanco lui. Solo la neve. Che in città è popo na merda.

Capita quando cammini per le strade illuminate, tra le vetrine scintillanti, e i signori col cappello, e le coppie che comprano i regali, e i passeggini.

Capita tutte le volte che t’accorgi che a fare una busta di puré ne butti metà.

Capita tutte le volte che le tue amiche ti chiedono: “E tu, raccontaci qualcosa” e rispondi parlando della palestra, del lavoro, del nuovo vibratore che hai recensito sul blog.

vagina

Capita tutte le volte che agli inviti non sfrutti il tuo +1

Capita tutte le volte che non distingui il confine tra la tua indipendenza e la tua solitudine.

Capita tutte le volte che sei in premestruo.

Capita tutte le volte che sei in premestruo e non c’hai un povero stronzo su cui sfogare i tuoi scompensi.

Capita quando compri un paio di scarpe nuove e non c’è un feticista che t’aspetti a casa.

Capita quando ti manca casa da troppo tempo e quando t’accorgi che i tuoi genitori stanno invecchiando.

Capita tutte le volte che guidi di notte, ascoltando There’s a light that never goes out, che ritorna, periodicamente, pericolosamente. E ti struggi ogni volta, da morire, su quel ritornello lì.

Capita tutte le volte che gli altri imbastiscono progetti di vita e tu non sai neanche cosa farai a Capodanno.

Capita tutte le volte che ti stringi a un uomo che non è il tuo.

Capita quando torni da un appuntamento che non è andato bene abbastanza.

Capita in ogni coito senza emozione. Capita in ogni bacio senza passione.

Capita tutte le volte che sei tra le braccia di uno sconosciuto e non vedi l’ora di tornare a casa tua.

Che a volte ci finisci, tra braccia estranee. Perché succede e basta.

Ecco, tutte quelle volte capita che te lo dici, che te lo ripeti, e per un po’ ci credi, ci credi da pazzi, cazzo se ci credi perché vuoi crederci, che crederci ti serve, che quello arriverà. Quell’infame che latita, che ti fa dubitare della sua esistenza. Quello che ti rivolterà come un pedalino. Quello che ti farà sentire più forte, più bella e più viva. Quello che non ne dubiterai. Quello che ti scancellerà la paura, la ritrosia, l’avversione al concetto stesso di relazione, con un solo sorriso strappa-mutande. Quello che altri non ce n’è, almeno per qualche mese.

Sì, arriverà. E tu ci credi. Ci credi perché fai appello alle scorte antiatomiche di putrido sentimentalismo, che conservi come extrema ratio per quando vai in overdose di disincanto.

Ecco, allora sfrutti il tuo Romanticismo di Riserva.

Che anche quando credi sia finito, scopri che ancora un po’ ce n’è.

Io non sono Single. Io sono Singolare.

Io non sono single. Io sono singolare.

Essere singolare vuol dire che i tuoi amici vivono in altre città o in altre nazioni. E tu scopri se sono ingrassati o dimagriti vedendo le fotografie su facebook. E capisci se sono felici o tristi da poche battute in chat.

Essere singolare vuol dire che i tuoi genitori sono a 1000 km di distanza. Vuol dire che non stringi la Vagina Maestra tra le braccia, domandandoti se è lei che sta rimpicciolendosi o tu che stai lievitando, da più di un mese. Vuol dire che non affondi un bacio nelle guance morbide e rotonde di tuo padre, aggrappandoti alle sue spalle, da troppo tempo. Che pure che sei cresciuta, da quella prospettiva lì, tra le braccia sue, il mondo pare ancora un posto meno stronzo.

Essere singolare vuol dire scoprire che il bucato non si fa da solo, mai, manco pe sbaglio.

Essere singolare vuol dire non spettegolare con tua zia dopo il pranzo della domenica e non giocare alla wii con i tuoi cugini, per smaltire l’apporto calorico illecito, nel pomeriggio.

Essere singolare vuol dire tornare e trovare tutti un po’ più vecchi, ogni volta di più, senza esserci stata nel mentre.

Essere singolare vuol dire averci un rodimento di culo standard, nella vita.

Essere singolare vuol dire non vivere con chi ami, ma vivere con chi capita.

Essere singolare vuol dire narrare, senza condividere.

Essere singolare vuol dire che al weekend pranzi alle 17 e che i tuoi occhi non si chiudono col sonno di nessuno, se non col tuo.

Io non sono single. Io sono singolare.

Quando sei singolare puoi non toccare nessuno per settimane, anche se ogni sera hai un aperitivo, o una cena, o un concerto e tante persone intorno che apprezzano il tuo sarcasmo e la tua personalità.

Quando sei singolare, non sai cosa rispondere alla domanda “Dove vai quest’estate?”.

Quando sei singolare non c’è nessuno che ti vizi. E tu non hai da viziare nessuno e non hai nessuno da viziare.

Quando sei singolare paghi il taxi per intero e, se dormi fuori, l’indomani nessuno ti chiede dove tu abbia dormito.

Quando sei singolare affronti la vita senza una spalla. Ciò che fai, lo fai senza complici. E il merito e la colpa sono tuoi soltanto.

Quando sei singolare fai da sola. Fai da te. E no, non fai per tre.

Quando sei singolare c’è certi giorni che c’hai  voglia di implodere. Di non sentirla la solitudine, sia che fuori piova, sia che fuori ci sia il sole.

Quando sei singolare ti capita di pensare che sei stanca d’essere singolare, che dopotutto eri singolare anche quando eri in coppia, e che, a ben pensare, sono anni che sei singolare. E  non avresti mai pensato di finire a essere una vagina singolare. Che singolare sarebbe un modo eccentrico per dire “sola“, non “single“. Anche se ogni sera hai un aperitivo, o una cena, o un concerto e tante persone intorno che apprezzano il tuo sarcasmo e la tua personalità.

Quando sei singolare può capitarti di ripetertelo, ancora e ancora, che sei sola. Perché sai che con quella solitudine c’hai da conviverci. E non vuoi averne paura. E a volte ce l’hai, paura. E quel panico vaginale, che monta su, per i tornanti del premestruo, te lo tieni. Perché non c’è antidoto. Perché la lotta tra le ovaie e i neuroni è atavica come quella tra il bene e il male. Come l’opposizione semiotica tra natura e cultura.

E’ un ombrello sotto cui la nostra vita si compie, e quell’ombrello che certe volte ci ripara, altre volte è solo un impiccio, mentre nel mezzo del nostro ego piove col vento.

Ma poi tutto si normalizza, almeno per un po’, almeno fino al successivo nubifragio ormonale.

E in quella pausa di primavera, tra un pallido sole e una nuvola leggera che pare rubata con l’imbroglio al disegno d’un bambino di 4 anni, in quel mentre la vagina singolare si sente fica. Capisce che è più forte degli altri. Che si fa il culo più degli altri (e anche meno di tanti altri ancora, per carità).

Ma, in quella pausa di primavera, la vagina singolare capisce che essere quella che è, ogni giorno, senza la compiacenza dell’affetto che ha sempre avuto attorno, è difficile. Che c’è da essere un po’ meno feroci con sé. E con gli altri.

E l’epica vagina singolare non molla, non scappa, non abdica a se stessa.

E’ nel bel mezzo di un percorso in salita.

E la singolarità è propedeutica alla pluralità, perché quella funziona solo se nasce da due singolarità compiute.

E che non c’è mica da agitarsi. Che non sarà singolare per sempre.

Che un giorno arriverà anche la sua pluralità, fosse pure con un gatto norvegese delle foreste.

Il segreto della Felicità

Qualche sera fa la Vagina Maestra, in una seduta di psicoterapia a distanza, una di quelle nelle quali sono solita porre in discussione la mia intera esistenza partendo più o meno dalla quinta elementare, una di quelle in cui  metto a fuoco che di ciò che faccio dopotutto non me ne frega un cazzo, una di quelle che la mia vita sarà così e mi fa cagare, una di quelle che è stato tutto sbagliato e che se avessi sposato un operaio dell’Ilva e adesso avessi già sfornato un paio di pargoli, ecco forse ora sarei più felice, oppure no, perché io non sono fatta per la felicità. Ecco, proprio in una di quelle telefonate in cui non vedo via d’uscita, la Vagina Maestra a un certo punto mi ha chiesto:
“Scusa, tanto per sapere, cosa ti renderebbe felice?”
Good question, madre. Good question.
Allora sono partita con i miei cavalli di battaglia e lei mi ha lasciato sfogare verbalmente il mio purulento malessere. Mi ha anche detto che sono una stronza, a un certo punto. Non ricordo perché. Devo aver detto qualcosa di particolarmente truce, tipo sulla mia inestirpabile solitudine esistenziale, che in pochi mesi si sarebbe radicata nella mia anima come le radici del Baobab sul pianeta del Piccolo Principe, o almeno credo, perché io quella roba buona e buonista non l’ho letta e più tutti la vendono come poesia formativa, più io non la leggerò mai.
Poi mi ha parlato, la Vagina Maestra, in quel modo in cui mi parla lei. Mi ha parlato con quel fare semplice, dialetticamente essenziale. Senza giri di parole. Ruvidissimo e vero. Quel fare che io accetto solo da lei. La Vagina Maestra fa sempre così, mi parla come chi sa parlarti anche solo con gli occhi, anche senza vederti.
Mi ha parlato come chi sente sulla sua pelle l’inquietudine tua e la spartisce, perché vuole spartirla. Perché la Vagina Maestra sostiene che io debba parlarle. Perché il mio silenzio la preoccupa di più. Che era una cosa che diceva anche il mio ex, che i miei silenzi lo terrorizzavano, in quanto sistematicamente ambasciatori di bibliche piaghe emotive.
La Vagina Maestra mi dice che devo accettare una serie di cose, ci butta dentro qualche proverbio e, soprattutto, mi dice “Sei abbastanza grande da cambiare la tua vita se non ti piace”.
Aiaiaiai, come diceva la pubblicità Alpitour che, insieme al “mi ami ma quanto mi ami” , ha compromesso un’intera generazione di bambini nati negli anni ottanta. Una frase tremenda e cruda, cruda e tremenda, che se si considera che non mangio nemmanco il sushi perché non ho un buon rapporto con la crudità, si capisce quanto me può pesà ingoiarla, l’idea.
E poi già lo so che c’ha ragione lei. E’ vero che c’ha ragione lei , che so grande abbastanza da cambiare quello che non mi va. E’ vero che ci penserò, ci penserò e non cambierò una fava. Io lo so che c’ha ragione lei. Anche perché è scientificamente provato che la Vagina Maestra ha sempre ragione. Dopo anni me so arresa: è l’unica vagina che riesce ad avé più ragione de me. Ncestà n cazzo da fà.
A quel punto me rilasso e riesco anche a dirle cosa mi renderebbe felice.
Le dico che per esempio mi rende felice sentirmi brava in quello che faccio e avere la sensazione di avvicinarmi a ciò che voglio. Le dico che mi renderebbe più felice non essere legata a un ufficio. Le dico che mi renderebbe felice non sprecare il mio tempo nell’attesa di qualcosa che potrebbe non arrivare. Le dico che mi renderebbe felice avere il coraggio di essere quella che mi piace immaginare. Le dico che vorrei fare una vacanza. Le dico che vorrei perdermi tra gli aromi un po’ lerci di Camden Town e che vorrei guardare tutti, ma proprio tutti, i vestitini del mercato di Portobello pensando che tanto non mi entrano. Le dico che vorrei bere birra e parlare inglese ubriaca. Le dico che vorrei sorseggiare un frappuccino mentre scrivo sul mio MacBook Air Pro in un caffé di New York. Le dico che mi renderebbe felice scrivere sul mio MacBook Air Pro nel giardino di una villa nella Valle d’Itria.
In sostanza, le dico, sarei felice di un MacBook Air Pro.
Mi dice che sono “stod’c”.
E sorride. E sorrido.
E sorridiamo.
Insieme.

Volontariato Emotivo

Ieri sera mi ha chiamata un mio amico.

Mi ha chiamata un mio amico che s’è lasciato un anno e mezzo fa con la sua vagina. St’amico mio c’ha la mia età, anzi a dire il vero è pure un anno più piccolo, ma è un militare, quindi è come se c’avesse 47 anni portati male.

Ieri sera ha avuto un momento di sconforto, cosa incoraggiante per chi s’è mollato da du mesi, vedere che dopo più di un anno capitano ancora i momenti di sconforto in cui vorresti il tuo ex, vorresti parlarci, berci una birra insieme, riderci come se tutto quel tempo non fosse passato e come se la vita non fosse andata avanti, dritta e separata. Distante.  

Tutto è iniziato col film sbagliato.

“Perché?” gli ho chiesto.

“C’era una coppia innamorata”, m’ha detto

“Ma pure tu, che minchia di film ti guardi?” gli ho fatto.

“Ma era maschi contro femmine, cazzo una commedia all’italiana…” m’ha risposto.

“Non capisco perché siano convinti che l’amore e i tradimenti facciano ridere…no devi guardare altro, devi guardare i thriller oppure le storie dei serial killer…” ho concluso, perché la verità è che quando sei single devi stare attento a una marea di insidie emotive.

Dicevo, st’amico mio ha avuto sto momento di sconforto: vive giù e trova che giù sia ammorbante, che la gente sia piatta, che se sente solo, che quelle più piccole so sceme, che quelle di 25 anni stanno con quelli di 35 e che quelle di 30 stanno con quelli di 40. Che quelle migliori sono andate via (come te, cara mia), che quelle che sono rimaste se la profumano e che di solito vanno con “cazzi rigonfi d’acqua”. Che nonostate la dozzina di vagine trascorse nell’ultimo anno della sua vita, alcune delle quali anche carine-dolci-interessanti, a quanto pare, lui non ne può trovà una che je vada a genio. Inoltre a lui gli piace di parlare di politica internazionale, dichiara, e se la vagina non conosce la differenza tra perigeo e apogeo, gli cascano le palle a terra.

 Allora io pensavo a questo mio amico, questo giovane uomo che dispera come se fosse spacciato, alla veneranda età di 25 anni, e iniziavo a sentire una feroce invidia del pene, che ho manifestato nella seguente affermazione:

Hai 25 anni. Tra 10 anni sai quanti ne avrai? 35. Il ché significa che, siccome hai il pene, hai ancora 10 anni, se non 15, per costruirti tutto ciò che vuoi. Avrai 35 anni e starai con una di 25, per la teoria che hai tu stesso enunciato! Allora cosa stra-minchia vuoi? Cosa dovrei dire, io, che ho ancora solo QUATTRO anni prima di diventare un cotechino da cuocere con le lenticchie? Solo 4 anni per trovare, in via del tutto teorica, l’uomo della mia vita – che EVIDENTEMENTE non esiste e non esisterà mai perché sono destinata a morire sola, grassa, con due gatti, mangiando Gocciole Pavesi sul divano??”

E allora lì ho capito cosa stava succedendo. Lì io ho chiaramente messo a fuoco la nuova frontiera di sopravvivenza del single conteporaneo: il VOLONTARIATO EMOTIVO.

Avevo già avuto sentore di ciò, ma non ero mai riuscita a percorrere fino in fondo questa intuizione. Me ne ero accorta grazie a un altro mio amico, che mi aveva raccontato le sue disgrazie sentimentali proprio mentre io attraversavo le mie e, contravvenendo all’antico adagio “non si cerca salute dall’ospedale“, mi ero ritrovata a dispensare saggi consigli su come affrontare il difficile momento, io che la notte vivevo crisi di pianto isterico da togliere il fiato (nel senso che a volte quasi m’accoppavo per asfissia).

E allora ho capito che la cosa più terrificante per il single conteporaneo è il confronto con il coetaneo sentimentalmente appagato.

Sia chiaro, non si tratta di invidia, che è un sentimento essenzialmente puerile, anche perché spesso il coetaneo sentimentalmene appagato è un amico a cui vuoi bene come ad un fratello. E’, piuttosto, proprio una questione sociale, la cui problematicità sta in quell’effetto “cartina al tornasole” che hanno le coppie felici sul single contemporaneo. Il single le ama, pensa che si sposeranno, che convivono e si vedono in tuta e si amano, gli si stringe proprio il cuore, al single. Purtroppamente, però, esso inizia anche ad accusare un crescente disagio innanzi alle smancerie altrui, non per niente, è che inizia a sentirsi veramente una merda per non essere stato in grado di preservare il proprio rapporto. Spesso, questo ci tengo a dirlo alle coppie (è un discorso generale, lo sappiano le coppie che frequento e di cui sono amica: potete continuare a pomiciare e a tenervi per mano davanti a me!), sono i più piccoli gesti di tenerezza a uccidere, la complicità nelle battute, la dolcezza con cui lei si rivolge a lui e tu ti ritrovi a pensare: “ma perchè cristo io non sono stata capace di essere così? se io, se lui, sotto quale cielo pensi al tuo domani e sotto quale lercio lenzuolo stai facendo male l’amore?”.

Questo dovrò ricordarmelo quando sarò accoppiata (perché farò qualche altro tentativo, presumibilmente, prima di arrendermi al divano, ai gatti e alle Gocciole Pavesi) e porterò fuori un amico single….ANZI, farò di più! Mi metterò d’accordo con il partner (che è un termine orendo – la mancanza della erre non è un refuso) e farò ciò che un buon amico dovrebbe fare in questi casi: fingere di litigare con il partner! Ma brutto, su quelle questioni totalmente idiote per le quali litigano le coppie, facendo sfoggio di follia e frustrazione, del tipo “perché lui non mi ascolta, perché lei non fa vedere le partite, perché lui a letto scoreggia, perché lei me rompe er cazzo se quando piscio sgocciolo sul bordo del cesso”.

Ecco questo bisognerebbe fare. In modo che il single, il cui ego-sentimentale è in riabilitazione, non anneghi in una serie di radioattivi ricordi iperglicemici, soffermandosi piuttosto sulla memoria di tutti gli sbrocchi che aveva con quello stronzo/a dell’ex e non li rimpianga affatto e si senta, altresì, persino un po’ awannasgheps, con la sua indipendenza, libero da vincoli insensatamente claustrofobici, d’altronde si sa che la monogamia è solo una minchiata culturale e blablabla.

In sostanza, dunque, sono addivenuta a questa illuminante rivelazione socio-antopologica: il single contemporaneo, per sopravvivere, ha bisogno di altri single. Non solo per una questione di abitudini, di stili di vita, di esigenze, di aspettative, ma anche perché il single contemporaneo ha bisogno d’aggrapparsi alla tristezza di altri single contemporanei, di condividere il patimento (che a volte accade, è inevitabile) dei propri momenti di solitudine, di confessarli senza sentirsi il più patetico stronzo dell’universo…perché il single è esattamente come l’alcolizzato (spesso è anche alcolizzato), come il bulimico (spesso è anche bulimico), come il tossico (spesso è anche tossico).

Ha dunque il via una sorta di do ut des, una specie di gara al ribasso di tristezza che però improvvisamente sembra meno lugubre, e allora ci si rimbalza di: vado a uno speed-date, guarda questo tour operator fa le vacanze in gruppi di single, ho passato 6 weekend in casa a piangere, qui non c’è niente da fare, qui c’è un sacco da fare ma non ho con chi farlo, il sesso non mi appaga più, non ho alcuna voglia di riaffrontare la demenza dell’uomo medio, forse la verità è che bisogna imparare ad accontentarsi, forse bisognerebbe andare ad Amsterdam a drogarsi…  

E si aspetta. Che il tempo passi. Che le ferite guariscano. Che la pelle accetti. Che il cuore maturi il cambiamento.

E cada dall’albero, affinché qualcuno lo colga di nuovo.