Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

Fat Rating e Fat Talking

Nella vita di ogni natural-born-fat, esiste un momento critico, che è quello in cui si accorge che sta ingrassando (di nuovo o di più, dipende dai casi).

Quella storia dell’effetto fisarmonica, di fatti, è vera: noi spendiamo la nostra vita a espanderci e ritrarci, a entrare e schiattare dentro lo stesso range di taglie, legandoci in maniera morbosa all’ultimo jeans non conformato nel quale riusciamo ancora a infilarci, così da perpetrare l’illusione, il negazionismo della taglia, quella roba che a me fa ancora sostenere che sono una taglia 46 anche se ho smesso di essere una taglia 46 almeno tre o quattro anni fa.

Ecco, una natural-born-fat presta sempre attenzione al suo sovrappeso e il suo sovrappeso diventa la cifra caratterizzante della sua esistenza. Anche quando si impegna a dimostrare che oltre alle maniglie dell’amore c’è di più, anche quando riesce a trovarsi piacente, anche quando si ama così com’è tutta imperfetta dududu-in-cerca-di-guai, anche quando prova a essere self-confident mentre i collant a vita bassa le si arrotolano sui fianchi sotto il vestito, nel bel mezzo di una riunione e tutto ciò che vorrebbe fare è dire ai presenti: “Scusate un attimo”, alzarsi la gonna e tirarsi su le calze come un incrocio genetico tra Sofia Loren e Platinette. Oppure quando i collant a vita alta le tranciano l’addome, che vorrebbe prendere il maggiore azionista di SìSì e farlo andare in giro con scarpe 2 numeri più piccole per un mese, ma vendendogliele come fossero della sua taglia. Oppure quando le altre vagine si lamentano delle autoreggenti che scendono e alla natural-born-fat no, gnente, le autoreggenti non calano manco pe sbajo, al massimo stringono l’internocoscia come manco Arnold Schwarzenegger all’apice del suo fulgore avrebbe fatto.

fattie

Il punto è che una natural-born-fat, il Tilak non ce l’ha in mezzo alla fronte ma dentro l’ombelico. Non vive la vita, ma il girovita. Prova di ciò è che molti banali piaceri subiscono mutilazione emotiva. Il piacere dello shopping diventa lo stress di non entrare nei capi che si vorrebbero acquistare. Il piacere della spiaggia (o di qualunque contesto preveda una condizione di parziale nudità) diventa attenzione compulsiva a porsi in pose plastiche che permettano di minimizzare l’eccesso di adipe, aggirando goffamente e per lo più invano il tripudio di rotoli (d’altra parte la prospettiva di Brunelleschi non ha mica gli stessi poteri divinatori della Madonna di Lourdes). Il piacere di scattarsi le fotografie con gli amici svanisce all’ombra della tragica Evidenza Doppiomento, che – per quanto mi riguarda – ha chiuso definitivamente il capitolo della fanciullezza per aprire quello dell’invecchiamento. Che poi, ogni volta che in fotografia vedi il doppiomento imputi a lui tutta la tua infelicità, che grazie che morirai sola, con quel cazzo di doppiomento! Questo per non parlare delle braccia Rovagnati.

Certo, per carità, io poi vivo nel regno della Dukan, qui presto brevetteranno bio-automobili ecologiche che andranno a bresaola e Maroni ha già stanziato i fondi per un piano di Riqualificazione Benzinai: via le pompe, largo alle affettatrici, con buona pace dei vegetariani. Quindi, come dire, forse sono ancora più sensibile al tema, ma resta il fatto che, a Milano più che mai, la taglia è una questione sociale. Se ti trovi in mezzo all’alta borghesia, nessuno ti rivolgerà la parola, non tanto perché sei vestita H&M mentre loro sono vestiti Chanel, o perché la tua borsa costa quanto il loro Arbre Magique Platinum. Il primo insormontabile stigma è che tu, a differenza loro, sei grassa, quindi quasi sicuramente plebea, ignorante, sciatta, volgare e non-milanese.

Ora, non importa quanta intelligenza possiamo applicare alla materia, quante analisi socio-demografiche della situazione possiamo elaborare, né quante conferme possiamo avere dalla vita. L’unità sovrana che misura il nostro benessere psicofisico e la nostra realizzazione sociale è il Fat Rating. Al punto che anche vagine di successo (chessò, prendi la Geppi) sposano confessioni religiose non riconosciute come la Tisanoreica: praticamente è più o meno come se un essere umano in età adulta, al culmine del suo successo e nel pieno possesso delle proprie capacità cognitive, decidesse di iniziare a nutrirsi di costosissimi omogeneizzati.

Il Fat Rating si fonda su un semplice postulato: se sei ingrassata, stai male. Se sei dimagrita, stai bene.

Si chiama Equazione di Lagerfeld, per chi non lo sapesse.

A ciò si aggiunge un altro peculiare fenomeno, che in genere investe tutti coloro che non sono normopeso e che non combaciano con la silhouette che il mondo lì fuori si aspetta per loro: il Fat Talking. Dicesi Fat Talking quella deliberata e inconsulta tendenza sociale a esprimersi sull’altrui peso come se si stesse parlando delle previsioni metereologiche. Il popolo, infatti, si sente mediamente piuttosto libero di parlare dei kg in eccesso, molto più che di altri difetti (state sicure che sono molto più numerosi quelli che vi danno della “culona” che non della “stronza acida e supponente”, per esempio). Il Fat Talking può essere Behind, cioè fatto alle vostre spalle (e va ancora bene), e Front, cioè spacciato per “sincerità” e quello no, non va bene per niente.

A sentirsi legittimati a praticare Front Fat Talking, in genere, sono amici storici e parenti. Per esempio, io l’anno scorso mi sono sentita dire: “Ma per caso i 12 kg che ho perso io, li hai presi tutti tu?” (l’emittente, per inciso, era un’entità quasi cubica di un metro e quaranta per un metro e trenta). Di recente, invece, mi ha vista una parente che non mi vedeva da mesi, e mi ha detto “Ti trovo bene” che – come tutte le natural-born-fat sanno – significa solo una cosa: hai perso almeno 5 etti. Poi ha aggiunto “Sei più sgonfia, quest’estate ti ho trovata peggio”. Ma pensa!

La cosa m’è risultata ironica perché, in effetti, io in questo periodo sto proprio un cesso.

Non sono in forma, sono stressata, che è diverso.

Quello che ti fa apparire il mio viso più asciutto, è la mia somiglianza a un limone spremuto fino all’ultima goccia di lardo. Quello è lo stress e lo stress non è salute. Prenderei adesso 3 kg di più, se ciò mi ridesse i capelli che sto perdendo e ridesse regolarità al mio ciclo mestruale.

Quindi, voi, che siete all’esterno, che ci giudicate con il Fat Rating e che praticate impunito Fat Talking mentre guardate il nostro costante oscillamento di peso, non deducete necessariamente da esso quanto stiamo bene o quanto stiamo male.

Forse stiamo sempre uguale e il disordine nella nostra dispensa è specchio delle nostre anime irrisolte.

Di quello sturm und drang che ci rende pezzi unici. Non lo so.

Nel dubbio, resta inteso che l’Equazione di Lagerfeld è una minchiata.

Skinny Bitch & False Fat

…o anche ButtaneMagre & FalseGrasse

Non sopporto chi è troppo viziato, non sopporto chi nella vita non ha mai dovuto dimostrare un cazzo, non sopporto chi mastica con la bocca aperta, chi non dice quello che pensa e chi non pensa quello che dice, chi non mette la freccia quando guida, chi mette lo spazio tra l’ultima lettera della parola e la virgola, chi si lamenta sempre, chi se la sente troppo calda, chi parla incessantemente del proprio lavoro, i tassisti che non ti danno i centesimi di resto e ti dicono “Bene così?” che uno vorrebbe rispondere “Beneuncazzo!” e non sopporto le False Fat.

Le False Fat sono quelle vagine che dai loro vitini sottili, dalle loro gambette longilinee, dalle loro tettine insignificanti, rivendicano l’insensato diritto di lamentarsi del proprio grasso immaginario. Il ché, finché False Fat parla con False Fat, non fa una piega. Son lì che possono fomentarsi a vicenda e dire che sì, che devono fare questo e quello, la dieta, e i massaggi, e la ginnastica, che non si può vedere quella “pancetta” che hanno messo su. Il problema, concettuale e dialettico, sorge nel momento in cui la False Fat si ritrova a parlare con una True Fat. Lì tutto l’impianto retorico crolla, inevitabilmente. E se tu, False Fat, che quando ti siedi nun te se crea nemmeno il tarallo sulla panza, ecco se tu parli a me del fatto che sei cicciona e nel dirlo dai un leggero pizzicotto a quell’addome sollevando una risibile quantità di adipe ricoperto di pelle, ecco, lo capisci, io ti odio.

vaginnnnna

Non è che io scelga di odiarti. Io ti odio e basta, in quel modo sano, consapevole, meravigliosamente spassionato in cui soltanto una True Fat può odiare una False Fat. E ti odio per mille ragioni: ti odio perché non sei consapevole del tuo essere fica così come sei, ti odio perché non ti rendi conto che io sono più grassa di te e mi faccio meno pippe (incredibile, ma vero),  ti odio perché sei ipocrita, ti odio perché non puoi pregiarti del titolo di “cicciona” così, a caso, tanto per fare del cameratismo, ti odio perché io non porto la tua taglia dalla prima media, ti odio perché se pesavi 48 kg e adesso vai 52 e ti definisci “cicciona”, l’istinto che mi viene è di legarti a una sedia e ingozzarti finché non arrivi a pesare 95 kg. A quel punto, sì, sarà tuo insindacabile diritto, definirti “cicciona”.

Guarda, se vuoi ti prendo per mano e lo ripetiamo insieme, che se sei alta 1.80 e sei una taglia 46, non sei grassa, sei sana. Che se sei una taglia 44, a meno che tu non sia alta quanto il femore di Brunetta, non sei grassa. Che se sei una ex campionessa olimpionica di atletica leggera e ora hai messo su 2 kg, non sei grassa. E se continui a ripetere d’esser grassa, potrai al massimo convincermi che tu sia  cretina, il ché, garantisco, è un difetto peggiore.

E poi ci sono quelle altre, le SB che sta per Skinny Bitch, ulteriore pericolo per l’incolumità emotiva della True Fat. La Skinny Bitch è di base quella che mentre, tipo, state insieme e state parlando, e sono le 4 del mattino, se magna 2 panzerotti fritti, un cono gelato triplo gusto e siccome c’ha ancora fame una crepes alla nutella ed è naturalmente una taglia 40 da quando te la ricordi, e pure dopo un parto plurigemellare, quella, sarà secca come la frutta che se magna a Natale dopo il pranzo faraonico. E no, non è bulimica. E’ proprio, banalmente, una Skinny Bitch.

Detto ciò, uno degli aspetti più difficili della vita da True Fat, oltre a quando impazzisci e ti ostini a provare un vestito di Zara per confermare a te stessa che tu, lì dentro, non ci entrerai mai; oltre a quando la prima volta nella vita ti definiscono “cicciabomba”; oltre a quando hai un appuntamento con un uomo e ti chiedi, nel caso in cui decidessi di dargliela, quanto grassa gli parrai (perché per quante palle una vagina possa avere, queste pugnette, un minimo, se le fa); oltre a dover convivere con progetti di diete, attuazioni di diete e claudicanti intenti sportivi – non fosse altro che per salute e per evitare di continuare a lievitare nemmanco ci facessimo le piste di Pan degli Angeli; oltre a quando riguardi le foto della Prima Comunione e t’accorgi che parevi proprio una betoniera vestita di raso bianco e pizzo macramé, ecco oltre a tutto questo, uno degli aspetti più complessi della nostra vita da True Fat è il confronto dialettico con le Skinny Bitch e le False Fat, del quale riporto alcuni, paradigmatici, esempi:

1. Vagina FF: “Sono grassa” – Vagina TF: “Ma che dici! Se sei grassa tu…“, “Ma non dire scemenze“, “Sì, un casino guarda

In realtà penseremo semplicemente “Ma vaffangulo“.

barbiegrassa

2. Vagina FF/SB: “Tu sei bella così, sei alta” – Vagina TF: “Ma non è vero che sono alta, sono normale

In realtà penseremo semplicemente: “Ma vaffangulo, quando ballavi l’Alligalli che ti dicevano, che i Watussi erano alti 1.70?

3. Vagina SB: “In questo periodo sono così stressata che ho perso 5 kg” – Vagina TF: “Oddio, che succede?

In realtà penseremo semplicemente: “Buttana! Io quando mi stresso magnerei schifezze col nastro trasportatore e pur concorrendo ai campionati mondiali di paturnie non perdo n’etto, mai, ma manco a cagare sorci verdi

4. Vagina SB: “Io ho sempre mangiato di tutto, ma ho la fortuna di non ingrassare” – Vagina TF: “Mh-mh

In realtà penseremo semplicemente “Vabbé, sei completamente idiota. Adesso perché non vai da un mendicante con una sola gamba al semaforo e gli dici che non hai mai lavorato nella vita, però sei ricchissima, poi sgommi e te ne vai?

5. Vagina FF: “Beata te che hai le tette” – Vagina TF: “Beh sì, sono grassa, è anche normale che io abbia le tette

In realtà penseremo semplicemente: “Il punto più magro del tuo corpo è evidentemente il cervello

6. Vagina SB: “Guarda che non è bello NON riuscire a metter su peso” – Vagina TF: “Immagino, è una cosa che non mi è mai successa…

In realtà penseremo semplicemente: “Senza nulla togliere al tuo piccolo dramma esistenziale, questo siparietto non potresti farlo con qualcuna delle tue amiche Born to be Thin? Grazie“.

7. Vagina SB: “Quella c’ha un culo che è una portaerei” – Vagina TF: “Beh, anche io ho il culo che è una portaerei” – Vagina SB: “Noooo, ma sei fuori te! Non dire scemenze, non c’è paragone“, questo fino al giorno in cui non si accorgerà che siete migliori di lei in qualcosa. Da quel punto in poi si sentirà legittimata a parlare delle vostre chiappe che fanno provincia.

8. Vagina FF: “No, ma ti prego, magra, io???” – Vagina TF: “Non magra, sei normale

In realtà noi penseremo semplicemente: “Crepa

9. Vagina FF: “Guarda che per la prima volta ho comprato una taglia 44” – “Beh vabbé, la 44 non è poi così grave, guarda che stai bene

In realtà noi penseremo semplicemente: “Dio, che tragggedia

10. Vagina FF: “Ho questo problema, mi spuntano le ossa” – Vagina TF: “Ma se sei fica…

In realtà noi penseremo semplicemente: “Tu devi rincarnarti in Platinette, nella tua prossima vita, stronza

E questo è solo un piccolissimo campionario.

Che poi, certe volte, a essere onesti e avere percezione di sé e dell’altro, si campa mejo.

E a voler parlare per forza di taglie, si può sempre parlare di quelle delle scarpe che, in genere, sono molto meno stigmatizzanti.

La Cellulite è una Malattia. Come l’omosessualità.

Ho scoperto di essere malata. L’ho scoperto grazie allo spot di Somatoline che, nella sua totale inefficacia comunicativa,  vince il premio come metodo di auto-diagnosi più avanguardistico.

Faccio un breve (e sul breve, mento) antefatto:

Io sono grassa e lo sono sempre stata, anche se ante-Milano lo ero molto meno. Gli inquirenti stanno ancora cercando di capire come sia possibile che in questa città in cui regnano la magrezza, il fitness e l’abnegazione alimentare, in cui si vive costantemente affamati, dinamici, stressati, in cui tutti parono corde tese di violoncello, ecco gli inquirenti indagano sulle cause dei miei 8 kg in più presi in soli 3 anni. Brancolano nel buio, perché comunque le forze dell’ordine sopraggiunte nella mia vita non erano preparate, hanno compromesso la scena del delitto e inquinato alcuni importanti indizi. Bruno Vespa, in studio, ha un plastico di Slimer (in foto, il plastico) per discutere con Crepet della sconcertante somiglianza che si è manifestata tra me e il blob verde negli ultimi 3 anni.  Fatto sta che al momento i sospetti ricadono quasi totalmente sulla sedentarietà del mio stile di vita.

Tuttavia, dicevo, io sono grassa e lo sono sempre stata. Prima, quando ero convinta d’esserlo molto, lo ero molto meno. E ogni volta che guardo le foto anche di soli 4 anni fa, una piccola Kate Moss dentro di me muore di dolore.

Ma, in verità, non ho mai voluto essere magra. Il passepartout della mia coscienza è sempre stato ciondolarmi tra la 44 e la 46 (infatti ora patisco perché ciondolo tra 46 e 48, ma questo è un altro discorso).  Non ho mai voluto essere magra perché dopotutto mi sono sempre piuttosto accettata e mi sono sempre trovata piuttosto chiavabile. Oltre al fatto che Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, mi ha sempre detto “tu sei bella obesa così come sei” e io gli ho sempre creduto. Inoltre, dall’età di 13 anni ho iniziato a costuirmi una serie di sovrastrutture intellettuali che legittimassero la mia grassezza e per circa un decennio il mio cavallo di battaglia è stato: “non posso essere magra, se fossi pure magra, sarei perfetta“. Com’era bello quando per sentirsi quasi perfetti era sufficiente prendere 8 a scuola; o fumare una bomba nella Clio annata ’98 del tuo cazzetto preferito – 7 anni più grande di te – sulle note di Frank Zappa mentre la luna scendeva e la notte passava su quella scogliera cosparsa di fazzoletti bianchi e di bambini mai nati; oppure struggersi l’anima guidando sulla litoranea d’inverno – che è assai più bella della litoranea d’estate – nella vecchia Punto XS grigio-topo di tuo padre. Praticamente è l’unica cosa XS che io abbia mai indossato nella vita, la vecchia macchina de mi padre.

Però c’è sempre stata una cosa di cui sono andata fiera nella mia grassezza: la mia assenza di cellulite. Cioè questo esser corpulenta ma liscia, senza buchi e bucce d’ananas su cosce e culo.

Fino all’altro giorno.

Quando ero in ufficio, a Vaginaland, quella terra di nessuno popolata di ormoni e di vagine che si occupano di pubbliche relazioni + una vagina segretaria che ricorda piuttosto fedelmente un pittbull lesbica. Ero in ufficio e in uno di quei momenti di svacco ovarico, è venuta Zia Vagina nella mia stanza a dire che aveva preso una decisione importante: farsi dei fanghi contro la cellulite, nemico che lei già combatte con aquagym e sci di fondo. Ora, Zia Vagina è molto ma molto bella. Poi sì, io l’adoro e quindi me pare ancora più bella. Ma comunque è bella assai. Dentro e fuori. E’ forte e fragile. Cioè è una che Platone potrebbe mettere pure nell’iper-uranio nella sezione “vagine“. Quindi io le ho risposto, semplicemente: “tu sei matta”. La mia stagista, invece, che è tipo magrina magrina, bellina bellina, sofisticatina sofisticatina, le ha risposto che lei, piuttosto, le consiglierebbe di investire 500 euro (!) per 15 massaggi, come ha fatto lei qualche anno fa. Allora ho pensato a queste adolescenti milanesi che vanno a farsi 15 massaggi a 18 anni per levar via la cellulite. Perché aveva iniziato a prendere la pillola, che le aveva fatto venir fuori le tettine, il culetto, ma pure la cellulite. Alché, io le ho detto: “Ecco, perché forse la cellulite fa parte della femminilità, no?”.

Solo che poi so tornata a casa, me so spogliata pe farmi la doccia serale che è uno dei 7 piaceri della vita e, a differenza di tutte l’artre sere, me so guardata allo specchio in HD (cioè con gli occhiali). E, ahinoi, l’ho vista.

Sulle mie pingui cosce. Ovunque disseminata. Come se sulle mie rotondità ci fosse stata un’esplosione atomica di ritenzione idrica.

Cellulite.

Fortemente turbata mi sono data alle mie attività serali, ho cucinato, lavato i piatti del giorno prima e, nel mentre, sono inciampata nell’auto-diagnosi di Somatoline.

“LA CELLULITE è UNA MALATTIA”

E in quel momento ho sentito chiaramente, in me, delinearsi che tipo di vagina sto diventando. Una vagina che non è contenta d’avè la cellulite, come nessuna. Una vagina che si sente in colpa quando vede vagine molto più belle e toniche di lei preoccuparsi delle proprie minime imperfezioni. Ma, fondamentalmente, una vagina che pensa, e lo pensa davvero, che se le persone- sì, con un occhio all’alimentazione e a un minimo de sport da fare innanzitutto per salute – accettassero meglio il naturale decorso del tempo, accettassero come naturale il manifestarsi della cellulite, la perdita dei capelli, la comparsa delle rughe o della panza, capendo che essere attraenti non sta in niente di tutto questo, ecco e se riservassero altrove le proprie energie, forse saremmo tutti un po’ più cessi, ma vivremmo tutti in un posto migliore.

ps: Somatoline, vaffanculo, comunque. Tu e i tuoi creativi.