Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

Vagina versus Dukan

Esiste una sola invenzione più misogina dei tacchi alti senza plateau e della ceretta brasiliana: la prova costume. Ora, ne ho parlato diverse volte e la mia posizione è sempre stata: ok, non supererò la prova costume, pazienza, io di prove ne ho superate altre. E così è.

Tuttavia, però, in questo periodo è pressoché impossibile essere incolumi alle innumerevoli proposte di trattamenti paraestetici che voi umani non ne avete l’idea; tonicissimi consigli di fitness per avere un corpo da urlo in soli 40 giorni, robe che manco i marines in Full Metal Jacket, che io vorrei dire ok, senza dubbio, non discuto che avrei un corpo da urlo ma schiopperei a terra al secondo giorno di training e giacerei, abbandonata da tutti, a putrefarmi sul finto parquet di casa mia. Questo per non parlare delle variopintissime proposte di diete, che tra maggio e giugno fiorisce la creatività: regimi alimentari deliberati, suggeriti come fossero la combinazione di 6 numeri per vincere al superenalotto, tutti a base di gelato, limone, melone, mango, tisane, bacche, pappette liofilizzate e bresaola a colazione.

Così, siccome sono reduce da una dieta iniziata 1 anno e mezzo fa, ho deciso di condividere gli espedienti  che mi hanno reso possibile intraprendere e percorrere questo processo di smaltimento dell’adipe (iniziato per ragioni di salute, non per questioni estetiche, n.d.r., anche se rientrare nei jeans è stato molto bello, ora li uso sempre, praticamente quasi ci dormo, e credo che li userò fino alla nausea almeno per i prossimi 10 mesi).

Partiamo dal presupposto che ho perso circa 15 kg e tutto sommato non sono diventata un’alienata civile. No, non sono nemmeno diventata Gisele, stiamo sereni. Ho la mia panza, i miei cosiddetti “taralli” e le mia irrinunciabili maniglie dell’amore (che semplicemente non sono più, come disse mio cugino ai tempi, “maniglioni antipatico”).  Al momento mi considero “in fase di mantenimento” che è la fase emotivamente peggiore. In teoria puoi essere meno talebana, ma il timore recondito di svegliarti un mese dopo e trovarti di nuovo, come per incanto, con 2 taglie in più, t’accompagna sempre. Perché la certezza assoluta che non ricadrai mai più – nemmeno nei momenti di sconforto – nel tunnel dei Crispy McBacon, dei 250 grammi di pasta con la panna, dei sofficini,  delle crocchette, delle pizze, pizzette, focacce, focaccette (cosa avrei dato per mangiare quelle maledette FOCACCEEELLE), insomma questa certezza non puoi averla mai davvero, del tutto, fino in fondo.

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Al di là di questo, venendo al dunque: il principio base della dieta che ho fatto era mangiare il primo a pranzo e il secondo a cena. Ma anche il contrario. Basta non mangiare due primi al giorno, per capirci. 80  grammi di pasta condita leggera a pranzo. Meglio la pasta del riso ma io comunque magnavo anche il riso. E a cena carne, pesce, uova, prosciutto. Verdura in quantità. 1 cucchiaio di olio per pasto.

E siccome come dice GuruVagina: “Non importa che dieta tu faccia, l’importante è farne una”, ho deciso di non pubblicare l’elenco dei miei pasti quanto piuttosto gli stratagemmi psico-pragmatici che permettono di sopravvivere a un regime alimentare controllato. Di seguito i 15 punti cardine.

1. Non pensare al cibo come gratificazione. In questo modo non vivrai gli spinaci lessi come una mortificazione. Pensa che è ciò che ti serve per alimentarti, il carburante che ti permette di stare in piedi e condurre la tua vita. Se necessario, gratificati diversamente: fai shopping e tromba di più.

2. Quando fai uno sgarro, perché farli è normale, chiediti se ne valga davvero la pena. Rifletti sul livello di piacere che ciò che stai per mangiare ti da. Se il livello è oggettivamente alto, se ne hai voglia per effettivo godimento, fallo. Se lo fai per noia, nervosismo, debolezza, no. Per esempio: io non mangio più formaggi ma rinunciare a una mozzarella in busta Santa Lucia è davvero così grave? E’ forse mozzarella, quella? No. Quindi rinunciamoci. Quando torno in Puglia, piuttosto, mi mangio una burrata fresca intera. E’ un peccato, sì. Ma ne vale la pena. E’ come tradire il proprio compagno. Puoi tradirlo con Massimo Giletti o con Ryan Gosling. Fai te.

3. Quando fai la spesa compra qualcosa che ti permetta di peccare ma che sia comunque più sano del junk food che assumevi prima. Per esempio, al posto dei Fonzies, comprati le mandorle, che sono caloriche ok, ma almeno fanno bene ai capelli. Oppure le noci, che sono grasse, quindi non puoi mangiarne 1 kg, ma fanno bene al cervello. Quando rientri a casa alle 19.30 e praticheresti anche un atto di cannibalismo per quanta fame hai, butta giù 5 mandorle (massimo 10, vabbé l’importante è che a 15 ti fermi) e 2 noci, e vai liscia fino a ora di cena.

4. Creati i finti dolci. Cose che puoi tracannare quando ti assale il bisogno di zuccheri ma che tutto sommato non siano troppo nocive: barrette Special K, magretti, cereali, yogurt. E soprattutto impara a vivere la frutta come un dessert, un dolce naturale ed ecosostenibile (io per esempio ho molto amato in alcuni periodi il cacomela e sono diventata una fan degli OGM).

5. Bevi il succo di mirtillo quando hai voglia di qualcosa di buono e non c’è Ambrogio nei paraggi che ti offra una piramide di Ferrero Rocher. Che poi il mirtillo è antiossidante. Per carità, costa un fuoco, ma sticazzi. Oppure le sane vecchie spremute d’arancia. Bandisci completamente le bibite gassate e se vai avanti di tisane, che siano senza zucchero.

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6. Quando esci cerca di non bere alcol, ma siccome una vita astemia è una vita demmerda e ti fa sentire una Amish alimentare, bevi del vino. No ai superalcolici, perché sono ipercalorici (pare) e perché non hai più 18 anni. No alla birra, perché non ti fai mica il culo a far gli addominali per poi ridurti ad essere Homer Simpson, santalamadonna. Anche se, come dice la mia amica Pea: nessuno parla delle straordinarie proprietà diuretiche della birra.

7. Quando vai a cena fuori cerca di optare per un secondo e contorno. Se poi hai un desiderio irrefrenabile di mangiare anche delle patatine fritte (o invece un primo), fallo e fallo con felicità e senza sensi di colpa. Goditele e il giorno dopo usa un piano detox (che è la versione alimentare del Purgatorio dantesco): verdura, frutta e proteine (tipo involtini di tacchino con rucola e qualche goccia di aceto balsamico, una tristezza unica che però ha un suo nonsocché).

8. Al weekend svegliati tardi, fai colazione alle 13 e fai un unico pasto intorno alle 19-20. Due giorni di alimentazione light ammortizzeranno eventuali sgarri pregressi o futuri.

9. Se ogni tanto, tipo una volta ogni 10-15 giorni salti la cena (non intenzionalmente ma perché succede) e mangi al massimo un pacchetto di crackers riso su riso, non è un dramma. Non morirai per denutrizione.

10. Una volta alla settimana fai colazione con una brioche presa al bar. Una volta alla settimana mangia anche la pizza perché il tuo corpo deve comunque gestire la pizza, non deve dimenticare cosa sia, altrimenti quando ricomincerai a mangiarla prenderai 1 kg a trancio.

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11. Controlla le dosi. Non esagerare con nulla, neanche con la verdura, perché poi ti gonfi come il dirigibile dei Led Zeppelin e lo stomaco ti si dilata. Mangia il giusto e ascolta il tuo corpo. All’inizio avrai paura di avere fame e porterai sempre con te in borsa mezzo kg di finocchi da ingurgitare in qualunque momento della giornata. Poi capirai che non è così terribile e che non è necessario sentirsi sempre in procinto di esplodere di sazietà.

12. Scopri i sapori vegetali: la zuppa di legumi al posto della piadina, i pomodori datterini come snack al posto dei Crostini Dorati San Carlo, le more al posto dei gianduiotti…

13. Insaporisci la cucina senza condire il tutto con ettolitri di olio. Usa le spezie, per esempio, e altri ingredienti come scalogno e porro che danno un senso a ciò che un senso non ha, a patto che tu non preveda di limonare nelle successive 10 ore.

14. Quando sei circondata da persone magre che si abbuffano, pensa che loro non hanno un obiettivo superiore, come invece ce l’hai tu. Non invidiarle, perché il bene che tu stai facendo al tuo corpo e alla tua salute è molto più gratificante di qualsiasi porcata loro stiano mangiando.

15. Fotografa il tuo corpo nel corso dei mesi e osservane la progressiva e lenta metamorfosi. Lenta perché ci vuole pazienza. Il tuo è un processo educativo, devi darti del tempo e non avere fretta. Devi imparare a trovare l’equilibrio tra il tuo culo e i carboidrati perché non devi poi riprendere i kg che hai perso. Ci vogliono mesi per dimagrire in maniera sana, con dolcezza. Anche perché non vorrai sfigurarti di smagliature.

Infine, ma anche questo è importante: fai sport. Non è necessario pretendere di diventare Jill Cooper, naturalmente. Io a volte non riesco ad andare in palestra più di 1 volta alla settimana (che è decisamente insufficiente), ma comunque lo sport è importante. Serve a dimagrire, ma anche solo ad agevolare il mantenimento del peso. Serve a sentirsi bene e a sentire il proprio corpo vivo. E se non ti piace la palestra, mettiti un paio di scarpe da corsa e vai al parco. Se non riesci a correre, cammina come se Gigi D’Alessio ti rincorresse cantando tutta la sua discografia, procedi a passo svelto per 1 ora e ti accorgerai di avere nelle chiappe dei muscoli che non avevi nemmeno mai pensato di avere. Tornerai acasa e sarai stanca ma felice.anigif_enhanced-buzz-7664-1371499284-0

Questa è la mia ricetta. Non so se possa funzionare per tutti. Ma per me un po’ ha funzionato e, soprattutto, si può fare. E si può fare non tanto per omologarsi ai canoni estetici dominanti, che figurati, noi li aborriamo, quanto per amarci di più. Per amare il nostro corpo. Che se proviamo a volergli bene, forse poi ce ne vorrà di più anche lui.

E ora ditemi, non sono forse migliore di Pierre Dukan?

 

ps: certo, io nel frattempo ho ricominciato a fumare, ma rismetterò, prima o poi, anche con quello.

Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

– E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

– Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

– Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.

Curvy & Proud

Questo è uno statuto illuminato per le vagine curvy, che devono convivere con le proprie curve ma in modo sano. Il decalogo seguente può essere considerato il fondamento del Curvy&Proud, il movimento che io e Zia Vagina abbiamo teorizzato tipo un mese fa a cena fuori, ingozzandoci di involtini primavera e gnocchi con gamberi e verdure. Anche gelato fritto, se devo essere onesta. E’ facile parlare di diete, con la pancia piena. E’ come gli eroinomani che dicono di smettere preparandosi l’ultima pera.

Io e Zia Vagina eravamo al nostro ristorante in quanto, come tutte le coppie che si rispettino, abbiamo il nostro ristorante, che io già lo so che quando la nostra relazione sarà finita ci passerò davanti e sarò assalita dai ricordi, e guarderò attraverso i vetri trasparenti chiedendomi se lei sia dentro, con un’altra, che tanto l’avevo sempre saputo che un giorno mi avrebbe mollata per una fichetta milanese che si veste ton sur ton.

Io e Zia Vagina abbiamo il nostro ristorante che è un fusion e zia Vagina sostiene che il proprietario sia fico e io mi trovo sempre costretta a ricordarle, con un accenno di velatissimo razzismo, che un cinese non può essere fico perché in quanto cinese ce l’ha sicuramente piccolo.

E così, dopo esserci abbottate di cibo cinese, deglutendo con incommensurabile classe un té verde che ci aiuti a digerire anche Mao Tse Tung, iniziamo a parlare del nostro bisogno di rimetterci in forma. Posto che Zia Vagina è già in forma ma ha una sottile ossessione in merito al suo fondoschiena.

Per me la situazione è più complessa. Io sono arrivata a Milano con un discreto sovrappeso di 10 kg che ho saputo raddoppiare in 4 anni e siccome lo scofanamento è progressivo e io sono troppo giovane per rassegnarmi all’idea che su un sito porno, come ho messo a fuoco qualche tempo fa, finirei nella categoria BBW, insomma, ho deciso di fare qualcosa per myself.

Graphic by Elena Arzani

Ecco di seguito il manifesto:

1. Aderire al Curvy&Proud non significa snaturarsi né conformarsi al discutibile modello di fichezza dominante

2. Essere femminili, affascinanti, arrapanti, non presuppone una taglia 40

3. Noi non vogliamo essere Melissa Satta con le bocce di Pamela Anderson. O di Melissa Satta. Noi vogliamo essere la versione migliore di noi stesse.

4. Se sei una taglia 42/44, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

5. Se sei una taglia 46 ma sei alta 1 metro e 85, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

6. Se quando ti siedi ti si formano i rotoli di varia entità sull’addome, se hai pieghette di grasso sulla schiena, se il tuo culo riempie tutto il sedile del tram/autobus/aereo low cost, se d’estate con una gonna i tuoi internocoscia si strofinano e ti si irrita la pelle e tiri giù tutte le madonne del calendario, se quando ti fanno una foto ti guardi le braccia e ti risultano oggettivamente due prosciutti, parola di Francesco Amadori, in tutti questi casi: benvenuta sorella, tu sei curvy

7. Se sei curvy, presumibilmente sei una a cui piacciono i piaceri, tra cui il mangiare. Il Curvy&Proud non esclude il cibo, magnare è bello e noi vogliamo continuare a farlo. Semplicemente vogliamo farlo in modo più razionale.

8. Le soddisfazioni ce le toglieremo, ma solo quando avrà senso, quando ne varrà la pena. Quando vorremo un pezzo di pizza, mangeremo il più buono che conosciamo e questo ci darà la gratificazione necessaria a procedere con la minchia di bresaola per gli altri giorni

9. Non mangeremo più 200 grammi di pasta a cena

10. Elimineremo il junk food per noia, per trasandatezza, per pigrizia. Niente più patatine sul divano guardando L’Isola dei Famosi e twittando con i polpastrelli unti di Più Gusto – Gusto Pomodoro.

11. Ci obbligheremo a fare 5 pasti al giorno, anche se saranno pasti indegni di tal nome, come le barrette vitasnella

12. Agli aperitivi resisteremo alle schifezze fritte

13. Il cibo da dieta fa cagare, per cui probabilmente dovremo compensare la carenza del piacere gastronomico con altri piaceri: avremo più voglia di fornicare e saremo tenute a farlo

14. Nelle situazioni sociali non dovremo ridurci come dei casi umani che ordinano solo del songino condito con del succo di limone. Noi ceneremo ma invece che scegliere le crepes con i funghi che galleggiano nella besciamella, sceglieremo una paillard con un contorno. E ci berremo sopra un bicchiere di buon vino.

15. A proposito di alcol: moderare l’alcol è faticoso tanto quanto moderare i carboidrati, e lo dice una che se non assume carboidrati ha la sensazione di non aver affatto mangiato. Però l’alcol bisogna moderarlo, non ha senso ingurgitare finocchi e cetrioli per poi scolarsi la birra da sole. Anche il vino, che fa tanto vagina evoluta single milanese indipendente, che sorseggia vino nel suo loft ascoltando Patti Smith dopo una giornata di lavoro: no. Berremo 1 volta alla settimana. E se fate aperitivi tutte le sere, abituatevi all’idea di ordinare una spremuta, tipo.

16. Se avremo desiderio autentico di qualcosa, la mangeremo. Ma dovrà essere davvero un desiderio forte, non un semplice tranello del nostro cervello obeso.

17. Dovremo andare in palestra. Questo ci farà bene di per sé e ci permetterà di combinare il nostro regime alimentare non nazista con dello sport, così da bruciare quel pezzo di pizza che ci concediamo, quel vino che beviamo con le nostre amiche, quel gelato che 1 volta a trimestre mangiamo. Insomma, lo sport ci farà bruciare i nostri ultimi scampoli di umanità

Veniamo, ora, agli obiettivi, che sono il punto cruciale.

A differenza di tutte quelle altre psicosi collettive, tipo la Dukan, il Curvy&Proud crede in obiettivi realistici e raggiungibili per vie sane. Ciò che si propone non è di rendervi delle replicanti androgine di voi stesse, schizzate e pronte a sgozzare un suino prese dai morsi della fame alle 10 del mattino. Né vogliamo che vi venga la nausea al solo pensiero di una bistecca. Né, noi vagine del Curvy&Proud vogliamo trattarci come carne in macelleria e, per questo motivo, il nostro obiettivo non sarà un peso.

Il Curvy&Proud non è una scelta quantitativa ma qualitativa.

L’obiettivo che condividiamo, almeno in questa prima fase, non è un numero di kg da perdere. Noi vogliamo essere le migliori noi stesse il ché significa che dovete fare 2 cose, prima di iniziare:

1. Trovare una vostra fotografia di 10 anni fa. Lo so, non sarà semplice. Penserete che siete cresciute, invecchiate, vi verrà il magone, se siete in premestruo siete fottute, sì, probabilissimo che vi ritroviate a piangere come delle dementi, ma è normale, inizierete a pensare a chi c’era e non c’è più, a chi amavate e non amate più, a chi vi amava e non vi ama più, e tutta una serie di cazzate vaginali. Trovata la foto (e siate brave, sceglietene una in cui state bene, in cui vi piacete), dovrete chiedervi quanti kg in meno avevate. Io, per esempio, ne avevo sicuri 10 di meno. E no, non ero magra. Ero comunque 10 kg sopra il mio peso forma. Però cazzo, erano 10 di meno!

2. Scavate negli anfratti più reconditi del vostro armadio e trovate un jeans di almeno 5 anni fa.

Ecco fatto.

Questi sono i vostri obiettivi. Rientrare in quei jeans e riassomigliare a voi stesse, in quella foto. Non dovete assomigliare a Kate Moss. Una come me non potrebbe assomigliare mai a Kate Moss, nemmeno a 1 anno dalla morte in decomposizione avanzata. Dovete assomigliare alle migliori voi. E vi sembrerete così più belle, più giovani e più magre, in quella foto. E penserete con nostalgia a quel tempo in cui vi consideravate grasse e invece erano pugnette, perché eravate fiche e non lo vedevate.

Ora siete cresciute. Ora siamo cresciute.

Ora lo vediamo. E il Curvy&Proud ci aiuterà a tendere al nostro best of.

E per la Prima Fase, è tutto.

Special thanks to Elena Arzani (www.elenaarzani.com): grafica, lettrice, vagina, amica sconosciuta che ha realizzato il logo del Curvy&Proud 

Impressioni di Palestra

Tre giorni di prova in palestra.

Ho l’acido lattico nell’anima. Ho così poche energie che immortalerò le mie impressioni in maniera quanto più sintetica possibile. Che tra un po’ manco a muovere le dita riesco.

Allora:

1. La palestra è il posto in cui mi sento in assoluto più a disagio nell’universo. Potrei più facilmente posare nuda davanti a una squadra di rugbisti con velleità artistiche, che fare sport.

2. Le mie doti dialettiche, proporzionali alle mie capacità respiratorie, si riducono drasticamente appena varco la soglia del fitness.

3. Quando inizi a squamare come un tricheco nella foresta amazzonica dopo 10 minuti di PASSEGGIATA sul tapis roulant ti senti oggettivamente sull’ultimo gradino della scala evolutiva. Tipo che tra te e un geco, vince il geco, che può pure perdere la coda e continua  a vivere, in effetti, quindi forse non ho scelto proprio l’animale più stronzo del creato, ecco, per l’appunto, nemmeno un esempio calzante mi riesce di fare.

4. Sono piuttosto persuasa del fatto che l’istruttrice sia il Sergente Hartman  sotto mentite spoglie. Per ora è carina, mi dice anche “brava”. Ma io lo so, è solo questione di tempo e inizierà ad appellarmi pubblicamente “Palla di lardo”.

5. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager

6. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager e ti dicono nello spogliatoio “Io odio la palestra”. Potrebbe succedere che tu, cicciona, risponda “Anche io”. Alché loro ti spiegheranno che odiano la palestra perché sono pallavoliste, nuotatrici e lanciatrici di giavellotto. E tu vorrai implodere, come un blob, nel tuo grasso.

7. Il tapis roulant è noioso

8. Il cross trainer è spossante ma mentre lo fai senti già che le tue cosce e il tuo culo ti rendono grazie e ti amano per l’oggettivo sforzo che stai facendo.

9. Non osservare mai altre vagine sul cross trainer. Inutile illudersi: loro sono sinuose, sensuali e attillate. Tu sei un cesso.

10. Un aspetto positivo dell’andare in palestra è che in tutte la altre situazioni sociali non ti sentirai più particolarmente fuoriluogo. Non perché tu sia più sicura di te. Semplicemente perché sarà difficile che esista una situazione sociale in cui tu possa essere più inappropriata.

11. Gli addominali sono contro la mia religione. Sono una cosa che fatico a comprendere. Passo la vita a tenere la pancia in dentro e poi arrivo lì e mi stendo a contrarre i muscoli e gonfiare la panza nell’illusoria speranza che tra 100 anni, sotto strati geologici di grasso, compaiano dei muscoli.

12. Ho osservato attraverso i vetri trasparenti un esercito di donne toniche che voi umani non potete immaginare, le ho guardate fare 1 ora di Zumba Fitness e ho capito che lo Zumba Fitness è il demonio. Io non mi esagiterò su quella musica. No. A parte che potrei morire di insufficienza respiratoria.

13. Dovrò sopportare il fatto che in palestra tutti flirtano tranne me.

14. Quando mi metto a cavalcioni su una panca, però, sto meglio. Mi sento più a mio agio.

15. Per non farmi paralizzare dalla presenza di uomini attorno a me, mi concentro sul pensiero che quanti più muscoli hanno, tanto più piccolo sembra il loro pisello quando sono nudi.

Per ora è tutto.

Credo di morire,

vostra

VagiFit

Cara American Contourella

Ci sono eventi imponderabili nella vita di una vagina. Eventi del tutto accidentali, contro i quali nulla si può.

Per esempio questo:

Mi scuso per la qualità infima della foto ma i miei potenti mezzi performano come i miei addominali. Tecnicamente, il messaggio recita:

Ciao, ti ricordiamo che il tuo abbonamento è in scadenza questo mese. NON RINUNCIARE AL TUO BENESSERE! Ti aspettiamo :)”

Ora, cara American Contourella, punto primo, chi minchia vi conosce che mi date del tu. Non è che siccome sono iscritta nella vostra palestra dovete pensare che io sia una tipa sportiva o che siamo amici perché ci siamo visti 2 volte.

Punto secondo, cosa vi autorizza a impormi un imbarazzante bilancio esistenziale che, impietoso, mette a dura prova la mia momentanea lucidità vaginale (che non è una figura retorica, bensì uno sporadico fenomeno paranormale) più di come facesse la leg extension con le mie cosce?

Ma ormai il danno è fatto. La pigrizia inizia a fornicare con il senso di colpa: 1 abbonamento annuale, 500 euri investiti, 3 mesi netti di palestraE poi quella domanda, feroce, che si pianta nel cervello, ci monta una canadese e dichiara d’occuparlo fino a maggio: “E mò, che cazzo faccio?”

Mi riprendo per il culo e pago un altro anno lì? Mi rimetto a fare un’indagine di mercato per scegliere in quale palestra NON andare? O mi arrendo all’obesità e alla mia artrosi più precoce dell’eiaculazione del maschio medio italiano?

Che poi è un po’ quello che ci chiediamo nelle nostre più riuscite relazioni sentimentali: continuiamo a prenderci per il culo o ci arrendiamo all’evidenza (delle corna o dell’insoddisfazione, a seconda dei casi)?

I diari della Palestra – 1

Dunque, io c’ho sempre avuto un rapporto melodrammatico con lo sport.
E c’ho provato. O meglio, so stata obbligata a provarci finché sono rientrata in quella fascia d’età in cui i medici dicono ai genitori che la bambina deve fare sport, meglio se di squadra, così impara anche i valori del gruppo. E allora giù di pallavolo, pattinaggio, tennis, ginnastica ritmica, nuoto. Devo dire che io li ho sempre vissuti con una fantastica predisposizione d’animo, un po’ come se mi dicessero di scalare il Golgota con Platinette sulle spalle. A Solo il catechismo poteva essere peggiore.

Da anni avevo lasciato perdere. Avevo accettato di buon grado la mia dimensione puramente intellettuale e il fatto che il fascino sui cazzetti l’avrei esercitato attraverso la mia dialettica e non grazie a un paio di chiappe sode. Anche perché la dialettica può solo migliorare, le chiappe invece, per quanto tu possa affaticarti, peggioreranno e basta. Insomma, nun me pareva un investimento poi così vincente. Me sbajavo, ma questo l’ho capito solo dopo.

Ad ogni modo, la primavera scorsa, dopo tre anni di vita sedentaria e 7 kg in più rispetto a quando mi sono trasferita qui, ho iniziato a sentire – sparsi per il corpo – dolori di ignota provenienza che, uniti a uno strano scricchiolio osseo, mi hanno fatto sorgere il velato sospetto che le mie membra necessitassero di una pur minima forma d’attività fisica. Quindi me so iscritta in palestra, una palestra media, di medio livello e medio costo.  Me so intrippata per 1 mese e mezzo, m’ero pure seccata, sapessi. Poi, però, mi è scesa la fissa e il divano ha ri-avuto il sopravvento sulla mia sensibilità.

Erano mesi che nun c’annavo più e ieri ce so tornata.

Obiettivo prefissato: 60 minuti di cyclette.
Obiettivo raggiunto: 40 minuti di cyclette.
Esercizi in sala pesi: 0
Fiato: cortissimo
Affaticamento: immenso
TeoTeocoli: non pervenuto

Sì, perché è stata dura. Dura davvero. Certo, ogni volta che faccio sport ho paura di andarmene in insufficienza respiratoria, di avere un infarto o un aneurisma, che non so se sia possibile ma serve a rendere l’idea, e ogni volta penso che prima o poi dovrò smettere di fumare, il ché è molto complesso per una che non sa resistere a un pacco di patatine PiùGusto Gusto Vivace – che teoricamente non dovrebbero dare dipendenza – figurarsi alla nicotina. E mentre io penso ste cose, c’ho un 65enne accanto che, in calzoncini blu e maglia della salute, pedala una meraviglia: non è affaticato, non è paonazzo, non sta vedendo tutta la sua vita passargli davanti agli occhi come se dovesse schioppare a terra – con conseguente tonfo – da un momento all’altro. Io lo guardo e penso che sto vecchio, di sto passo, vedrà più primavere di me.

Faccio fatica. Faccio un sacco fatica. Non sudo nemmeno, mi surriscaldo un casino e me so pure scordata gli auricolari a casa, quindi non posso sentire la musica e mi tocca guardare Gerry Scotti su Canale5 mentre pedalo, che è una visione altamente motivante, com’è facile intuire.
Però non posso mollare, non sotto i 40 minuti. Allora continuo, continuo, mi carico, mi guardo nello specchio, penso che sta settimana devo riattivarmi l’organismo e poi, dopo, dopo sì, torno in sala pesi.

Perché, sia chiaro, io corsi non ne faccio. L’ultima volta che ho fatto un corso in vita mia, ero diventata talmente rossa (probabilmente avevo raggiunto una temperatura corporea di 57°) che l’istruttore si è voltato a guardarmi preoccupatissimo e m’ha fatto con le mani segno di placarmi. Quindi no. Io tra culi turgidi scolpiti in panta-collant da palestra, a ricordarmi tutti i passi d’una coreografia der cazzo costruita su musica truzza, no, io non ci andrò!
Pedalo e faccio un sacco di fatica. TeoTeocoli non c’è, grazie al cielo non si vede. A me TeoTeocoli mi inquieta assai, che sarebbe il più vecchio dei personal trainer, che c’ha il codino bianco, la carnagione marrone pure a dicembre e delle gambine magre magre con le quali si muove incautamente per i 4 piani, ponendo le sue oscene semi-nudità alla mercé di chiunque. Io pedalo.
Rallento. So stanca. Bevo.
Minchia, che fatica.

Oh quasi mollo. Cioè non è che posso morire.
Invece no. No! Io continuo!

Allora, quando l’acido lattico sta per mandarmi in corto circuito, quando la mia motivazione vacilla, quando sento di non avere più alternativa, faccio l’unica cosa che può darmi energia per continuare e – sia chiaro – è una scelta estrema: penso al mio ex. Ma non è che io pensi al mio ex in ragione del fatto che per 2 anni quello ha cercato di fare il mio personale Roberto Re. No, no, io penso al mio ex, McGyver di Deretano, e a quella che nella mia testa – e probabilmente anche nella realtà, perché la storia insegna che le mie capacità divinatorie sono spesso verosimili – è la sua nuova donna, VT, che non sta per Vagina Troia, come i più potrebbero pensare. VT sono, semplicemente, le sue iniziali.
Allora io penso al mio ex che sta con lei, che le sorride, che l’abbraccia, che ce parla, che la lumaca, che ce progetta una vacanza senza farla penare come faceva penare me. E mi tira talmente il culo che pedalo, pedalo, pedalo così forte da far arrivare il battito cardiaco a 140 e superare le 200 calorie consumate. Dicono che in palestra ci si sfoghi. Allora oggi, ci torno.
Stessa cyclette, stesso obiettivo!